Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

Identikit di uno scrittore vincente

Identikit di uno scrittore vincente

Qualche giorno fa si era accennato, in un commento di non ricordo più quale post, alle qualità che deve avere uno scrittore per risultare vincente. O forse me lo sono sognato, però avevo appuntato qualche idea in un file proprio per parlare di questo argomento. E così eccomi qui a parlarne.

Forse m’era venuto in mente leggendo i vari commenti all’articolo sull’importanza della grammatica in una storia: sì, forse è partito tutto da lì, perché, secondo me, uno scrittore che parte con quell’atteggiamento sta perdendo in partenza e il fatto che abbia pubblicato con un grande editore non significa proprio nulla.

Ottima forma… non fisica!

Uno scrittore è un atleta della scrittura, no? E come l’atleta, per vincere, deve avere un’ottima forma fisica, così lo scrittore deve possedere un’ottima forma nella sua scrittura. Tutto deve funzionare in ciò che scrive.

Ma che significa questo? Che deve esprimersi in modo preciso, elegante, corretto, grammaticalmente e sintatticamente. Le parole, per lo scrittore, sono tutto, ma ancor più la loro mescolanza, gli accostamenti, l’uso – e non l’abuso – di aggettivi, avverbi, metafore e ogni altro elemento che possa stonare leggendo.

Stile… di scrittura, ovviamente

Ci sono atleti che hanno stile e non possiamo che ammirarli. Ogni loro gara è uno spettacolo e, anche se perdono, la vista di quella partita, di quella gara è sempre un’esperienza positiva. Lo stile ci distingue, ci rende riconoscibili.

Nella scrittura è lo stesso. Per me lo stile di scrittura è uno degli elementi fondamentali e ci lavoro in continuazione, anche se so che dovrò lavorarci in eterno.

Pensiamo un attimo ai cantanti: appena li sentiamo, sappiamo chi sono, anche se stanno cantando la canzone di altri. Perché? Per la loro voce. E lo stile, in fondo, è la voce dello scrittore. Ognuno deve trovare la sua.

Originalità

Io sono fissato su questo punto e alla fine diventerà una delle mie nuove ossessioni. Se scriviamo una storia di zombi, siamo originali? No, vero? Ma un conto è divertirsi e pubblicarla nel nostro blog, come ho fatto io e magari farò ancora – è un modo per dire che io se io scrivo storie sugli zombi, posso farlo – e un conto è proporre nel mercato editoriale un romanzo che non porta niente di nuovo a quel tipo di letteratura.

Se scrivo un fantasy con il viaggio dell’eroe che va a prendere un talismano, incontra mille ostacoli, infine riesce ad arrivare al Nord e sconfiggere il Male, sono stato originale? No, vero?

Guardate China Miéville, guardate Dick, guardate Murakami. Secondo me, per migliorare, per vincere, bisogna cercare scrittori innovativi. Vi do un nome, che ho scoperto giorni fa grazie al blog di un’amica: Michele Mari. Andate su Amazon e leggetevi qualche anteprima. Io a breve prenderò due suoi romanzi.

L’originalità è un altro tratto distintivo di uno scrittore vincente.

Simpatia

Questo elemento m’è venuto spontaneo dopo aver letto le risposte di quella scrittrice alle critiche costruttive che ha ricevuto. Ma qui non parlo di simpatia in senso strettamente personale – uno scrittore andrebbe conosciuto di persona e frequentato per sapere se scatta la simpatia – ma di atteggiamento simpatico, piuttosto, nei confronti dei lettori.

Quando ho conosciuto Lansdale – insomma, quando l’ho incontrato a un evento qui a Roma – ho visto subito come si poneva al pubblico, già dal suo ingresso alla libreria come un uomo qualunque. Cavolo, qualcuno doveva ricordargli che era Lansdale! Secondo me se n’era dimenticato.

E ve ne racconto un’altra. Anni fa nel forum della casa editrice Edizioni XII – che aveva creato una sezione per discutere dei romanzi che pubblicava: geniale – segnalai un’imperfezione su un modo di dire trovata in un romanzo e sia l’editor sia l’autore mi ringraziarono.

Questi sono scrittori vincenti, non trovate? Uomini – detto in senso asessuato – come tutti, coi loro difetti e le lacune che qualsiasi essere umano ha.

Il vostro identikit?

Quali caratteristiche e abilità deve avere per voi uno scrittore vincente? Non parliamo di “belle storie”, chiaro, che non vuol dire nulla.

69 Commenti

  1. Ferruccio
    23 luglio 2014 alle 07:38 Rispondi

    Non ha hai tralasciato nulla. Anche se davvero fondamentale, oggi, io trovo la necessità di essere originali. Un centinaio di lettori forse si trovano sempre a dispetto di qualsiasi genere, ma per sfondare davvero come scrittore hai bisogno dell’originalità

    • Daniele Imperi
      23 luglio 2014 alle 08:29 Rispondi

      Vero, anche secondo me l’originalità oggi, con tutto quello che è stato scritto e emulato, è davvero ciò che fa la differenza.

  2. Monia Papa
    23 luglio 2014 alle 07:52 Rispondi

    “Uno scrittore è un atleta della scrittura, no?” Sì, secondo me sì. Delle parole è atleta, perché con le parole si allena per usare sempre meglio quello strumento che è la scrittura e delle parole è anche architetto perché con quei mattoni che possono essere le lettere costruisce mondi nuovi tra le pagine e nella testa dei lettori. Uno scrittore è così un atleta e un musicista perché le lettere sono come le note: vi è un numero definito di lettere e di note ma vi è un numero potenzialmente infinito di combinazioni possibili. E a partire dallo stesso corredo di lettere e note può nascere uno scritto di dubbia qualità, mero rumore o un capolavoro. Perché uno scrittore è anche un genetista e sa che ogni singolo cromosoma della sua storia è indispensabile eppure completamente sovvertibile. Uno scrittore poi, proprio come un atleta, deve sempre tenersi allenato. Il rischio altrimenti è l’atrofia dei propri muscoli da scrittore.

    La frase “un conto è proporre nel mercato editoriale un romanzo che non porta niente di nuovo a quel tipo di letteratura” mi dà invece un po’ da pensare. Mi hai fatto ricordare una frase che ho letto una volta da qualche parte: “l’autenticità è inestimabile, l’originalità non esiste”. Credo sia fondamentale non essere scontati, banali e (inserire sinonimo a scelta), ma credo sia parimenti importante non assolutizzare il concetto di originalità. Una storia sui vampiri scritta con una inconfondibile “voce dello scrittore” non potrebbe essere originale come la storia di un pescecane che decide di lasciare il mare per amore di una principessa?

    • Ferruccio
      23 luglio 2014 alle 08:31 Rispondi

      sì, Monia sono d’accordo, io per originalità intendo una storia raccontata in maniera autentica… se leggo dieci libri sui vampiri non sarò mai in grado di scrivere dopo un libro originale o autentico sui vampiri, ma farò sempre il verso a qualcuno

    • Daniele Imperi
      23 luglio 2014 alle 08:33 Rispondi

      Giusto: le parole, come le note, sono finite ma le loro combinazioni possono essere infinite.

      Ho letto anche io da qualche parte che l’origininalità non esiste. Ma forse essere autentici è un modo come un altro per dire essere originali.

      Che cosa cosa intendi con inconfondibile “voce dello scrittore”? Intervista col vampiro, per esempio, è originale come storia, anche se a me non è piaciuto per niente quel film. Alla fine, sempre una storia sui soliti vampiri era.
      Sono scettico su questo.

  3. Monia Papa
    23 luglio 2014 alle 09:51 Rispondi

    Ecco, secondo me “leggere dieci libri sui vampiri” e poi riuscire a scrivere qualcosa di originale sui vampiri non è impossibile, anzi. Si tratta di una sfida, certo, e come tutte le sfide non è semplice ma neanche irrealizzabile.

    Così come liquidiamo intervista col vampiro (neanche a me il film è piaciuto molto) dicendo che alla fine è “sempre una storia sui soliti vampiri” allora potremmo dire lo stesso di quasi tutte le storie.

    Insomma, non penso che la scelta di personaggi e ambientazioni ab-usate equivalga necessariaemente a un’opera poco originale, ecco :)

    • Daniele Imperi
      23 luglio 2014 alle 09:54 Rispondi

      Sì, è una sfida, certo, e non metto in dubbio che possa essere realizzabile.

      Di sicuro, prima di scriverla, devo conoscere bene il panorama letterario sui vampiri.

      Potremmo dire lo stesso su tutte le storie? Non ne sono sicuro, alla fine. Comunque mi hai ispirato un post che uscirà ad agosto :)

    • Ferruccio
      23 luglio 2014 alle 10:51 Rispondi

      Certo Monia, il mio era un discorso in generale, ma tieni presente che il 90 per cento dei lettori però percepisce solo la linea principale di un romanzo, il vero messaggio spesso viene travisato. Opere originalissime e famosissime, al giorno d’oggi, sono state male interpretate alla loro uscita proprio per queste difficoltà. Lo scrittore scrive una storia servendosi magari di tematiche banali convinto di veicolare un ben altro messaggio e se il lettore non lo capisce fai la figura dell’autore dozzinale

  4. Nicholas
    23 luglio 2014 alle 10:09 Rispondi

    Ottimo articolo, sono molto d’accordo soprattutto sullo stile e sull’originalità, in effetti tutti i romanzi che hanno segnato la storia della letteratura avevano qualcosa di originale e insolito, soprattutto per l’epoca in cui erano stati scritti.

    Una sola cosa. Mi pare che alla prima frase del terzo paragrafo (“ci sono atleti che…”) tu abbia dimenticato una “h”.

    • Daniele Imperi
      23 luglio 2014 alle 12:16 Rispondi

      Ciao Nicholas, grazie e benvenuto nel blog.

      Grazie per la “h”… non so come sia saltata :)

  5. Salvatore
    23 luglio 2014 alle 10:19 Rispondi

    Una delle cose che spesso gli aspiranti scrittori di menticano è che c’è un motivo se stanno raccontando una certa storia, o meglio ogni storia nasconde in se delle motivazioni.
    Per quanto la narrativa possa essere anche solo di intrattenimento, non è mai solo questo. Prendiamo ad esempio “Il Signore Degli Anelli”, solo per fare un esempio su un libro noto, be’ possiamo dire che parla di elfi, di hobbit, di maghi, ecc, ma anche di amicizia, di coraggio e via dicendo.
    Quindi nel tuo identikit io inserirei anche una chiarezza di idee: lo scrittore deve avere chiaro in mento ciò di cui vuole parlare, e non mi riferisco alla storia in sé, ma al suo nocciolo.

    • Ferruccio
      23 luglio 2014 alle 10:45 Rispondi

      Ecco l’autenticità e l’originalità

    • Daniele Imperi
      23 luglio 2014 alle 12:21 Rispondi

      Parli quindi del messaggio che un autore vuole lanciare con l’opera?
      In quel caso, però, deve dosare bene gli elementi che mette in gioco.

      Tolkien è stato il primo. Se io scrivessi un’opera usando quegli stessi elementi, ne farei una copia.

      • Salvatore
        23 luglio 2014 alle 16:18 Rispondi

        Se scrivi onestamente non potresti mai farne una copia, perché ad esempio la tua idea dell’amicizia o del sentimento di amicizia e di condivisione sarebbe diverso da quello di Tolkien. Potrebbe esserne un’imitazione solo se ti limitassi a copiare, ma copiare non significa scrivere; almeno nel senso in cui lo intendiamo noi.

  6. Chiara
    23 luglio 2014 alle 10:26 Rispondi

    Ho dedicato due post, in passato, a tale argomento anche se mi focalizzavo su qualità psicologiche e spirituali, piuttosto che tecniche. Mettendo insieme ciò che ho scritto io con ciò che scrivi tu viene fuori uno Scrittore a 360 gradi!

    Avevo parlato di giusta stima di sé, il che può essere inteso come consapevolezza dei propri punti di forza e dei propri limiti, senza cadere nella vanagloria o nel compiacimento masochistico. Poi mi ero focalizzata su un orientamento mentale rivolto al risultato, sull’apertura agli altri, la capacità di divertirsi e di “nutrire le proprie ossessioni” in modo sano. Ho trascurato l’umiltà, forse. Ma sto valutando l’idea di parlarne nel post di domani, come riflessione suscitata dai commenti all’articolo sulla signorina Balotelli, che ha la stessa indole del suo omonimo di colore ;)

    • Daniele Imperi
      23 luglio 2014 alle 12:23 Rispondi

      Leggerò il tuo post, allora. E sulla signorina Balotelli concordo in pieno :D

      • Chiara
        23 luglio 2014 alle 14:33 Rispondi

        Sono i due che vedi in alto nei post più letti… I lettori li hanno apprezzati molto. :)

  7. Alessio Banini
    23 luglio 2014 alle 11:14 Rispondi

    Sono d’accordo, anzi credo che sia proprio necessario conoscere a fondo ciò che è abusato per poter creare qualcosa di originale!

  8. Emilio
    23 luglio 2014 alle 11:39 Rispondi

    Distinguerei tra “vincente” nel senso che si afferma nel mercato editoriale grazie alle sue vendite (e lì c’è poco da fare, la promozione gioca un ruolo a volte predominante sulla qualità della scrittura), oppure “vincente” perché i suoi romanzi danno un contributo d’innovazione al panorama letterario. Ovviamente prediligo i secondi, senza scordare che altre qualità importanti sono il continuo contatto con il mondo che li circonda e di cui scrivono e il filo diretto con i propri lettori, che a mio avviso oggi è un elemento che non può mancare e può seriamente fare la differenza.

    • Daniele Imperi
      23 luglio 2014 alle 12:26 Rispondi

      Sì, intendevo più i secondi, anche perché i primi, come dici, dipendono dalla promozione.

      Magari una schifezza patentata vende più di Lansdale o qualche autore classico.

      Sul contatto diretto coi lettori siamo d’accordo. Non ho però capito cosa intendi con il continuo contatto con il mondo che li circonda.

      • Emilio
        23 luglio 2014 alle 15:16 Rispondi

        Intendo dire che ogni autore dovrebbe sporcarsi le mani con il mondo che vuole descrivere, visitare posti, parlare con le persone, facendo ricerca sul campo e non solo su internet.

        • Daniele Imperi
          23 luglio 2014 alle 17:53 Rispondi

          Ok, capito. Ma credo che dipenda molto da ciò che vuoi scrivere. E comunque diventa troppo costoso in termini di tempo e soldi.

  9. MikiMoz
    23 luglio 2014 alle 12:08 Rispondi

    Sì, sono d’accordissimo con te: la forma e lo stile.
    La forma la si mantiene scrivendo, sempre e comunque. Un allenamento costante in ogni dove, e proprio per questo non pesante.
    Lo stile purtroppo non ce l’hanno tutti, è una cosa innata. E dallo stile può nascere l’originalità.
    Guarda ad esempio KillBill, scritto da Tarantino: ti feci già questo esempio, un paio di mesi fa. E’ una storia banale, di vendetta. Lei sopravvive e li uccide uno per uno. Ma è scritta (e poi diretta) con stile.

    Moz-

    • Daniele Imperi
      23 luglio 2014 alle 12:27 Rispondi

      Dici che lo stile è innato? Ma si acquista pian piano, secondo me. Certo, deve esserci una base di “talento”. chiamiamola così.

      Kill Bill infatti è un capolavoro, ma Tarantino ha dovuto crearselo lo stile, no?

      • MikiMoz
        23 luglio 2014 alle 13:56 Rispondi

        Secondo me era già innato, lui ha solo lasciato che uscisse, tra b-movies e tutto il resto^^

        Moz-

        • Severance
          23 luglio 2014 alle 20:58 Rispondi

          Tarantino s’è sciroppato quindici anni di lavoro in una videoteca, dove vedeva in prevalenza i film di Sonny Chiba e Sergio Leone (che assumono per gli americani uno strano senso di trash artistico, molto “campy”). Lo stile ce l’hai metà come indole tua, metà te lo formi con le esperienze. Credo, magari mi sconfesseranno.

          • LiveALive
            23 luglio 2014 alle 21:50

            Ma gli americani non apprezzano Leone? XD

      • olgica
        23 luglio 2014 alle 14:03 Rispondi

        Sì lo stile è innato,ma si migliora con il tempo.Alla base ci deve essere una correttezza grammaticale ,originalità e tutto quello che hai detto tu.Oggi tutti scrivono,allora bisogna trovare strategie per emergere.
        Buona estate.

        • Daniele Imperi
          23 luglio 2014 alle 14:19 Rispondi

          Ciao Olgica e benvenuta nel blog.

          La correttezza grammaticale non la inserisco più, perché la ritengo alla base.

  10. Michè Michè
    23 luglio 2014 alle 14:05 Rispondi

    Vorrei permettermi di fare un paio di osservazioni.
    La prima riguarda gli aggettivi; secondo la Purdue University i best seller hanno in comune proprio l’abbondanza di aggettivi(SENSORIALI), quindi, almeno con questi dovreste sentirvi liberi di strafare.

    La seconda, invece, riguarda “il viaggio dell’eroe”. E’ comprensibile che alcuni scrittori vogliano esprimere la propria arte con originalità, e che “conformarsi” per loro è contronatura, però, non linciatemi, quelli che riescono a sfondare usando strutture narrative inedite, sono in pochi e spesso spinti dalla fortuna, dalla fama o da chissà quanti altri fattori. Invece, sono in molti gli autori famosi che adottano strutture narrative “sicure”, testate, e in più non si pongono problemi a usare stereotipi sociali, culturali, razziali, emozionali, e via continuando. Stereotipi che creano rapport tra lo scrittorepersonaggi libro e il lettore.

    Quanto alla banalità di certi modelli, stereotipi, o qualunque altra cosa ritenuta ovvia, noiosa, sempliciotta, sta nelle capacità dello scrittore camuffare tutto con tante belle parole. xD

    Rispondo alla domanda:”Quali caratteristiche e abilità deve avere per voi uno scrittore vincente?”
    Uno scrittore vincente deve avere, a parte l’abilità di fare magie con le parole, una sola e unica caratteristica: Deve fare in modo che la trama si sviluppi come mi aspetto, come la stragrande maggioranza dei lettori MEDI si aspetta. Viaggio dell’eroe + luoghi comuni che confermino le mie convinzioni. Stop! Nulla di più, nulla di meno. xD

    Ciao! :)

    • Daniele Imperi
      23 luglio 2014 alle 14:21 Rispondi

      Sto leggendo ora Il cacciatore di Clice Cussler e noto proprio quello che dici.

      Ma io non sto parlando nel post di scrittori vincenti nel senso di “diventati ricchi”.

      Non sono invece d’accordo sulla trama, ma vale la pena riflettere su quanto hai scritto :)

    • Michè Michè
      23 luglio 2014 alle 14:26 Rispondi

      P.S. E’ ovvio che il bene deve trionfare sempre sul male(a meno che il protagonista non sia dalla parte dei cattivi), e che semmai il protagonista(eroe) morisse per salvare l’umanità, il libro finirebbe dritto nel cestino. xD Piuttosto preferisco l’eroe vivo, vegeto e divorato dai sensi di colpa per aver sacrificato parte dell’umanità per salvare l’altra. Ecco. Finito. xD

      • Daniele Imperi
        23 luglio 2014 alle 17:50 Rispondi

        Perché il bene deve per forza trionfare? Se scrivi un horror, accade il contrario.

        • LiveALive
          23 luglio 2014 alle 18:48 Rispondi

          Daniele, sapevi che anche Star Wars segue lo schema del monomito (cioè il Viaggio dell’eroe)? Da questo punto di vista dovrebbe essere banale, eppure…

          • Daniele Imperi
            23 luglio 2014 alle 20:11

            Non lo sapevo, ma si intuisce.

          • Severance
            23 luglio 2014 alle 20:54

            Ma infatti Star Wars E’ banale.

        • Michè Michè
          24 luglio 2014 alle 08:35 Rispondi

          L’horror é un mondo a sé. Il male deve sempre trionfare, devono morire tutti,e il cattivo deve sopravvivere per continuare a lasciare corpi dietro sé. Nell’horror é il male l’eroe, e se lascia in vita anche uno solo dei seviziati, non lo sarà più.

    • LiveALive
      23 luglio 2014 alle 18:46 Rispondi

      È strano: c’è chi vuole il continuo colpo di scena, e chi invece preferisce la trama tranquilla e sicura. Ma davvero non ti annoi a vedere che tutto va come previsto?

      • Michè Michè
        24 luglio 2014 alle 08:59 Rispondi

        Live, no, nom mi annoiava Indiana Jones, non mi annoia Poirot, tantomeno One Piece o Hellsing. Come penso che L’Odissea non annoi i suoi estimatori. Il punto é che se una cosa costa poco vale poco, se costa tanto vale il doppio. Lo stesso vale per i libri. Trama inusuale uguale nicchia, trama solo apparentemente inusuale che segue sempre lo stesso noiosissimo schema, uguale massa. Siamo un pozzo di euristiche, accettatelo.

    • LiveALive
      24 luglio 2014 alle 08:55 Rispondi

      C’è un articolo che parla di tale ricerca della purdue?

      • Michè Michè
        24 luglio 2014 alle 12:51 Rispondi

        Live, non so se posso linkartelo, comunque puoi cercare su google:”A Ridiculously Unbelievably Preposterous Conclusion: Use of Adjectives in Best-Selling Books” oppure in italiano:”Libri best seller: La chiave sono gli aggettivi – angolo psicologia”. :P

  11. olgica
    23 luglio 2014 alle 15:11 Rispondi

    Ho appena finito di leggere un libro presentato un po’ di anni fa a Pordenone Legge e mi ha deluso perchè non mia spettavo quel finale.
    Gli amanti di vetro di Paola Cadelli (è il suo 1°libro),lo conoscete?

  12. Michè Michè
    23 luglio 2014 alle 15:22 Rispondi

    Evidentemente ho frainteso quell’aggettivo. xD

    Se non sei d’accordo avrai i tuoi buoni motivi, e probabilmente, presumo, avrai già “spacchettato” le opere di svariati autori per carpirne i segreti eheheh! xD
    Ri-ciao.

  13. LiveALive
    23 luglio 2014 alle 18:40 Rispondi

    Premessa! Post chilometrico, leggete pure solo ciò che vi interessa. Io consiglio l’ultimo paragrafo, o il penultimo.

    SCRITTURA E ATLETICA
    Murakami dice che scrivere è come correre una maratona. Però non esageriamo la cosa, eh: scrivere è come scrivere, e se correre tutti i giorni può aiutare nella maratona, scrivere tutti i giorni è utile solo se lo si fa con testa.
    Non a caso Daniele ne parla in relazione alla forma, non nel metodo di allenamento. Ciò non toglie che la pratica costante è insostituibile; forse è più facile perdere la forma fisica che l’abilità di scrittura, ma anche quella dopo un po’ si perde, se non allenata, eh.

    FORMA E CONTENUTO
    Giusto, la scrittura deve essere in ottima forma… MA che vuol dire? Io sostengo coloro che non credono ci sia divisione tra forma e contenuto: il lettore le fruisce assieme, l’effetto che si riceve è dato dalla loro combinazione, e bisogna ragionare su entrambe. Non esiste una forma buona in sé, ma esiste una forma buona in relazione a un dato contenuto. Anche la uso degli avverbi, per dire: se nel 99% delle situazioni è un male, ciò non toglie che potrebbe esistere una “voce” che richiede avverbi a profusione.

    LA VOCE!
    Cosa è lo stile? Ufficialmente dovrebbe essere l’insieme di scelte relative a forma E contenuto. Eppure, di norma, tendiamo a considerare stile solo il modo in cui si espone qualcosa, cioè la forma; e di contro, tempo fa si parlava di come lo stile in realtà dovrebbe essere solo le scelte relative al contenuto e cioè le scelte relative a trama, carattere dei personaggio, selezione delle scene,gestione del punto di vista, eccetera.
    Quest’ultima posizione non è sciocca come potrebbe sembrare. Possiamo partire, infatti, dall’idea che, dato un dato effetto che si vuole raggiungere, esista una sola tecnica che permetta di realizzare alla perfezione tale scopo. La conseguenza è che la forma è obbligatoriamente una sola, e quindi che le scelte, e cioè lo stile, riguardano solo il contenuto.
    Ma io non sono d’accordo. Io direi, piuttosto, che lo stile dipende dalla scelta dello scopo. È vero che un dato scopo vincola, ma è pur vero che non è solo al forma a realizzare lo scopo, ma la combinazione di forma e contenuto: una storia moderna narrata con linguaggio del cinquecento porta un effetto diverso dalla stessa storia narrata in slang. A determinare lo stile non è tanti la scelta della forma quanto la scelta dello scopo che quella forma poi realizza.

    ORIGINALITÀ
    L’originalità non esiste, o meglio, esiste solo in relazione a un dato momento. Nel momento in cui Tolkien lo scriveva, il Signore degli Anelli poteva ancora essere detto originale (anche se non certo rivoluzionario). Oggi invece, con tutte le imitazioni che ha avuto, e ciò che c’è di più banale. Ci sono autori come Mellick III che, anche se non apprezzo più di tanto, dimostrano indubbia originalità nel liberare la narrativa da certi cliché. Ma saranno ancora originali tra cinquant’anni? Dipende, ci sono testi come Il Maestro e Margherita che sono ancora originali, ma non esiste libro che possa salvarsi in caso gli si getti addosso un mare d’imitazioni. Tra cinquant’anni potrebbero essere banali.
    Fino a che punto ha senso seguire l’originalità? Come ho spiegato nell’articolo sulla neuroestetica, l’originalità è fondamentale: le frasi originali, e cioè impreviste, stimolano di più il cervello; addirittura per la salute del cervello si consiglia di cambiare ristorante ogni settimana, così, per stimolarlo con cose nuove. Ciò nonostante, anche quando si realizza qualcosa originale bisogna accettare che un giorno no sarà più tale. Non è forse meglio concentrarsi su altri fattori? Abbiamo un sacco di testi classici che, nonostante sappiamo già come finiranno, continuano ad emozionarci. Ma questo arriva forse a giustificare una storia fatta senza il minimo sforzo di fantasia?
    Non lo so, non ci ho riflettuto abbastanza. Consiglio per di riflettere su un altro aspetto: l’opera collettiva. Einstein poteva risolvere da solo problemi complessi, ma gli scienziati arrivati dopo di lui lavorano sempre in gruppo, e neppure lui ha dimostrato da solo la relatività. I lavori che richiedono una efficienza assoluta, come pilotare un aereo o un’operazione chirurgica, non sono mai svolti da una persona da sola. Perché allora la scrittura deve essere cosa personale? È vero, ha determinate caratteristiche per cui la coerenza è particolarmente importante, e il lavoro solitario può portare vantaggi… Ma in generale, è solo gelosia e voglia di essere riconosciuti, da soli, come genii. Ci viene quasi da dire “come, vuoi aiutarmi con il mio testo? No, non sarebbe più farina del mi sacco, e io voglio che sia tutta roba mia”… Non sono d’accordo. Io credo che l’arte debba essere fatta in gruppo, e di conseguenza anche l’originalità più piegarsi al lavoro collettivo. Cosa intendo? Facciamo un esempio. La Rowling pubblica Harry Potter. Io mi dico: beh la Rowling ha avuto una bella idea, ma la realizzazione è migliorabile: ora scrivo io un libro su una scuola di maghi. Verrà di sicuro fuori qualcuno a dirmi “ma no, tu stai copiando!”, oppure “no, la scuola di maghi è banale dopo la Rowling!”. …per me non funziona così: non si sta copiando, si sta prendendo una buona idea già esistente per migliorarla. Forse apparirà banale, ma l’idea è di aumentare la qualità del prodotto,cosa che secondo me giustifica ampiamente l’azione.

    MESSAGGIO DEL ROMANZO
    Qui ci sono due scuole: c’è chi crede che l’opera d’arte debba essere socialmente impegnata, e che quindi abbia valore solo se nasconde significati profondi; di contro, c’è chi, come Bonifacci, che crede che l’opera debba anzitutto narrare una storia, senza altre pretese.
    Cosa penso io? Anzitutto, diciamocelo: se uno vuole esporre un’idea, lo fa in modo diretto, con un saggio, non scrive una storia solo per esporre ciò che sarebbe possibile esporre in modo molto più semplice ed efficace.
    Ma allora perché Orwell ha scritto quelle cose così significative? Bisogna chiederlo a lui, forse credeva che così potesse raggiungere più persone, oppure pensava di sfruttare l’emozione di un racconto per convincere dei suoi messaggi. Io però ho un’altra idea…
    Cosa ci dà piacere, di un messaggio? Ci dà piacere l’interpretazione, o l’interpretabilità? Io direi l’interpretabilità. Cosa intendi dire? Intendo dire che se 1984 sia allegoria dello stalinismo o della visita dal barbiere del giorno prima non cambia niente; il piacere non viene dal messaggio in sé, ma viene dalla possibilità di trovare un messaggio. Il piacere non è dire “aspetta,qui sta parando di Stalin!”, ma sentire “aspetta, questo sembra dire qualcosa in più…”.
    La critica non dovrebbe più cercare di interpretare un testo, ma cercare di capire cosa lo rende interpretabile. Ci sono coincidenze, rimandi, apposizioni, simmetrie, che, creando collegamenti, fanno pensare a un significato ulteriore… Ma quale sia tale significato, non è importante, è la sensazione che conta.
    Una cosa simile la fa il grande artista Koonz. Ha dichiarato infatti che le sue opere non sono create per trasmettere significati, ma solo per permettere a più persone possibile di trovare idee e rimandi. Dice, per esempio, che non importa se lo spettatore interpreti i baffi delle sue aragoste come un rimando a Dalì (quale davvero è) o se invece lo spettatore ricordi i baffi del suo barbiere; l’importante è che si crei una connessione, di un qualsiasi tipo.

    P.S.: Daniele, stavo pensando di scrivere un articolo sull’immersione…

  14. franco zoccheddu
    23 luglio 2014 alle 19:58 Rispondi

    Io vorrei scrivere come John Le Carré.
    Lo so che non ha senso un’affermazione di questo genere, per tutta una serie di ovvi motivi.
    Ma è così.

  15. LiveALive
    23 luglio 2014 alle 21:46 Rispondi

    Severance
    Ma infatti Star Wars E’ banale.

    Però funziona lo stesso XD
    Poi, oddio, dipende da banale in che campo. Un testo di Joyce può essere banalissimo nel soggetto ma non lo sarà nello stile o nella struttura. Il monomito è, di per sé, banale nella struttura; ciò non vuol dire che sia banale nel complesso, e anzi, molti prendono il monomito come base per giudicare una trama.
    Personalmente, però, credo che più di originalità nel soggetto o nello stile, serva proprio uno studio sulla struttura, oggi, visto che da Genette a oggi non vedo un reale progresso, al contrario di tutte le ricerche fatte sullo stile.

    • Severance
      24 luglio 2014 alle 00:44 Rispondi

      Non possiamo dire che il romanzo scritto da Lucas e poi portato in scena sia a livello di una qualunque cosa scritta da Asimov (e dieci anni prima). Questo spero tu ne sia consapevole. Star Wars funziona in quanto film, come testo e sceneggiatura è inferiore a Cappuccetto Rosso. Prova a scrivere una sinossi, te ne accorgeresti.

      • LiveALive
        24 luglio 2014 alle 01:08 Rispondi

        Al di là del fatto che anche Asimov, secondo il canone attuale, è scarso…
        Al di là del fatto che, se ci si deve basare sulla sceneggiatura come testo anche Henry Fonda aveva definito Per Un Pugno di Dollari il peggior film mai visto, salvo poi pentirsi vedendo il modo in cui era stato diretto…
        Certo che mi riferisco a Star Wars come film.
        Il monomito è una struttura, non una trama completa, e alcuni lo,considerano un mezzo oggettivo per valutare una trama; cioè, per quanto banale, considerano la struttura del monomito ancora valida, così come lo sono sempre state l’idea della struttura a tre atti e del climax. Poi, nello specifico, può venir fuori un capolavoro come una boiata, certo, ma la struttura no, la struttura può essere giudicata a sé.

        • Severance
          24 luglio 2014 alle 20:09 Rispondi

          Nel 1992 ottiene l’ultimo dei sei Premi Hugo. Poi peccato: muore quell’anno. A meno che tu per “oggi” non intenda il 24 luglio del 2014…

          • LiveALive
            24 luglio 2014 alle 22:56

            Davvero, non sono passati vent’anni per niente, soprattutto perché le lezioni di Palahniuk del 2008 hanno cambiato un bel po’ di cose, senza considerare che negli anni 90 la ricerca critica era piuttosto attiva.
            Oltre a questo, bisogna considerare due cose:
            1- sui premi c’è sempre polemica, ormai non so neppure più che valore dargli, se tanto o poco…
            2- Asimov aveva sicuramente idee eccezionali. Questo non vuol dire che esponesse tali idee in buona maniera. Compensa, quindi il premio glielo danno anche se scrive male. Chiaro che le idee contano più dello stile.
            …ma forse ho male interpretato io. Perché se parliamo delle idee, posso essere d’accordo con te.

  16. Severance
    24 luglio 2014 alle 00:24 Rispondi

    LiveALive
    Ma gli americani non apprezzano Leone? XD

    Lo apprezzano molto, ma mettiti nei panni di un americano. L’epopea del West per loro è qualcosa come la nostra migrazione in Germania o in Belgio. Sono molto più focalizzati sull’aspetto coloniale che su “uomini sudaticci che si guardano in silenzio per ore e poi si sparano”.

  17. Severance
    25 luglio 2014 alle 16:25 Rispondi

    LiveALive
    Davvero, non sono passati vent’anni per niente, soprattutto perché le lezioni di Palahniuk del 2008 hanno cambiato un bel po’ di cose, senza considerare che negli anni 90 la ricerca critica era piuttosto attiva.
    Oltre a questo, bisogna considerare due cose:
    1- sui premi c’è sempre polemica, ormai non so neppure più che valore dargli, se tanto o poco…
    2- Asimov aveva sicuramente idee eccezionali. Questo non vuol dire che esponesse tali idee in buona maniera. Compensa, quindi il premio glielo danno anche se scrive male. Chiaro che le idee contano più dello stile.
    …ma forse ho male interpretato io. Perché se parliamo delle idee, posso essere d’accordo con te.

    Palahniuk sta ad Asimov come Topolino a Walt Disney.

    • LiveALive
      25 luglio 2014 alle 23:25 Rispondi

      …non ho capito XD

      • Severance
        27 luglio 2014 alle 18:47 Rispondi

        Il primo è un personaggio costruito, il secondo un artefice.

        • LiveALive
          27 luglio 2014 alle 23:59 Rispondi

          Mah, non vedo particolari legami tra Asimov e Palahniuk, non direttamente almeno. È pur vero che Asimov si è basato su alcuni principi (l’esporre in modo diretto e semplice ciò che si voleva dire) che sono stati i principi di molti altri, e credo anche di palahniuk, visto il suo stile minimale e “cannibale”. In questo senso, direi che hai ragione.

  18. Pronostici
    26 luglio 2014 alle 13:56 Rispondi

    Ciao Daniele, articolo interessante. La cosa che più mi piace del tuo blog è il modo in cui riesci a stimolare i commenti di noi lettori. Spero un giorno di avere sui miei blog una tale mole di commenti :)

  19. Giuliana
    28 luglio 2014 alle 00:01 Rispondi

    Stile, originalità… a quanto vedo, abbiamo le stesse ossessioni! :D Ecco, io aggiungerei che lo scrittore è preda delle sue manie e non può essere esente dall’averne almeno un paio. Perché gli artisti, si sa, sono un po’ così.
    Anche secondo me l’originalità è il must, per far sì che la propria opera rimanga a galla nell’oceano di libri tra cui galleggia. Vedi alcuni romanzi orridi, come 50 sfumature: non ha avuto successo perché bello o scritto bene, ma perché ha in qualche modo rilanciato il filone erotico con l’aggiunta di qualche ingrediente inusuale. E il pubblico, che comunque è di bocca buona (perché quel libro è più che pessimo e, al di là dell’idea, peraltro nemmeno sviluppata bene, c’è il nulla) ha apprezzato la novità. Adesso gli scaffali sono zeppi di libri erotici stile sado-maso, ma quello è stato il primo e sarà difficile eguagliarne il successo. Così pure è stato per Harry Potter, per Twilight e giù avanti, scopiazzati e plagiati, ma precursori e quindi un gradino più in su.
    Spesso dunque, in molti casi, non si tratta nemmeno del libro, ma dell’idea. L’idea giusta, al momento giusto e spinta nel modo giusto dalla casa editrice – quasi un terno al lotto!

    Visto che tu consigli (e io seguirò il consiglio), ricambio con due titoli che ho divorato: “L’abito da sposo” di Pierre Lemaitre” e “Radiomorte” di Gianluca Morozzi; due noir, secondo me, proprio nelle tue corde.

    • Daniele Imperi
      28 luglio 2014 alle 07:36 Rispondi

      Anche io penso che sia stata l’idea forte ha decretare il successo di alcuni libri. La saga di Harry Potter però è anche ben scritta.

      Darò un’occhiata a questi due titoli e ti saprò dire se sono nelle mie corde :)

  20. Giuliana
    28 luglio 2014 alle 07:59 Rispondi

    … altroché, se è ben scritta! ;)

  21. LiveALive
    28 luglio 2014 alle 09:35 Rispondi

    Il rapporto tra l’idea e lo stile è interessante. Mi sembra chiaro che l’idea è la cosa più importante del libro: non solo la maggior parte della gente legge per trovare una bella trama e non un bello stile, ma anche i grandi del passato rimangono nella storia più per le idee che per lo stile (Tolstoj, per esempio: già in vita dicevano che il suo stile era orribile, eppure lo consideravano lo stessi il più grande di tutti i tempi).
    Eppure allo scrittore che si impegna tanto rompe non poco vedere che il pubblico sceglie un libro erotico mal scritto solo perché parla di sesso droga rock ‘n’ roll. Bisogna dire, certo, che all’inizio un libro vende o per la pubblicità, o per la sinossi, o per la copertina. Dopo le prime cinquantamila copie, invece, è tutta imitazione, cioè vende perché vende, lo si compra solo perché lo comprano gli altri. Sono rari i casi in cui un libro vende SOLO perché di qualità (sono i casi, in genere, in cui le recensioni positive – quelle sincere – finiscono per fare pubblicità). Lo scrittore lo sa, eppure si arrabbia lo stesso.
    Eppure mi chiedo fino a che punto sia vero che a vendere è l’idea e non lo stile. È chiaro che il lettore fruisce forma e contenuto assieme, e l’effetto che ne ricava, qualsiasi esso sia, è il frutto sia della forma che del contenuto. Indubbiamente il contenuto (idea e trama) può compensare uno stile poco efficace, delle rare volte lo stile può compensare il contenuto (ma abbiamo artisti che hanno fondato il loro impero sul solo stile: D’Annunzio, Gadda, Joyce, in certe pagine anche Proust). Ma siamo proprio sicuri che un libro che va via come il pane e ci sembra mal scritto, in qualche modo non incontri il desiderio del pubblico anche dal punto di vista stilistico? Certo, noi ci sforziamo si trovare lo stile migliore, ma alla fine ogni pubblico ricerca un dato effetto, ogni effetto si realizza con una data tecnica, e che la nostra tecnica, per quanto perfetta, sia quella richiesta dal pubblico non è detto: forse abbiamo solo scopi diversi.

    P.S.: il primo Harry Potter me l’avevano imprestato quando ero piccolissimo e non leggevo ancora niente, e non sono riuscito ad andare oltre il primo capitolo: mi pareva pesantissimo… Mi dicono che la Rowling è migliorata con il tempo, e che alla fine ha ottenuto uno stile molto apprezzabile. Non so, a volte mi piacerebbe anche leggerla. È pur vero però che la trama di Harry Potter è piena di “plot holes”, ci sono vari siti inglesi in cui li elencano e analizzano, anche se in fondo credo davvero che la forza della serie stia nell’idea e nell’atmosfera “favolistica”.

  22. Consigli di scrittura da Stephen King
    30 luglio 2014 alle 05:00 Rispondi

    […] dico sempre. E l’ho ribadito quando ho parlato di come deve essere uno scrittore vincente. È inutile nel campo della narrativa scoprire i gusti dei lettori e ascoltare il proprio pubblico, […]

  23. Come scrivere storie originali su vampiri e zombi
    19 agosto 2014 alle 05:01 Rispondi

    […] Insomma, non penso che la scelta di personaggi e ambientazioni ab-usate equivalga necessariamente a un’opera poco originale, ecco Monia Papa su Identikit di uno scrittore vincente […]

  24. Una trama inaspettata
    20 agosto 2014 alle 05:01 Rispondi

    […] Uno scrittore vincente deve avere, a parte l’abilità di fare magie con le parole, una sola e unica caratteristica: Deve fare in modo che la trama si sviluppi come mi aspetto, come la stragrande maggioranza dei lettori MEDI si aspetta. Viaggio dell’eroe + luoghi comuni che confermino le mie convinzioni. Stop! Nulla di più, nulla di meno. Michè Michè su Identikit di uno scrittore vincente […]

  25. Sullo scrivere e su quel pazzo di pubblicista - valinapostit
    2 settembre 2014 alle 13:59 Rispondi

    […] di grammatica (qui potresti trovare un sacco di spunti per scrivere meglio). Mentre divento uno scrittore vincente (speriamo!), volevo mostrarti cosa intendo per scrivere con girigogoli. Quando scrivo per Vogue non […]

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.

 caratteri disponibili