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La forza degli aggettivi

Tre funzioni non scontate dell’aggettivo

Forza aggettivi

Ne ha parlato alcune settimane fa Francesca nel blog Carta traccia, “Gli aggettivi servono, bisogna “solo” usarli bene”, affrontando il tema degli aggettivi in modo approfondito. Era una sorta di difesa a questo elemento della lingua che nella scrittura creativa molti tendono a svalorizzare.

Forse è anche vero che un abuso di aggettivi denota scarsa esperienza di scrittura propria degli autori alle prime armi – un gradino che tutti, non dimentichiamolo mai, abbiamo dovuto calpestare.

Ma è altrettanto vero che, se esistono, gli aggettivi vanno usati e non demonizzati a priori. Ogni elemento della lingua ha una sua funzione: stona quando gli assegniamo un valore e un compito che vanno oltre questa funzione.

Il concetto di “attributo” nellʼanalisi del periodo

Me la ricordo ancora oggi lʼanalisi logica. Era una delle materie insegnate al liceo. A me piaceva, perché la trovano di semplice comprensione e… logica, appunto. Alla fine analizzare il periodo diventava quasi una lezione di matematica: ogni elemento doveva stare al suo posto e aveva un ruolo preciso.

Prendiamo la frase “Io mangio una mela verde”. Lʼanalisi logica mi dice che:

  • “io” è il soggetto
  • “mangio” è il predicato verbale
  • “una mela” è il complemento oggetto
  • “verde” è lʼattributo del complemento oggetto

Ora possiamo anche disquisire sul fatto che la frase abbia significato anche senza quellʼattributo e è senzʼaltro vero. Ma allʼinterno di qualche contesto quellʼattributo può avere un senso.

Se descriviamo un personaggio, possiamo cavarcela scrivendo “Indossò un completo giacca e cravatta”, oppure possiamo dare più “colore” alla nostra descrizione scrivendo “Indossò un elegante completo blu scuro su cui risaltava una cravatta giallo canarino” – non mʼintendo di eleganza, quindi se è un cazzotto a un occhio, portate pazienza.

Ma lʼattributo è importante, perché va usato, appunto, per attribuire un valore a un sostantivo. Gli aggettivi, quindi, devono valorizzare la parola a cui sono legati, non appesantirla.

Se scrivo, per esempio, “Mi passai una mano fra i capelli mossi”, ho abusato dellʼaggettivo, secondo me. Il lettore si potrebbe chiedere perché i miei capelli sono mossi in quel momento oppure quando ho annunciato di averli mossi.

Lʼautodescrizione, quando raccontiamo in prima persona, va fatta senzʼaltro, ma con maestria. Scarlett Thomas ci riesce benissimo.

Lʼunico aspetto negativo delle cuccette è quello che fanno ai miei capelli. Non so se è lʼaria condizionata, o lʼelettricità statica, o il vellutino di cui sono rivestiti gli scompartimenti, fatto sta che i miei capelli impazziscono e diventano simili alla lanugine intrappolata sulla carta moschicida. Forse è un poʼ frivolo pensare a certe cose. Forse sono i capelli crespi a rendermi frivola.

– Tratto dal romanzo PopCo.

Decisamente più elegante del dire qualcosa come “Mi passai una mano fra i capelli crespi”.

Un aggettivo può sottintendere unʼintera scena

È stato il romanzo Oltre il confine di Cormac McCarthy a farmi pensare a questa ulteriore funzione dellʼaggettivo. In un paio di casi i personaggi hanno acceso il fuoco con della “legna raccogliticcia”.

Ora, non ci sono tanti modi per accendere un fuoco:

  • compri la legna già bellʼe pronta
  • spacchi alcuni ciocchi e rami con unʼascia
  • usi la carbonella da bravo pigro
  • spacchi qualche mobile se sei in un romanzo apocalittico
  • raccogli la legna che trovi in giro nel bosco

Questʼultima è la legna raccogliticcia. McCarthy ha sintetizzato unʼintera scena in una sola parola: un aggettivo. “Raccogliticcia” non è solo un semplice attributo, ma una condizione ben precisa. La legna stava per terra, caduta dai rami come accade nel bosco, era parte del terreno, secca, inutilizzata, e è stata raccolta per accendere un fuoco.

Non serviva descrivere i personaggi andare in giro a cercare e raccogliere legna, bastava riassumere quella scena con un aggettivo: raccogliticcia. Una bella parola, lasciatemelo dire, perché sa di antico, sa di familiare, sembra uno di quei termini “paesani” che in città non si usano, anche perché cosa vuoi trovare di raccogliticcio in città? Le cicche e altre schifezze?

Prendiamo questʼaltro pezzo, tratto dal romanzo Il totem del lupo di Jiang Rong:

Mucche e pecore brucavano pigre e il sole ben presto incominciò a stemperare lʼaria gelida della notte.

Quanto cʼè in quel “pigre”? Non dà al lettore una migliore rappresentazione degli animali al pascolo rispetto a un più povero “Mucche e pecore brucavano”? Quel “pigre” ci fa capire che gli animali erano tranquilli, si sentivano al sicuro.

Lʼesagerazione dellʼaggettivo

A puro titolo di cronaca voglio segnalare il gran lavoro e “pseudoabuso” che ha fatto Rabelais dellʼaggettivo nella sua imponente opera Gargantua e Pantagruele. È riuscito a tirar fuori ben 167 attribuiti dellʼepiteto “coglione” tutti elencati pagina dopo pagina e, sempre per lo stesso epiteto, altri 162 qualche pagina dopo. 329 aggettivi per una sola parola. Rabelais è il re dellʼinsulto.

Più avanti per sei pagine di seguito cʼè stato un botta e risposta fra Pantagruele e Panurge che si davano del matto affiancandolo a una lunga serie di aggettivi: della serie “facciamo a chi offende meglio”.

Ma quella è unʼopera esagerata e soprattutto umoristica. Lì non possiamo parlare di abuso di aggettivi. Lì sarebbe stonato non trovarne un abuso, che abuso non è, poi.

Conclusione e considerazioni finali

Io ho abusato degli aggettivi. Li ho fatti miei, me ne sono impossessato e li ho resi schiavi dei miei sostantivi. Usare tanti aggettivi mi pareva segno di una maturità nella scrittura, di una scrittura in un certo senso più professionale perché barocca.

In realtà, invece, era tutto il contrario. È proprio la corsa affannosa agli aggettivi che dimostra la poca maturità dello scrittore, la sua poca esperienza. Adesso penso di starci più attento, anche se la tentazione di imbottire una storia di aggettivi è sempre dietro lʼangolo.

Ma torniamo a noi: come vi sembrano queste tre funzioni non scontate degli aggettivi?

38 Commenti

  1. Franco Battaglia
    9 luglio 2015 alle 07:31 Rispondi

    Strepitoso post!

  2. Samantha
    9 luglio 2015 alle 08:12 Rispondi

    sono per l’aggettivo funzione del sostantivo. Quello che racconta condensando un’azione o uno status. Non mi piace abusarne. trovo il testo poi come una torta esageratamente farcita. Panna , crema cioccolata, meringa, decorazioni di zucchero etc. Sono per il sobrio che come una lama taglia la fetta e non la imbottisce.
    Zac e l’aggettivo è servito

    • Daniele Imperi
      9 luglio 2015 alle 13:43 Rispondi

      È giusto così. Io agli inizi ne abusavo parecchio e ne andavo fiero.

  3. Chiara
    9 luglio 2015 alle 08:57 Rispondi

    Io tendo a distinguere l’aggettivo che esprime un attributo del soggetto dall’aggettivo che esprime un giudizio del personaggio, e cerco di capire quale delle due funzioni sia più utile al tipo di scena.

    Per esempio, la scena del treno è strettamente legata al punto di vista del personaggio, e gli aggettivi hanno la funzione di veicolare ciò che pensa dei propri capelli. La prima persona agevola in questo perché più fresca e più vicina al lettore, ma con la terza limitata il rischio di essere ingenui è dietro l’angolo. Proprio ieri sono stata in difficoltà su questo: la coprotagonista era in un posto orribile, ma ciò che vedeva non aveva un valore oggettivo per il lettore, era solo un ammasso di aggettivi legati alla sua percezione, e quindi ridondanti, di scarso impatto. “brutto” e “sporco” possono essere deleteri: occorre andare oltre e spiegare perché.

    Invece gli attributi servono a rendere più vivida la scena, a potenziarne l’impatto: il completo blu con la cravatta gialla può far pensare (la butto lì) a un personaggio tendenzialmente sobrio e conforme al sistema, ma che ha bisogno di esprimere la propria personalità arricchendo gli abiti più banali con un dettaglio personale. Il lettore se lo immagina, lo vede.

    • Daniele Imperi
      9 luglio 2015 alle 13:46 Rispondi

      Ciò che vede il personaggio è per forza soggettivo, ma poi dipende dal tipo di descrizione che devi fare. “Brutto” e “sporco” in quel caso andrebbe qualificati meglio, sono d’accordo.

  4. LiveALive
    9 luglio 2015 alle 09:22 Rispondi

    Ma con tutti i modi in cui sono stati usati gli aggettivi nel corso della storia, è troppo limitante provare a ridurre il tutto a una possibilità, come a volte si cerca di fare per mettere ordine. Qualche esempio a caso: McCarthy usa pochi aggettivi e soprattutto sensoriali, come si consiglia oggi; E.A. Poe, in certi racconti, per rendere l’atmosfera indefinita di mistero, abbonda di aggettivi astratti e “impressionistici”; Buzzati usa pochi aggettivi concreti nelle descrizioni normali, ma prende a usarne di astratti e generalizzati quando descrive i sogni, per renderne l’aspetto indefinito; Proust arriva ad usare anche 5 aggettivi di fila, spesso originali (l’odore del copriletto a fiori è definito “medio, appiccicoso, dolciastro, indigesto e fruttato”); Joyce cambia uso degli aggettivi a ogni racconto o capitolo, ma a che lui ne usa quattro o cinque di fila, a volte, ma più concreti di Proust (le sue stanze sono “alte, fredde, vuote, cupe”).
    Di norma, io preferisco i testi barocchi pieni di aggettivi. Questione di gusto, ovviamente, perché tutto dipende dal tipo di testo che si vuole scrivere. La narrazione secca e concreta richiede uno stile fatto di sostantivi e verbi; la narrazione misteriosa o simbolica richiede un tono diverso che può essere reso con una particolare scelta di aggettivi; descrizioni di ambienti ricchi o narrazioni particolarmente evocative o uso di un punto di vista particolare richiedono invece uno stile ricco e abbondante.
    Ovviamente non è facile il completo controllo. Anche per questo si consiglia agli inesperti di concentrarsi sulla narrazione pura, non sullo stile in sé comunicativo, e così si consiglia di usare sostantivi precisi, e di usare gli aggettivi solo se strettamente necessario. Ciò però, a volte, porta a una credenza errata, e cioè che scopo dell’aggettivo sia solo comunicare qualcosa di preciso sull’aspetto dell’oggetto cui si riferisce il sostantivo a cui si riferisce l’aggettivo. Cioè, che l’aggettivo sia utile solo se comunica qualcosa di direttamente visualizzabile. Chiaramente non è così: è evidente che qualsiasi cambiamento nella forma, anche se non immediatamente individuabile, porta a un cambiamento sull’effetto. L’aggettivo può effettivamente comunicare cose relativa all’aspetto concreto di ciò a cui si riferisce. Ma può anche avere il compito di comunicare una atmosfera. Può servire per “sfuocare” l’immaginazione come nel caso dei sogni. Può imitare un dato stile di testo (come fa Joyce, parodiando tutti i generi). Può dare un particolare tono e “mood” allo stile. Se si usa un punto di vista, può dare informazioni sul personaggio che li pronuncia. Se si usa un punto di vista o un onnisciente può esprimere giudizi. Può anche limitarsi a trasmettere idee generalizzate su un oggetto, e lasciare poi il lettore accordare queste caratteristiche alla sua immaginazione (come consigli Paul Auster, dicendo che se le fiabe le sentiamo come intime e coinvolgenti è proprio perché la “casa alta” viene determinata da noi nel dettaglio – per quanto l’immaginazione sia comunque guidata dall’aggettivo generico).

    • Daniele Imperi
      9 luglio 2015 alle 13:52 Rispondi

      I testi barocchi piacciono anche a me, ma bisogna usarli per storie precise, non sta bene in ogni storia uno stile del genere.

  5. Grilloz
    9 luglio 2015 alle 09:54 Rispondi

    Con una metafora culinaria, l’aggettivo è come una spezia, può esaltare il sapore, ma non deve mai coprirlo. Poi è una questione di stile, sta alla sensibiltà dello scrittore dosarli nel modo giusto, secondo il suo gusto e alla sua insicurezza, a volte, abusarne. In ogni caso lo scrittore deve sentire il testo suo, non deve sentirsi forzato a togliere aggettivi perchè lo dice qualcuno o ad aggiungerne perchè lo dice qualcun’altro o a scegliere aggettivi concreti o astratti a seconda delle “mode”. Questo al di la del fatto che può essere un esercizio utile provare a scrivere senza aggettivi. Ho letto racconti i cui autori erano invitati a scrivere senza descrizioni e riducendo al minimo gli aggettivi, e sono uscite cose interessanti, inviterei tuti gli scrittori a provare almeno una volta a farlo.

    • Daniele Imperi
      9 luglio 2015 alle 13:53 Rispondi

      Sono d’accordo, deve essere una scelta dell’autore, non di una moda né di un esperto. L’esercizio che segnali è interessante, sarebbe da provare.

      • LiveALive
        9 luglio 2015 alle 14:35 Rispondi

        Prova a scrivere un testo da “nuovi puritani” (https://en.m.wikipedia.org/wiki/New_Puritans) come vedi, sono testi che tentano di ridurre al minimo l’alterazione rispetto allo standard linguistico, cercando così una prosa assolutamente non invasiva.
        Io stesso ho provato a scrivere un testo completamente paratattico, zero avverbi, zero aggettivi, mai forme negative e passive, mai alterazioni dell’ordine SVO, mai verbi di percezione e pensiero, e neppure articoli indeterminativi.

        • Grilloz
          9 luglio 2015 alle 14:47 Rispondi

          Interessante. Ultimamente sto provando ad informarmi un po’ alle correnti letterarie del XXI secolo, così, per provare a capire dove sta andando la letteratura.

          • LiveALive
            9 luglio 2015 alle 16:09

            Io me ne interesso da un po’, ma è un bel casino, perché le “correnti” le individuiamo a posteriori, e quello che vediamo oggi del XXI secolo sono piccoli gruppi organizzati molto effimeri.
            Provando a fare una panoramica, ti dico che io noto tre cose:
            1- i più grandi autori contemporanei (don DeLillo, bolano, David Foster Wallace, Paul Auster, zadie Smith, Thomas pynchon, Saramago, Garcia Marquez) sono classificati come “postmoderni”. La letteratura postmodernista è ironica e sfrutta il pastiche stilistico, ed è eminentemente realista. Si manifesta sostanzialmente in due modi: realismo magico, e realismo isterico. Il realismo magico (cent’anni di solitudine) lo capisci, fonde elementi fantastici e realistici. Il realismo isterico è invece in buona parte quello che Calvino indicava come romanzo enciclopedico (infinite Jest, denti bianchi, underworld): tende a distruggere la normale struttura degli eventi, ricercando strutture più originali, caratterizzate dalla digressione, e così i diversi elementi si accumulano finché il romanzo non esplode. Poi chiaramente c’è anche il postmodernismo puro, fatto di trame fumose, di scene incoerenti, di enigmi strutturali che il lettore deve risolvere: a tal proposito, si veda L’Arcobaleno della Gravità.
            2- l’arte musicale e visiva attualmente è dominata dal (post)minimalismo (in musica: Philip Glass, Steve Reich, Arvo Paart), e questo lo vediamo anche nella letteratura: Cheever, Carver, Cormac McCarthy, Beckett, i puritani stessi. È una letteratura secca, tutta concentrata sugli eventi più semplici e quotidiani, e con uno stile semplice. In generale ti dico inoltre che in questa corrente sento un forte sentimento religioso. Lo si vede in molta arte contemporanea (la musica di Paart, Pendereki e Messiaen, il cinema di Sorrentino, la letteratura di McCarthy; e Giulio Mozzi per me fa minimalismo sacro), e credo che acquisterà importanza nel tempo, questa “religiosità postmoderna”.
            3- sostanzialmente, tutti i generi derivati dal cyberpunk, tra cui c’è anche il movimento più giovane registrato da wikipedia, cioè il New weird (da affiancare per certi versi alla bizarro fiction, e cioè affiancando Vandermeer a Mellick III). Si vede benissimo qua dentro lo spirito postmoderno, ma pescano a più piene mani nello straniamento, nel grottesco, nell’affiancare elementi a volte incoerenti e appunto “strani”, originalissimi e inusitati (c’è, volendo, dello sperimentalismo contenutistico), ma comuque mantenendo delle trame coerenti, a volte dolci e a volte “cannibali”, e una forma per lo più semplice.
            Questo però non ci permette di capire esattamente dove stiamo andando. Il postmoderno infatti da molti è ormai considerato superato: si parla di post-postmodernismo… Ma anche di rimodernismo, di metamodernismo, di transmodernismo, di neomodernismo, di postrealismo, di postironia, di un ritorno alla nuova sincerità… E non è chiaro come si manifesti esattamente tutto ciò (non a caso Frye diceva che questo è il momento migliore per scrivere, proprio perché non c’è nulla di dominante: e infatti la chiave del postmoderno è proprio l’abbandono delle certezze). Io personalmente mi aspetto questo: se il modernismo (Joyce, Woolf) e le avanguardie (gruppo 63, Oulipo) hanno cercato di mostrarci tutti i possibili mezzi dell’arte letteraria, mi aspetto che per ancora alcuni decenni si cerchi di capire come usare quali mezzi, classificandoli ordinatamente è capendoli.

          • Grilloz
            10 luglio 2015 alle 09:10

            Grazie LiveALive, molto interessante, soprattutto l’ultima parte del commento è proprio ciò che cercavo. Tempo fa mi domandavo, ma se nell’800 c’erano i caffè letterari dove gliscrittori dell’epoca si incontravano per scambiarsi idee, oggi, con le nuove tecnologie, immagino che questi “caffè letterari” abbiano estensione globale, che tu sappia esiste qualcosa? qualche gruppo, forum, blog…
            In ogni caso hai qualche link da suggerirmi per approfondire?

          • LiveALive
            10 luglio 2015 alle 10:04

            Da un punto di vista culturale, i centri più “eminenti” online probabilmente sono quelli che si riuniscono attorno alle riviste letterarie. Le più famose sono Satisfaction, Il Primo Amore, DoppioZero, CarmillaOnline, Nazione indiana e soprattutto Minima&Moralia. Poi ci sono sicuramente quelle universitarie, come Enthymema (rivista dell’università di Milano, liberamente scaricabile online, che io leggo spesso); per una panoramica più (troppo) ampia cercati le liste delle riviste di fascia A. Riguardo i blog, ce ne sono tanti, così tanti che io ho scelto di seguire solo due, perché se no è impossibile trovare il tempo per fare altro. Uno dei più seguiti è sicuramente Vibrisse, dove si trovano spesso discussioni interessanti. Per i forum, a bizzeffe; il più grande e frequentato (anche da editori ed editor) in Italia è senza dubbio il Writer’s Dream. Ovviamente accademie e gruppi di lettura “fisici” continuano ad esistere, e probabilmente la cosa più fruttuosa rimane trovarsi due-tre persone davvero esperte con cui interagire e da prendere come riferimento, e fermarsi là, non è fruttuoso seguire ogni blog e ogni forum e ogni rivista.

          • Grilloz
            10 luglio 2015 alle 10:11

            Grazie mille per gli spunti :)

        • Daniele Imperi
          9 luglio 2015 alle 14:54 Rispondi

          Sì, è un esperimento interessante, appena avrò modo penso di farlo.

  6. Erin Wings (Irene Sartori)
    9 luglio 2015 alle 11:36 Rispondi

    Grandioso! non avevo mai pensato a tutto questo, a parte l’abuso degli aggettivi, non avrei mai pensato che potessero essere così utili… Io tendo ad abusarne, o a usare quelli sbagliati. Forse devo solo imparare a usarli al posto giusto.
    Grazie mille per questo articolo!

    • Daniele Imperi
      9 luglio 2015 alle 13:57 Rispondi

      In che senso usi quelli sbagliati? :)

  7. Loredana
    9 luglio 2015 alle 11:51 Rispondi

    Mi piace moltissimo la funzione principale degli aggettivi, quella di arricchire la narrazione trasmettendo una certa idea della situazione. Mi riferisco principalmente all’esempio che hai fatto, delle mucche e pecore pigre. Trasmette benissimo, l’aggettivo, proprio la sensazione che hai detto tu e che al lettore è necessario che arrivi, per fargli capire e intuire qualcosa in più, che non una semplice informazione. E’ facilissimo abusare degli aggettivi, e soprattutto dei loro superlativi…ultimamente ho preso a sfrondare molto le mie frasi da questi, quando li sento inutili, e a usarli in modo più creativo, per evocare immagini e sensazioni.

    • LiveALive
      9 luglio 2015 alle 13:33 Rispondi

      D’altro canto oggi ti consiglierebbero di togliere l’aggettivo “pigre” e, se è utile, di trasmettere quella sensazione in modo scenico. Infatti “pigre” é una specie di “pacchetto informativo” che poi il lettore scioglie in più dati (cioè se le può immaginare sdraiate, che brucano e fanno movimenti lenti), e oggi in genere si sconsiglia di fornire al lettore il pacchetto già sciolto, evitando forme riassuntive.
      Ma è chiaro che staremmo parlando di un modello rigido e limitato, perché quello che conta è l’effetto in sé.

      • Daniele Imperi
        9 luglio 2015 alle 14:00 Rispondi

        Hai mai visto una mucca brucare l’erba da sdraiata?
        Ma chi è mi consiglierebbe di togliere quel pigre e allungare il brodo con una descrizione più lunga. Non è un pacchetto informativo quel “pigre”, è una sintesi elegante.

        • LiveALive
          9 luglio 2015 alle 14:38 Rispondi

          Nei cartoni animati sì XD sono andato un po’ di volte in Cansiglio, ma non ho mai avuto particolari rapporti con le mucche…
          Eh, te lo consiglierebbe che conosco io XD non io, ma vabbè. Il punto è che se ti serve dare quell’informazione, allora è più interessante esporla in modo scenico; se non ti serve, si taglia e basta. Ma, come ho detto, l’effetto è un’altra cosa.

    • Daniele Imperi
      9 luglio 2015 alle 13:59 Rispondi

      Sì, nel caso della scena della mucche e delle pecore il lettore si fa un’idea precisa della scena e lo scrittore con una sola parola ha potuto comunicare molto.
      I superlativi li uso molto poco perché non mi piacciono :)

  8. Poli72
    9 luglio 2015 alle 14:15 Rispondi

    Gli aggettivi danno spessore e carattere alle scene narrate.Sono indispensabili.
    Secondo il mio punto di vista anche qualche avverbio ben piazzato ogni tanto, non guasta.Come tutte le componenti semantiche vanno usati e non abusati.Non avendo l’esperienza narrativa sufficiente ad utilizzarli come fa MacCarthy ,mi attengo a poche regole di buon senso.
    Primo) evitare forme ormai trite e stracotte, esempi classici nei romanzi storici sono :” la mano guantata”,”l’armatura sfolgorante”,”lo splendido destriero”,”la misteriosa pergamena”, ecc. Secondo ) usarli nell’ accezione corretta :
    “La madida mattina” o “L’umida mattina”, ” I bastioni imperiosi” o ” Le alte mura” a voi la scelta.
    Terzo) usare possibilmente aggettivi semplici e di uso corrente:”Le gesta picaresche” o piuttosto ” gli imbrogli senza scrupoli” , ” Il sorriso guascone” o “il simpatico sorriso da spaccone”,fate vobis.
    Quarto) non abusarne mai:”La flebile luce che baluginava fioca sul fondo dell’oscuro meandro del tetro fiume sotterraneo” snerverebbe anche Sant’Antonio ,noto per la sua pazienza.

    • LiveALive
      9 luglio 2015 alle 14:41 Rispondi

      Per gli avverbi, ci sono certi pezzi di Leopardi interessanti. Naturalmente però non parliamo di narrativa. Narrativamente allora direi il primissimo racconto di Joyce in Gente di Dublino (e volendo anche il secondo, da confrontare poi con il quarto, dove ne usa zero): lì l’abbondanza esagerata di avverbi ha un preciso scopo, cioè rendere l’ingenuità del protagonista.

      • Poli72
        9 luglio 2015 alle 15:05 Rispondi

        King ad esempio aborrisce l’avverbio come il diavolo l’acquasanta.Io non la penso cosi’.Se l’avverbio esiste c’e’ uno scopo.O no?Basta usare la giusta misura e la dovuta pertinenza nel collocarlo all’interno della frase.Naturalmente in prima stesura non ci soffermeremo piu di tanto su questioni di pura grammatica.A lavoro concluso ,in fase di revisione, avremmo tutto il tempo per tagliar via tutta la zavorra superflua.

        • Daniele Imperi
          9 luglio 2015 alle 15:21 Rispondi

          L’avverbio va usato, certo, ha un suo scopo. Il problema è il suo abuso oppure la vicinanza di più avverbi, che crea rime fastidiose.

          • Poli72
            10 luglio 2015 alle 22:36

            Ben detto Daniele.

    • Daniele Imperi
      9 luglio 2015 alle 14:52 Rispondi

      Con gli aggettivi infatti è facile cadere nel cliché, come quelli che hai citato. Un altro dettaglio da non trascurare.

  9. Simona
    9 luglio 2015 alle 18:51 Rispondi

    Inserisco gli aggettivi nelle descrizioni dettagliate, quando voglio che il lettore si soffermi sui particolari, se quei particolari sono importanti.
    Mi piace, poi, usarli con la funzione “evocativa” per creare l’atmosfera di una scena senza appesantirla con troppe spiegazioni. In questa materia, il mio idolo è Ray Bradbury che sapeva sempre scegliere l’espressione giusta e con una frase di tre parole mi faceva fantasticare due ore. Leggendo “Il popolo dell’autunno” mi sono ritrovata bambina, con addosso tutte le sensazioni dell’infanzia, nel giro di due righe e tre aggettivi azzeccati.
    Sono d’accordo con l’evitare accostamenti abusati come “l’attesa snervante”, ci sono mille modi di rendere l’idea senza cadere nei cliché. Immagino di vedere la stessa scena in un film: da cosa capisco che l’attesa è snervante? A parte l’attore che dice “Oh, che attesa snervante”, ci sono gli atteggiamenti delle persone, le lancette dell’orologio che non cambiano mai posizione, la porta dalla quale entrerà il medico urlando “È un maschio” che resta chiusa. Siamo scrittori, la creatività è la nostra benzina :)

    • Daniele Imperi
      9 luglio 2015 alle 18:57 Rispondi

      Vero, hai ragione, basta usare un po’ di creatività e cambiare punti di vista, osservare bene la scena per trovare l’aggettivo giusto suggerito dall’oggetto o dalla persona.

  10. Samantha
    11 luglio 2015 alle 10:18 Rispondi

    facciamo un’esperimento? Questo è l’incipit di un racconto pubblicato. Parlando di aggettivi, cosa avreste tolto o aggiunto o lasciato invariato? Che effetto fa? Se vi va, naturalmente.

    Un lampo illumina il cielo. Di colpo, il tuono. Prepotente, rumoroso, fragoroso. Lungo. Anna cammina guardando i suoi piedi, stringendosi nel bavero, macchiandolo di rossetto. È nero, non si noterà nulla. Appoggiandoci le labbra sentirà solo un sapore acre, amaro, quasi appiccicoso. Un sospetto improvviso, ha la tasca della giacca bucata. Una certezza invece si cela nel cielo grigio piombo. Anna ha paura. Paura di quello che succederà fra un minuto, un’ora, una settimana. Anna cammina mettendo i piedi uno davanti all’altro. È un gesto istintivo, naturale che produce un rumore che si perde nell’asfalto. Rincorre qualcosa che non riesce a vedere. Si sente più un’ombra che una persona.

    • Simona
      11 luglio 2015 alle 12:25 Rispondi

      Secondo il mio gusto personale, in questo incipit non sono gli aggettivi a darmi fastidio (anche se il fragoroso contiene già il rumoroso e suona come una ripetizione).
      Non mi piace la raffica di frasi brevi sulle quali non faccio in tempo a soffermarmi per “entrare nella scena” che trovo subito il muro di un punto. Credo che l’inizio di una storia debba accompagnare il lettore da qualche parte e questo non mi ha fatta sentire in nessun luogo.
      Ripeto, però, è solo il mio gusto personale.

    • LiveALive
      11 luglio 2015 alle 14:43 Rispondi

      Iniziare con il bollettino meteo oggi è troppo scontato, a meno che tu non sia Musil (che però ne fa la parodia non a caso). La paratassi invece non mi infastidisce, anche perché oggi piace così. Gli aggettivi in sé non mi dispiacciono, anzi.
      Pensieri a ruota libera:
      – mi pare strano l’uso dei gerundi. “guardando i suoi piedi, stringendosi nel bavero, macchiandolo di rossetto”: tutto assieme, in contemporanea, per tutto il tempo in cui cammina? Non ci sta…
      – “guardando i suoi piedi”: meglio “guardandosi i piedi”.
      – “Di colpo”: secondo me va bene (prepara, comunica, fa capire), ma gente come Elmore Leonard ti direbbe che è un suicidio, perché come dici che qualcosa avviene di colpo, non è più di colpo.
      – “prepotente”: a me piace perché trasmette una bella sensazione, “umanizza” l’evento naturale; ma c’è chi direbbe che non si capisce come un tuono prepotente si differenzi da uno normale…
      – Bello il “lungo” isolato dai punti; tra l’altro dopo un trio di aggettivi che sembra completo così.
      – “sentirà solo un sapore acre”: perché il futuro, se è un qualcosa che è già avvenuto?
      – “quasi appiccicoso”: oltre al quasi, che riduce l’intensità emotiva della frase, mi chiedo cosa sia un “sapore appiccicoso”… sinestesia? è strambo.
      – la parte che va da “certezza” a “settimana” mi pare molto affettata. Inoltre mi chiedo se quel “ha paura” non fosse già trasmesso abbastanza dal resto del testo, in modo più fine… era davvero necessario specificarlo?
      – Anche la fine è abbastanza affettata…
      …complessivamente, in realtà, mi piace, perché apprezzo una certa poeticità nella narrazione.

    • Poli72
      12 luglio 2015 alle 10:01 Rispondi

      Io ti posso dare un’opinione come semplice lettore.Pero,’ prima dovrei capire che tipo di impostazione hai dato alla tua storia.E’ un giallo?E’ una storia sentimentale? E’ una narrazione d’avventura?
      1)Il ritmo e la forma.Da quanto desumo ,mi pare si tratti di una storia che ha ampi risvolti psicologici,intimistici.Un romanzo ove il dialogo interiore del protagonista,le sue sensazioni hanno un peso preponderante.Non e’ il mio genere di lettura.Se il tuo incipit appartenesse ad una storia di genere: azione,giallo o avventura ,sarebbe un po’ troppo lento.In un romanzo sentimentale forse sarebbe ok..
      2)Troppi concetti ripetuti .Gli aggettivi riferiti al tuono e al sapore del rossetto ,ne basta uno o due al massimo.I verbi :cammina,rincorre .Taglierei la frase intera :” Anna cammina mettendo i piedi uno davanti all’altro” .
      3)Questioni di logica .Attenzione a :” Un sospetto improvviso, ha la tasca della giacca bucata. Una certezza invece si cela nel cielo grigio piombo.Anna ha paura.” L’ accostamento di due parole di significato opposto: sospetto e certezza ha un suo fascino. Ti ha indotto a pensare di subordinare la logica delle frasi a questa trovata di stile piu’ poetica, forse ,che narrativa.Imponiti la chiarezza prima di tutto .Il lettore deve sempre capire al volo i tuoi concetti.La frase :”Un sospetto improvviso, ha la tasca della giacca bucata.” e’ completamente aliena dal contesto.A meno che tu non riesca a legarla logicamente ad esso.”Anna ha paura .Il cielo di piombo , minaccioso ,non l’aiuta di certo .Si stringe nella giacca infilando le mani in tasca.Le dita sfregano nervose il tessuto.Improvvisamente si accorge che c’e’ un buco.”

      Comunque sono solo mie impressioni .Le impressioni di un semplice lettore ,ignorante di editing.

  11. Samantha
    11 luglio 2015 alle 20:14 Rispondi

    Grazie sia Simona che a LIVEALIVE. per il commento. Non sapevo che cominciare con il meteo era scontato. Diciamo che camminavo sotto la pioggia e le parole si sono formate così come le ho scritte. Poi ho costruito la storia. La paratassi a volte la uso a volte no. Non è così semplice. Mi piace il breve quando sia d’effetto, non deve spezzare l’azione. A Simona ha dato invece questa sensazione non permettendole di entrare nella scena.
    Insomma ho scoperto tantissime cose interessanti. Infinite grazie. Vi assumerei tutti.

    • Simona
      12 luglio 2015 alle 11:22 Rispondi

      Figurati, Samantha. Il mio era solo un pensiero personale, per il professionale non sono preparata :)

  12. Samantha
    15 luglio 2015 alle 16:43 Rispondi

    Simona tutti i pareri sono importanti. LIVEALIVE mi ha dato parecchi spunti interessanti, Sarebbe interessante vedere un editing completo del racconto.

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