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La gabbia vuota

Un racconto da manicomio

Sedette sul letto della sua cella, fissando il vuoto, un filo di bava che colava sul mento. Ripensò agli ultimi anni della sua vita. Adesso, dopo quasi dieci anni di reclusione, le cose stavano cambiando. La sua stanza non era più spoglia come prima. Vide dei libri. Alberto ne aveva chiesti alcuni sulla natura. Amava gli animali, i boschi, il profumo della libertà. Era stata una buona idea comportarsi bene negli ultimi tempi, pensò.

La direttrice del manicomio criminale aveva voluto premiarlo, regalandogli un uccellino. «È un pappagallo, ma non di quelli che parlano» disse, quando glielo portò. Alberto le aveva sorriso. Era il suo modo di ringraziare.

Si alzò dal letto, raggiunse la gabbia accanto alla finestra, l’aprì e v’infilò dentro una mano. L’uccello svolazzò impaurito, seminando piume nella sua piccola prigione. «Anche tu sei rinchiuso, come me» gli sussurrò Alberto.

Afferrò il pappagallo, poi richiuse la gabbia. Sulle dita sentì il cuore dell’animale che pulsava come impazzito. Lo guardò, trasognato. Poi se lo portò alla bocca, gli staccò la testa con un morso e prese a mangiarlo. Il becco l’aveva ferito sul palato, ma non se ne curò. Si pulì la bocca su una manica e si spazzolò le piume dalla giacca. Osservò la gabbia vuota, silenziosa. Chi prima l’abitava, ora non c’era più. Era libero, anche se nello spirito.

Per Alberto la libertà sarebbe arrivata a breve.

Si sedette di nuovo, in attesa. Era quasi sera e presto la direttrice sarebbe passata per le visite quotidiane. Lo sguardo gli cadde su una manica, dove una piuma era rimasta attaccata. La prese. L’avrebbe regalata alla donna. Alberto sorrise. Ricordò quando la direttrice gli disse che la sorte di quel pappagallo le stava a cuore. A lui non l’aveva mai detto.

Le avrebbe riservato lo stesso trattamento, quella sera.

Un commento

  1. Michela
    6 marzo 2011 alle 13:57 Rispondi

    Hehehehe adoro i cattivi… :D

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