Finis – Un racconto apocalittico

Questo racconto fa parte dell’antologia 365 racconti sulla fine del mondo, a cura di Franco Forte, edito da Delos Books nel 2012. Il racconto è presente alla pagina del 5 ottobre.

Finis

L’uomo uscì dalla baracca e si coprì gli occhi con la mano. La luce livida del sole stentava a penetrare lo spesso strato di polvere che s’addensava da mesi. Il vento, ultimo respiro di quel mondo morente e senza più forza, spazzava il suolo secco sollevando altri residui e l’uomo, tossendo, si portò il fazzoletto sulla bocca. Si diresse strascicando i piedi verso lo scheletro di una quercia, accompagnato dal suono aspro della pala che colpiva ritmicamente il terreno. Ciuffi di gramigna rinsecchita spuntavano dalla terra arida come una supplica a un dio lontano.

Quando raggiunse l’albero, si fermò davanti al tumulo in cui aveva seppellito sua moglie. Lasciò cadere la pala e si segnò, anche se aveva smesso di credere a qualcosa che non fosse tutta quella polvere e quell’arsura. Poi raccolse l’attrezzo e cominciò a scavare sul campo sterile con le ultime energie che aveva in corpo.

Gli ci vollero ore per ricavare un buca abbastanza profonda in quell’ammasso compatto di argilla e, quando terminò, si sentì distrutto. Sputò un grumo giallastro di sporcizia e si asciugò la fronte dal sudore con la manica della camicia.

Ovunque guardasse, vedeva solo un deserto dove non cresceva più nulla. C’era stato un tempo in cui s’era spinto fino alle montagne, a piedi, quando tutto il combustibile era finito. Là, era ancora possibile scorgere qualche albero, che riusciva a spremere dalla roccia l’ultima acqua rimasta. Ma dove viveva l’uomo le sorgenti s’erano ormai prosciugate. E i polmoni si riempivano di sporco.

Laggiù, nasceva solo morte.

L’uomo gettò via la pala e si calò nella fossa. Non voleva più vivere in un mondo ricoperto da tonnellate di polvere, un pianeta di lande infinite, asciutte e squallide. Si sedette, prese dalla tasca alcune formelle di veleno per topi e le ingoiò. Poi attese. Il vento l’avrebbe sepolto accanto a sua moglie, almeno.

Publicato in Racconti - 20 gennaio 2013 - 16 commenti

DanieleDaniele Imperi

Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.

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Commenti
  • Luigi Leonardi 20 gennaio 2013 at 10:22

    Il deserto che ci piomberà addosso. Il silenzio, e poi ” l’abisso orrido, immenso.. ”
    Affronteremo tutto con 215 simboli elettorali.
    Ciao Daniele.

  • Luigi Leonardi 20 gennaio 2013 at 11:24

    Figurati io.
    Ti voglio mandare una mia poesia, tanto per cambiare:
    IL ROTOLO
    Li vedo
    in mezzo a una selva di bandiere
    predicare il verbo giusto,
    e tutti a battere le mani,
    ma io, che sono in bagno,
    e osservo questo rotolo di carta
    mi domando:
    quante mani e cervelli
    ci sono voluti per fabbricarlo?
    E per confezionarlo?
    E per distribuirlo?
    Io capisco che ci possano essere cose più importanti,
    ma ora, qui..
    di tutte quelle bandiere
    non saprei che farmene.
    Quello che voglio dire
    è che un solo uomo
    non conta niente,
    perché un solo uomo
    non è in grado di produrre
    nemmeno un rotolo di carta igienica.

  • Lucia Donati 20 gennaio 2013 at 14:19

    Classifica: Il commento che conta; Scrivere nel 2013 (1a e 2a parte); Ecopunk.

  • Alessandro C. 20 gennaio 2013 at 14:29

    Uuuuh! Funereo. Anch’io vorrei dare il mio contributo alla causa, postando un video: http://www.youtube.com/watch?v=t9EN3ZyXwEs

  • Giuliana 20 gennaio 2013 at 17:27

    E’ scritto bene, ma – se devo essere sincera – non mi ha entusiasmato. Senza offesa ovviamente, ed è soltanto il mio modesto punto di vista :)
    Non mi ha trasmesso appieno le sensazioni che una situazione del genere provoca. Forse perché è piuttosto corto, e la brevità ha il difetto di portarsi via le piccole sfumature. E perché si sofferma poco su ciò che prova il protagonista. Sì, è implicito il suo stato d’animo, ma mi sarebbe piaciuto che ci fossero uno o due aggettivi in più a descriverlo. Non l’ho vissuto con intensità, ecco, anche se credo che sarebbe bastato poco di più per poterlo fare.

    • Daniele Imperi 20 gennaio 2013 at 18:47

      Nessuna offesa :)
      In 2000 caratteri massimo, e in più in 30 righe al massimo, c’è poco da fare…

      • Giuliana 20 gennaio 2013 at 19:02

        Proprio quello che intendevo dire. In questo caso, i limiti imposti impediscono un approfondimento che poteva ulteriormente arricchire, storia e personaggio. Comunque, scrivi davvero bene e leggere i tuoi racconti è un piacere. Io commento in positivo e negativo perché credo che entrambi possano essere produttivi, dando sempre per scontato che chi ha scritto il pezzo capisca il mio intento e non se ne abbia a male. Non mi sembra proprio il tuo caso ;P

  • Romina Tamerici 20 gennaio 2013 at 22:24

    I racconti sulla fine del mondo ti riescono sempre molto bene! Complimenti.

  • Cristiana Tumedei 21 gennaio 2013 at 10:02

    Il racconto mi piace, riesci sempre a creare delle atmosfere vivide e riconoscibili! :)

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