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Il futuro del fantasy

Breve viaggio all’interno della letteratura fantastica
La compagnia dell'anello - Hildebrandt

C’era un tempo in cui amavo le storie epiche in cui castelli da espugnare e viaggi alla ricerca o alla consegna di talismani si alternavano a popoli mitologici come elfi, nani e troll. C’era un tempo in cui la magia e i draghi erano per me ingredienti fondamentali per un romanzo fantasy di successo.

Ho letto Il Signore degli Anelli di Tolkien e, prima, il romanzo che da questo ha preso spunto – o più che uno spunto, come sostengono alcuni – La Spada di Shannara di Terry Brooks. Fantasy classico, che poggia sulla solita struttura:

  • mago/stregone che avvisa di un pericolo;
  • eroe nella figura di uno qualunque;
  • viaggio e ricerca;
  • pericoli vari;
  • arrivo e combattimenti sparsi qui e là;
  • vittoria del Bene sul Male.

Terry Brooks ha continuato su questa strada, letture piacevoli, ma che non offrono nulla di nuovo nel fantasy.

Anni fa ho letto anche David Eddings, scrittore prolifico, dalle numerose saghe. Un po’ statici quei romanzi letti, ma particolari, perché contenevano anche un qualcosa di scientifico.

Philip Pullman, C.S. Lewis e J.K. Rowling mi sembrano quasi simili come tipologia di fantasy: un mondo moderno in cui esistono la magia e creature fantastiche. Certo, le loro opere hanno una propria individualità, ma sono comunque un fantasy diverso dal solito.

Poi c’è il fantasy tedesco. Michael Ende e Walter Moers ci hanno dato nuovi mondi e una fantasia tutta nuova. Scrittori molto divergenti, per temi trattati e per stile. I romanzi di Ende contengono una vena triste, malinconica, mentre nelle storie di Moers c’è follia pura, la fantasia lanciata senza freni e senza inibizioni.

George R.R. Martin ha in un certo senso riscritto il fantasy classico, plasmandolo direttamente dalla storia medievale, creando un mondo duro, brutale, vicinissimo, credo, alla realtà dell’Età di Mezzo.

Nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco – lunghissima saga che sembra non aver fine – c’è un enorme pregio, che altri romanzi fantasy non possiedono: la magia e le creature fantastiche centellinate col contagocce.

Non solo c’è un totale rinnovo delle figure mitologiche – gli Estranei, per esempio – ma l’elemento fantastico è così raro e sapientemente inserito, che il lettore non può fare a meno di credervi.

Dal nostro paese giungono romanzi di serie B, che sfruttano l’ondata del fantasy classico, attingendo a miti e folclore anglosassoni, che non solo sono distanti dalla nostra cultura, ma non danno al pubblico nulla di nuovo.

C’è qualcuno, però, che si distingue in questo triste e monotono panorama fantastico e propone finalmente qualcosa di originale, di non-visto, di italiano, anche. Zeferina e La corsa selvatica di Riccardo Coltri e Il Mangianomi di Giovanni De Feo sono due chiari esempi di questa nuova letteratura fantasy. Tutta italiana.

Nei primi due romanzi citati siamo di fronte a miti nostrani, scovati e disseppelliti da Coltri e riproposti in una veste nuova, che ci mostra un’Italia buia, leggendaria, che mai avremmo immaginato.

De Feo, invece, confeziona un romanzo in forma di fiaba, in un’Italia seicentesca che ci riporta indietro ai tempi dei re e delle regine e delle principesse da sposare e delle streghe e dei sortilegi sempre in agguato.

Questi due scrittori devono essere letti da chi vuol dedicarsi al fantasy, devono essere presi come esempio per dare una nuova vita a questo genere letterario.

Il fantasy italiano

Non scrivete storie di cui il mercato editoriale è saturo. Proponete materiale nuovo. L’Italia nasconde – ma non troppo – miti, leggende e folclore che possono far nascere idee e storie nuove e originali.

Non c’è più spazio per gli gnomi, gli elfi, i cavalieri solitari e gli eroi per caso. Non c’è più gusto a leggere storie già lette e conoscere genti già frequentate. Non ha più senso la vittoria del Bene sul Male. Il Male, qualche volta, può anche vincere.

Il fantasy italiano deve divenire un nuovo filone da sfruttare e, grazie alla mole di materiale che le nostre leggende contengono, potrebbe andare avanti per anni e anni senza soffrire della malattia del già-visto.

21 Commenti

  1. Samuele
    10 novembre 2011 alle 07:29 Rispondi

    Ciao! Ho letto l’articolo, davvero interessante, come molti altri che posti su questo blog.
    Io personalmente mi sto cimentando nella scrittura di un fantasy: è qualcosa che non presenta i tòpoi che hai elencato, seppur presenti una tematica ancora rivolta verso la lotta Bene/Male.
    Devo dire di non essere completamente d’accordo quando dici che il tema è diventato obsoleto ormai: credo, infatti, che lo scopo principale di un fantasy sia quello di portare ai lettori quei valori che più hanno difficoltà a trovare nel giorno d’oggi, ovvero virtù, speranza, il viaggio inteso come crescita interiore. Credo, ma è un’umile parere, che un fantasy debba avere come scopo quello di portare un po’ di sogni laddove sognare diventa sempre più un lusso, mostrare che i nostri desideri possono essere realizzati tramite il duro lavoro e che ognuno di noi può dare sempre il meglio di sè. Forse sarò sciocco, ma credo che una tematica del genere non possa mai diventare obsoleta, specie di questi tempi.
    Grazie per lo spunto di riflessione.

    • Daniele Imperi
      10 novembre 2011 alle 08:44 Rispondi

      Ciao Samuele,
      non mi riferivo al messaggio che potrebbe o dovrebbe lasciare un fantasy, ma parlavo degli elementi che strutturano e caratterizzano la storia, quindi i soliti elfi, i soliti maghi vecchi, il solito viaggio col talismano e la ricerca dello stesso. Alla fine, messaggio a parte, è la solita storia fritta e rifritta.

  2. Il futuro del fantasy | Diventa editore di te stesso | Scoop.it
    10 novembre 2011 alle 09:01 Rispondi

    […] Il futuro del fantasy […]

  3. Glauco
    10 novembre 2011 alle 09:23 Rispondi

    Bell’articolo. Un esame attento del Fantasy attuale, misurato e critico al punto giusto. Concordo con te… soprattutto sulla tua nota finale, ovvero quella di sfruttare le nostre leggende per scrivere un fantasy, e non di rimanere fedeli ai soliti noti, che poi derivano dalle leggende dei luoghi in cui Tolkien, la Rowling etc etc sono nati. Se loro scrivono basandosi sulle loro leggende, perché non dovremmo fare altrettanto noi e scavare nei misteri italiani?

  4. Angelo
    10 novembre 2011 alle 10:00 Rispondi

    Ciao Daniele.

    Non ho letto il libro di De Feo, ma la Corsa Selvatica è davvero bello (con venature horror).
    D’accordo con te con la necessità di proporre cose nuove e mettere da parte il copia e incolla dalle opere di Tolkien (che, tra l’altro hanno alle spalle un approfondimento che i suoi epigoni di solito sognano soltanto)

    Ciao
    Angelo

  5. Elan
    10 novembre 2011 alle 10:23 Rispondi

    Ciao!
    Sono una nuova lettrice del tuo blog! Ti ho scoperto con questo articolo grazie a Google+ e credo che mi fermerò davvero molto volentieri da queste parti, visto che mi rispecchio molto nelle tue idee esposte qui sopra :)
    Purtroppo il fantasy, specie in quest’ultimo periodo, sta prendendo una piega veramente triste anche fuori dall’Italia (vedi i vari Twilight, se di fantasy vogliamo parlare, e tutti gli altri libri sul filone vampiresco che sono usciti).
    Da noi purtroppo la situazione è peggiore perché la chiesa ha, volente o nolente, un’influenza dannatamente negativa su questo tipo di letteratura. Basti pensare a quanto il Papa ha detto su persino ad un romanzo come Harry Potter, perché incitava alla magia nera e alle stregoneria… -.-
    Secondo me abbiamo molti scrittori promettenti, ma molti hanno paura di emergere, un po’ per le critiche che potrebbero ricevere, un po’ per volersi mischiare alla “massa”, finendo così per parlare dei soliti temi triti e ritriti.

    Non conosco i due autori che hai citato, ma sicuramente ci darò uno sguardo… Zeferina e la Corsa Selvaggia mi incuriosisce in modo particolare ad essere sincera :)

    Ti faccio ancora complimenti per il blog e, da amante della lettura e della scrittura, continuerò di sicuro a seguirti con estremo piacere! ^_^
    A presto!
    Elan

  6. Daniele Imperi
    10 novembre 2011 alle 12:02 Rispondi

    @Glauco: vero. Nessuno prende mai in considerazione che quei fantasy provengono da un’eredità culturale che non è nostra. E non è sufficiente leggere quei fantasy per fare proprio quel folclore.

    @Angelo: hai ragione, i retroscena delle opere di Tolkien sono abbastanza complessi.

    @Elan: grazie e benvenuta nel blog :)
    Il problema, secondo me, è che la maggior parte degli scrittori emergenti non vuole perdere tempo con l’elemento primo e fondamentale della scrittura creativa: la documentazione.

    Quindi risulta più facile inventare il solito mondo con draghi e gnomi e spade magiche e quant’altro che cercare e leggere libri sulle leggende e i miti nostrani.

  7. Max Novelli
    10 novembre 2011 alle 12:07 Rispondi

    Grande Lele,
    personalmente da quando ho scoperto Martin non ne riesco più a fare a meno. Mi piace l’approccio maturo e la gestione dei personaggi, la loro condotta mai univoca mi affascina e rende il racconto sempre fresco. Brooks mi è sempre sembrato un po’ troppo derivativo, ma con il Fantasy è dura andare oltre gli stilemi…

    • Daniele Imperi
      10 novembre 2011 alle 12:13 Rispondi

      Grazie Max :)

      Martin è unico, secondo me, ma continuerò a leggerlo in inglese a partire dal romanzo appena uscito ;)

  8. Sibilla
    10 novembre 2011 alle 12:27 Rispondi

    Interessante questo sito.. lo seguirò volentieri!
    A presto..Sibilla

  9. franco zoccheddu
    10 novembre 2011 alle 13:08 Rispondi

    Interessante, Daniele. A dir poco: grazie! Le tue sintesi sull’ambiente letterario, sul mercato, mi coinvolgono ben più di tanti inutili articoli arzigogolati dei giornali.
    Un’ideuzza, vaga e solo per parlare: due anni fà portai una mia classe a visitare Montecitorio, in un raro momento di affollamento e concitazione dei deputati riguardo a scelte sul federalismo. In aula (bellissima come un castello immaginario)il caos più totale. Parlamento? Ecco un bel Fantasy!!
    Ancora grazie.

  10. Romina
    10 novembre 2011 alle 17:13 Rispondi

    Bel post! Io non so se ho mai scritto un vero fantasy… le mie fiabe a volte contengono creature fantasy ma non sempre. In genere, nei testi per adulti tendo a evitare figure troppo conosciute o a dar loro una veste nuova, cercando sempre di agire su un piano simbolico più profondo di quello che potrebbe sembrare.
    Mi piace molto il tema della lotta tra Bene e Male e credo che si potrà sempre scrivere di questo in modo orginale se non si copieranno idee altrui, perché ci sarà sempre qualcosa da dire. Tuttavia, sono d’accordo con te sul fatto che non sempre debba trionfare il Bene e soprattutto sul fatto che non debbano sempre essere gli eroi a vincere…

  11. Daniele Imperi
    10 novembre 2011 alle 17:22 Rispondi

    @Franco: grazie dei complimenti. Più che un fantasy, Montecitorio è un horror :)

    @Romina: Grazie :)
    Sì, anche dando una veste nuova a certe creature può essere una soluzione. Il tema della lotta fra Bene e Male in fondo c’è sempre.

  12. Marcello M.
    14 novembre 2011 alle 17:01 Rispondi

    Per certi versi hai perfettamente ragione, ho condiviso altrove un pensiero simile. Tuttavia credo che la vera strada sia quella della contaminazione. Avrebbe poco senso mettere in gioco i miti e le leggende italiane (che poi sono molto diverse di regione in regione) ignorando completamente quelle dei luoghi in cui la fantasy è nata.
    Non credo che l’originalità stia nella scelta di non utilizzare gli elfi o i troll (che poi con nomi diversi sono presenti anche nei racconti della tradizione popolare italiana); penso, piuttosto, che bisogna cercare trame complessive che possano discostarsi dai canoni, adottare punti di vista nuovi e via dicendo. Ma tutto questo deve essere fatto con possedendo la giusta maturità narrativa, altrimenti si rischia di fare soltanto un brutto pastrocchio.
    Ci sono talmente tante storie da raccontare e talmente tanti modi per farlo!
    Martin, che tu hai – a ragione – citato, ne è un chiaro esempio.

    P.S.
    In passato è stato troppo facile sparare su Terry Brooks. Io credo che sia stato fortemente frainteso e che la sua opere sia molto diversa da “Il signore degli anelli”. Ma la faccenda si fa complicata.

    Complimenti per questa perla nel mare della Rete.

    M.M.

    • Daniele Imperi
      17 novembre 2011 alle 18:26 Rispondi

      Grazie Marcello.
      Sono senz’altro diverse da regione a regione le leggende italiane, è vero, ma quelle straniere sono comunque estranee alla nostra cultura. Secondo me, oltre a introdurre nuovi miti, bisogna come dici tu creare nuove storie.

  13. Marcello M.
    20 novembre 2011 alle 11:44 Rispondi

    Grazie a te per la cortese risposta.
    Da appassionato del genere, mi capita troppo spesso di storcere il muso. ;)

  14. Giulia Manzi
    1 dicembre 2015 alle 23:25 Rispondi

    Sono da sempre appassionata di letteratura fantasy (come lettrice) e da scrittrice mi concentro prevalentemente su questo genere. Pur essendo italiana, mio padre mi ha cresciuta tra il folklore tipico irlandese, con riferimenti continui a gnomi, fate, folletti, Túatha Dé Danann e tutti quegli elementi che fanno parte degli stereotipi del fantasy classico.
    Tuttavia, ho trovato e trovo davvero pochi libri fantasy che abbiano una buona documentazione; anche le leggende e le creature che fanno parte del folklore hanno delle loro caratteristiche e strutture che, nella letteratura, vengono spesso adattate a seconda della fantasia dell’autore, fino a creare personaggi che, della razza di origine, hanno solo il nome (mi sento di citare, a questo proposito, i “vampiri” di Twilight).
    Tutte le culture, come ha espresso Marcello, presentano creature che, con nomi differenti, presentano però caratteristiche in comune che le fanno appartenere a una stessa razza. Penso che sia proprio questo il bello del fantasy: unisce tante culture e, intrecciando le storie e le leggende, è possibile creare storie dalla bellezza universale.
    Il tutto sta nell’abilità dello scrittore e nel rispetto – oltre che nella rielaborazione originale – della documentazione a cui fa capo. Mi sento di citare Pulman, quando sosteneva che nessuno scrittore inventa nulla, ma “ruba” dal suo patrimonio culturale e letterario per creare qualcosa di nuovo.
    D’altronde, le fiabe per bambini che conosciamo non sono altro che una rielaborazione delle prime commedie greche.

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 16:48 Rispondi

      Ho notato anche io che quelle creature mitologiche subiscono modifiche secondo l’autore, come se non si fosse per niente documentato.
      Concordo sulla rielaborazione basandosi su una precisa documentazione dei miti.

  15. Alessandro
    3 novembre 2016 alle 17:28 Rispondi

    Per me l’eroe è quello che non ha bisogno degli altri anzi sono gli altri ad avere bisogno di lui, sa farsi amare da una donna percle sue prodezze, anche se non ha un bell’aspetto, in una compagnia fa leader, se deve gettare un anello in cratere lo fa con le sue forze e si unisce ai compagni in battaglia oppure in alcuni casi è lui a battersi per proteggerli, non trema come una foglia di fronte ad un ragno gigante che vive in una grotta (ne ho visti di peggiori e più sgravi tipo nei videogiochi), anzi lo affronta e lo apre in due con la spada o di peggio.

    Morale non esistono più gli eroi di una volta

    • Daniele Imperi
      3 novembre 2016 alle 17:51 Rispondi

      Sì, forse non esiste più la figura dell’eroe come si intendeva un tempo, però forse quella figura è stata troppo usata, quindi adesso si sente il bisogno di un altro tipo di eroe.

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