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Perché il Fantastico è superiore

Fantastico

Che cosa è il Fantastico se non un “genere” superiore agli altri e al di fuori degli altri? Proverò in questo articolo a dare la mia definizione – o meglio interpretazione, perché definire è delimitare – di Fantastico, per arrivare a ciò che intendo io quando leggo – e provo a scrivere – la letteratura fantastica.

Ipotesi di definizione

Possiamo definire il fantastico? Viene considerato come il genere letterario che contiene fantasy, fantascienza, horror e gotico, ma è davvero completa e soprattutto soddisfacente – per il lettore e per lo scrittore – questa definizione?

Per alcuni non è un genere narrativo, ma un modo letterario di scrivere, di intendere la realtà: una categoria di storie con ampi confini e dai molteplici temi.

Il problema forse è che non possiamo dare una giusta definizione di Fantastico, perché sarebbe come includerlo all’interno di uno spazio circoscritto e il Fantastico, semanticamente legato alla parola fantasia, non può avere confini, non può essere rinchiuso, catalogato. È un genere, o modo, libero, che non possiamo né dobbiamo controllare.

Un genere, una categoria, imporrebbe delle regole e il Fantastico non può averne. Le sue regole sono dettate dallo scrittore quando scrive la sua storia. Non può esserci un’imposizione a priori.

Oltre il genere letterario

Il Fantastico va oltre i generi narrativi, poiché li contiene tutti. Quindi forse è più corretto chiamarlo modo letterario, anche se io propenderei per definirlo un metagenere letterario. Il Fantastico sovrasta le altre letterature, le domina dall’alto della sua indefinibilità.

Letteratura per pochi

C’è qualcuno che lo definisce una letteratura per bambini, ma a parte le fiabe e le favole o i romanzi per un pubblico giovanissimo, il Fantastico offre storie per adulti.

Non è una letteratura per tutti, perché richiede una forma mentale adatta ad accettare determinate situazioni, stili di scrittura evocativi, realtà alternative, mondi e universi dove tutto può accadere.

Louis Pauwels e il Fantastico

Se non avete mai letto Il mattino dei maghi di Louis Pauwells e Jacques Bergier, fatelo subito. Il sottotitolo è Introduzione al realismo fantastico. Cito qui alcuni brani che mi hanno colpito e che ho trovato significativi nella comprensione del Fantastico.

Il fantastico, come le altre materie preziose, deve essere estratto dalle viscere della terra, dal reale.

È qui che capiamo la vera natura del Fantastico: un “genere” che proviene tutto dalla realtà e che fonda le sue radici nella storia della Terra e dell’umanità.

Se potessi rifare la mia vita, non sceglierei certo di essere scrittore e di passare i miei giorni in una società ritardataria in cui l’avventura ha il giaciglio sotto i letti, come un cane. Mi occorrerebbe un’avventura-leone. Mi farei fisico teorico, per vivere nel cuore ardente del romanzesco vero.

Questo brano è grandioso e contiene tante verità. La società odierna è restia ancora ad accettare e accogliere tutto ciò che si discosta dal “normale”. Non è pronta a osare.

Voltando le spalle al fantastico, lo storico a volte è condotto a fantastici errori.

Ancora una critica contro la società e i modi comuni di pensare. Il Fantastico si erge non tanto a verità quanto a fonte da consultare. Fa parte della storia dell’uomo e forse è più antico dell’uomo.

C’è un fantastico evidente che lo storico copre pudicamente con spiegazioni fredde e meccaniche.

E di nuovo sulla scarsa considerazione che si ha del Fantastico. E come prima ho detto che il Fantastico non dovrebbe avere regole, qui dico che non dovrebbe avere spiegazioni.

Sinestesie, ossimori, similitudini, metafore nel Fantastico

Il linguaggio nel Fantastico si arricchisce di figure retoriche che creano nel lettore immagini evocative, lo trasportano in una realtà fittizia o forse soltanto vicina, anche se solo nella mente di chi sa cogliere questa sfumatura.

Il Fantastico è connessione, soprattutto: riesce a collegare sensazioni, emozioni, suoni, visioni con il semplice uso della parola. La scrittura si fa divinità e crea un mondo per il lettore: lo scrittore è solo il tramite e il Fantastico ne rappresenta il miracolo.

Il Fantastico è sempre psicologico

È nella mente di chi legge che tutto nasce: lo scrittore di Fantastico riesce a plasmare un universo reale che si manifesta nel pensiero del lettore. Un potere psicologico che scaturisce dalla storia stessa e dai suoi personaggi e dalle sue creature. Dalle situazioni impossibili eppure avvincenti.

Tutte queste realtà, presenti e allo stesso tempo eteree, rappresentano l’avventura che non può vivere. Non una fuga dalla realtà, ma la prospettiva, seppur mentale, onirica, di una ulteriore vita da vivere fra le pagine del libro.

Scrittore di Fantastico

Non mi piacerebbe essere definito uno scrittore fantasy, né uno scrittore di fantascienza e nemmeno uno scrittore horror. Ma uno scrittore di fantastico. Libero di scrivere ciò che la mia fantasia detta, senza regole né dogmi.

Soltanto così il Fantastico potrà evolvere e continuare, senza alcuna restrizione. E così lo scrittore di Fantastico potrà migliorarsi, creare sempre più nuovi mondi e nuove realtà, portare il lettore dove non è mai stato.

Letture sul Fantastico

  1. I nostri antenati di Italo Calvino e la modernità del fantastico di Silvia Zangrandi (documento in pdf)
  2. Il fantastico secondo Remo Ceserani e l’ΙΚΑΡΟΜΕΝΙΠΠΟΣ di Luciano di Erica Gazzoldi

20 Commenti

  1. Giordana
    22 maggio 2013 alle 11:05 Rispondi

    Questo post… questo post è fantastico!

  2. Lucia Donati
    22 maggio 2013 alle 11:25 Rispondi

    I generi letterari sono purtroppo limitativi e pongono un confine di definizione. Interessante, quindi, il tuo voler accostare il fantastico ad un modo letterario piuttosto che a un genere, più restrittivo, se vogliamo. Ed ecco che, proprio il modo, risponde meglio ad una visione che lega questo genere alle radici o all’aspetto profondo dell’uomo. Psicologico ma anche, io credo, filosofico. La frase “Mi farei fisico teorico…” di L. Pauwells e J. Bergier, che tu hai citato, mi sembra eccezionale. L’uomo non osa quasi mai: ha paura di conoscere la verità. Ha paura di dover vivere in modo pieno. Ma non tutti temono lo splendore di questo avvicinarsi.

    • Lucia Donati
      22 maggio 2013 alle 13:49 Rispondi

      (Troppo poetico/filosofico il finale del commento?) :)

    • Daniele Imperi
      22 maggio 2013 alle 18:14 Rispondi

      Sì, anche filosofico, hai ragione.

  3. KINGO
    22 maggio 2013 alle 12:49 Rispondi

    Tutto è fantastico, eccezion fatta per gli articoli di cronaca. E talvolta anche quelli…

    PS: Non finisce qui; avrei troppo da commentare e al momento non ho tempo. Comunque è un bellissimo post, complimenti!

  4. Salomon Xeno
    22 maggio 2013 alle 15:04 Rispondi

    Sì, il fantastico è più ampio di molte definizioni che circolano. Ci sono definizioni troppo riduttive, ma è spesso così con le etichette.

  5. Cristiana Tumedei
    22 maggio 2013 alle 19:53 Rispondi

    Ti scrivo di seguito quello a cui sto pensando, ché magari insieme riusciamo a trovare delle risposte alle domande che mi sorge spontaneo pormi.

    Se il Fantastico, come metagenere letterario, è il risultato della fantasia, allora non potremmo forse far rientrare in esso qualsiasi produzione scritta? Posto che ciò sia vero, allora quando la fantasia si traduce in Fantastico?

    E ancora, siamo proprio certi che la società non sia pronta ad accettare ciò che si discosta dal normale o, semplicemente, è la vita ad imporci una razionalità senza la quale sarebbe impensabile il vivere sociale? Se ciò fosse vero, allora il favore che il Fantastico ottiene come manifestazione letteraria dovrebbe dirci qualcosa, Imperi. Non trovi?

    Voglio dire, se io davvero temessi di accettare verità o tesi che richiedono uno sforzo mentale per essere comprese, perché distanti dal bagaglio formativo e umano che possiedo, allora perché rifugiarmi in esse? Per mero passatempo? Per evadere dalla realtà che mi opprime?

    No, se posso vado oltre e ti dico come la penso a riguardo. Il Fantastico in narrativa funziona, secondo me, perché è la manifestazione palese di una forma di libertà espressiva e ideale (non ideologica, ben inteso) che tutti gli uomini vorrebbero consentirsi. La nostra abitudine a confinarci in dinamiche comportamentali e relazionali così limitanti ci fa percepire tutta la finitezza della realtà che costruiamo. E, allora, è nelle nostre letture che ci riscopriamo vivi: esseri umani multiforme e volubili, spesso in contraddizione con noi stessi.

    Quindi, sai cosa ti dico? Che se potessi scegliere io, invece, deciderei di essere quello scrittore. Quell’individuo libero di vivere, seppur nella sua mente, in dimensioni ancor più vivide di quelle reali. Sceglierei di essere quella persona. Sì Imperi, lo farei. Perché sono convinta che la libertà, intesa qui in un senso più ampio legato alle percezioni e all’espressione delle stesse, valga molto di più della misera consapevolezza del ritardo sociale in cui viviamo.

    • Daniele Imperi
      22 maggio 2013 alle 20:03 Rispondi

      La tua riflessione è profonda e va riletta, perché merita di essere ripresa e non dico che non nasceranno altri post sul tema. Io ho già scelto di essere quel tipo di scrittore. O, almeno, ho scelto di provare a esserlo.

    • Lucia Donati
      23 maggio 2013 alle 14:57 Rispondi

      Ciao, Cristiana. Posso dire che, avendo già fatto una riflessione secondo la quale il fantastico è legato all’aspetto fondante dell’uomo, le sue radici, e che, quindi, lo collega alla scoperta di sé, non posso che essere d’accordo con la tua asserzione secondo la quale il fantastico è “forma di libertà espressiva ideale”; e quando dico che qualcuno non teme di poter vivere pienamente quello splendore, siamo di nuovo d’accordo (cito il passo che hai scritto: “individuo libero di vivere…in dimensioni ancor più vivide di quelle reali”). Dunque non direi che la tua ossevazione è delirante, anzi, è interessante; e abbiamo un punto di vista molto simile. E’ anche vero che le dinamiche in cui l’uomo si chiude da solo ed è chiuso dall’esterno sono limitanti. Io penso che alcuni, forse proprio quelli che ritengono di essere più razionali e più materialisti, spingendosi oltre un confine, possano trovare nell’espressione del fantastico proprio la dimensione di cui si sentono carenti o trovano quella parte di sé che è nascosta a loro stessi.

  6. Cristiana Tumedei
    22 maggio 2013 alle 19:57 Rispondi

    Ho riletto il commento che ho scritto. Perdona il delirio. La prossima volta mi limiterò ad appuntare le mie riflessioni su un quaderno. Scusa se ho fatto un uso così personale e completamente inutile del tuo spazio.

    Comunque, ti riescono parecchio bene questi post. E avevi ragione quando da me sostenevi che il tuo obiettivo non è quello di influenzare il lettore, quanto piuttosto di spingerlo alla riflessione. Questo è quello che fai e mi riferivo proprio a questo quando parlavo della recente evoluzione di Penna blu.

    • Daniele Imperi
      22 maggio 2013 alle 20:07 Rispondi

      Il tuo commento m’è piaciuto sul serio e non è un delirio. Come hai giustamente detto, ho spinto alla riflessione, dunque tu hai rifletutto :D

      Grazie :)

  7. KINGO
    23 maggio 2013 alle 10:16 Rispondi

    Dunque, da dove comincio?
    Innanzitutto, fantasy e fantascenza non sono propriamente generi letterari, ma rappresentano solo la cornice (o “chiave”) in cui avvengono le vicende narrate in una storia.
    Ad esempio, “Il Signore degli anelli” e’ a tutti gli effetti un romanzo d’avventura in chiave fantasy; “Harry Potter e la pietra filosofale” e’ un giallo in chiave fantasy; “Dune” e’ un romanzo d’avventura in chiave fantascientifica.
    A titolo di paragone, anche lo storico non e’ un genere letterario.
    “Il nome della rosa” e’ un giallo in chiave storica, “I Promessi sposi”, che Manzoni scrive nell’Ottocento riferendosi al Seicento, e’ una storia d’amore in chiave storica.
    Ovviamente queste definizioni sono riduttive, sarebbe ridicolo considerare I promessi sposi solo come una storia d’amore, ma era un esempio che mi serviva per mostrare la differenza fra Genere Letterario e’ Cornice Narrativa: il Genere mostra il tipo di storia narrata, mentre la Cornice indica gli strumenti narrativi con cui l’autore la narra.

    Ammesso quindi che quando parliamo di fantastico ci riferiamo a una Cornice e non a un Genere, credo che le domande fondamentali da porsi siano due:
    1) Quand’e’ che in una storia la cornice si puo’ dire a tutti gli effetti fantastica e quando no?
    2) Qual’e’ il confine tra i vari tipi fantastico? (Ad esempio tra fantasy e fantascienza?)

    Fondamentalmente, queste domenade derivano dal fatto che ogni storia ha il suo grado di elementi fantastici, e quindi bisogna trovare una linea di confine per poter dire “questo e’ fantastico” o “questo non lo e'”
    Ad esempio, “Il signore degli anelli” si schiera senza dubbio dal lato del fantastico”, mentre “I Demoni” di Dostoevskij e’ tutto fuorche’ fantastico. Ma che dire di romanzi come “Matilda” di
    Roal Dahl o “La fattoria degli animali” di Orwel?
    Senza dubbio va trovato un confine, e’ lo stesso discorso si puo’ fare tra fantasy e fantascienza.

    Per quel che riguarda il discorso sulla percezione del fantastico (filosoficamente commentato da Cristiana), preferisco non prononciarmi, perche’ rischierei davvero di intasare il blog per quanto avrei da dire…

    • Daniele Imperi
      23 maggio 2013 alle 11:20 Rispondi

      Ottime riflessioni Kingo e chissà che non nasca qualche post con l’intervento di Cristiana e tuo. Mi studio senz’altro la cosa.

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