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Giorni contati

Racconto apocalittico: Survival blog, cap. 2

Giorni contati

Nulla è così penoso per la mente umana come un grande e repentino cambiamento.
Mary Shelley (Frankenstein)

26 dicembre 2015, ore 4,18

Ho dormito poco negli ultimi giorni. La metamorfosi che sento dentro di me va al di là di ogni spiegazione razionale. La ferita al braccio stenta a guarire, forse per il freddo sempre più intenso. Non posso accendere un fuoco, non finché starò in questo rifugio, coi Disperati che rastrellano ogni casa da ormai quattro giorni.

Da quando hanno trovato i Gialli che ho ucciso in quel bar.

A bruciarli hanno pensato loro. Hanno dato fuoco a tutto il locale e le fiamme, nonostante la neve che continuava a scendere, non si sono spente se non dopo molte ore. Avrei voluto essere lì vicino, per scaldarmi. Sentivo il crepitio del fuoco e le urla di giubilo e rabbia dei Disperati. Sapevano che nel paese si nascondesse qualcuno. Gridavano e sparavano, minacciando di massacrare e torturare chi non fosse uscito di sua spontanea volontà.

Ma era un bluff, avrebbero ammazzato chiunque. Il cibo scarseggia, le risorse sembrano sempre meno. Non avrebbero mai accolto nelle loro schiere altra gente.

Eppure qualcuno si fece avanti, quattro giorni fa. Il sole era già tramontato e il buio era sceso, dissipato a malapena dalle ultime fiamme che divoravano il locale. Io osservavo i movimenti dei Disperati da dietro un casolare. Erano in sette quel giorno e tutti ben armati. Timidamente, lungo la strada che scende dalla periferia ovest del paese, vidi arrivare due persone. Forse un uomo e un ragazzo, non saprei dire, erano troppo lontani e non potevo espormi per guardare meglio.

Avevano le loro cose in zaini e borsoni e avanzavano lentamente, impauriti dalle grida e dagli spari. Uno della banda li salutò cordialmente, elogiandone il coraggio, nel chiaro intento di tranquillizzarli.

E ci riuscì, perché vidi che i due accelerarono il passo e camminarono con più disinvoltura. Arrivati presso quelli della banda si fermarono, incerti su cosa fare. L’uomo che li aveva salutati, un tipo enorme, coi capelli lunghi e lerci e la barba incolta, offrì loro della birra, che i due accettarono.

Erano padre e figlio, sentii dire a quello più alto fra i due. Adesso li vedevo più chiaramente. Lui era sulla cinquantina, il ragazzo poteva avere quindici anni. Il capo banda mise una mano sulla spalla dell’uomo e gli chiese come si chiamasse. Poi alzò lo sguardo verso i suoi compagni.

Era un segnale.

Non rimasi là a guardare, perché sapevo già cosa sarebbe accaduto. Corsi via in silenzio, nella notte fredda, sotto la neve che continuava a cadere. Le urla strazianti dei due mi accompagnarono fino al rifugio, assieme al rumore dei machete che facevano a pezzi quei corpi.

Poi tutto tacque. Sbarrai la porta e mi misi a piangere. La disperazione si stava facendo strada nella mia mente, insieme all’infezione che trasformava il mio corpo.

Nei due giorni seguenti i Disperati frugarono nelle case, per stanare chi ancora vi si nascondesse. La casa in cui avevo trovato riparo era appena fuori del paese e l’avevo scelta perché era stata una delle prime che avevano rastrellato, tempo addietro. Poi la banda si allontanò, sul finire del giorno, e io, la mattina seguente, ne approfittai per uscire dal rifugio. Avevo bisogno di cibo, le mie scorte stavano finendo.

Arrivai fino all’edificio che avevano bruciato. Là, in terra, ossa spolpate e abiti strappati erano tutto ciò che restava di un padre e suo figlio.

Non indugiai davanti a quel macabro festino e m’incamminai verso la strada che portava al paesino confinante. Dopo una biforcazione che distava circa sei chilometri da dove mi trovavo, sarei arrivato a una provinciale che raggiungeva e attraversava un piccolo borgo.

Avevo con me una carta trovata negli uffici comunali. Facendo un calcolo approssimativo, avrei dovuto camminare per circa diciotto chilometri. Ero uscito dal mio rifugio la mattina prestissimo, ben prima dell’alba. A passo spedito e in buone condizioni fisiche avrei potuto coprire cinque o sei chilometri in un’ora, ma debilitato e continuamente all’erta non avrei potuto sperare di superarne tre o quattro al massimo. Questo significava poter stare circa due ore nel borgo per cercare cibo, prima che il buio mi sorprendesse sulla strada del ritorno. Dovevano bastarmi.

Quando arrivai nei pressi dell’abitato, mancavano due ore a mezzogiorno. Il cielo era sgombro. Già dalla notte aveva smesso di nevicare, ma laggiù la neve non era caduta. Ero sceso di quota, forse stavo sui 700 metri. Attraversai dei campi incolti e mi diressi verso una specie di fattoria abbandonata. Poi un rumore fra i cespugli mi gelò il sangue.

Mi fermai. Proveniva dalla mia sinistra, oltre gli arbusti e i cespugli che fiancheggiavano la strada. Mi avvicinai in silenzio.

Attraverso i rovi vidi la mia salvezza. Nel terreno al di là, un piccolo maiale selvatico grufolava come se niente fosse, ignaro della maledizione che era scesa sul pianeta, della vita che si stava estinguendo senza possibilità di uscita.

Non era una bestia adulta, ma avrebbe potuto sfamarmi per qualche giorno e rimettermi in forze. Il problema era come catturarla.

Non avevo armi da fuoco, ma in caso contrario non le avrei mai usate. Avevo un coltello e portavo con me un grosso bastone e una piccozza appesa al fianco. Ero anche sottovento, quindi, se fossi riuscito ad avvicinarmi in silenzio all’animale, questo non mi avrebbe fiutato.

Maiale

Osservai bene il terreno in cui pascolava il maiale. Mi dava anche “le spalle”, mentre masticava bacche cadute, forse ghiande. Decisi di togliermi le scarpe e le nascosi fra i cespugli. Poi aggirai il terreno in cerca di un varco per entrarvi.

Poco più avanti gli arbusti si diradavano e consentivano un passaggio. Ma non entrai subito, poiché da quella posizione il maiale mi avrebbe visto. Attesi qualche minuto e finalmente il povero animale si voltò dall’altra parte. Così avanzai in silenzio, poggiando i piedi sull’erba fredda e stringendo convulsamente il bastone.

Il maiale forse intuì qualcosa, perché si girò verso di me d’istinto. Fui veloce a colpirlo, ma riuscii a ferirlo soltanto su una coscia mentre si slanciò per fuggire. Tuttavia quel colpo gli fece perdere l’equilibrio e, prima che potesse rialzarsi, il mio bastone gli si abbatté sul capo diverse volte, finché giacque immobile sul terreno ormai rosso di sangue.

Andai a recuperare le scarpe e poi, usando dei cordini che avevo con me, mi caricai l’animale sulle spalle a mo’ di zaino, per avere le mani libere e poter usare ancora il bastone. Avevo fatto presto e avevo trovato una buona scorta di cibo. Ora restava la via del ritorno, lunga, in salita e con quasi quaranta chili sulle spalle.

Arrivai al rifugio che era già buio. Ero a pezzi. Avevo dovuto fermarmi continuamente, poggiare a terra la carcassa dell’animale, riprendere fiato. Talvolta avevo mangiato un po’ di neve per dissetarmi.

Usai la vasca da bagno come congelatore. Ci buttai dentro il maiale e lo coprii di neve, rimandandone all’indomani la macellazione. Poi mi buttai sul letto senza cenare nulla.

I Disperati non arrivarono se non a notte fonda, ma si limitarono a sparare qualche colpo al vento e poi si zittirono fino all’alba. Per altri due giorni cercarono di stanare gente dai loro nascondigli, ma non trovarono nessuno. Forse sono l’unico rimasto, qui nel paese, o forse loro erano troppo ubriachi per riuscire a trovare altri sopravvissuti.

Oggi è di nuovo sabato notte, o meglio domenica, e ho riacceso il generatore per collegarmi a internet e leggere qualche notizia da questo mondo che va in frantumi. Gianluca e Alex hanno trovato il mio blog e anche una certa Yami, hanno letto tutti il mio messaggio. E chissà quanti altri. Nutrire il prione? E come? Non ho ben compreso le parole di Alex, negli ultimi giorni non sono riuscito a mangiare molto e a volte ho i pensieri annebbiati, come se non fossi perfettamente lucido.

Ho macellato il maiale, ma non ho potuto cuocerne la carne per paura che la banda vedesse il fumo del mio camino. Ho dovuto mangiarla cruda. È stata la prima volta e, all’inizio, per me che ho sempre mangiato carne ben cotta e abbrustolita, non è stato per niente facile.

Ha un ottimo sapore, devo dire. Forse è la fame, i tanti giorni passati a mangiucchiare cibi secchi, bacche, frutta trovata per caso, pezzi di pane ammuffito e quelle scatolette di carne e tonno trovate la settimana scorsa. O forse, arrivati a questo punto dell’esistenza, con nessuna prospettiva di redenzione né di futuro per un’umanità che ha distrutto se stessa, si dimenticano le vecchie abitudini e se ne prendono altre, nuove e più barbare.

Mentre scrivo, nel silenzio della mia camera, al freddo e nella solitudine, sento che i miei giorni sono contati, come se dentro di me fosse partito un conto alla rovescia, il cui fine m’è oscuro.

Come quest’ansia che, d’un tratto, mi stringe il cuore in una morsa gelida e senza nome.

8 Commenti

  1. elgraeco
    26 dicembre 2010 alle 10:33 Rispondi

    Amico, trovati uno scopo. In fretta.
    E a quei tipi fagliela pagare. Non importa se credi che lo meritino, oppure no. Fallo. Sei un’arma vivente, ora. Almeno per un po’.

    Hell was here

    (off):
    Ottimo. Col tuo permesso ti linko nella mia pagina statica. Avrei gradito una maggiore introspezione, per sapere come si sente il tuo alter-ego. Comunque il racconto mi sta piacendo.

    ;)

    • Daniele Imperi
      26 dicembre 2010 alle 10:44 Rispondi

      (Off): grazie :) Certo, linka pure. L’introspezione arriverà nel prossimo capitolo :)

  2. Yami
    26 dicembre 2010 alle 19:41 Rispondi

    Cosa stai mettendo sulla ferita? Penso che se stenta a guarire sia più per i batteri e le schifezze nella saliva del Giallo, che per il freddo. Non ne sono sicura, ma il freddo potrebbe aiutare, invece. Rallentare il progredire dell’infezione. Se i Gialli in inverno sono torpidi, forse è perché le basse temperature danneggiano il prione. Io e Angelo ci speriamo tantissimo.
    Non avrei mai creduto di dirlo, ma… carne, eh? Mi è venuta l’acquolina in bocca. Nemmeno ricordo più quando ho mangiato l’ultima bistecca: poco prima che scoppiasse la pandemia, avevo deciso di non mangiare più carne – se non molto raramente. Ora sogno pirofile di pollo al forno con patate. Certe volte mi sembra pure di sentirne il profumo…
    Okay, meglio piantarla qui.
    Occhio ai Disperati. Non farti beccare.

  3. Tim
    28 dicembre 2010 alle 17:25 Rispondi

    (personaggio off) Bellissimo pezzo. Un misto di azione e psicologia della solitudine.
    (personaggio on) certo deve essere brutto essere nell’incertezza su quello che è veramente successo per il morso. O pensi che ormai la trasformazione sia inevitabile?
    Temistocle

    • Daniele Imperi
      28 dicembre 2010 alle 18:56 Rispondi

      (Off): grazie Tim :)

      Nel prossimo capitolo alcuni risvolti su questa “incertezza” ;)

  4. ferruccio
    30 dicembre 2010 alle 15:23 Rispondi

    Ehi, molto bello e appassionante:-)

  5. Daniele Imperi
    30 dicembre 2010 alle 15:27 Rispondi

    Grazie Ferruccio ;)

  6. Il meglio di Penna Blu – Dicembre 2010
    3 gennaio 2011 alle 05:49 Rispondi

    […] a leggere Giorni contati – Racconto apocalittico. Scritto da Daniele Imperi – Archiviato in Risorse il 3 gennaio 2011 – Aggiungi un […]

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