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Il finale di una storia non esiste

Finale della storia

Scriveva Frank Herbert:

Non c’è nessun vero finale. È solo il punto in cui fermi la storia.

Questa frase mi ha fatto riflettere, perché in fondo è davvero così. È lo scrittore che decide quando la storia è finita, non è la storia a finire in un punto preciso. Nessuna storia ha un vero termine, ma è solo un susseguirsi di eventi e fatti, alcuni più importanti di altri.

Tempo fa ho pubblicato un post su come scrivere il finale di una storia, mettendo a confronto tre excipit di romanzi fantasy famosi, ognuno diverso dall’altro e ognuno funzionale. E, secondo me, da quei finali si capisce come Herbert avesse ragione.

Il finale epico

Forse è un po’ troppo abusato, magari è anche più appropriato in cinematografia. A me sinceramente non piace, perché non lo trovo naturale, ma studiato a tavolino. E la storia – intesa come insieme di fatti – non è studiata, è invece naturale, fluida.

Un finale epico si addice forse più ad alcuni generi letterari, o meglio alle fiabe, in cui lo scrittore è portato a sorprendere i suoi lettori, a stupirli. Finali epici sono degni di scrittori alle prime armi, secondo me, scrittori che hanno letto poco anche.

Il finale che colpisce

È sempre un finale studiato, poiché lo scrittore scrive una frase che deve restare nella memoria del lettore, una frase che lo scuota, che entri nel cuore e lo faccia pensare, commuovere anche. Ma non è un finale naturale, perché la realtà può colpire o meno, dunque la storia – che è sì finzione, ma è anche realtà letteraria – può colpire o no.

Un finale deve colpire per la sua naturalezza, perché scorre e preannuncia un seguito, anche se quel seguito non ci sarà mai. Un finale che colpisce fa pensare a uno scrittore che ha voluto impiegare le sue migliori abilità narrative al termine del libro, affinché il lettore si ricordi di lui. Ma è facile far sì che i lettori si ricordino di uno scrittore: basta scrivere una storia indimenticabile.

Il finale naturale

Questo è un finale, anzi il finale. Deve scorrere, veloce e liquido come tutto ciò che è venuto prima. Il lettore deve pensare che ci sarà qualcos’altro dopo, anche se non lo conoscerà mai. E questo, secondo me, è importante, perché in quel caso il lettore si porrà delle domande, si fermerà a pensare e ricorderà quella storia forse meglio di altre.

Lasciamo i finali epici al cinema – magari non a quello di qualità. Scriviamo finali che colpiscano il lettore per la loro naturalezza, semplicità, credibilità. [tweetable]Scriviamo finali che non siano finali, ma solo attimi del continuum della storia.[/tweetable]

Fermare la storia

Il finale è solo il punto in cui fermi la storia.

È questo concetto – anzi, questo dogma letterario – che dobbiamo accettare. Lo scrittore deve riuscire a fermare la storia nel momento giusto, né un attimo prima né uno dopo. Non deve svelare troppo del probabile futuro di quella storia né dire troppo poco.

L’abilità sta nel fermarsi al punto opportuno, nel riconoscere quando si può interrompere la storia senza che il lettore resti deluso per un’informazione mancata o annoiato per un surplus di informazioni. Facile? Forse, o forse no. Magari il modo migliore per scrivere un finale corretto è quello di scriverlo senza pensarci troppo, senza riflettere a lungo che si sta scrivendo la fine della storia.

Siete d’accordo con queste mie considerazioni? Che tipo di finali preferite quando leggete e quando scrivete?

18 Commenti

  1. Andrea
    1 aprile 2013 alle 09:38 Rispondi

    Mi hai fatto riflettere. Ora che ci penso un po’, i finali che più ho amato sono quelli naturali, scorrevoli, quelli che ti fanno voltare pagina con le lacrime agli occhi sperando, vanamente, che la storia continui. Questo mi è successo non solo con i libri, ma anche con i film o le serie tv.
    Ti faccio una domanda: e se il finale, in qualche modo naturale e per nulla epico e privo di “frasi ad effetto”, coincidesse con la fine dell’Esistenza stessa?

    • Daniele Imperi
      1 aprile 2013 alle 09:44 Rispondi

      Anche io preferisco quei finali.
      La tua domanda è inquietante: che intendi? :D

      • Andrea
        1 aprile 2013 alle 10:15 Rispondi

        Hai scritto che un finale naturale sottintende una continuazione della storia, come se si chiudesse per sempre una finestra che s’affaccia su un mondo che, con o senza osservatori, continuerà a vivere, a evolversi.. Naturale deve essere anche il suo inserimento. Tuttavia, se si scrivesse un finale in cui viene “mostrata” la fine del Tutto (della realtà, del Creato, come vuoi), e tale finale sarebbe pertinente alle vicende dell’intera storia e senza frasi ad effetto finale in stile “ricordatevi di me per ‘sta frase e non per le porcate scritte prima!”, che tipo di finale si avrebbe?

        • Daniele Imperi
          1 aprile 2013 alle 12:16 Rispondi

          Non so, Andrea, difficile un finale apocalittico come stai immaginando possa essere compatibile con qualsiasi storia.

  2. Salomon Xeno
    1 aprile 2013 alle 09:50 Rispondi

    D’accordissimo con Herbert!

  3. Giuliana
    1 aprile 2013 alle 12:14 Rispondi

    Concordo con quanto esposto nell’articolo, cioè nel chiudere la storia con una sorta di finale aperto, che lasci presagire un possibile continuo delle vicende appena lette. Il lettore, a mio parere, non deve mai ricevere troppo o tutto, tanto meno su un piatto d’argento; deve invece costituire parte attiva e vibrante del libro che tiene in mano, libero di partecipare e di immaginare la “sua fine ideale”. Altrimenti viene spento parte del potere di una storia: quello essenziale di riuscire a coinvolgere totalmente i suoi lettori, anche dopo aver letto la parola “Fine”.

    Adesso, specie per quanto riguarda i romanzi del genere fantasy e young adults, si tende ad abusare dei finali aperti, utilizzandoli come pretesto per spezzettare una storia in più volumi. Fatto a volte frustrante, che fa un po’ rimpiangere i meravigliosi libri autoconclusivi.
    Ormai è tutto una trilogia – quando va bene ;)

  4. franco zoccheddu
    1 aprile 2013 alle 19:23 Rispondi

    Mi piaciono i finali che riescono a dare l’impressione che sia solo l’inizio di un’altra storia.

    • Daniele Imperi
      1 aprile 2013 alle 19:28 Rispondi

      Una bella impressione, poi :)
      Hai ragione, sono finali interessanti.

    • Daniele Imperi
      1 aprile 2013 alle 19:29 Rispondi

      Il finale più conosciuto: “Domani sarà un altro giorno”. ;)

  5. Romina Tamerici
    2 aprile 2013 alle 00:45 Rispondi

    Non amo i finali troppo definitivi: mi piace pensare sempre che ci sia qualcosa dopo da immaginare. Rodari dice che di ogni buona storia si può immaginare il seguito.

    Mi sembra molto sensato il tuo discorso sul finale naturale.

  6. Giordana
    2 aprile 2013 alle 10:03 Rispondi

    Il mio finale preferito: “Sono torntato”, disse.
    Con tutta l’aspettativa di una storia ancora da vivere che la dichairazione e il verbo finale lasciano assaporare.

  7. Giordana
    2 aprile 2013 alle 11:19 Rispondi

    Corro a leggerlo ;)

  8. Cristiana Tumedei
    4 aprile 2013 alle 09:33 Rispondi

    Quando ho letto questo post ho pensato che l’avessi scritto dopo aver chiacchierato con me dell’argomento. Non è così, è chiaro, ma nell’articolo parli del finale mettendo in luce due degli elementi che credo lo caratterizzino.

    In primo luogo, l’idea del finale come momento della narrazione e non solo come mera conclusione. E poi lo stesso inteso come qualcosa che deve avvenire con naturalezza, evitando forzature o costruzioni eccessivamente fittizie.

    Sai, io ho un pessimo rapporto coi finali. Non è solo la loro natura a disturbarmi, ma il fatto di non riuscire a capire quando fermarmi nella narrazione. Fosse per me andrei avanti all’infinito. Sì perché, quando leggo un racconto o un romanzo, mi fermo sempre a pensare a cosa accadrà in seguito. L’ho sempre fatto, anche quand’ero bambina. Non sto nemmeno a raccontarti cosa acacde a Cappuccetto Rosso e a Biancaneve nella mia fantasia…
    Insomma un gran bel post che, se me lo permetti, aprirà la mia rassegna stampa di domenica ;)

    • Daniele Imperi
      4 aprile 2013 alle 09:44 Rispondi

      Ovviamente non ricordo di aver parlato con te dell’argomento :D
      Anche io più di una volta non ho capito quando dovevo fermarmi. In quel caso bisogna rileggere bene e magari prove con finali più lunghi o con parti tagliate per capire quale funziona meglio, anche in base all’equilibrio della storia.
      Grazie mille per la rassegna stampa ;)

  9. Il meglio di Penna Blu – Aprile 2013
    1 maggio 2013 alle 15:01 Rispondi

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