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Il self-publishing è più vecchio di quanto crediate

Il fenomeno dellʼautoproduzione

Fanzine

Quando frequentavo la scuola del fumetto, alla fine degli anni ʼ90, eravamo un gruppo di ragazzi – qualcuno, come me, più un giovane adulto che un ragazzo – pieni di idee e di voglia di sfondare nel mondo della letteratura disegnata.

Cʼera chi amava disegnare Disney, chi i supereroi, chi i Manga, chi i personaggi della Bonelli e chi, come me, che non aveva un fumetto preciso in mente, anche se il mio disegno è sempre stato umoristico e grottesco.

Fu a quel tempo che entrai nel vivo dellʼautoproduzione, anche se il nome non mi era certo nuovo, visto che anni prima, più o meno tra la fine degli anni ʼ80 e lʼinizio dei ʼ90, ero entrato in contatto con alcune fanzine (fan magazine) che pubblicavano storie a fumetti e articoli di cultura.

Il boom delle fanzine

Il termine fu coniato nellʼottobre 1940 da Louis Russell Chauvenet, perché la sua piccola rivista autopubblicata «Detours» per appassionati di fantascienza doveva differenziarsi dalle riviste professionali come «Science Fiction».

Tutti avete almeno sentito nominare le fanzine. In giro ce ne sono davvero molte. Le fanzine sono uno dei primi esempi, se non il primo, di autoproduzione o, come viene chiamata oggi, di self-publishing.

Allʼinizio erano dei ciclostilati. Qualcuno di voi è troppo piccolo per ricordarsi del ciclostile, unʼinvenzione ottocentesca che durò fino ai nostri (ai miei!) anni ʼ80. Ma quando andavo a scuola io si usava molto, per creare volantini o anche per far circolare informazioni di qualsiasi tipo nelle scuole, anche minatorie, perché no?

A quel tempo avevo pensato di spedire qualche fumetto a una fanzine, anzi credo di averlo fatto o comunque ho mandato una mia proposta, ma chi si ricorda più, ormai?

Alcune fanzine si sovvenzionavano con la pubblicità: erano distribuite in una sola città e raccoglievano adesioni presso negozi e aziende varie. Non so quanto possa ancora funzionare questo metodo, oggi. La fanzine di una mia amica, «A6», ha qualche pubblicità di negozi romani, ma sono diminuite rispetto a prima.

La mia prima (tentata) autoproduzione

Nellʼultimo anno della scuola del fumetto creai una mia rivista a fumetti da autoprodurre, io figuravo come lʼideatore, il soggettista e lo sceneggiatore e un mio amico come disegnatore. Era un albo di 64 pagine, con 60 pagine di storia e il resto brevi rubriche.

Mi sono fermato allʼ11° pagina della sceneggiatura. Il soggetto però lʼho diviso in 10 capitoli e, quando sarà, ne farò un romanzo, magari illustrato dal mio amico. Il tema è la Chicago anni ʼ20, con le gang italo-americane. Ovviamente è una storia umoristica.

E poi arriva il self-publishing

Nei 3 anni di scuola del fumetto e anche in qualcuno dei seguenti ho visto nascere diverse autoproduzioni, molte delle quali sono morte al primo numero. Forse cʼerano stati problemi fin dallʼinizio, forse non cʼera un filo conduttore.

Prima di sviluppare il soggetto della mia storia a fumetti lo feci leggere a uno degli insegnanti di sceneggiatura, a cui piacque. “Tutto succede proprio quando deve succedere”, mi disse. Ecco perché ho deciso di non buttarlo e conservarlo per un ipotetico e futuro romanzo.

Ma ho visto alcune fanzine che non avevano né capo né coda. Molte contenevano storie che avrebbe capito soltanto chi le aveva disegnate.

Che cosa era mancato a quelle fanzine?

Un progetto di fondo, credo. Uno studio della fattibilità del progetto, soprattutto. Capire, cioè, se una rivista come quella avrebbe funzionato, se avrebbe potuto raggiungere una nicchia di lettori, tale come minimo da tenerla in vita.

Perché lʼautoproduzione ha un costo. Non è solo questione di ore lavorative e di materiali da disegno, ma ha costi di stampa. E le stampe poi vanno distribuite. Quindi altro lavoro.

Tutto questo è – o dovrebbe essere – il self-publishing, che oggi viene attribuito soltanto a ebook di narrativa e saggistica.

Se oggi il self-publishing si circondasse della stessa voglia di fare che si respirava nei bei tempi delle fanzine, credo davvero che potrebbe produrre ottimo materiale, avere nicchie di appassionati.

Potrebbe funzionare. Funziona, in alcuni casi, questo è ovvio. Ma sappiamo anche che in molti altri ci sono carenze profonde.

In molti casi il self-publishing è come quelle fanzine morte al primo numero: senza uno studio alle spalle, senza competenze alle spalle, senza un solido progetto dietro.

Ma il self-publishing non è un fenomeno nuovo, di oggi, non è la soluzione del XXI secolo, ma esisteva anche prima. Molto prima. E era fatto meglio.

Dedicatevi pure al self-publishing, ma fatelo con lo spirito dei primi fanzinari. Di quelli che hanno fatto storia, che hanno dato un valido contributo alla cultura. Di quelli che sono perfino riusciti a superare le testate più autorevoli.

19 Commenti

  1. sandra
    19 gennaio 2016 alle 08:26 Rispondi

    Sì, ho bazzicato a lungo in un paio di Fanzine, in particolare ne “Il porto” a metà degli anni ’90 quando si andava ancora di fotocopie, è un periodo che ricordo con piacere, anche se nei gruppi spesso c’era chi tentava di prevaricare gli altri. Più indietro nel tempo i giornalini scolastici e altri lavori sì in ciclostile per esempio a seguito del soggiorno marino in Liguria, quello che oggi a Milano si chiama scuola natura. Mi compiaccio ripensando al fatto che gli alunni proponevano titoli e copertine e poi si votava, vinceva sempre il mio titolo (e la copertina di un certo Stefano, molto bravo a disegnare!) I’impegno che metto nel self è lo stesso, ma caro Daniele, l’entusiasmo viene un po’ meno con l’età purtroppo.

    • Daniele Imperi
      19 gennaio 2016 alle 11:16 Rispondi

      Giornalini scolastici non ne ho mai fatti, chissà perché, forse a Roma a quei tempi non si usava. Però al corso allievi ufficiali abbiamo creato la rivista a numero unico come da tradizione e io e altri 2 della redazione siamo finiti a rapporto dal colonnello :D
      L’entusiasmo cala con l’età, dici? Non credo, o almeno dipende. Io mi sono ritrovato pieno di entusiamo progettando la mia striscia a fumetti e il sito e il blog annessi.

  2. Chiara
    19 gennaio 2016 alle 09:10 Rispondi

    All’inizio degli anni zero frequentavo lo stadio e ricordo che in curva distribuivano la fanzina, probabilmente finanziata con le “creste” sulle trasferte. Andando più indietro, la prima forma di autopubblicazione che mi viene in mente è il giornalino della scuola. ovviamente ero in redazione! :)

    • Daniele Imperi
      19 gennaio 2016 alle 11:19 Rispondi

      Gli anni zero, quindi alla nascita di Cristo? Ti porti bene la tua matusalemmica età :D
      Sarabbe piaciuto anche a me far parte di una redazione del giornalino scolastico. Ho dovuto attendere la scuola allievi ufficiali e qualche anno dopo la scuola del fumetto, sempre scuole sono, in fondo.

      • Chiara
        19 gennaio 2016 alle 15:04 Rispondi

        Gli anni duemila si chiamano anche anni zero: c’è anche un libro che ne parla. :)

  3. Barbara
    19 gennaio 2016 alle 12:17 Rispondi

    ah…le fanzine…che ricordi…
    Eh si, ho gestito anch’io una fanzine. Per sei mesi, numero unico. A colori sul pc era fantastica, fotocopiata in bianco e nero una ciofeca…Uno dei tanti progetti dove sembrava fossimo in 25, ed alla fine ci lavoravo solo io, sacrificando altro.
    Stessa cosa capitata per un altro sito online: doveva nascere un’associazione con tanto di registrazione in tribunale, con almeno 10 persone attive, ed alla fine rimasti in 2.
    Ecco, almeno il blog è mio. Ho 3 collaboratori, ma l’ultima parola è la mia. (anche il conto :P )

    • Daniele Imperi
      19 gennaio 2016 alle 12:22 Rispondi

      Una fanzine, una rivista qualsiasi, deve essere portata da gente affiatata e soprattutto fidata, se no alla fine resti solo tu…

  4. Federica
    19 gennaio 2016 alle 12:23 Rispondi

    Bello questo tuo post! Mi piace. Particolare. Sincero e sentito. :-)

    • Daniele Imperi
      19 gennaio 2016 alle 12:26 Rispondi

      Grazie Federica :)
      Sì, è sentito, perché in alcune situazioni mi ci sono trovato in mezzo come lettore e come autore, quindi vorrei un ritorno ai bei tempi che furono.

  5. Rodolfo
    19 gennaio 2016 alle 12:53 Rispondi

    No, il self publishing non è assolutamente un fenomeno nuovo (e non riguarda neanche soltanto le fantine, anche Moravia era un self publisher :) )
    Ma concordo sulla questione di fondo: se vuoi pubblicare il tuo libro, ebook, rivista come self publisher lo devi fare con tre elementi fondamentali: 1) passione; 2) progetto (economico ed editoriale); c) professionalità

    Ciao.

    • Daniele Imperi
      19 gennaio 2016 alle 13:13 Rispondi

      Anche altri autori si sono autopubblicati, credo. Non sapevo di Moravia.
      Passione, progetto e professionalità: le 3 P del self-publishing :)

      • Rodolfo
        19 gennaio 2016 alle 13:17 Rispondi

        Per la precisione Moravia dovette pagare per pubblicare Gli Indifferenti (cosa che sconsiglio assolutamente). Un autore che invece divenne in senso proprio editore di sé stesso fu Ludovico Ariosto.

  6. Rodolfo
    19 gennaio 2016 alle 12:53 Rispondi

    fanzine non fantine… T9 maledetto :)

  7. Rodolfo
    19 gennaio 2016 alle 13:49 Rispondi

    ahahah alcune cose devono rimanere segrete :)))

    • Ulisse Di Bartolomei
      19 gennaio 2016 alle 13:59 Rispondi

      Come supponevo… e poi si incolpa il T9… Freud consiglierebbe: la prossima volta prova a immaginare un mandolino…

  8. Tenar
    19 gennaio 2016 alle 15:16 Rispondi

    Un mio amico scrive (o scriveva?) per A6 (non so con quale dei suoi molti pseudonimi)!
    Quando frequentavo un collettivo di scrittori avevamo una rivista (registrata e tutto, quindi non tecnicamente una fanzine), ma il problema era proprio l’autoreferenzialità. Era molto curata da un punto di vista grafico, perché la grafica e le fotografe del gruppo erano bravissime, ma nel giro di pochi numeri i testi si parlavano molto addosso, risultato poco più di un esercizio di stile ad uso e consumo dei partecipanti. È stata comunque una bella palestra e un ottimo modo anche per capire la mia idea di letteratura (cosa che però ha comportato l’uscita dal gruppo per incompatibilità di vedute). Credo che alla fine l’autorefenzialità sia in problema maggiore anche del self (oltre alla scarsa cura), self autori che se la cantano e se la suonano nel loro giro ristretto, senza accedere davvero a lettori esterni.

    • Daniele Imperi
      19 gennaio 2016 alle 15:42 Rispondi

      Ma dai, ma parliamo della stessa A6?
      Ma registrare la rivista non comporta una bella spesa?
      L’autoreferenzialità nelle riviste comunque mi mancava. Hai ragione, però, in quel caso per i lettori diventa una rivista inutile.

      • Tenar
        19 gennaio 2016 alle 18:20 Rispondi

        In realtà no, ci eravamo tassati, ma era una cifra assai ragionevole (c’è da dire che all’epoca nel gruppo eravamo parecchi). A me preoccupavano di più le responsabilità legali (ma l’editore non ero io…) e comunque temo che la rivista non sia più in essere (peccato, perché era partita con delle buone idee e delle belle teste dietro).

        Eh, sì, proprio la stessa A6 (non so però se la collaborazione sia ancora in essere).

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