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Capire se l’idea per un romanzo è valida

Capire se l'idea per un romanzo è valida

Con questo articolo voglio rispondere alla domanda di una lettrice, che ha avuto un’idea per un romanzo ma non sa se funzionerà o meno. Come stabilire se l’idea che abbiamo per la nostra storia sia valida o no? Che parametri usare?

A me sembra una domanda pertinente. Una domanda che mi sono posto più volte quando ho guardato i miei tanti file con le idee per i romanzi, parecchie delle quali poi scartate.

Uno scrittore deve essere il primo critico della sua storia, non deve affezionarsi a un’idea, ma avere il coraggio di abbandonarla se non è valida. Ho commesso questo errore col mio romanzo fantasy, modificato non so più quante volte nella trama e nei personaggi, ma alla fine sempre identico a romanzi famosi.

Originalità

Partiamo dalla prima domanda che deve porsi uno scrittore prima di scrivere una storia: è originale? Oppure somiglia alle solite storie di vampiri, zombi e via dicendo? Con la scusa del “cavalcare l’onda del successo”, anche se altrui, il mercato editoriale è stato invaso di romanzi-copia.

Una responsabilità dello scrittore è offrire ai suoi lettori qualcosa che non hanno ancora letto. Uno scrittore deve comportarsi come un blogger, in fondo: scrivere contenuti unici. Scrivere anche di generi letterari e temi proposti – anche i blogger lo fanno – ma devono essere storie solide, con trame uniche, con personaggi mai conosciuti prima.

Una storia originale ha un enorme vantaggio: quello di differenziarsi dalle altre. Quello di destare nei lettori sorpresa e gradimento. È senz’altro una storia su cui lavorare molto, ma, come ho ripetuto altre volte, nessuno ha mai detto che scrivere debba essere facile.

Storia

C’è davvero una storia dietro? Questa è la seconda domanda, anche se va posta contemporaneamente alla prima. Che cosa è una storia? È un insieme di eventi che vale la pena raccontare. E leggere, quindi.

Appena terminata la trama, lo scrittore deve chiedersi: di che parla la mia storia? È davvero interessante per i lettori? Riuscirei a leggerla? Se diventasse un film, quanto sarebbe coinvolgente?

Quando penso a una storia da scrivere la immagino nella mia mente come se fosse un film. Vedo le scene, i personaggi, il mondo che ho creato. La storia nasce quasi per immagini nella mia testa. Provare a “leggere” la trama guardandola mentalmente scorrere come un filmato aiuta a capire se davvero è una storia da raccontare.

Competenza

Sono in grado di scrivere quella storia? Terza domanda da porsi. Come il blogger scrive ciò di cui è competente, così deve fare lo scrittore: scrivere un romanzo se realmente può farlo.

Ho provato a scrivere racconti di fantascienza, ma non ci sono riuscito, eppure a me piace molto. Forse ho letto poco di questo genere, pochi autori anche, forse non ho recepito la fantascienza, magari il fascino del genere non è bastato a far spuntare in me le capacità per scriverne.

Testate la vostra storia prima di scriverla. Scrivete racconti simili, dello stesso genere, mettetevi alla prova finché avrete capito che quel genere e quel tipo di storie sono proprio adatte a voi. Come lo capirete? Perché vi verrà naturale scriverle.

I vostri consigli

Come riuscite a capire se la storia che volete scrivere è valida, se potrà piacere o meno ai lettori?

29 Commenti

  1. franco zoccheddu
    13 settembre 2013 alle 08:06 Rispondi

    Della storia che sto scrivendo (ultimando, spero) purtroppo non so se è valida, e meno ancora se piacerà a qualcuno. So solo che un brano è piaciuto a una casa editrice che mi ha suggerito di inviarglielo quando sarà terminato.
    La storia certamente piace a me.

    • Daniele Imperi
      13 settembre 2013 alle 08:08 Rispondi

      La casa editrice, se è seria, ti avrà però sicuramente chieso una sinossi, oltre al brano, vero?

      • franco zoccheddu
        13 settembre 2013 alle 13:50 Rispondi

        Si, scusa l’incompletezza, Daniele: ricevuto e letto il brano inviato da me la prima volta, mi hanno chiesto un intero capitolo, la sinossi del romanzo e qualche aspetto biografico. Un mio ex collega d’Università, giornalista scientifico free-lance, ha pubblicato con loro una guida al risparmio energetico e non mi risultano problematiche particolari.
        Piuttosto, dopo aver confermato un certo interesse (con passione ma senza inutili entusismi), mi hanno esortato a inviare il testo solo quando sarà terminato. La casa editrice è: ScienzaExpress (www.scienzaexpress.it), di Daniele Gouthier.

        • Daniele Imperi
          14 settembre 2013 alle 09:00 Rispondi

          Beh, mi sembra buono, allora. Mettiti al lavoro e buona fortuna ;)

  2. Fabrizio Urdis
    13 settembre 2013 alle 08:30 Rispondi

    Ottimo argomento.
    Per quanto mi riguarda di solito mi viene un’idea mentre lavoro a qualcos’altro. La faccio fermentare, se questa continua a girarmi in testa, a tormentarmi, a bloccarmi in mezzo alla strada con spunti sulla storia, allora la scrivo.
    Purtroppo se è valida lo realizzo più tardi, a volte non lo è ma ciò che ho scritto lo mantengo negli appunti e mi capita che dopo qualche anno trovo il modo di usarlo.

    Non sono d’accordo con te quando dici di immaginare che film verrebbe fuori dalla nostra storia, ci sono ottimi libri che non sono adatti alla trasposizione al grande schermo, “L’idiota” per esempio.
    Questo non vuol dire che non ci siano film basati su questo romanzo, ma tutti hanno dovuto arrangiare l’opera per poterci fare un film, problema che il regista, e non l’autore, deve porsi.
    Ci sono però dei generi, come il fantasy o la fantascienza, che invece sono più propensi a diventare adattamenti cinematografici o serie televisive.

    • Daniele Imperi
      13 settembre 2013 alle 09:03 Rispondi

      Ho capito che intendi con quei romanzi non facilmente trasponibili in film. Sì, ci sono, certamente, ne ho letti.

      Però, se ci pensi bene, sono pur sempre storie, no? Quindi è come se fossero fatti reali narrati sotto forma di romanzo. L’autore può sempre immaginarli nella sua mente e vedere se la scena funziona. Questa, almeno, è la mia impressione.

      Chiaro, poi, che ogni autore percepisce la scena a suo modo.

      • Fabrizio Urdis
        13 settembre 2013 alle 09:28 Rispondi

        Sicuramente dipende molto anche dall’autore e dal suo stile.
        Il codice da Vinci, per esenpio, è un tipico esempio di quella che io, e forse non solo io, chiamo scrittura cinematografica, pronta per essere trasposta in film.
        Quello che però volevo dire è che, avendo il cinema come il teatro delle regole molto rigide che devono essere rispettate, il fatto di immaginare il nostro libro in chiave cinematografica puô rischiare di farci sbagliare registro, magari facendoci mettere più dialoghi o più descrizioni del necessario ( tranne nel caso in cui questa sia una scelta di stile ).
        Magari tu ti trovi molto bene con questa scelta che si sposa col tuo modo di scrivere, ma non credo sia una regola universalmente necessaria per capire se un libro funziona.

        • Daniele Imperi
          13 settembre 2013 alle 09:40 Rispondi

          Ho capito meglio, adesso. Sì, in fondo hai ragione, dipende dalle storie che scrivi e dal modo in cui scrivi le storie. Non può essere adatta a tutti.

          Aggiungo, riferendomi al romanzo di Brown, che non intendo immaginare la scena in un film nel senso letterale del termine, cioè non parlo precisamente di taglio cinematografico del racconto, che sinceramente a me non fa proprio impazzire e credo sia adatto solo ad alcune storie.

          Intendo rappresentarsela mentalmente, più che altro, come se fosse il tuo film, non un film hollywoodiano.

          • Fabrizio Urdis
            14 settembre 2013 alle 08:58

            Scusami, avevo frainteso.
            In questo caso ti dò ragione.
            Anch’io visualizzo sempre le storie che scrivo, penso che sia molto utile soprattutto per capire se ciò che facciamo fare ai personaggi della storia è coerente col loro carattere.

  3. PaGiuse
    13 settembre 2013 alle 13:18 Rispondi

    Buon giorno Daniele!
    Voglio provare a rispondere alla domanda che lasci a fine post scrivendo: il protagonismo, anzi i protagonismi.
    In realtà ho maturato questa idea anche in riferimento al post inaugurale che Cristiana Tmudei ha pubblicato nel suo nuovo blog.
    Inoltre ho provato a mettere in relazione la parola “protagonismo” con la tua proposta di “cinematografia”, che condivido pienamente, poiché il punto è questo: se guardo da fuori la storia, questa mi potrebbe piacere, mi coinvolge?
    Ed ecco che entra in ballo il protagonismo, perché (prendendo sempre la metafora del cinema), un film funziona anche quando gli attori sono bravi a recitare.
    Più sono bravi e più la storia coinvolge.
    Ora mi sposto sul teatro.
    Mi riferisco ad Eduardo de Filippo, il quale si circondava da una rosa di attori di tutto rispetto per dare spessore narrativo alle sue opere: lui era protagonista assoluto, ma i suoi comprimari erano pienamente autonomi nel rappresentare le loro caratterizzazioni.
    Mi sono sempre chiesto: ma come fanno questi attori recitare così bene, ad essere i protagonisti assoluti della scena?
    Una delle risposte potrebbe essere questa: sono bravi perché ci mettono la loro esperienza. L’esperienza però è da intendersi non solo come sedimentazione degli eventi che formano la coscienza ed il pensiero di un individuo.
    Per esperienza, intendo anche i punti di vista che scaturiscono dal vissuto umano.
    Il protagonista è bravo perché fa emergere il suo punto di vista nell’interpretazione del racconto e quindi aggiunge quel guizzo in più che permette alla rappresentazione di “fare il salto”.
    Più sono variegati i punti di vista e più si ha la possibilità di raccontare lo stesso tema in modo differente, e renderlo sempre interessante.
    E ovvio che il punto di vista va alimentato, contestualizzato, quindi bisogna approcciarsi sempre a cose nuove, che magari non si conoscono, semplicemente per guardare con altri occhi e riproporre il tutto sotto una nuova luce.
    In un certo senso credo che bisogna essere i protagonisti assoluti di quello che si crea, vale a dire: bisogna fare emergere fino in fondo il proprio punto di vista che sta alla base della narrazione proposta.
    Il punto è: come faccio a rendere interessante il mio punto di vista?
    E qui entra in ballo il fattore tecnico. Conoscere gli strumenti del mestiere (scrittura, pittura, musica, ecc), saperli usare, di sicuro aiuta a rendere accattivante ciò che si sta proponendo.
    Ma il discorso di base è sempre lo stesso: la gente legge anche (e soprattutto, si spera) per conoscere nuovi punti di vista.
    Forse è meglio che mi fermi qui.
    Come sempre ho divagato (e potrei continuare ancora, credimi), ma per oggi direi che ho dato troppo spazio alle farneticazioni :D
    A presto e buona giornata :)

    • Daniele Imperi
      13 settembre 2013 alle 14:06 Rispondi

      Ottima riflessione. Di sicuro conoscere gli strumenti aiuta, ma bastano secondo te a far emergere un protagonista?

      Là sta anche l’abilità dello scrittore, che deve riuscire a immedesimarsi nel personaggio, recitando assieme a lui.

      • PaGiuse
        13 settembre 2013 alle 15:19 Rispondi

        Ovviamente no, quelli sono solo una parte di un lavoro più complesso! :)
        Ci sono tanti altri fattori, tra cui il contesto (culturale, sociale e tecnologico) in cui emerge (il protagonista) e anche la fortuna.
        Fortuna è da intendersi come quella serie di eventi catalizzatori, che consentono ad un racconto e a chi lo crea di svilupparsi in un certo modo e proseguire per la strada giusta.
        Un racconto scritto nell’Ottocento va letto e “vissuto” con il contesto per il quale è stato scritto. Ed è il contesto in cui si è sviluppato a renderlo un capolavoro.
        Il fatto che poi risulti attuale nei contenuti è una cosa relativa al tipo di argomentazione affrontata e a come viene (tecnicamente) scritta.
        Se tale racconto fosse stato scritto al giorno d’oggi, magari nessuno si sarebbe degnato di spulciarlo.
        In sostanza bisogna essere molto attenti a quello che accade intorno: essere attenti al “presente” e relazionare questo tipo di operazione a quello che si vuol raccontare (passato, futuro, fantasy, cronaca, ecc.).
        Soprattutto bisogna essere molto attenti a chi ci sta attorno: dalle persone non si può fare altro che imparare e l’operazione risulta migliore se queste persone sono più in gamba di noi.
        Ma ti prego non farmi più domande, ché attacco a scrivere e non la finisco più! :D
        Ti sto intasando il blog :)

        Buon pomeriggio Daniele :D

        • Daniele Imperi
          13 settembre 2013 alle 15:45 Rispondi

          Fra te e la Tumedei, però, state mettendo contenuti interessanti e pieni di spunti :D

          Condivido in pieno che bisogna sempre considerare il contesto storico in cui è stato scritto un racconto. Molte opere del passato oggi sono criticate molto perché vengono lette con gli occhi di oggi.

  4. MikiMoz
    13 settembre 2013 alle 13:40 Rispondi

    Bell’articolo, ma domanda finale difficile… credo che, parlando personalmente, riesco ad essere abbastanza lucido e critico con me stesso, e “sento” se qualcosa che ho scritto possa piacere o meno, almeno un po’…
    …lo so, è sulla base di niente, ma andiamo… l’idea buona la riconosciamo, è quella che brilla, quella in profondità, quella che ti accende la giornata^^

    Moz-

    • Daniele Imperi
      13 settembre 2013 alle 14:07 Rispondi

      Grazie.

      Ci vuole però una bella dose di autocritica per fare questo, no? Dici che tutti ci riescono?

      • MikiMoz
        14 settembre 2013 alle 02:19 Rispondi

        Forse Dan Brown no, non ci riesce XD

        Moz-

  5. Giordana
    13 settembre 2013 alle 18:04 Rispondi

    Secondo me un buon punto di partenza sarebbe porsi due domande e rispondere in maniera completamente sincera.

    1) Sarei disposto a pagare per leggere questo?
    2) Se fossi un editore sarei disposto a investire denaro e tempo su questo?

    • Daniele Imperi
      13 settembre 2013 alle 18:05 Rispondi

      Ottime domande, direi, non ci avevo mica pensato :)
      In fondo, sono le uniche che valgono, alla fine…

  6. Kentral
    13 settembre 2013 alle 18:26 Rispondi

    Io però punterei il dito proprio nella piaga. Siamo onesti e facciamoci del male.

    Per un autore capire il valore della propria opera è quasi impossibile. Ovunque mi giri vedo autori affermati o semplici imbrattacarte affermare di star scrivendo il loro capolavoro.
    E se per disgrazia questo non piace o non ha successo ecco auto-affermarsi che è stato incompreso.

    Probabilmente questo nasce da processi cognitivi che ci portano talmente tanto ad avvolgerci della nostra storia da non riuscire a distinguere fischi per fiaschi.
    E se siamo troppo consci di questo aspetto cadiamo nel grottesco. Diventiamo così ipercritici da autodemolirci e sminuire il valore di ciò che scriviamo.

    A me è capitato di raccontare di miei presunti “capolavori” e lasciare l’interlocutore perplesso. Poi parlare di storiette e sentirmi dire “sai che questa è davvero buona!”

    Un ottimo modo per avere un giudizio critico è spesso rivedere la storia dopo parecchio tempo. Ma anche questo a volte non basta ad aprirci gli occhi sul reale valore di quel che scriviamo.

    • Daniele Imperi
      13 settembre 2013 alle 18:32 Rispondi

      Capisco che intendi, in fondo stiamo sempre parlando della nostra opera e è impossibile essere critici perfetti.

      Diciamo, allora, che possiamo capire fra un certo numero di storie che vogliamo scrivere quelle più buone o meno. Poi, ovvio, sarà l’editore a darci o meno conferma.

      Ma sai una cosa? Neanche in quel caso esiste la certezza. Se vieni rifiutato da Mondadori, ma ti pubblica Longanesi, la tua storia è buona o no?

      Se ti rifiutano tutti, sei certo che la tua storia sia proprio da buttare?

  7. Kentral
    13 settembre 2013 alle 18:56 Rispondi

    Assolutamente. Nemmeno il giudizio di un editore può stabilire il giudizio di un opera. Il Gattopardo è stato rifiutato per anni. L’unico vero giudizio lo darà il tempo.
    Ma nel mio ragionamento del messaggio precedente quello che alla fine noi autori possiamo fare, l’unica cosa, è farci guidare dal nostro istinto ed amare ciò che scriviamo sopra ogni cosa.
    Se sarà capolavoro e avrà successo bene. Altrimenti avremo comunque impresso la nostra passione. E non è poco.

  8. Attilio Nania
    14 settembre 2013 alle 15:17 Rispondi

    Mah, come diceva Oscar Wild, quel che scrivi non conta niente, l’importante è “come” lo scrivi.
    Tutte le idee sono valide, volendo si può rendere interessante anche la vicenda di un idraulico che aggiusta un tubo.

    Per quel che riguarda il “piacere ai lettori”, mi sembra che il discorso sia abbastanza semplice. Tutte le cose nuove, all’inizio, lasciano perplesso chi legge. Sta allo scrittore fare in modo che la storia piaccia, e può farlo usando la sua forza narrativa. Al solito, quel che conta è “come” scrivi. Anche una storia insulsa come quella di Harry Potter, se scritta bene, può risultare un successo editoriale. Tra l’altro, il “piacere ai lettori” è dettato anche da fattori che non c’entrano niente con la scrittura del libro. Un prodotto commerciale, cosa che in fondo è un libro, di solito viene “imposto” al pubblico con metodi che non hano niente a che vedere con l’arte.

    Infine, l’originalità.
    C’è sempre qualcuno che dimentica che la famosa scusa “Eh, ma io il libro di quel tizio non l’avevo letto” non è valida giuridicamente. Anche perché, per quel che mi riguarda, quando le coincidenze sono più di una non sono più coincidenze. E poi, essere originali è un obbligo anche verso sé stessi.
    Insomma, qui non è questione di idee valide e idee non valide. Per me un’idea è per definizione originale, altrimenti non è proprio un’idea. Le idee non originali prendono il nome di esperienza.

    • Daniele Imperi
      14 settembre 2013 alle 15:36 Rispondi

      Ci sono parecchi spunti su cui discutere, primo fra tutti sulla citazione di Oscar Wilde, che non tiene conto della storia.

      Sul piacere ai lettori in parte sono d’accordo che dipenda dallo scrittore, ma anche lì è un po’ questione di gusti.

      Harry Potter a me è piaciuto, perché lo trovi insulso? :D

      E sull’originalità concordo.

  9. Kinsy
    14 settembre 2013 alle 15:39 Rispondi

    Anch’io ho scartato molte idee perché già viste e stra viste. In effetti la domanda principale è: se io fossi il lettore, vorrei leggere questo romanzo?

  10. Cristiana Tumedei
    14 settembre 2013 alle 16:28 Rispondi

    L’argomento che hai trattato è interessante e stimola certamente il confronto.

    Ho letto con attenzione post e commenti. Hai ragione: qui c’è molto su cui confrontarsi. A partire da ognuna delle opinioni espresse potresti scrivere un post ;)

    Personalmente ritengo che il titolo contenga già di per se stesso la risposta: se ho avuto un’idea l’unica cosa che devo fare è iniziare a scrivere.

    Sapete cosa penso? Che l’eccessiva programmazione, in un prodotto come quello editoriale, rischia di danneggiare il risultato finale. Questo ritengo sia vero soprattutto in fase di stesura.

    Provate a pensarci: più ci ostiniamo nel partorire la storia giusta, più questa ci sfugge e ci perdiamo in dettagli che vanno a smembrare l’idea iniziale.

    Io so che la scrittura, per quanto segua una serie di regole che ci permettono di essere efficaci, nasce da un processo istintivo e naturale. Noi scriviamo perché quello è il modo in cui riusciamo a comunicare meglio. Insomma, non prendiamo in mano uno strumento e nemmeno un pennello. Scriviamo e lasciamo fluire quello che abbiamo dentro: un mondo che per noi è talmente vivido da non lasciare spazio ad alcuna interpretazione.

    Ecco, se ingabbiamo quel mondo rischiamo di farlo evaporare. E lo penso per un motivo, principalmente. Sapete perché ci chiediamo se un’idea è giusta per un romanzo? Solo perché abbiamo paura di fallire e temiamo che, mettendoci in gioco, non riusciremo ad ottenere riscontri.

    Le solite maledette aspettative che ci frenano e ci fanno dire: “No, quest’idea è da scartare!”. Ma sapete qual è la differenza tra un’idea giusta e una sbagliata? La prima viene messa nero su bianco, la seconda resta nascosta dentro di noi.

    Quindi, perché non smettiamo di farci domande e iniziamo semplicemente a scrivere? Male che vada avremo fatto quello che ci piace fare, anche se il prodotto che ne verrà fuori non sarà mai pubblicato.

    In fondo, non siamo noi i primi a definirci scrittori? Esatto! Cosa aspettiamo? Sviluppiamo le nostre idee, sia che ne nasca un romanzo, un racconto o qualche appunto su un foglio. Solo così scopriremo se quell’idea era valida.

    Che dite, iniziamo a dare forma a quell’idea? ;)

    • Daniele Imperi
      14 settembre 2013 alle 20:35 Rispondi

      Tumedei, dimmi pure così, ché riempio il calendario editoriale fino a Natale 2014 :D

      Poi infatti mi rileggo con calma tutti i commenti e tirerò fuori qualcosa ;)

      Mi sento di concordare sul tuo pensiero, anche perché, seppure perdiamo tempo con una struttura dettagliata, non è detto poi che quella storia funzioni e sarà accettata da un editore, no?

      Secondo me quella lettrice (devo riuscire a ritrovare la sua email, così magari l’avviso del post :P ) aveva paura proprio di sbagliare, di non avere lettori.

      L’aspettativa, come dici, uccide la creatività.

  11. Tenar
    15 settembre 2013 alle 20:44 Rispondi

    Sul valore nel tempo, lo stabilirà, è evidente, il tempo. Per capire se invece vale la pena di inviarlo a un editore o investirci in proprio, i metodi migliori rimangono la lettura dopo qualche tempo e il gruppo di lettura formato da persone affidabili

  12. Creatori di mondi
    1 ottobre 2013 alle 05:01 Rispondi

    […] Scriviamo e lasciamo fluire quello che abbiamo dentro: un mondo che per noi è talmente vivido da non lasciare spazio ad alcuna interpretazione. Cristiana Tumedei su “Capire se l’idea per un romanzo è valida”. […]

  13. Il protagonista del tuo romanzo sei tu
    4 ottobre 2013 alle 05:00 Rispondi

    […] In un certo senso credo che bisogna essere i protagonisti assoluti di quello che si crea, vale a dire: bisogna fare emergere fino in fondo il proprio punto di vista che sta alla base della narrazione proposta. Giuseppe Palomba su Capire se l’idea per un romanzo è valida. […]

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