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Cosa influenza la nostra scrittura

Cosa influenza la nostra scrittura

Siamo ciò che scriviamo. Si dice spesso di scrivere ciò che si conosce, ma forse non è più corretto dire “scrivi ciò che sei”? Ciò che ti ha dato la vita, il mondo che ti circonda, gli eventi che ti hanno cambiato, formato, distrutto e fatto rinascere.

La scrittura, come forma dʼarte, è una forza che parte da dentro, una forza che scaturisce da ciò che siamo, da noi come persone, come esseri pensanti, umani. La scrittura non è mai tecnica, ma sempre umana, sempre personale, profondamente collegata al nostro io. La tecnica è solo uno strumento che usiamo per darle una forma concreta.

Cosa influenza la nostra scrittura?

Narrativa: influenza i generi letterari

Ricordo benissimo le mie prime influenze: La spada di Shannara, il romanzo che ha segnato il mio amore per i libri, segnò anche la mia passione per il genere fantasy. Non solo, ma da quel momento i miei tentativi di scrivere storie fantasy furono fortemente condizionati da quel libro.

Poi arrivò Il signore degli anelli, che influenzò la rivisitazione del mio romanzo. Sì, perché la storia cambiò totalmente e divenne qualcosa di monumentale, proprio come lʼopera di Tolkien. Quando mi accorsi di non essere Tolkien, lasciai perdere quel mucchio di appunti sempre più gonfio e anche i miei sogni di diventare scrittore.

Questi due romanzi hanno avuto una profonda influenza sulla mia scrittura. Questo è per me un errore, ma è anche un errore dovuto alla poca esperienza di lettura. Se leggi un solo libro, sarà quel libro a influenzarti. Quando ne hai letti 500, è un poʼ difficile riconoscere precise influenze.

Autori: influenzano lo stile di scrittura

Le prime pagine fantasy che scrissi tentavano di imitare Terry Brooks o, meglio, la sua traduttrice. Stesso discorso per Tolkien.

Dopo aver letto tutti i racconti di Lovecraft, mi innamorai di quello stile antico, evocativo e scrissi parecchi racconti cercando di riprodurlo. Ancora oggi a me quello stile e quel linguaggio piacciono molto e credo che per alcune opere siano adatti.

Poi venne il giorno di Cormac McCarthy. La strada mi aveva stregato, quello stile trasuda drammaticità a ogni parola. Ho letto altre opere dello scrittore e tutte mi hanno lasciato qualcosa dentro.

È bene che un autore influenzi il nostro stile di scrittura, ma è un male se lo condiziona.

Leggere e scrivere molto ha il vantaggio di foggiare la nostra scrittura e di rendere il nostro stile sempre più personale.

Saggistica: influenza le idee

Può la lettura di un saggio arrivare a tanto? Sì, dopo aver letto Il mattino dei maghi di Louis Pauwels e Jacques Bergier ho conosciuto e apprezzato il realismo fantastico. E alcuni miei racconti sono nati proprio da quella lettura.

Il romanzo che ho ripreso a scrivere e anche altre storie che vorrei scrivere sono nati grazie a quel saggio. È come se avessi scoperto un mondo, anzi unʼinfinità di mondi che prima ignoravo.

Forse arriverà un giorno in cui altri saggi faranno deviare la mia narrativa, mi mostreranno altre strade da percorrere. Ecco lʼimportanza della saggistica: ci fa conoscere lʼignoto, ci apre la mente a nuove idee e sensazioni, ci indirizza là dove possiamo dare di più e esprimerci al meglio.

Umore: influenza i temi e la voglia di scrivere?

Il mio umore è sempre cupo. Tranne rari casi in un passato lontano, non ho mai avuto un umore gioviale, solare, sereno. Strano, per uno che ha disegnato decine e decine di vignette umoristiche, che fa battute in continuazione e scherzi goliardici a sorelle e amici.

Lʼumore influenza la nostra scrittura?

Se così fosse, io non dovrei scrivere neanche una riga. Da questo punto di vista posso dire di essere stato fortunato. Ci sono stati eventi in cui sarebbe stato normale allontanarsi dal blog, ma tutto è passato invece inosservato, perché riesco a tenere ben separate la scrittura e la vita privata.

Indossare una maschera aiuta a superare i momenti bui, ad andare avanti, quando invece vorresti arrenderti. È un poʼ quello che fanno i supereroi: indossano un costume per rendersi irriconoscibili e compiere una missione che, altrimenti, non potrebbero permettersi.

Lʼumore influenza le nostre storie?

Non direi, nel mio caso. È vero che moltissimi racconti che ho scritto avevano un taglio decisamente drammatico, crudo, cupo, dove ci scappava sempre il morto, ma ci sono state anche storie più leggere.

No, quindi, a me vengono in mente storie e basta. La separazione fra scrittura creativa e vita privata cʼè anche in questo caso.

Carattere: influenza la scrittura?

Potrebbe. Il mio è un carattere lunatico, asociale, introverso. Cosa dovrei scrivere, dunque? Forse però influenza i miei personaggi. Non troverete mai nelle mie storie un viveur o un politico come protagonisti e, se li trovate, state sicuri che faranno una brutta fine.

A pensarci bene i miei personaggi riflettono un poʼ tutti qualche parte di me. Non credo che sarei in grado di scrivere una storia imperniata su un personaggio totalmente distante dalla mia personalità, dai miei valori, dalle mie convinzioni. Se lo facessi, non sarei credibile e il protagonista risulterebbe piatto, mal caratterizzato.

Quindi sì, il nostro carattere condiziona la nostra scrittura. Almeno nel mio caso. Non intendo dire che ogni nostra storia può esser letta come una specie di piccola autobiografia. Ci mancherebbe. Ho appena detto che la mia vita privata è staccata dalla scrittura.

Però credo sia vero che le nostre storie ruotano intorno alla nostra filosofia di vita. Scriviamo storie egocentriche e non cʼè nulla di male in questo.

Vivere intensamente in spazi aperti

Fisici e mentali. Avere un carattere introverso non implica chiudersi in una cella di cemento armato senza finestre. Io sogno a occhi aperti, leggo tutto ciò che posso leggere, diversifico le mie letture, guardo film, vado in montagna, viaggio appena posso.

La mia mente diventa così un magazzino di informazioni, che potranno tornare utili in qualche storia.

Cosa influenza la vostra scrittura?

Queste sono le mie personali riflessioni su tutto ciò che ha influenzato e può influenzare la mia scrittura. Ma cosa influenza la vostra? E quanto?

39 Commenti

  1. Ivano Landi
    19 marzo 2015 alle 08:19 Rispondi

    – Le letture direi proprio di sì, ma su di me hanno un’influenza rilevante anche il cinema e le immagini in genere.
    – Dall’umore non mi faccio condizionare: scrivo indipendentemente da come mi sento.
    – Sul carattere forse ci somigliamo. Anch’io sono tendenzialmente asociale e tutto l’opposto del gioviale (sono un saturnino puro), però in passato mi hanno consigliato di darmi al cabaret per la mia capacità di intrattenere con sketch comici improvvisati. Anch’io comunque non riesco a rendere protagonisti delle mie storie personaggi troppo lontani da me come gusti e interessi.
    – Spazi aperti e viaggi sono fondamentali anche per me.

    • Marina
      19 marzo 2015 alle 08:47 Rispondi

      Secondo una statistica mia personale, ho notato che chi si definisce cupo e asociale sfodera delle doti da comico incredibili: ho un paio di amici così e mio fratello, artista musone ma con una verve comica da fare impallidire i migliori cabarettisti. Adesso anche tu e Daniele vi definite così: la mia statistica si rimpolpa!! ;)

      • Ivano Landi
        19 marzo 2015 alle 13:50 Rispondi

        Si dice che dietro ogni clown si nasconda un uomo triste. Forse dietro le persone cupe si nascondono dei veri clown :)

      • LiveALive
        19 marzo 2015 alle 14:45 Rispondi

        Anche io sono così XD

      • Daniele Imperi
        20 marzo 2015 alle 09:05 Rispondi

        A questo punto è scienza, allora :)

    • Daniele Imperi
      20 marzo 2015 alle 09:05 Rispondi

      Il cinema anche me, avrei dovuto inserirlo.
      A me hanno detto di andare a Zelig… :)

  2. Marina
    19 marzo 2015 alle 08:42 Rispondi

    Umore e carattere, nel mio caso, sono determinanti: le mie più riuscite ispirazioni nascono sempre da stati d’animo che riesco a sfogare scrivendo qualcosa e anch’io trasferisco parti di me nei personaggi delle mie storie, atteggiamenti, modi di pensare (non per niente il mio “motto letterario” è “raccontare per raccontarsi”).
    Gli introversi, in genere, hanno un mondo ricco e sfaccettato che è bello percepire attraverso ciò che scrivono!
    Per quanto riguarda le letture, ricordo l’impatto forte che ebbe su di me, verso i 18 anni, la letteratura giapponese: all’epoca mi innamorai di Banana Yoshimoto che, poi abbandonai, crescendo, per abbracciare Haruki Murakami (un autore che adoro letteralmente). Ma se vado ancora più indietro negli anni, Louisa May Alcott, Eleonor H. Porter, sono state illuminanti nel mio modo di scrivere. Poi, hai ragione tu: quando leggi 500 libri non è facile riconoscersi in un autore in particolare.
    Adesso la musica fa la sua parte, quando scrivo, ma no, questo non c’entra: la musica non mi influenza, semmai mi ispira e sono due cose diverse!

    • Daniele Imperi
      20 marzo 2015 alle 09:10 Rispondi

      Sugli introversi hai ragione, lo noto anche io.
      A me la musica non ispira né influenza, invece. Mi distrae, non riesco a scrivere e ascoltare musica allo stesso tempo.

  3. Chiara
    19 marzo 2015 alle 09:50 Rispondi

    Bello questo post, mi piace molto! :)

    Io mi rivedo in parte in tutte le influenze da te menzionate.

    Per quel che riguarda le influenze narrative, penso che sia inevitabile, all’inizio, ispirarsi agli autori che ci hanno dato qualcosa. La prima forma di apprendimento è l’imitazione e spesso serve da punto di partenza per trovare la propria strada.
    A tal proposito, mi viene in mente il film “Scoprendo Forrester”, in cui l’anziano scrittore interpretato da Sean Connery da un racconto a un ragazzino e gli dice “inizia a copiarlo, poi troverai le tue parole”.

    L’umore non influenza la mia scrittura. O meglio: non si ripercuote sui contenuti, ma sull’energia e sulla vitalità che investo nella pagina. è una sorta di “motore”: quando sono stanca e apatica non riesco a scrivere.

    Il mio carattere mi influenza molto, perché porta ad una sorta di selezione naturale degli argomenti. Per esempio, potrei mai scrivere un racconto o un romanzo che ha per protagonista una “velina” o una “casalinga disperata”, perché sono due tipologie di donne con cui non ho nessuna empatia e dalle quali mi discosto nel modo di vivere la femminilità.

    Allo stesso modo, la mia biografia si ripercuote sulla scrittura, quasi inconsciamente. Me ne sono resa conto qualche giorno fa, quando mi sono accorta che tutti i “padri” sono assenti, chiusi, autoritari. Forse mi faccio condizionare dall’ “avvocato”? Il mio l’ho sempre chiamato così, perché sono abituata a vederlo solo dietro una scrivania e perché, seppur mi voglia bene, è più attaccato al proprio ruolo professionale che non a quello di padre. è una persona molto formale e distaccata: se mi manda una mail firma con nome e cognome e scrive “cordiali saluti” … Se mi sforzo di descrivere un padre affettuoso ho molta difficoltà. Potrei ispirarmi a mio zio o al mio patrigno, ma non è un’esperienza che ho vissuto direttamente …

    • Kinsy
      19 marzo 2015 alle 14:17 Rispondi

      Favoloso il film che hai citato. Uno dei pochi dvd che mi sono comprata!

    • Daniele Imperi
      20 marzo 2015 alle 09:17 Rispondi

      Grazie :)
      Sì, all’inizio si tende a imitare, è vero, ecco perché bisogna leggere molto e autori e generi diversi.
      Hai detto bene del carattere: anche io seleziono i temi da trattare, ma credo sia naturale, che accomuni tutti.
      Nemmeno io potrei mai scrivere del fighetto ventenne figlio di papà o dei tipici “bellocci” da Uomini e donne o Grande fratello, che nel mio caso sono lontani anni di luce dalla mia “mascolinità”.
      Se mio padre mi avesse risposto con nome e cognome e cordiali saluti, gli avrei detto “‘A papà, ma che stai a scrive’?” :D
      Hai ragione, però: non puoi scrivere esperienze che non hai avuto.

      • Chiara
        20 marzo 2015 alle 10:06 Rispondi

        Pensa che ieri volevo mandargli un sms per la festa del papà, qualcosa di affettuoso, qualche ricordo da condividere… ma sai che non ci sono riuscita? Mi sentivo come se stessi scrivendo al mio capo! :D Lui è fatto così… non è cattivo ma non è affettuoso :)

        • Daniele Imperi
          20 marzo 2015 alle 10:11 Rispondi

          Potevi scrivergli: “Egregio Signor Padre, Le rivolgo affettuosi auguri per la festa odierna. Cordialmente, Sua figlia Chiara.” :D
          Noi al nostro facevamo auguri tranquillamente, uniti a una scatola di cioccolatini che apprezzava molto :)

  4. MikiMoz
    19 marzo 2015 alle 11:14 Rispondi

    Di certo quando sei giovane sei influenzato dalle cose che ritieni “potenti”.
    Per esempio, io una volta scrissi un fumetto che aveva moltissimo di Berserk. Credo sia normale. Poi si matura e ciò che di buono c’è, resta (non le idee da copiare, ma la forza narrativa o qualcosa di tecnico).
    ll carattere non influenza la scrittura, ma ne fornisce… il carattere. E’ una cosa innata, anche lo stile per me deriva da questo aspetto :)

    Moz-

    • Daniele Imperi
      20 marzo 2015 alle 09:19 Rispondi

      Tu sei fissato con Berserk :D
      Anche per me resta qualcosa delle prime letture, solo quello che deve restare, il resto se ne va, viene lavato via da altre letture.
      D’accordo anche sul carattere e lo stile, secondo me si può capire la personalità di uno scrittore dopo che ne hai letto varie opere.
      PS: ma lunedì (di non so più quante settimane fa) non dovevi mandarmi il guest post?

  5. Salvatore
    19 marzo 2015 alle 13:15 Rispondi

    Da un letto, vicino una scrivania…

    • Daniele Imperi
      20 marzo 2015 alle 09:19 Rispondi

      Da un letto, vicino una scrivania… cosa? :)

  6. Kinsy
    19 marzo 2015 alle 14:09 Rispondi

    Più il mio umore è nero e più scrivo… forse una forma di auto-terapia. Uscire e osservare il mondo con l’animo sereno e spensierato (molto raramente) mi innesca idee nuove.
    Una buona lettura mi porta energia nuova e una gran voglia di creare.
    Si, scriviamo per quello che siamo!

    • Daniele Imperi
      20 marzo 2015 alle 09:21 Rispondi

      Il mio umore è sempre nero, quindi scrivo sempre :)
      Anche a me le nuove letture portano nuova energia. Ecco perché quando sto per finire un libro non vedo l’ora di iniziarne un altro.

  7. Tenar
    19 marzo 2015 alle 14:30 Rispondi

    Difficile descrivere la ricetta precisa. Immagino che le mie tematiche siano un mix tra cose vissute, pensate, sognate, lette e viste. Credo che qualsiasi cosa mi sfiori finisca prima o poi tra le mie parole. Il risultato è un miscuglio tale che anche quando io sono consapevole che qualcosa arriva da una fonte precisa, difficilmente gli altri se ne accorgono!
    Per quanto riguarda la prosa, ci sono prose che mi piacciono da matti, ma anche quando provo ad imitarle, il risultato diverge sempre dal modello, come se il mio ego prendesse comunque il sopravvento (anche negli apocrifi, alla fine la mia prosa risulta poco doyliana, anche se è molto diversa da altre cose che scrivo).
    Quello che forse influenza più di tutto la mia scrittura e la tendenza alla malinconia, che alla fine si stende come una patina più o meno su tutte le vicende, tanto che un “lieto fine” propriamente detto… Ecco, adesso che ci penso, l’ho scritto due volte, su chissà quante storie…

    • Daniele Imperi
      20 marzo 2015 alle 09:25 Rispondi

      Penso che alla fine sia per tutti così: scrivi ciò che ti resta da quanto hai vissuto, pensato, sognato, letto e visto.
      Forse dopo tanto neanche tu puoi capire la fonte delle idee e di ciò che scrivi.
      Per me è lo stesso con la prosa: ne adoro alcune, ma non riesco a imitarle del tutto, è normale, non è qualcosa di mio, quindi la mia personalità le rimodella a modo suo.
      Ho letto il tuo apocrifo su Holmes e infatti si vede che non è Doyle, ma è impossibile che qualcuno possa scrivere come lui, se non copiando di sana pianta.
      La malinconia grava anche sulle mie storie, alcune anzi sono interamente malinconiche.

  8. LiveALive
    19 marzo 2015 alle 17:27 Rispondi

    Tutto ci influenza, certo. Ma la tecnica non è solo un modo di dare forma alle nostre idee: l’abitudine all’applicazione di una certa tecnica, o anche la sua (troppo) forte raccomandazione, influenzano. Ti faccio un esempio: se io mi alleno a togliere ogni singolo avverbio, anche quando andrebbe bene, alla fine ogni volta che vedo un avverbio sentirò il cuore saltare un colpo: una reazione che è frutto dell’abitudine, non di una maggiore sensibilità artistica.
    ***
    In principio io scrivevo come Dumas: era l’unica cosa che avevo letto XD poi è arrivato il periodo Cervantes; e poi non so per che vie sia finito. Io credo che tuttora si senta, nel mio stile, una influenza fortemente dannunziana. Attualmente però il mio modo di scrivere è influenzato non tanto dalle mie letture quanto dalle mie riflessioni sulla tecnica.
    ***
    Il carattere non può non trasparire. Io tendo spesso, comunque, a uccidere i personaggi che mi rappresentano…
    ***
    La letteratura non è solo narrativa, certo. La saggistica è importante: non solo la Cultura con la maiuscola sta lì (non solo, certo; ma molta sì), ma perché anche il pensiero puro ha un valore estetico. La lettura di un saggio brillante può essere addirittura entusiasmante! Di recente ho letto Kant: mi ci ritrovo molto, anche stilisticamente. Penetrare un pensiero, e cercare di pensare come il suo formulatore, davvero ti porta fuori dal mondo: è molto rilassante.

    • Daniele Imperi
      20 marzo 2015 alle 09:29 Rispondi

      Sugli avverbi capita anche a me. Nel libro che ho scritto ne ho tolti parecchi, ho lasciato solo quelli che non potevo eliminare.
      Non è bello uccidere i personaggi che ci rappresentano :)

  9. Patalice
    19 marzo 2015 alle 21:02 Rispondi

    * letture: NO.
    è strano perché, pur leggendo moltissimo, quello che leggo mi influenza poco.
    forse perché ciò che leggo molte volte mi pare “troppo” per me.
    * carattere: SI.
    sono una determinata, un po’ dura… si riflette e mi influenza.
    * vissuto: TANTISSIMO.
    volente o no accade in continuazione.

    la realtà è che scrivendo da una vita, mi sono ritrovata sopratutto a far fronte alla mia necessità di trovarmi in quello che scrivo, quando scrivo debbo trovare pezzi di me e circostanze secondo le quali riconoscermi.
    non so se questo sia giusto, ma non penso che ci debba essere giustizia a proposito.

    • Daniele Imperi
      20 marzo 2015 alle 09:32 Rispondi

      Ciao e benvenuta nel blog.
      Perché è troppo per te ciò che leggi?
      Neanche io credo ci sia una regola sul fatto di doversi riconoscere o meno in ciò che si scrive, per me è così, tendo a scrivere qualcosa che mi riguarda, ma che un lettore non potrebbe capire.

  10. Grazia Gironella
    19 marzo 2015 alle 21:35 Rispondi

    La mia scrittura risente di ciò che leggo, sicuramente, e delle mie scoperte. La saggistica, come dici tu, ma anche i racconti di viaggio sono straordinarie fonti di scoperte. Mi influenza l’amore per la natura, mi influenzano le discipline che pratico (al momento yoga e tai-chi). Mi influenza moltissimo non tanto l’umore del momento, quanto l’umore del periodo. Quando sono giù di corda o vivo un periodo di difficoltà, l’energia per scrivere mi sparisce del tutto, mentre aumenta la voglia di leggere. Forse percepisco la lettura come una fuga (anzi, è certo), mentre la scrittura non mi fa lo stesso effetto.

    • Daniele Imperi
      20 marzo 2015 alle 09:34 Rispondi

      Le scoperte: hai detto bene. Leggendo scopri altre realtà, e alla fine qualcosa resta.
      Le discipline influenzano senza dubbio: è come se leggessi dei saggi e se vivessi delle esperienze nuove.
      La lettura è una fuga anche per me, ma non lo è la scrittura.

  11. Marco
    20 marzo 2015 alle 08:08 Rispondi

    Sono stato influenzato da molte letture, ma è stato Raymond Carver la rivelazione. D’un tratto ho compreso che raccontare delle persone comuni è più difficile e esaltante che immaginare grandi opere per ammaestrare la gente. Mi sembra che abbia modificato anche il mio modo di scrivere, e di osservare la realtà.

    • Daniele Imperi
      20 marzo 2015 alle 09:35 Rispondi

      Di Carver lo avevo lontanamente intuito :D
      Se rispenso a quello che ho scritto, anche io ho narrato di gente comune, anche se nei miei progetti non c’è solo quella.

  12. Lisa Agosti
    20 marzo 2015 alle 21:43 Rispondi

    Quando ho riletto la prima stesura del mio romanzo ho scoperto che il mio umore influenza tantissimo il mio stile. Anche se i contenuti erano stabiliti dalla scaletta e rimanevano invariati, il “taglio” e la “voce” del racconto cambiavano drasticamente da una scena all’altra. Il problema ora è che non so quale “taglio” preferisco né come fare a omogeneizzare il tutto! Anche in fase di revisione il mio umore cambia, e continuerà a influenzare la mia scrittura.

    • Daniele Imperi
      21 marzo 2015 alle 11:21 Rispondi

      Secondo me taglio e voce vanno decisi in funzione della storia. Quindi dovresti decidere in questo senso.

  13. maurap
    21 marzo 2015 alle 21:03 Rispondi

    Ciao Daniele, bellissimo post. Cosa influenza la mia scrittura? Le storie che leggo, anche quelle raccontate dai giornali, testi di canzoni e film. Non è questione di copiare, a volte è sufficiente una scena o un dialogo. Suggestioni insomma, che poi cerco di trasferire nelle mie storie.
    La mia vita invece non m’ispira per niente, ma in ogni personaggio anche quelli negativi, c’è un pezzetto di me.

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2015 alle 10:06 Rispondi

      Ciao, grazie.
      Anche a me succede lo stesso, ma non con le canzoni, che ascolto raramente e solo in inglese e quindi non capisco quello che dicono :D Però appunto mi resta qualcosa.
      Neanche a me ispira la mia vita, è difficile, credo, che la propria vita possa ispirare, a meno di non aver vissuto qualcosa di unico, doloroso o meno.

  14. Mara Cristina Dall'Asen
    22 marzo 2015 alle 23:15 Rispondi

    Questo post sta rafforzando la mia teoria che io non sono per niente una scrittrice, ma una lettrice che si diverte a scrivere. Non mi ritrovo in questi passaggi. Ho letto un mucchio di libri, di quasi tutti i generi, ma non si riflettono in quello che scrivo, almeno a livello conscio. Apro una parentesi, probabilmente sono anche una lettrice distratta perchè non riconosco “stili” negli autori che leggo. Certo riconosco certi autori dall’atmosfera e dal modo di scrivere, ma non analizzo sotto questo profilo ciò che leggo. Mi concentro molto sulla storia e sulle sensazioni che mi trasmette, molto meno sul lato artistico del libro. Quando apro un libro voglio lasciarmi stupire e coinvolgere il resto non conta.
    Quando scrivo invece mi lascio portare dai personaggi, certo ho la storia in testa, ma non analizzo, scrivo e basta. Poi è logico che in qualsiasi cosa tu scriva ci sia te stesso, le tue idee e il tuo mondo, però vengono mitizzati e mimetizzati dai protagonisti, dall’ambientazione e talvolta può succedere che esprimano anche idee che io scrittrice non condivido pienamente. Io sono solare, anche se ho i miei bei momenti di grigiore, ma scrivo in entrambi i casi perchè il mio primo nemico è il tempo per scrivere, e comunque io resto una perfetta neofita visto che scrivo da solo tre anni. Ciao Mara

    • Daniele Imperi
      23 marzo 2015 alle 08:02 Rispondi

      Non devi per forza riconoscerti in questo post. Atmosfera e modo di scrivere alla fine sono lo stile dello scrittore. Se leggi Andrea Camilleri, Giorgio Faletti, Ken Follett e Leonardo Sciascia, per esempio, non credo che tu non riesca a trovare differenze negli stili.
      D’accordo che quanto inserisci di te nelle storie venga camuffato in qualche maniera.

  15. Francesca Lia
    23 marzo 2015 alle 23:18 Rispondi

    E vabè però, mi istighi a scriverci un post!

    • Daniele Imperi
      24 marzo 2015 alle 08:20 Rispondi

      Vediamo cosa farà nascere l’istigazione :)

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