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Grumi

Un racconto apocalittico

Grumi

Quando si svegliò sotto il cielo smorto la sua zolla fluttuava senza controllo sul mare di melma, come un tocco di feci umane galleggiante alla deriva nei liquami di una fogna. Sbadigliò, si staccò un grumo di fango da un occhio e si alzò con uno sforzo. Ossa doloranti in quel mondo di perenne umidità. Le nubi erano un arcobaleno di grigi, cupe sfumature che rendevano le distese marine un’immensa cloaca buia su cui gli ultimi coaguli di umanità attendevano di essere risucchiati da un momento all’altro, l’intero pianeta che implodeva in un rigurgito di terra e acqua in cui ribollivano corpi, città, rocce, foreste. Un apocalittico guazzabuglio di tutti i regni della natura finalmente amalgamati e ritornati allo stadio del brodo primordiale.

Chi sei, oscuro dio che rimescoli in questo calderone tutto ciò che hai creato?

Guardò all’orizzonte. Il giorno prima gli era parso di scorgere un’altra zolla, ma con la pioggia che creava piccole esplosioni sulla superficie molle del mare forse s’era sbagliato. Rabbrividì. Dalla cambusa, una cassa di munizioni che aveva svuotato in mare mesi prima, prese un pesce, lo ripulì dalla fanghiglia, ne staccò la testa con un morso e con un dito lo aprì in due e ne tolse le interiora. Poi sedette e mangiò, i pensieri che vagavano fra il futuro e il passato. Chi ha mandato questa punizione diluviale, piaga precambrica che ci annega ogni giorno? Sei tu, dio senza nome?

Gettò la lisca in mare e prese a passeggiare avanti e indietro per la sua zolla, un blocco di terra e erbaccia di poche decine di metri quadrati, unico arredamento una cassetta di legno, un lungo bastone su cui aveva attaccato un gancio ricavato da del fil di ferro e uno straccio bagnato e infangato su cui dormiva la notte. Lontano, un’automobile venne a galla in un gorgoglio di bolle marroni per immergersi di nuovo come un sub in apnea risalito a respirare. Strizzò gli occhi come un miope e cercò di penetrare lo strato nebuloso che gravava sul mare ma nulla si muoveva quel giorno. Si ritrovò a considerare la possibilità di essere l’ultimo rimasto su quei grumi flottanti di terra, frammenti di chissà quale continente fratturato come arenaria desertica sotto il sole rovente, sismi parossistici non provocati da siccità, bensì da un nucleo stanco di sopportare il peso di ere geologiche ed evoluzioni e continui disastri e olocausti ambientali.

Prese il bastone che fungeva da arpione e cominciò a scandagliare il mare in cerca di cibo o qualcosa di utile. Avanzi di una specie giunta al tramonto. Rimestò nel fango ruotando il legno come uno stregone in procinto di concludere una qualche pozione miracolosa. E poi avanti e indietro come se remasse. Si spostava di continuo da un lato all’altro della zolla seguendo un suo oscuro piano, borbottando di quando in quando e sputando schizzi di melma che gli arrivavano in bocca. A questo ci hai dunque condannato? A vivere di ciò che hai tolto agli altri?

A ogni minima resistenza dell’arpione tirava su e gettava in terra il pescato. Mucchi informi di poltiglia scura che si ammassavano uno sull’altro come una piccola discarica vomitata dal mare. Dopo un paio d’ore si fermò e cominciò a controllare quello che aveva preso. Un pezzo di corda, che tenne. Un arto tranciato, non seppe dire se di uomo o donna, le dita della mano contratte nell’ultimo spasmo. L’annusò. Odore di terra, di carne non viva. Lo mise da parte. Stracci. Una bottiglia rotta, che ributtò in mare. Un cavo elettrico, che cominciò a tirar fuori dal pantano, metro dopo metro finché accanto a lui si formò un rotolo che sembrava non aver fine. È forse il filo che tiene ancora in vita questo pianeta? A me hai affidato l’incarico di questa ultima eutanasia? Un pesante pezzo di stoffa, forse una coperta. Due barattoli.

Esausto, si fermò e sedette in terra. Il cielo divenne più scuro, forse a oriente. Perfino i punti cardinali non sono più distinguibili in questo mondo fangoso. Dove sorge il sole? C’è ancora un sole? Si alzò e distese quel piccolo tesoro, un oggetto accanto all’altro, in attesa che la pioggia lavasse ogni cosa. E che il vento e le tempeste gliele portassero via, vecchio gioco che conosceva.

Un rombo, da qualche parte dietro di lui. Cumulonembi che diventavano sempre più neri. Una raffica di vento lo colpì in viso. Nell’aria un odore di pioggia. Andò a sdraiarsi nella buca che aveva scavato sulla zolla per dormire. Sono nella mia tomba, dio del fango. Vieni a prendermi.

Piovve.

 

Si svegliò nel mezzo di un sonno agitato. Era zuppo di acqua e poltiglia, una sorta di golem nato dal mare che si agitava per ripulirsi dal suo liquido amniotico. Soffia su di me, dio del mare. Dammi la vita e un’anima. Portami via.

Andò a controllare il pescato. La corda era sparita e anche i barattoli. Gettò l’arto umano nella cambusa. La coperta era diventata un’accozzaglia di stoffa e terra e residui del mondo. La stese. Con una mano tolse tutto il limo e la robaccia che poté, poi la portò vicino alla cassa e ne infilò un capo sotto, per evitare di perderla.

Il cielo era scuro. L’uomo sedette sulla cassa, le mani nelle tasche, i pensieri altrove, lontano. Una goccia di pioggia cadde davanti a lui come una meteora liquida, dissolvendosi nella zolla impregnata. Più in là altre gocce. Un lampo, ai confini confusi del suo campo visivo. E l’acqua venne giù fitta, oscurando ciò che era rimasto del mondo e le lacrime silenti di quel figlio della terra.

 

Voci lo destarono nel sonno. Lontane. Credette di averle sognate. Gente di chissà dove che lo chiamava da un’altra zolla. Si guardò intorno e alla sua sinistra, laggiù, c’era qualcuno davvero. Erano forse a un centinaio di metri di distanza su una zolla più grande della sua. Non riuscì a capire quanti fossero, ma non erano pochi. Li vide agitare le braccia e fece altrettanto. Sperò che il mare lo portasse vicino a loro, che quel dio che non rispondeva ai suoi rimproveri gli permettesse di essere così vicino da poter saltare dall’altra parte e parlare con quella gente e magari mangiare qualcosa che non fosse scarti o pesce morto da tempo o pezzi e brandelli di carne umana.

Se ne stava lì fermo a guardare la zolla in lontananza, chiedendosi se non fosse la stessa che aveva creduto di vedere giorni prima. Calcolava il tempo in base alla durata più lunga del suo sonno, ma non poteva mai sapere quante ore avesse dormito, così il computo dei giorni diveniva aleatorio e umorale. Dormiva spesso nel suo vagare infinito nella melma, addormentandosi sempre nella speranza di non risvegliarsi.

La gente sulla zolla prese ad agitarsi. Li vide correre da una parte all’altra in una confusione di corpi e grida. Sembravano tutti indicare verso un punto preciso e l’uomo pensò che avessero trovato qualcosa di incredibile.

Poi la zolla cominciò a ruotare.

Le grida e i movimenti si fecero più frenetici e attorno alla zolla l’uomo poté vedere enormi bolle di fango formarsi ed esplodere in schizzi marroni. Quindi iniziò a sollevarsi e abbassarsi in un su e giù sempre più spasmodico. La gente cadeva e non riusciva a rialzarsi. Infine, dopo l’ennesima discesa, l’uomo vide il mare richiudersi sulla zolla e ingoiarla in un risucchio che risuonò nell’aria umida come il sordo rumore di un lavandino appena sturato.

Il mare tornò una distesa diarroica infinita.

L’uomo fissò il punto in cui era svanita la zolla e con essa i suoi sogni. Cadde in ginocchio e pianse.

E non ci fu pioggia a nascondere il suo dolore.

 

I giorni – o i periodi di veglia – erano uno uguale all’altro e uno più umido e cupo dell’altro. Tempo che trascorreva fra piovaschi, brezza marina, tempeste di fango e sonni inquieti. Inconcepibile resistenza a una fine certa. Si chiese spesso perché non arrendersi e gettarsi nella melma, ma non trovò mai una risposta. Un suicida mancato in un mondo alla deriva. Dio della pioggia, uccidimi tu, ché io non ne ho la forza. Il sapore amaro della disperazione scendeva in rivoli chiari sulle guance scavando solchi nella pelle incrostata di terra e facendosi strada in mezzo all’intrico della barba nera, giù fino al mento e stagnando lì come acqua di scolo sul ciglio di una strada abbandonata.

 

Lo svegliò un tuono lontano. Quando aprì gli occhi vide la saetta sfolgorare nel cielo nerofumo e disperdersi altrove. Un secondo rombo. È la rabbia del cielo contro quello che siamo stati? Afferrò l’arpione e lo tenne alto, in cerca della scarica fatale. Una morte istantanea e rovente in una tomba fredda e fradicia. Se ne stette così, le braccia allargate e il bastone puntato in su, gli occhi al cielo e la bocca spalancata in una smorfia di dolore, un vecchio eremita delle zolle fluttuanti senza più sermoni né ammonimenti per i peccatori.

La pioggia lo colpì al viso lavandogli via lo sporco, impregnando i vestiti ormai laceri. Sull’erba rada della zolla si formarono pozze d’acqua, specchi liquidi in cui ebbe terrore di vedere il suo doppio. Si alzò, gettò da parte l’arpione e raggiunse la cambusa, l’aprì e tirò fuori l’arto. Sedette sul legno e poggiò l’arto in terra, fissando la pioggia che lo scoloriva ripulendolo dal fango e mostrandogli il colore pallido e quasi itterico della carne frolla. Principi di decomposizione organica rallentati dalla melma compatta. Quando fu pulito l’afferrò, facendo attenzione a non toccare le dita. Come se temesse che potessero stringergli la mano in una morsa gelida e subumana. È la tua mano, dio degli ultimi? L’hai mandata a suggellare l’estremo patto?

Senza guardare diede un morso, staccando un pezzo di carne e pelle che venne via senza difficoltà, il bianco dell’osso che sembrava brillare di una luce sinistra. Sapore di camera mortuaria in bocca. Masticò appena e ingoiò i bocconi quasi interi. Si fermò al polso e buttò in mare il resto. Poi tornò alla cambusa e liberò la coperta, un pesante rettangolo di lana rosso borgogna, sfilacciata e tarmata. Ci si avvolse e si stese nella sua buca. Si addormentò subito.

 

La nausea giunse nel profondo dei suoi sogni roridi e caotici. Carne corrotta che fermentava nel suo stomaco e premeva per uscire come lava in un condotto vulcanico. Sentì aumentare la salivazione e buttò la coperta di lato. Si alzò e si allontanò dalla buca. Qualche passo e con un urlo smorzato vomitò il pasto crudo sulle acque scure e acquitrinose del mare. Sputò e si pulì la bocca con una mano. Lanciò un’occhiata all’orizzonte. Una tavola di letame liquido sotto una zimarra grigio nera. Odore di pioggia, di terra, di scarti. Tornò a dormire.

 

Fu svegliato da uno scossone. Il vento fischiava la sua rabbia e il cielo pareva urlare di dolore. Uscì dalla buca e cadde. La zolla sobbalzava come una barchetta di carta gettata in un ruscello in piena. Tentò di rialzarsi ma perse l’equilibrio e scivolò sull’erbaccia zuppa e il terreno saturo d’acqua. La zolla si inclinò e l’uomo affondò le dita nella terra melmosa scavando piccoli solchi scuri che si riempirono d’acqua sporca. Finì in mare. Annaspò nel brago per non affogare, sputando fango e muovendo i piedi per restare a galla. Un infinito oceano denso come guano che reclamava la sua vittima. Dammi il colpo di grazia, dio delle acque. Mandami giù.

Il dio senza voce a cui parlava nei suoi pensieri non l’ascoltò e l’uomo riuscì ad afferrare un ciuffo d’erba e a tirarsi su. Strisciò come un lombrico verso la sua buca e si lasciò cadere dentro come un cadavere fatto rotolare nella sua fossa.

Si rannicchiò tremante, feto tardivo in un utero dimenticato. Le labbra cominciarono a muoversi articolando muti discorsi senza un senso. Parlava a se stesso, al vento, al suo dio, al mondo che finiva.

Nessuno l’ascoltò.

 

Le bolle apparvero in un giorno cinereo e smorto. Pioveva e l’uomo se ne stava seduto sulla terra intrisa d’acqua a rimestare nel cumulo di fanghiglia e robaccia che aveva pescato con l’arpione. Ributtò quasi tutto in mare, eccetto la carogna putrefatta e molle di un gatto che prese ad annusare come una bestia. Puzzava di carne marcia. La gettò via. Si portò le gambe al petto, appoggiò il mento sulle ginocchia e restò in quella posizione a meditare sul nulla che lo circondava.

Sulla superficie scura su cui la zolla vagava si formarono piccoli rigonfiamenti nella melma, sfere opache di color marrone che esplodevano una qui una là, sempre più numerose, come se i mari stessero ribollendo sopra il magma terrestre. L’uomo non ci badò finché la zolla fu innalzata come per effetto di un maremoto, flusso aberrante di fango che sollevò quel grumo di terra per un metro facendolo ricadere sull’oceano di mota schizzando liquami intorno.

Si ritrovò disteso e lentamente si alzò. Barcollò più volte mentre tentava di raggiungere la buca, saltò dentro e sedette, le mani aggrappate ai bordi della fossa. Oscuri presentimenti di morte imminente che lo terrorizzarono. Perché ho paura, dio della fine?

Sentì le acque spumeggiare attorno a lui e si azzardò ad alzarsi e sbirciare. Il mare pareva un’infinita palude da cui emergevano e affondavano cadaveri irriconoscibili e auto e mobili e perfino un vagone. Come una risacca di fango che sputava e risucchiava il bolo della terra. Sopra di lui le nuvole erano un ammasso babelico di forme grigio fumo che si addensavano e impastavano e su cui le folgori sembravano aprire squarci come ferite mortali. L’uomo rabbrividì a quello scenario biblico e si guardò attorno preso da un accesso di frenesia. Un insolito vento gli soffiò sul viso bagnato. Alle narici arrivò un odore di terra rimestata a rifiuti e materia organica in disfacimento. E un suono, non lontano, si distinse fra i rombi della tempesta in arrivo.

Liquami che vorticavano da qualche parte davanti a lui.

E infine lo vide. Immane, come la bocca del pianeta pronta a ingoiare ciò che restava del tutto.

Il maelström.

 

Sei infine giunto, dio dei gorghi? Sarà lungo il passaggio? Non indugiare sulla mia morte.

La zolla fu sollevata di nuovo da una forza sottomarina come se fosse in balia di un’onda abnorme scatenata dai recessi dei cieli. Ricadde e l’uomo fu sbalzato via dalla buca e sbattuto sulla terra zuppa come uno straccio. Fischi acuti gli perforarono i timpani e luci balenarono davanti agli occhi. Si rialzò. Si stava avvicinando al vortice. Arrancò fino alla cassa, la prese e la gettò in mare. Fece lo stesso con l’arpione e la coperta. Poi tornò nella buca, sedette e attese.

La pioggia aveva cominciato a cadere.

 

Il fragore di un tuono l’assordò. In quella crepuscolare luminosità dovuta alle scariche dell’atmosfera riuscì a scorgere l’enormità del gorgo che rimescolava gli ingredienti del globo in un pastone informe e disgustoso come per un definitivo ripensamento sulla creazione e sulla sua continuità nelle sfere del tempo e dello spazio. Centinaia e centinaia di metri di melma che turbinava e catturava nelle sue spire ogni cosa.

Sulla superficie liquefatta del pianeta all’uomo sembrò che fosse rimasta solo quella zolla, unico testimone di un’umanità diluita nell’intruglio di rocce e vegetazione e città e oggetti. E l’uomo tremò e pregò sotto grumi di sporco e fango mentre vedeva il vortice sempre più vicino.

La zolla si alzava e abbassava come un veliero su un oceano in tempesta. Le mani artigliate all’erba zuppa, affondate nella terra, l’uomo osservò per l’ultima volta la miseria e la disperazione in cui aveva vissuto e che stava per lasciare.

Con un ulteriore sobbalzo la zolla fu imprigionata dalla forza centripeta del maelström e tutto divenne un turbinare di acque e cose e immagini e pensieri. L’uomo si tenne più stretto alla sua buca. Eccomi, dio sconosciuto. Si sdraiò e il cielo scuro divenne una girandola di nubi e pioggia. Sono infine nella mia tomba. Facciamola finita.

La velocità della zolla aumentò sempre più e dal fondo della fossa non fu più riconoscibile nulla nel cielo deformato dal movimento circolare. La mente dell’uomo fu svuotata da ogni pensiero e rimase solo l’immagine del suo piccolo grumo di terra e erba che aveva navigato alla deriva su oceani di fango, zolla che adesso turbinava seguendo le spire del vortice verso le ignote profondità marine e girava girava girava come un asteroide impazzito risucchiato dal buco nero della fine del mondo.

10 Commenti

  1. Lucia Donati
    24 giugno 2012 alle 11:18 Rispondi

    Una fine del mondo ( di un mondo) probabilmente non può essere peggio di come l’hai descritta. Ho letto il racconto tutto d’un fiato. Ti sei proprio specializzato nella decrizione di scenari estremi sia per quel che riguarda le ambientazioni che per gli aspetti psicologici dei tuoi protagonisti (al plurale: molti dei tuoi protagonisti vivono situazioni che più estreme non potrebbero essere). Non si potrebbe andare più in là. Dopo c’è solo la morte che il protagonista invoca. Lui spera che quel “qualcuno”, un dio, che egli non conosce e di cui non sa se esista, gli tolga il peso insopportabile di quella che ,certamente, non è più un’esistenza degna di tale nome. Egli ha ancora l’istinto di continuare a vivere, dopotutto, e, per quello, non può togliersi la vita ma alla fine la liberazione viene dall’alto. Il protagonista va a finire nel buco nero della fine, per decisione di chi o cosa ha in mano la situazione. Certo una liberazione dalla sofferenza che nella morte ha il suo limite estremo. Interessante esposizione di casi portati sempre allo stremo, al limite massimo, ad un punto di rottura. Non sono riuscita a smettere di leggere…:sono arrivata alla fine col protagonista, il che vuol dire che il tuo racconto prende.

  2. Daniele Imperi
    24 giugno 2012 alle 18:45 Rispondi

    Grazie, non sapevo che i miei personaggi vivessero situazioni estreme :D

  3. Lucia Donati
    24 giugno 2012 alle 23:04 Rispondi

    Eh eh…

  4. Lucia Donati
    24 giugno 2012 alle 23:08 Rispondi

    Certo che lo sapevi. Volevo fare una specie di recensione (scusami: ci sono abituata e mi è venuta spontanea) ma col finale in più.

  5. Evitare le frasi fatte
    20 agosto 2012 alle 05:03 Rispondi

    […] mio racconto apocalittico Grumi, per fare un esempio personale, ho trovato due soluzioni alternative a “onda anomala”, frase […]

  6. Come scrivere una trama
    2 ottobre 2012 alle 05:02 Rispondi

    […] Quando ho avuto l’idea per il mio romanzo fantasy – una delle ultime idee – ho cominciato a lavorare sulla trama, ma per parecchio tempo è rimasto solo un abbozzo incompleto. L’idea era chiara, ma non bastava, perché le mie idee sono del tipo “Un uomo vive su una zolla di terra fluttuante in un mare di melma negli ultimi giorni della fine del mondo” (Grumi). […]

  7. Marcello
    17 maggio 2013 alle 15:12 Rispondi

    Minchia se è bello il tuo racconto Daniele! Bellissimo! L’ho letto senza staccare gli occhi dal monitor. Ma non ci hai mai mandato niente alla casa editrice? http://www.lapongaedizioni.it (se hai voglia, naturalmente). Mi sono affezionato all’uomo. M’è sembrato d’esser stato io a dare un mordo all’arto. M’è sembrato di avvolgermi nella copertina. Mi sono sentito – non so perché – e ho sentito lui come Senzalegge, uno dei coprotagonisti de “La Freccia Nera”. perchè anche Senzalegge dormiva avvolto nella sua copertina, tranquillo come un topo nonostante attorno a lui tutto andasse a ramengo.

    • Daniele Imperi
      17 maggio 2013 alle 15:36 Rispondi

      Grazie Marcello :)
      No, non ho nulla di pronto da mandare a qualcuno. Ma la terrò presente sicuramente ;)

  8. nino carmine di rubba
    6 marzo 2016 alle 19:35 Rispondi

    casi estremi descritti con alta professionalità.

    • Daniele Imperi
      7 marzo 2016 alle 08:23 Rispondi

      Grazie Nino :)

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