Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

Per chi scrivono gli scrittori?

Futuro dei libriQuello di oggi è un post che non ha una conclusione, perché forse non esiste. È un post pieno di dati e di calcoli, di riflessioni e domande, ma non dà alcuna risposta né soluzioni.

Forse non ci sono neanche queste, forse la produzione di libri deve semplicemente procedere per inerzia, scaraventando nel mercato editoriale sempre nuovi autori, nuovi attori sul palcoscenico della scrittura, ma che recitano davanti al solito pubblico di quattro gatti.

L’editoria tradizionale e la sua produzione di libri

Quanti libri vengono sfornati ogni anno? Secondo l’Istat nel 2011 sono stati pubblicati 59237 titoli e nel 2012 59230 (una differenza curiosa), cioè oltre 160 libri pubblicati ogni giorno. È un numero enorme, se ci pensate bene.

Non ho ancora i dati del 2013, credo debbano ancora uscire, ma se la situazione resta pressoché invariata – in realtà, leggendo i rapporti dell’Istat, è peggiorata, con produzione e tirature diminuite – le librerie continueranno a riempirsi di libri e le possibilità di esser letti, per i nuovi autori, tenderanno sempre più a diminuire.

Un conto è farsi notare fra cento libri nuovi ogni anno, un conto fra mille e un altro conto fra quasi 60.000, che vanno ovviamente ad aggiungersi a tutti i libri prodotti negli anni precedenti.

Il self-publishing e l’esplosione degli ebook

Come sappiamo, esiste un secondo canale di diffusione dell’opera: il mercato degli ebook degli autori indipendenti. Ho letto che nella prima metà dell’anno sono stati autopubblicati circa 3500 libri, quindi circa 23 al giorno, che si vanno a sommare ai 160 di prima.

Posto che un lettore è un lettore e basta, quindi legge sia libri pubblicati da editori sia in self-publishing – anche se credo che la massa legga solo cartacei di editoria tradizionale – questo lettore ha a disposizione una scelta vastissima di letture.

Al di là di questo, un autore indipendente che pubblica oggi deve fare i conti con circa 8400 titoli autopubblicati l’anno (basandoci sul dato di ebook pubblicati entro maggio scorso). Seppure siamo lontani dai quasi 60000, è pur sempre un numero enorme.

Siamo di fronte a un sovraccarico di opere pubblicate?

Giuro che ogni volta che entro in una libreria e vedo lo stragrande numero di libri esposti, mi chiedo: riusciremo mai a leggerli tutti? Ma riescono a venderli tutti? Leggendo i dati dell’Istat del 2012, si scopre che in Italia non si legge quasi per niente.

Esistono ancora case senza nemmeno un libro, esistono ancora persone che non hanno letto neanche un libro l’anno. L’Italia non è un paese per grandi lettori, lo sappiamo. Però siamo su tutti i social e restiamo incollati allo schermo del pc e dello smartphone per quasi tutto il giorno.

Alla luce di tutto questo – 60000 libri pubblicati l’anno, 8000 libri autopubblicati, pochissimi lettori (clienti) – vogliamo continuare ancora a scrivere? Per me sì, la domanda voleva essere solo una provocazione, ma su cui riflettere, perché i numeri parlano abbastanza chiaramente.

Come emergere e avere visibilità, oggi, come scrittori?

Secondo i dati dell’Istat, meno del 50% dei lettori ha letto al massimo 3 libri l’anno, mentre i lettori più forti, che sono una percentuale molto bassa, ne hanno letti uno al mese. In media, quanti libri l’anno legge un italiano? Ho fatto due calcoli e è venuto fuori 4 libri l’anno.

Quindi, come scrittori, dobbiamo tenere conto che un nostro libro, sia pubblicato con un editore sia in self-publishing, va a finire in un mucchio di oltre 67000 libri pubblicati all’anno e che tutta questa produzione soddisfa una richiesta di 4 libri l’anno per ogni italiano.

Ne possiamo concludere che in Italia c’è un’immensa offerta di opere letterarie, ma la richiesta è pari quasi a zero. È come creare una vasta coltivazione di mele, che produce quasi 70000 frutti l’anno, ma i consumatori ne mangiano in media solo 4. Converrebbe? Certo, le mele marciscono, i libri, per fortuna, durano un po’ di più.

Come emergere e avere visibilità, oggi, come scrittori? Ma, soprattutto, per chi scrivere? Sapete rispondere a queste domande?

67 Commenti

  1. Ferruccio
    13 novembre 2014 alle 07:41 Rispondi

    Al di là del valore dell’opera letteraria, per emergere bisogna essere, non dico dei personaggi, ma delle persone visibili per qualche merito (io vedo l’aspetto positivo, ma funziona bene anche il demerito), ma nella maggioranza dei casi il sogno di avere successo con un libro rimarrà nel cassetto

    • Daniele Imperi
      13 novembre 2014 alle 13:59 Rispondi

      Che bisogna essere visibili hai ragione, ma perché dici che funziona il demerito?

      • Ferruccio
        13 novembre 2014 alle 16:20 Rispondi

        Basta vedere chi cercano per pubblicare libri: vip, personaggi alla ribalta per qualche scandalo questo intendevo… Se sei bravo e scrivi un libro di classe ha bisogno di molta visibilità di contorno per emergere, altrimenti ti attacchi, detto volgarmente

        • Daniele Imperi
          13 novembre 2014 alle 18:07 Rispondi

          Sì, su quello hai ragione, i VIP fanno discorso a parte.

  2. Serena
    13 novembre 2014 alle 07:50 Rispondi

    Domande che mi faccio anch’io, Daniele. Una risposta potrebbe essere che bisogna cominciare a scrivere in inglese. Le altre risposte, come nel tuo caso, non mi faranno smettere di battere sulla tastiera. Buona giornata!

    • Daniele Imperi
      13 novembre 2014 alle 14:01 Rispondi

      Ciao Serena, benvenuta nel blog.

      Scrivere in inglese non è per tutti: non basta averlo studiato a scuola. Scrivere narrativa in un’altra lingua, poi, è molto più difficile che scrivere un post.

  3. LiveALive
    13 novembre 2014 alle 08:39 Rispondi

    Quattro libri per italiano, in apparenza, non sono pochi: sono 240.000.000 di libri letti, e quelli prodotti sono solo 70.000. …peccato che quei quattro libri siano sempre gli stessi per tutti, sempre degli stessi autori (immagino che uno sia King).
    Sui 70.000 libri prodotti, quanti sono quelli che effettivamente vendono una copia?

    Quante possibilità ci sono che un autore, senza promozione, diventi famoso? Quante che diventi famoso solo tenendo un blog o un sito?
    Tante quante che accada questo: che girando per Venezia gli cada dallo zaino il suo libro, che proprio in quel momento passi Harold Bloom per strada, e che non solo raccolga il libro e se lo legga, ma che si metta pure a pensare che il suo sconosciuto autore è il nuovo Tolstoj e bisogna assolutamente farlo conoscere al volgo ignorante.
    …no, se uno vuole essere famoso, ma proprio famoso come Franzen, deve avere anzitutto una casa editrice importante che mette dappertutto la sua foto. Poi ci vuole tempo. E soprattutto bisogna fare tanto rumore: dichiarare di aver partecipato a un’orgia gay con il papa ed essere scomunicati per questo è già un buon inizio.

    • Daniele Imperi
      13 novembre 2014 alle 14:07 Rispondi

      Sono pochi in termini di libri letti l’anno.
      Ma è vero che più o meno si leggono sempre gli stessi.

      Senza promozione dubito che possa diventare famoso un autore: se anche si autopubblicasse, comunque, e il suo romanzo ricevesse centinaia di belle recensioni, ecco che si spargerebbe la voce e quella anche è promozione.

      La fama in editoria non credo tu possa ottenerla velocemente. E non basta certo solo un blog, ma tutta una serie di operazioni.

  4. Carlo
    13 novembre 2014 alle 08:57 Rispondi

    Domande semplicissime le tue ;-)

    In effetti come dice Serena sarebbe forse il caso di provare a scrivere in inglese, per tentare di allargare il proprio “giro”, o quantomeno far tradurre le proprie opere per sfondare nel mercato oltreoceano, dove non mancano storie quotidiane di ordinario successo.

    Personalmente credo che in Italia, difficilmente si potrebbe riuscire a vivere di sola scrittura (almeno per quanto riguarda i libri o ebook), tuttavia un nutrito pubblico di visitatori interessati al proprio blog, rappresenta senza dubbio un ottimo punto di partenza per iniziare a farsi conoscere, soprattutto se uno non può accedere agli enormi benefici derivanti dall’essere sponsorizzato da una casa editrice.

    Ma alla luce di questi numeri, le domanda forse più corretta, è scriviamo per gli altri o per noi stessi?

    • Daniele Imperi
      13 novembre 2014 alle 14:11 Rispondi

      A me non piacciono le domande facili facili :)

      Sai scrivere in inglese? Devi assumere un traduttore, ma ti costerà centinaia di euro far tradurre un romanzo.

      Un blog è un punto di partenza, hai detto bene.

      Se scrivi perché vuoi pubblicare, allora scrivi per te e anche per gli altri.

  5. Chiara
    13 novembre 2014 alle 09:23 Rispondi

    L’Italia è un paese per pochi lettori che leggono tanto.
    Questa almeno è la mia impressione, frutto dell’esperienza. Ma non ha fondamento scientifico.

  6. Grazia Gironella
    13 novembre 2014 alle 10:08 Rispondi

    Dopo l’articolo di Salvatore Anfuso, ecco il tuo che gira il coltello nella piaga… Ahimè, il quadro è quello che presenti, senza dubbio. Di fatto le possibilità di essere notati nella massa (sempre che si abbiano le qualità per farlo) sono ridottissime, e legate al capitare sotto gli occhi della persona giusta al momento giusto. Non parlo di raccomandazioni o contatti strani, ma del semplice fatto che serve qualcuno con un ruolo in una casa editrice importante che creda davvero in te per fare il vero passo avanti. Quel passo può portare lontano o fermarsi dopo un metro, naturalmente, ma intanto avrai avuto una possibilità reale. Al momento io la vedo così. Non voglio dire che l’autopubblicazione non abbia sbocchi, ma li vedo molto limitati. Spero di sbagliare.

    • Daniele Imperi
      13 novembre 2014 alle 14:18 Rispondi

      Lo immaginavo :)
      Però è così.

      Anche io vedo l’autopubblicazione limitata. Anche se negli USA pare che funzioni e che ci siano autori che hanno avuto successo e ci campano, bisogna considerare 3 aspetti:

      1: scrivendo in inglese il loro pubblico è l’intero pianeta
      2: negli altri paesi magari si legge più che da noi
      3: negli altri paesi non c’è la diffidenza presente qui nei confronti degli autori indipendenti

  7. Silvia
    13 novembre 2014 alle 10:54 Rispondi

    Ciao, ho 21 anni e scrivo racconti a tempo perso ( anche se in futuro vorrei
    intraprendere questa professione).
    Personalmente non ho ancora pubblicato niente, anche se ho letto i tuoi post sul self publishing. L’ aspetto economico della cosa quindi ancora non mi tocca, ma per quanto riguarda il titolo del post, io scrivo principalmente per sfogarmi. Ho anche scritto dei racconti che ruotano ossessivamente intorno allo stesso soggetto, umano purtroppo ;) :D

    • Daniele Imperi
      13 novembre 2014 alle 14:21 Rispondi

      Ciao Silvia, benvenuta nel blog.

      Scrivere per sfogarsi fa senz’altro bene, ma se dici che vuoi intraprendere questa professione (di preciso quale? Scrittrice di narrativa?) allora devi pensare alla scrittura non più come a un semplice sfogo, che va bene per esercitarsi.

      • Silvia
        14 novembre 2014 alle 17:13 Rispondi

        Grazie per aver risposto.
        In effetti sì: in futuro mi piacerebbe scrivere narrativa :) Normalmente non faccio leggere i miei sfoghi, se sono troppo lamentosi o personali. Se invece parto dalle mie situazioni personali e produco un racconto decente, allora sì.
        Per quanto riguarda la questione della carrira ci sto pensando, anche se ora devo finire l’ Università. Ho provato a scrivere qualcosa apposta per la pubblicazione, ma non ne è uscito niente di abbastanza buono.
        So che non sarà il metodo più economicamente efficace, ma per il momento preferisco aspettare che l’ispirazione venga naturalmente, cosa che non succede da un po’ di tempo :/

        • Daniele Imperi
          14 novembre 2014 alle 18:26 Rispondi

          Non è neanche sbagliato come metodo :)
          Se credi che non siano scritti buoni, fai bene a non mandarli in giro. È sempre meglio fare le cose con calma.

  8. Alessio Valsecchi
    13 novembre 2014 alle 11:11 Rispondi

    Si finisce sempre col parlare delle possibilità di diventare uno scrittore “famoso”, dell’essere letto dalla “massa”, come se fosse l’unica situazione in grado di portare “soddisfazione” (anche economica) all’autore di turno.

    Esistono centinaia (migliaia) di scrittori “non famosi” che con la scrittura ci campano da anni, senza bisogno di essere Stephen King. Ma non scrivono solo narrativa: scrivono anche saggi, editoriali, articoli, blog post. E magari anche traducono o editano o correggono bozze. Sempre “scrivere” è, sempre editoria è.

    La mia impressione è che tanti si lancino nella scrittura SOLO perché sognano di diventare famosi e non per reale passione per quest’arte e desiderio di dedicarcisi professionalmente.

    • Luca.Sempre
      13 novembre 2014 alle 11:44 Rispondi

      Quoto tutto, Alessio.
      Solo che costa più fatica. E preparazione. E costanza.
      In altre parole: lungimiranza.

    • LiveALive
      13 novembre 2014 alle 12:34 Rispondi

      Se uno mi dice “io scrivo, ma mai in tutta la mia vita ho pensato, anche per un solo secondo, come sarebbe bello essere famoso come Stephen King, anzi, no, non lo voglio proprio, voglio scrivere per poi morire ed essere dimenticato nel modo più totale”, ecco, se mi dice questo, non ci credo.
      Intendo dire che, secondo me, tutti quelli che scrivono un pensierino alla fama ce lo fanno, e ce lo fanno più che altro perché le persone che ammirano sono persone di fama.
      Però hai ragione sul dire che non è l’unica via, quella della fama e comunque le soddisfazioni possono arrivare anche da altre parti. Aspetta, ora ci faccio un nuovo commento qua sotto…

    • Daniele Imperi
      13 novembre 2014 alle 14:26 Rispondi

      Il problema è che in Italia non è per niente facile campare con la scrittura, di qualsiasi natura sia. Articoli e blog post pretendono di pagarteli 2 o 3 euro, prezzo che va bene per gli schiavi.

      Anche a me interessa più la fama dei soldi: anche perché sappiamo che è pressoché impossibile fare soldi con la narrativa.

      C’è anche un altro aspetto da considerare: se scrivo narrativa, scrivo quello che piace a me. Se scrivo per un cliente, devo scrivere quello che piace a lui. Una bella differenza, non trovi?

  9. Grazia Gironella
    13 novembre 2014 alle 12:01 Rispondi

    Se la passione c’è lo si vede nel tempo, credo, e non dal fatto che si voglia essere famosi o meno. Avere successo significa essere letti da tanti, e questo non può non essere un obiettivo importante per chi vuole raccontare storie. E’ vero che esistono diversi tipi di scrittura, ma non si equivalgono. E poi, quante delle persone che per campare scrivono di tutto sceglierebbero, potendo, di scrivere soltanto narrativa? Penso sia una discreta percentuale. E’ chiaro che non ci possiamo comportare come bambini viziati e scalpitare perché non abbiamo il gelato facile. Come dicevo a Salvatore, ci siamo scelti una strada difficile, e non ce l’ha prescritta il medico; ma trovo assurdo chi vuole ottenere senza lavorare, non chi lavora e aspira.

    • Daniele Imperi
      13 novembre 2014 alle 14:31 Rispondi

      Vero, anche per me è così: il successo nella scrittura è avere tanti lettori.

      Non tutti quelli che vivono di scrittura scrivono anche narrativa, anzi.

      Concordo anche sull’ultima parte.

  10. LiveALive
    13 novembre 2014 alle 12:51 Rispondi

    Aggiungo qualche riflessione…
    Prima cosa: il dover trovare qualcuno che “ci creda davvero”, come nell’esempio con Bloom che ho fatto. Ecco, io ho fatto una ipotesi impossibile (no, non troverete mai Bloom che cammina dietro di voi, e figuratevi se si chinerà a raccogliere il vostro romanzaccio!), ma in realtà trovare qualcuno che possa spostare su di noi un riflettore non è cosa così impossibile. Esistono infatti anche degli agenti il cui lavoro è proprio quello di rappresentare i promuovere le opere dell’autore presso gli editori. Ci sono poi i consulenti editoriali, che se trovano un’opera che apprezzano la propongono agli editori per cui lavorano. Insomma, i “talent scout” esistono, e alcuni sono anche piuttosto influenti.

    Sopra si è parlato della fama, come se fosse l’unico obiettivo dell’autore. A tal proposito, sul blog Vibrisse c’è una rubrica sulla formazione di scrittori e scrittrici. C’è a che un dialogo (o autointervista) scritto da Giulio Mozzi sulla sua formazione. Lì dice una cosa che all’epoca della lettura mi colpì parecchio: diceva di voler essere uno scrittore minore, sia perché è più facile desiderare ciò che si ha già, sia perché i grandi autori li si rispetta e li si ammira con un poco di timore, ma è degli autori minori che ci si può innamorare. In fondo, non ci affascina a l’idea di scoprire chissà quale perla tra autori inghiottiti dal tempo? Deve essere ciò che ha pensato il tipo che si è deciso a pubblicare la Suite Francaise…
    È vero, non è necessario avere la fama di Chateaubriand per essere felici. Anche perché Chateaubriand oggi è praticamente dimenticato, quando invece Louise Colette lo citava come il famoso e il glorioso per antonomasia… Vedete come gira la ruota?

    Abbiamo detto poi che non è neppure necessario scrivere libri: si può scrivere nei giornali, si possono scrivere cronache, si può collaborare con altri… Certo, la scrittura è di tanti tipi. Nei corsi di lettere, per dire si studia anche critica musicale. Perché? Perché sono un genere letterario anche le cronache musicali, sono un genere letterario anche le recensioni, sono un genere letterario anche i booklet che trovate nei cd… Anche Montale: quanti articoli ha scritto? E D’Annunzio, non è stato anche prolificissimo giornalista?
    Anche lavorare in questo campo, in realtà, può favorire la propria fama. …però, credo che uno che vuole scrivere vuole anche scrivere, soprattutto, narrativa, o poesia, e insomma non so quanto pos soddisfarlo questa scrittura “professionale”, questa scrittura di saggi, articoli, lettere commerciali, eccetera.

    • Daniele Imperi
      13 novembre 2014 alle 14:35 Rispondi

      Consulenti editoriali e agenti vogliono essere pagati, giustamente: tutti possono permettersi quella spesa?

      Non sono d’accordo sugli autori minori: dipende sempre dall’autore e dai gusti personali.

      I giornali ti pagano la fame. Recensioni, booklet, cronache: scrivi sempre quello che vogliono gli altri.

      Hai detto bene: “non so quanto possa soddisfarlo questa scrittura “professionale”, questa scrittura di saggi, articoli, lettere commerciali”. A me non soddisfa per niente.

      • LiveALive
        14 novembre 2014 alle 08:28 Rispondi

        Ci sono anche agenti e consulenti che si prendono il rischio, e vengono pagati dalla casa editrice con cui collaborano, non dall’autore.

  11. Salvatore
    13 novembre 2014 alle 15:35 Rispondi

    Sai cosa mi piacerebbe fare? Confrontare i dati di lettura dell’Italia con quelli di Inghilterra, Germania e Francia. Sono proprio curioso di scoprire se loro leggono più di noi. La mia ipotesi è che non ci siano differenze rilevanti, però non so dove trovarli. Li ho cercati, ma non efficacemente.
    Per rispondere alla domanda implicita: “se sei predestinato, lo diventerai” (scrittore di successo); diceva Bukowski.

    • Daniele Imperi
      13 novembre 2014 alle 18:08 Rispondi

      Al destino non ci credo. Provo a cercare anche io i dati di lettura esteri, magari USA e UK.

    • Lisa Agosti
      13 novembre 2014 alle 20:11 Rispondi

      A grandi linee, i giornali canadesi e la TV locale dicono che:
      90% dei canadesi legge almeno un libro all’anno
      50% compra un libro al mese
      30% legge almeno un libro al mese (quindi il restante 20% compra ma non per sé, li regala)
      Questo varrebbe per i libri cartacei, non ho trovato dati sugli e-book.
      Per quanto riguarda gli USA, le loro percentuali sono tutte più basse, ma potrebbe essere per via della competizione tra vicini, non so quanto ci si possa fidare.
      Se dovessi basarmi sulle mie osservazioni, direi che nessuno ha letto un libro da quando ha finito la scuola, sono tutti trogloditi. In compenso, è possibile comprare libri OVUNQUE, anche in farmacia, quindi immagino che vendano (ma sono tutti paperback di John Grisham e Nicholas Spark).

      • Daniele Imperi
        14 novembre 2014 alle 08:02 Rispondi

        Canadesi: sono messi peggio di noi, allora :D
        Tu rovini la media.

        E uno che pensa sempre che all’estero la lettura sia più rispettata.

  12. enri
    13 novembre 2014 alle 22:00 Rispondi

    Ho partecipato anch’io alla ricerca, per quanto riguarda i libri letti in USA e Germania. Le statistiche non sono chiare, ma un grafico a barre del 2008 darebbe la Germania come il paese europeo in cui si legge di più. Gli italiani sembrano essere i fanalini di coda di questa classifica, e di gran lunga, anche se il campione tipo e il numero di intervistati non è sempre specificato. Germania, Stati Uniti e Canada (dove è presente un sistema scolastico tra i più avanzati in occidente) si contendono la leadership. Chi mi trova i dati del Burundi e della Nord Corea, gli offro una birra :-)

    Se è vero poi che un italiano su due non legge neanche un libro l’anno, consideriamo che questa statistica comprende anche migliaia di lettori abituali che di libri ne leggono tanti. Quindi il resto è deserto. Che tristezza. Che peccato.

    Tornando al tema del post, secondo me si deve scrivere per se stessi. Bisogna innanzitutto divertirsi, lasciarsi portare dall’onda, dall’entusiasmo, almeno nella prima stesura. Lasciata poi riposare la mente, si rilegge, si ritocca e si riscrive. Qui il punto di vista cambia. Stai correggendo qualcosa scritto da e per te, al fine di renderlo fluido e comprensibile sia a te, ma soprattutto a un ipotetico lettore. Proseguendo nel lavoro, fino alla stesura finale, questo fine rapporto di telepatia e di introspezione giunge al culmine, liberando il pensiero puro. Almeno me la immagino così.

    Non credo sia un buon approccio scrivere pensando al successo o alla pubblicazione. Scrivere è sia un processo creativo che metodico. Richiede quindi fantasia e abnegazione. Se uno vuole fare soldi, mi sa che ha scelto il mestiere sbagliato. Guadagna di più in media un venditore di pentole, credo, soprattutto in Italia.

    Ho letto infine un interessante articolo tedesco che metteva in raffronto il numero di letture medie annue pro-capite tra i ragazzi con quello delle “letture” fatte nella classe immediatamente precedentemente a quella degli intervistati. I due numeri calavano o aumentavano di pari passo, come se uno fosse l’effetto dell’altro. la lettura è quindi contagiosa e leggere ai bambini una storia sarebbe già d’aiuto. Ma un italiano su 10 non ha neppure un libro in casa. Cosa legge a suo figlio, le istruzioni del tostapane? Però in quanto a cellulari e console portatili non ci batte nessuno, è trendy, fa figo, guarda qua.

    • Daniele Imperi
      14 novembre 2014 alle 08:08 Rispondi

      Secondo me le statistiche non sono da prendere in considerazione, perché appunto sono statistiche, non un censimento a tappeto su tutti gli italiani.

      Fuori da una libreria a Roma c’è sempre un gruppetto di 3-4 ragazzi che chiede ai passanti qual è l’ultimo libro letto. Io passo sempre oltre perché non amo essere importunato da nessuno, ma magari stanno facendo una qualche statistica.

      Per me è un buon approccio definire un obiettivo, che sia pubblicazione o meno.

      Hai ragione sui bambini: vanno abituati da piccoli. Io, per fortuna, sono cresciuto quando l’informatica non esisteva praticamente, quindi in casa non c’erano computer, non li aveva nessuno, i cellulari e la play station non li avevano ancora inventati, ma comunque non avremmo potuto permetterceli. Adesso rischi di passare per un marziano se non hai certi oggetti in casa, ma se avrò dei figli, mi dispiace ma la play station non entrerà mai in casa mia.

      • LiveALive
        14 novembre 2014 alle 08:43 Rispondi

        Ma no, io sono cresciuto a pane e playstation! Guarda che ci sono giochi interessanti anche dal punto di vista narrativo XD
        Comunque non piace neanche al mio prof di geografia: dice che fa male al cervello.

        • enri
          14 novembre 2014 alle 10:17 Rispondi

          Sono d’accordo con te. Ho due figli adolescenti a cui non ho privato nessun tipo di console. Le hanno avute tutte dai Nintendo, ai GamePad alla Psp. Non ne hanno mai abusato e ci ho giocato anch’io con loro. Non hanno però mai smesso di leggere, anzi molti giochi erano e sono stimolanti per la lettura e lo studio.

          Ora hanno gli smartphone e parlano già di togliersi dai social. Mi figlio che ha 18 anni dice che il prossimo cellulare lo vuole addirittura senza internet, quindi solo con telefono e sms. Non so quanto sia possibile e consigliabile, non si tratta di mobbing o dipendenza. Si interessa all’agricoltura e alla botanica e vorrebbe iscriversi ad agraria a Vienna. Ha molti amici, tra cui contadini locali, che studiano e e con cui condivide interessi simili. Nei giovani di adesso, nati proprio nel periodo del boom dell’internet fisso e mobile, si sta verificando un’inversione di tendenza.

          Ho sempre letto loro libri e storie, fino a 4-5 anni fa. Spesso me le inventato al momento. Non appena sapevano leggere se le leggevano anche da sole, ma quelle create al momento erano quelle che amavano di più. Ho condiviso con loro anche articoli riguardanti i sintomi di abuso di multimedia, dalla tv alla Psp al cellulare, in modo tale che loro stessi fossero in grado di riconoscere i primi effetti fisici e mentali, non appena fossero insorti. Se vedevo segni di nervosismo o di tic nervosi o di arrossamenti oculari allora li stimolano a riflettere.

          Ora Psp e DS sono arcaiche memorie, ammuffite in qualche cassetto e forse rispolverate solo a fini estetici. La negazione e la privazione di un oggetto di larga diffusione stimola reazioni e pulsioni violente nei confronti dei genitori. Aprire le porte significa però anche vedere cosa c’è dietro e conoscere i rischi e le possibili conseguenze. Chiuderle però senza spiegazione, provoca reazione e spesso frustrazione e non solo. Nel caso in cui poi venissero a contatto con l’oggetto e lo usassero (amici compagni società ecc.), aumenta esponenzialmente il rischio che sia l’oggetto a prendere possesso di loro, creando dipendenza da divieto, pulsione alla trasgressione, all’emulazione e via dicendo.

          Questa è la mia esperienza. Tra gli amici che hanno scelto la via privativa, pur difendendo le proprie scelte, solo uno si dichiara soddisfatto. Non ha neanche mai avuto la tv ma solo un portatile in salotto. Io non ne sarei stato capace, ma ammiro molto quello che ha fatto.

  13. Francesca Lia
    13 novembre 2014 alle 22:07 Rispondi

    Articolo molto interessante.
    Io non ho mai contato i libri che leggo in un anno, ma non credo siano più di 5, parlando di narrativa. Tuttavia non mi sento ignorante, svogliata o inferiore rispetto ai lettori seriali. Semplicemente so che le mie energie sono limitate, e voglio dedicarmi solo all’eccellenza (secondo i miei gusti, ovviamente :) ).
    Quando entro in libreria mi sento soverchiata e confusa, più che invogliata a scegliere e comprare. Sono l’unica a provare questa sensazione?
    Se i lettori fossero tutti come me, risponderei che puntare sulla quantità è una strategia che a lungo andare satura il mercato e stanca i lettori.
    Forse le case editrici dovrebbero cominciare a pubblicare meno e meglio, puntare il più possibile sull’eccellenza, affidandosi ad esperti letterari di vario tipo, e non considerare solo i metodi per vendere di più. Non per “preservare la nobiltà della letteratura”, ma per rendere fertile il mercato editoriale e acquistarsi la fiducia dei potenziali acquirenti attraverso, in fondo, un’altra forma di competizione tra scrittori. Secondo me il problema non è la sovrabbondanza di scrittori, ma la sovrabbondanza di scrittori immaturi, approssimativi e velleitari che tuttavia vogliono pubblicare.
    Tuttavia non so niente di economia e può darsi che io abbia detto un sacco di stupidaggini.

    • enri
      13 novembre 2014 alle 23:00 Rispondi

      Quando entro in libreria oltre a sentirmi soverchiato e confuso come te sono a dire il vero anche un pò invidioso. Ma solo un pò. Prevale soprattutto la curiosità. Scatto foto alle pile di novità, prendo nota dei nuovi autori, leggo il risguardo di quelli che mi interessano. Guardo il posizionamento dei casi letterari, la loro esposizione al pubblico. Mi interessa il mercato e chiedo al librario cosa tira, cosa vende. Ma solo a fini statistici e orientativi.

      Per quanto le letture sono molto selettivo. La quantità di roba che ho in lista è talmente grande da farne una condizione irrinunciabile. Il numero varia, ma di regola, un libro al mese è il minimo. Leggo molta saggistica professionale, oltre a romanzi racconti e poesie. Non leggo i giornali, non guardo la tv. Da quando ho iniziato a scrivere dedico a questo la maggior parte del tempo e anche il mio modo di leggere ne ha risentito e non poco. Chiarisco termini e concetti, approfondisco, quasi studio ciò che leggo. Cerco di capire la tecnica, la struttura del l’intreccio, la magia che usa quel maledetto bastardo per indurmi a girare pagina così velocemente.

      Vorrei avere più tempo. Al momento riesco a fare si èno 1000-1500 parole al giorno di media, ritagliate qua e là, rubate di nascosto al giorno. Molte di queste da mobile, per motivi di lavoro.

      • Francesca Lia
        15 novembre 2014 alle 00:03 Rispondi

        Non sapevo bene se rispondere a te o a Daniele, ma scrivo per entrambi :)
        Posso dire di non conscere i miei gusti? Per la verità capisco subito se un libro mi piace davvero, ma le linee guida proposte di solito dalle case editrici per incanalare un lettore (autore, genere, ambientazione e chissà cos’altro) non mi servono a trovare i miei “libri belli”, e da questo deriva lo spaesamento. Anche io ormai compro quasi solo su internet: ho a disposizione una vasta scelta, i commenti dei lettori e tanti piccoli vantaggi che mi aiutano a fare acquisti migliori.

        Come lettrice, adesso, cerco la nicchia, un prodotto che sembri “fatto apposta per me”. Invece che affannarmi tra libri “carini, non male”, preferisco, per esempio, vedere un film che mi piaccia moltissimo, o fare una passeggiata se il tempo è splendido – anche la mia scrittura ne uscirà più pulita. Non vorrei “avere più tempo” :D mi sono arresa. Il tempo è e sarà sempre poco. Bisogna ottimizzarlo.
        Come scrittrice mi rivolgo a lettori simili a me. Il mio obiettivo è creare un prodotto molto particolare e di alta qualità, che soddisfi una sottile fetta di pubblico, ma la soddisfi tantissimo, e la spinga a mettere in secondo piano i libri scritti per piacere un po’ a tutti, in favore del mio. E’ ambiziosa, ma è un’idea :)

        • Daniele Imperi
          16 novembre 2014 alle 10:21 Rispondi

          In queso siamo simili: neanche io conosco bene i miei gusti, sia da lettore sia da scrittore. Leggo quasi di tutto e mi piace scrivere quasi di tutto.

          Concordo sul dover ottimizzare il tempo.

          L’idea non è ambiziosa, ma credo sia l’unica che ci faccia scrivere bene e con piacere.

    • Daniele Imperi
      14 novembre 2014 alle 08:11 Rispondi

      Grazie :)

      Non mi sento confuso, perché so quali sono i miei gusti e mi piace anche sperimentare altri autori e conoscere altre opere. Ma devo dire che trovo i miei libri quasi esclusivamente online che in libreria.

      Concordo sul pubblicare meno e meglio. Ci sarebbero meno titoli, ma più possibilità per editori e autori di promuoverli meglio e di vendere di più.

  14. mk66
    14 novembre 2014 alle 12:27 Rispondi

    Concordo col senso dell’articolo, ma non con i risultati delle statistiche.
    A mio parere, le stesse sono troppo facili da manipolare e piegare ai sensi di chi vuole che esca un qualsiasi risultato per motivi propri.
    Mi spiego meglio, con alcuni esempi pratici: statisticamente io negli ultimi anni non ho letto un solo libro, ed è in parte vero: non ne ho acquistato nemmeno uno, ma ne ho letti almeno una ventina negli ultimi 3 anni (sostanzialmente ebook letti dal pc, non ho un reader); statisticamente io non sono un grande lettore in quanto non acquisto molti libri, eppure ho una biblioteca che occupa circa un terzo del volume del mio appartamento, e conosco quasi a memoria ogni libro ospitato, per non parlare del disco esterno che contiene quasi esclusivamente ebook, in un numero analogo a quelli cartacei (taccio sul fatto che sono un accanitissimo frequentatore di biblioteche, in quanto nelle statistiche di cui sopra non sono comprese, almeno non nei risultati che fanno comodo alle case editrici per dire che gli italiani non leggono/comprano libri); statisticamente gli italiani vengono accusati di leggere poco/niente, eppure io in questi ultimi anni sono stato all’estero, in compagnia di alcuni italiani, e le principali discussioni extra-lavorative vertevano sui commenti agli ebook letti, dal ché potrei dedurre (in una mia personale statistica) che il 100% degli italiani legge almeno un libro ogni 3 mesi!
    Statisticamente gli abitanti dell’estero leggono molto più di noi, io nella fattispecie ho conosciuto e parlato (sia per lavoro che al di fuori del lavoro) gente proveniente da centinaia di nazioni, tra le quali figurano posti evolutissimi come USA, UK, Germania, Giappone (in questa frase tralascio il resto dell’Oriente e l’Est Europa, che nell’immaginario collettivo non hanno gli stessi livelli culturali, anche se a breve ci ritornerò sopra) eppure tra tutti costoro (tutti con un livello culturale abbastanza elevato, potrei aggiungere) ho scoperto che ben pochi avevano letto libri negli ultimi anni (al di fuori di ciò che concerneva il proprio lavoro): un americano aveva una raccolta di racconti che portava avanti da 2 anni e un tedesco aveva letto in media un libro all’anno negli ultimi 3 anni, quindi nella mia statistica personale, gli italiani superano di gran lunga il resto del mondo come letture annue!
    Torno sul fatto dei Paesi dell’Est: la nostra sede era una nazione dell’Est Europa (la Serbia) e vivevamo in una cittadina che risultava essere la capitale universitaria della nazione, peraltro per un certo periodo abbiamo avuto la sede presso un ufficio interno all’università stessa. Si parla di un popolo con un numero di diplomati (anche la laurea lì pare essere considerata un diploma) elevatissimo, gente che come prima cosa, in qualsiasi discorso, presenta le proprie referenze con tanto di documentazione che attesta i propri livelli di studio, capacità e le proprie graduatorie. Ebbene, in tutta la città io non ho mai trovato una biblioteca (solo quella universitaria, peraltro con un numero di libri ridicolo e praticamente nulla in inglese, quindi leggibile, nemmeno testi scientifici) e ho visto solo due librerie, in una delle quali c’era la fila solo per chiacchierare con la titolare (mai visto una sola persona uscire con un libro) e l’altra era inserita all’interno di un supermercato, ma anche lì non ricordo di aver mai visto nessuno che si fermasse (ammetto che la ragazza al banco non aveva gli stessi argomenti della titolare dell’altra libreria…) eppure tutti in quella città si vantavano della propria cultura e del fatto che fosse la capitale universitaria dell’ex regno… ma quante “oscenità culturali” ho visto…
    In conclusione, mi spiace dirlo ma le statistiche, a mio parere, lasciano il tempo che trovano: troppo facile pilotare i risultati a seconda del parere di chi fa/commissiona la statistica o di chi comanda al momento… ;-)

    • Daniele Imperi
      14 novembre 2014 alle 12:36 Rispondi

      Interessanti questi dati. Sulle statistiche siamo d’accordo, non solo sono manovrabili, ma poi non sono precise. Ci vorrebbe un censimento, ma non è possibile farlo.

  15. Giuse
    14 novembre 2014 alle 19:29 Rispondi

    Mmmh, come argomento è molto difficile dare una risposta razionale, perché con questi dati alla mano verrebbe da pensare a cosa serve impegnarsi un anno intero per poi avere pochissime possibilità di essere letti (messo e non concesso di avere avuto la fortuna di essere stati pubblicati).
    Ti dirò me ne fregherò di tutte le statistiche e dei dati e risponderò con “la pancia”:
    scrivo per trovare un contatto con chi vorrà leggere la mia storia. Voglio riuscire a trasmettere le emozioni che ho impresso sulla carta e se possibile far riflettere.

    Scrivere è un bisogno che nasce da dentro, mentre l’editoria è un mondo disincantato, una giungla e forse non è adatto agli scrittori.

    • Daniele Imperi
      14 novembre 2014 alle 20:40 Rispondi

      Ciao Giuse e benvenuta.
      Fai bene ad andare con la “pancia” :)
      Buttarsi non fa male.

      Non credo che l’editoria non sia adatta agli scrittori. Il problema è che un libro deve vendere, se vuoi che venga letto. E se vuoi trasmettere quelle emozioni a più gente possibile. Certo, potresti dire che basta che siano pochi, ma il rischio è che non siano nessuno.

  16. Giuse
    14 novembre 2014 alle 21:58 Rispondi

    Hai ragione, ma con forse l’editoria non è adatta agli scrittori, intendevo un po’ quel sentimento di giungla e di antagonista invincibile contro cui imbattersi, ma forse, questo mio è il pensiero di una persona che ancora non si è confrontata con questa realtà e quindi il solo pensare con questi dati, potrebbe impaurire.

    Cosa si dovrei dire allora? kawabonga, quel che sarà, sarà!

    :)

    L’importante sarà farsi leggere da più persone possibili e in un modo o nell’altro in qualche modo, prima o poi, ci riuscirò.

    • Giuse
      14 novembre 2014 alle 23:35 Rispondi

      Ok ho appena riletto quanto scritto… no comment… rileggere può salvare da certe figuracce o.o

    • Daniele Imperi
      16 novembre 2014 alle 09:42 Rispondi

      Dipende da come vivi l’editoria, secondo me.
      Poi mi spieghi cosa è questo “kawabonga”, che sa quasi dell’ormai famoso “bunga bunga” :D

      • Giuse Oliva
        16 novembre 2014 alle 14:05 Rispondi

        :D
        “kawabonga” e` tratto dalle tartarughe ninja, ma e` un grido lanciato un po’ per dire lanciamoci! Come il personaggio di Doctor whoo gradava: alonsie o geronimo prima di iniziare un’azione molto pericolosa!

        Certo il tutto dipende da come si vive l’editoria, ma ti confesso che piu` mi avvicino al momento della revisione e piu` ho paura dell’editoria: e se quello che ho scritto non piace? e se il racconto non e` interessante? e se… aggiungi qualsiasi cosa ti venga in mente?

        Il mondo dell’editoria e` sia terrificante che magnifico.

        Basterebbe non farsi prendere dall’ansia per vivere meglio, ma questo e` un concetto che potrebbe adattarsi a qualsiasi campo nella vita.

        • Daniele Imperi
          16 novembre 2014 alle 14:11 Rispondi

          Forse ti saranno utili i miei post di martedì, mercoledì e giovedì :)
          Tratto anche di queste paure e ansie.

  17. Sirius
    14 novembre 2014 alle 23:28 Rispondi

    La letteratura, almeno a certi livelli, non deve diventare un operazione di marketing. Perderebbe il suo significato.

    • Daniele Imperi
      16 novembre 2014 alle 09:42 Rispondi

      La letteratura no, siamo d’accordo, ma se vuoi vendere un libro, devi fare operazioni di marketing.

  18. Kinsy
    15 novembre 2014 alle 08:19 Rispondi

    “Come emergere e avere visibilità, oggi, come scrittori?”
    Domanda da un milione di euro!
    Secondo me ci vuole una buona miscela di carisma, fattore C, originalità e qualità.

    • Daniele Imperi
      16 novembre 2014 alle 09:44 Rispondi

      Hai ragione, secondo me, anche il fattore C esiste, che possiamo tradurre con opportunità, coincidenze, casualità, ecc.

  19. maurap
    15 novembre 2014 alle 10:01 Rispondi

    Il tema che hai affrontato nel post risulta doloroso per chi ama scrivere. La cultura generale ha visto un forte incremento rispetto al passato, ma stranamente il numero dei lettori è diminuito. Non vorrei che, l’offerta straordinaria dei nostri tempi, sia un deterrente. Il principio di saturazione del mercato prevale rispetto alla domanda. Temo che stiamo per arrivare a quello che è successo nella poesia: moltissimi scrivono poesie, nessuno le legge.
    Se così fosse, lo scenario che si prospetta è apocalittico. Noi poveri scrittori in erba – non mi definisco più aspirante, dopo che ho letto un tuo post- non avremo più possibilità di emergere.

    • Daniele Imperi
      16 novembre 2014 alle 09:46 Rispondi

      Sulle poesie hai ragione. A me piace leggere quelle di scrittori famosi, dei classici, ma non comprerei mai le poesie di autore odierno.

      Le possibilità di emergere ci sono, vanno solo trovate, scrittore per scrittore e libro per libro. Ciò che è difficile non è impossibile.

  20. Tenar
    15 novembre 2014 alle 15:00 Rispondi

    La situazione dei lettori oggi in Italia è sconfortante. Preso atto di questo, come autori, nel momento in cui scriviamo penso che dobbiamo porci un solo problema: scrivere rispettando i nostri lettori. Che siano 2, 200, 2000 o 20000, il nostro atteggiamento non deve cambiare. Se scriviamo con onestà intellettuale e rispetto per l’intelligenza del lettore, questo trasparirà dalle nostre pagine e sarà apprezzato.
    Poi tutti i problemi di visibilità ce li dovremo porre a opera finita. Penso che un testo scritto con sciatteria, che consideri il lettore un idiota, anche se ha tutta la visibilità del mondo, non posso andare lontano. Magari venderà nell’immediato, ma tra 10, 50 anni, chi si ricorderà di lui?

    • Daniele Imperi
      16 novembre 2014 alle 09:49 Rispondi

      Concordo sull’attegiamento: il lettore è sempre il lettore e va rispettato.

      A opera finita si deve analizzare il libro e sulla base di quello stabilire una strategia della visibilità.

  21. franco zoccheddu
    15 novembre 2014 alle 19:50 Rispondi

    Scrivo perchè mi piace farlo, e se è così per me, povero e anonimo sconosciuto, penso che sia certamente così per chi ha ben altre capacità. Il piacere di scrivere. Tutto il resto è conseguente.

    • Daniele Imperi
      16 novembre 2014 alle 09:52 Rispondi

      Il piacere della scrittura, dello scrivere, non deve mai mancare, da quello dipende tutto il resto.

  22. Mara Dall'Asen
    15 novembre 2014 alle 23:23 Rispondi

    Per quel che ho saputo da varie indagini in giro per internet, tra i lettori più forti ci sono i tedeschi e i giapponesi. Perciò converrebbe far tradurre in quelle due lingue. Per quel che riguarda i self in America, mi sembra siano dati del mese scorso, sono arrivati al 50% delle pubblicazioni e molti scrittori vivono di scrittura. Per quel che mi riguarda non voglio proprio la notorietà di King o altri, a me interessa che il libro sia letto, chi sono io è poco importante. Sarà che io escluso il nome impresso sulla copertina mi sono sempre interessata pochissimo della vita degli autori. il libro ha la sua vita e la sua personalità. Dimenticavo anche il sud-america ha un buon bacino di lettori, e allora via anche con lo spagnolo e il portoghese! Oggi tra l’altro esiste BabelCube che dicono sia molto interessante per le traduzioni e con costi contenuti. Ciao

    • Daniele Imperi
      16 novembre 2014 alle 10:04 Rispondi

      Anche a me interessa che venga letto il mio libro, tutto quello che viene in più è ben accetto.
      Tradurre il libro in altre lingue va bene, ma credo che bisogna considerare ciò che va in quei paesi, prima di tutto, oltre alle spese di traduzione, che sono elevate.

      Ho visto BabelCube, ma sinceramente non ho capito come funziona: dicono che è gratis la traduzione e che guadagnano con una percentuale. Non mi convince: tradurre un libro di 500 pagine, per esempio, è un lavoraccio, chi mai lo farebbe gratis?

      • mk66
        16 novembre 2014 alle 12:30 Rispondi

        In effetti sembra strano, ma aprendo la pagina relativa, mi pare di capire che invece la “percentuale” la prendono poi gli “aventi diritto” (ovvero autore ed editore) e loro come società, nonché i loro traduttori, prendono comunque una bella fetta…
        http://www.babelcube.com/faq/revenue-share

        Non convince molto nemmeno a me… boh!

  23. Cornetta Maria
    25 dicembre 2014 alle 15:57 Rispondi

    Augurissimi di Buone Feste a tutti voi!

  24. Marisa
    18 febbraio 2015 alle 16:19 Rispondi

    Perché siamo arrivati a questo? E’ la domanda che dovremmo porci . E’ colpa del modo elitario di concepire l’editoria fino ad oggi. Finalmente l’autopubblicazione permette a tante persone di confrontarsi con se stesse, con le loro potenzialità ,di esprimere il loro concetto di creatività, al di là dei capricci (perché di questo si tratta) dei tanti potentati che decidono se accettare o meno un manoscritto. Hanno perso l’esclusiva, capisco la loro rabbia e me ne rallegro, una salutare lezione ai superbi. Se ci fosse stato un graduale assorbimento anche di istanze culturali “non allineate” , questo travaso improvviso non ci sarebbe stato. Il legittimo desiderio di partecipare alla cultura, “spalmato” su tempi più lunghi ,avrebbe avuto un effetto meno invasivo. Mi auguro che lo pubblichi.

    • Daniele Imperi
      18 febbraio 2015 alle 16:24 Rispondi

      Da una parte è vero, ma la facilità di pubblicazione ha anche messo in circolazione tanta robaccia.

  25. Marisa
    19 febbraio 2015 alle 14:52 Rispondi

    Non vorrei sembrare polemica, ma i giudizi su un’opera o su un’autore sono personali e non validi universalmente. A me, per esempio, non piace assolutamente Stephen King , preferisco di gran lunga Agatha Cristie e quindi se fossi stata un’editrice , avrei sbagliato a non pubblicare King solo perché non piaceva a me. E’ quello che può accadere a qualunque editore, anche il più esperto in materia. I gusti non si discutono e non seguono criteri particolari.

    • Daniele Imperi
      19 febbraio 2015 alle 14:57 Rispondi

      Per robaccia intendo ebook pieni zeppi di errori grammaticali. Stephen King o Agatha Cristie, a prescindere dai gusti, hanno scritto opere di qualità.

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