Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

Se sei uno scrittore ce l’hai scritto in faccia

Ma tu chi ti credi di essere? Ah, uno scrittore?
Se sei uno scrittore ce l'hai scritto in faccia

Questo è un guest post scritto da Monia Papa, che non ha potuto fare a meno di iniziare un monologo con un mio vecchio post.

Scrivere racconti e magari anche romanzi e pubblicarli da sé non implica essere scrittori. Implica provare a esserlo

La cosa triste ma al tempo stesso interessante della distanza tra chi si è e chi si crede di essere è che spesso (non sempre certo. Ché poi se fosse sempre diventerebbe scontato e noioso) può essere colmata. Ognuno di noi, e lo scrittore non fa eccezione, è al tempo stesso chi è, chi mostra di essere e chi vorrebbe essere.

Cosa c’è quindi di male nel cercare di considerarsi, almeno in potenza, ciò che si vorrebbe essere? Non ha forse più senso porsi nei confronti degli altri come qualcuno che crede di essere uno scrittore (ci devi credere!) se è proprio questo che si sente di essere e che si vuole diventare?

No, mettere la firma su un libro non ti rende automaticamente uno scrittore. Non c’è nessuna investitura divina che scende sulla tua penna sotto forma di pubblicazione. Penso però sia anche vero il contrario: non aver scritto/pubblicato racconti/romanzi non significa NON essere scrittori.

Per fare una torre di libri serve una solida base

Le basi della scrittura sono sempre le stesse: leggere e scrivere ogni giorno. Leggere qualsiasi cosa e scrivere qualsiasi cosa

Se è vero che il metodo ispirato al famoso motto “nulla dies sine linea” può essere utile, può servire a far venire a te che scrivi un sano polso dello scrittore, è anche vero che le forzature, gli schemi a tutti i costi, i programmi troppo codificati che sono troppo rigidi per adattarsi alla vita quotidiana che è per sua natura mutevole e imprevedibile, credo siano deleteri alla lunga.

Passa una notte insonne a scrivere perché dal tuo balcone si vede la luna gocciolare sui tetti una luce ammaliante. Appuntati un’idea sullo scontrino della spesa mentre la busta pesa, eccome se pesa, eppure tu senti che l’unico peso che non potresti sopportare sarebbe l’ennesima lapide per una parola pensata ma non scritta. Sii metodico e costante ma anche spontaneo e accomodante. Assecondati.

Gli anni che non hai (di scrittura e im-maturità)

È inutile voler pubblicare a 15 anni, perché non si è ancora maturi per nulla, perché si ha la testa altrove, perché non si ha abbastanza esperienza di lettura e di scrittura

Il romanzo di un 15enne, se preso, letto, considerato, come romanzo di un 15enne perché dovrebbe necessariamente non avere valore? Anche un’opera così giovanile, se contestualizzata nella storia del suo autore, credo possa avere un suo peso specifico.

La linfa di ogni autore non sono altro che le storie che vivono ovunque e continuamente cercano orecchie a cui parlare e dita che diano loro vita. Se ogni scrittore è fatto di queste storie, che sono dappertutto e le cui interpretazioni dipendono dagli occhi da cui sono sfiorate, allora anche leggere qualcosa scritto con lo sguardo di un ragazzino può essere l’occasione di indossare un nuovo punto di vista.

Ogni età, come ogni vita, può avere qualcosa da raccontare. Se non si snatura e non cerca di simulare nessun altro modo di osservare le storie e di raccontarle allora può creare qualcosa più che degno di essere letto. La scrittura non è un simulacro rinchiuso in un museo a cui si può accedere soltanto possedendo certi requisiti arbitrariamente stabiliti da chissà chi.

L’importanza di una forma mentis

L’approccio alla scrittura deve essere tiepido, calmo: lo scrittore non deve aver fretta perché la fretta è nemica dell’arte e quindi della scrittura”

La fretta, però, talvolta non è anche amica della foga, sorella di sangue della passione? La scrittura può essere bella come un cielo terso ma può anche essere sublime come l’aurora boreale.

Che forse il segreto sia avere equilibrio anche negli estremi? Capire quando è il caso di scegliere di “bruciare” invece di “ardere lentamente” e capire quando invece esporre la fiamma della propria passione per la scrittura significherebbe metterla a rischio. Perché quando una storia è ancora acerba è come un fuoco piccolo che può facilmente essere spento.

Stampa a colori (vividi) i tuoi sogni e… Vivili

I sogni si avverano se agisci, non se li fai sbiadire nella mente”

Forse chi scrive, oltre a incidersi questa frase sul polso della mano con cui scrive, dovrebbe anche porsi una domanda: quante volte si riesce a essere buoni giudici di se stessi e rendersi conto che non si sta agendo e perciò i propri sogni stanno marcendo?

Un’accademia di scrittura… Non t’insegna un’h?

Io sarei un po’ meno rigida del padrone di casa Penna Blu in merito ai corsi di scrittura: più che un “no” secco, direi un “dipende”. Perché se pensi che un corso di scrittura possa correre al tuo posto la tua maratona di scrittura creativa allora non ci sarà mai corso che tenga: per scrivere una buona storia devi cadere dentro l’inchiostro con tutte le scarpe e prepararti a scarpinare su e già per i sentieri della narrazione.

L’im-preparazione di ogni scrittore

Chi scrive la prima volta è impreparato

Io penso che, in fondo, chi scrive sia sempre un po’ “impreparato”. Perché ogni scritto è una nuova epifania.

Del resto è proprio vero che

essere scontenti dei propri scritti è sinonimo di volontà di crescita. Mai accontentarsi di ciò che si scrive. Mai essere soddisfatti”

Ma essere solo scontenti, non farsi mai andare bene niente di ciò che si va, non riuscire a capire qual è il confine (devo ammetterlo: confine sottile) che c’è tra autocritica sana, voglia di crescere, scelta di non sentirsi mai “arrivato” e lo sterile gusto di rendere sterile ogni proprio slancio creativo significa ritrovarsi a demolire ogni propria opera a priori.

Ehi tu che (mi) leggi… Che aspetti?

Lo scrittore deve scrivere ciò che ha dentro. C’è sempre qualcuno pronto a leggerci, perché là fuori non sono tutti uguali.

Tu oltre a vivere per scrivere ti stai impegnando per poter scrivere per vivere?

La guest blogger

Una scribacchina sicura che anche quando il polso è ridotto all’osso se la scrittura ti è entrata nelle ossa resterà sempre il tuo asso nella manica.

Una cercatrice di parole d’oro come gli stafilococchi convinta che le parole, proprio come i batteri, vanno coltivate.

Una studentessa di Medicina convinta che guarire dal male di scrivere sarebbe il peggiore dei mali.

Una che legge anche i fondi di caffè. Nero. Come l’inchiostro.

Insomma, una che per la scrittura si fa in quattro.

17 Commenti

  1. Fabio Amadei
    24 giugno 2014 alle 07:23 Rispondi

    Tutto molto bello. Sembra che l’autore , da quello che ha scritto, abbia voluto sfogarsi, ed anche molto. Uno sfogo sano e costruttivo. Comunque, condivido ogni parola.

    • Monia Papa
      24 giugno 2014 alle 09:49 Rispondi

      Ciao Fabio, all’autrice la parola “sfogo” piace, sai?

      Credo che in qualche modo ogni libro sia una sfogo. Non necessariamente del singolo, ma, in generale, penso proprio che uno scritto possa drenare una ferita.

      La scrittura secondo me fa agli scrittori quello che Dante fa agli alberi umani (troppo umani) nel XIII canto: la scrittura ti costringe a spezzare alcuni tuoi rami per darli in pasto ai lettori e questo spezzare è al tempo stesso causa e finestra, sfogo, del dolore.

      Mi fa molto piacere sapere che condividi e se avrai qualcosa da aggiungere sarà per me un piacere leggerlo!

  2. Severance
    24 giugno 2014 alle 08:34 Rispondi

    Cosa penso al riguardo? La pratica della scrittura non è che riassumere quello che si è. Quindi, se metti per iscritto chi sei, di fatto sei uno scrittore. E’ scrittore il blogger (perché, non è forse un diario o un saggio a episodi?), è scrittore chiunque abbia la pulsione di usare la letteratura come mezzo per essere partecipe. L’editoria è proprio tutt’altro. Io mi considero e proclamo scrittore, mi viene spontaneo farlo, perché spontaneo il desiderio di riassumermi con la letteratura. Sui corsi credo che ci sia da discutere perché secondo me lo scrivere è un campo talmente vasto, enorme, infinito, che rischi di deviare.
    Pulsione+ tecnica, e la tecnica qualcuno deve pur dirtela. E’ una cosa che rimpinago non avere avuto maestri. La rimpiango davvero tanto.

    • Monia Papa
      24 giugno 2014 alle 09:56 Rispondi

      Caro afferra-nuvole, oltre che “per riassumere se stessi” non pensi che la scrittura serva per afferrare ciò che altrimenti resterebbe inafferrabile?

      La penna può essere un bisturi con cui provare a indagare se stessi e il cervello pulsante del mondo ma non è ancora più affascinante e sorprendente quando diventa anche una protesi? Una protesi da usare per superarsi, per andare oltre ciò che si è e esplorare non solo ciò che si vorrebbe essere ma anche ciò che si sarà e ciò che si sarebbe potuto essere nel campo delle infinite possibilità.

      “Pulsione+ tecnica, e la tecnica qualcuno deve pur dirtela. E’ una cosa che rimpiango non avere avuto maestri. La rimpiango davvero tanto.”

      Secondo me non è (mai) troppo tardi per fartela insegnare questa tecnica, se è ciò che desideri :)

  3. Chiara
    24 giugno 2014 alle 08:43 Rispondi

    Concordo con il fatto che aver pubblicato non renda automaticamente scrittori e, viceversa, se una persona non ha mai pubblicato possa benissimo sentirsi tale, ed esserlo, nel profondo di se stessi.

    Penso che l’essere scrittori sia una condizione dell’anima: quando si vive pervasi da questa bellissima ossessione e si va alla ricerca spasmodica di un foglio e di una penna come un tossicodipendente alla ricerca della sua dose allora si, ci si può considerare qualcosa.

    La tecnica è fondamentale, ma viene dopo. Alla base di tutto c’è quella scintilla primordiale che brucia dentro e che rende le giornate prive di scrittura un focolaio di frustrazioni. L’amore è la base dell’arte. L’amore per le proprie creazioni, i propri figli, di cui ci prendiamo cura incondizionatamente, anche se sappiamo che non sono perfetti.

    Amo la scrittura. Sto male quando il mio lavoro mi impedisce di dedicarmi ad essa (il mio romanzo è fermo da qualche giorno e questo mi fa rosicare). Amo il rumore dei tasti sotto le mie dita. Amo i miei personaggi. Li ho adottati. Soffro quando devo far accadere loro qualcosa di brutto. Penso “oh, poverino” e vorrei avere il coraggio di spingerli giù dal balcone, se necessario. Amo la notte e la pacifica creatività che porta con sé. E, tutto sommato, sebbene rilegga tutto con uno sguardo critico, penso che le mie creazioni siano piacevoli. Ho avuto responsi positivi dai miei lettori cavia, dunque vado avanti, incoraggiata.

    Le mie parole non hanno più la freschezza dei miei sedici anni (a quei tempi pubblicai delle poesie) ma sono altrettanto vere e sincere.

    • Monia Papa
      24 giugno 2014 alle 10:11 Rispondi

      “Penso che l’essere scrittori sia una condizione dell’anima: quando si vive pervasi da questa bellissima ossessione e si va alla ricerca spasmodica di un foglio e di una penna come un tossicodipendente alla ricerca della sua dose allora si, ci si può considerare qualcosa.”

      Ieri ho letto una frase bellissima (che ha acceso nella mia testa mille lampadine, ma questa è un’altra storia) che recità così

      “Scrivere è una malattia come la perla”

      Credo tu abbia reso perfettamente con le tue parole un aspetto del “male di scrivere”.

      E quando dici che “la tecnica è fondamentale ma viene dopo” non posso fare a meno di pensare che padroneggiare la tecnica significa essere in grado di utilizzare la propria penna al meglio ma se una penna non la si ha affatto acquisire la tecnica forse non è altro che arare un campo alla perfezione. Ma poi non avere nessun seme da piantarci.

  4. LiveALive
    24 giugno 2014 alle 09:28 Rispondi

    Un post diverso da come l’avrei scritto io, naturalmente. Quindi, do qualche parere…
    – chi scrittore e chi ci prova
    Qui il problema non è logico, ma linguistico. Secondo il dizionario, è scrittore chi fa opere letterarie in prosa. Punto. Quindi potenzialmente chiunque abbia scritto un racconto. Il punto è che la gente non lo accetta, vuole che essere scrittore sia qualcosa di più complesso, e si mettono a dividere tra le s maiuscole e minuscole… No, non va. Al massimo si può distinguere tra scrittore bravo o meno, scrittore professionista o amatoriale, ma non tra scrittore e non scrittore.

    – nulla dies sine linea
    Per esperienza, se non mi do delle regolazioni, non vado mai avanti. Pure, non posso passare un mese sullo schema, se no poi non mi va più di scrivere. Ma lo scrittore spontaneo è sempre cosa controversa! Fa un lato, l’istinto non sarà in grado di cogliere cose che sfuggono alla ragione? Dall’altro, quale autore può davvero permettersi la spontaneità senza inanellare una serie di disastri? …mah, per ora credo poco alla spontaneità artistica.

    – il romanzo del 15enne
    Io non dico, come i formalisti, che conta solo il testo. Se uno scrive un romanzo a 15 anni, non ha senso smontarlo come se fosse scritto da McCarthy. Certo, in relazione ai grandi della letteratura sarà un brutto romanzo, ma non ha senso far lottare un peso mosca con un peso massimo.
    Il punto, però, è che i testi pubblicati non dovrebbero essere buoni in relazione all’età, ma buoni in assoluto. Rimbaud ha scritto tutte le sue opere da minorenne, ma sono buone in assoluto. Di Rabelais non sappiamo nulla, ma Gargantua è buono in assoluto. Un quindicenne va pubblicato se il testo è buono in assoluto, non buono in relazione a un quindicenne.
    Più senso ha riflettere sulla bellezza in relazione al periodo storico: l’Eneide è bella in assoluto, o bella in relazione alla letteratura latina? Forse ci piace solo perché, sapendo che è opera latina, ci aspettiamo di meno? E allora anche l’idea che lo scrittore abbia quindici anni può influenzare?

    – forma mentis
    Ammetto che questo tono astratto non mi piace, avrei preferito una argomentazione asettica ma solida… Comunque, anche Eco dice che scrive una scena cercando di mantenersi vicino al tempo reale. Personalmente io sono per lo scrivere con energia e il rivedere co n calma. Dovendo uniformarsi, però, credo che la calma sia sempre superiore alla foga: John Irving scrive su carta proprio per ragionare meglio, costretto a procedere con lentezza.

    – corsi di scrittura
    come coi manuali, bisogna fare attenzione. Se prendi ciò che dicono come un dogma, ti limitano, ma se vai sempre contro cui che dicono, non ti servono a niente. Corsi e manuali sono un modo per ricevere informazioni in blocco… Ma poi lo scrittore deve decidere con la sua testa cosa prendere e cosa scartare.

    – impreparazione
    Per me, meglio demolire ogni propria opera a priori che accontentarsi. Chiaro che anche la soddisfazione personale è importante, ma meglio imparare a godersi il viaggio, senza badare alla meta.

    • Monia Papa
      24 giugno 2014 alle 10:43 Rispondi

      Un post diverso da come l’avrei scritto io, naturalmente. Quindi, do qualche parere…

      I pareri non solo sono i benvenuti… Ma sono anche altamente desiderati!

      – chi scrittore e chi ci prova
      Qui il problema non è logico, ma linguistico. Secondo il dizionario, è scrittore chi fa opere letterarie in prosa. Punto. Quindi potenzialmente chiunque abbia scritto un racconto. Il punto è che la gente non lo accetta, vuole che essere scrittore sia qualcosa di più complesso, e si mettono a dividere tra le s maiuscole e minuscole… No, non va. Al massimo si può distinguere tra scrittore bravo o meno, scrittore professionista o amatoriale, ma non tra scrittore e non scrittore.

      Mi chiedo perché dopo aver scritto “punto” tu ti sia sentito in dovere di inserire nella frase successiva “potenzialmente”. Linguisticamente quel “potenzialmente” indica che tu stesso non ti senti di avallare completamente la definizione linguistica. O, meglio, non vuoi limitarti a essa.
      Dato che il “potenzialmente” hai ritenuto opportuno usarlo ho una proposta: se distinguessimo tra scrittori in potenza e scrittori in atto?

      – nulla dies sine linea
      Per esperienza, se non mi do delle regolazioni, non vado mai avanti. Pure, non posso passare un mese sullo schema, se no poi non mi va più di scrivere. Ma lo scrittore spontaneo è sempre cosa controversa! Fa un lato, l’istinto non sarà in grado di cogliere cose che sfuggono alla ragione? Dall’altro, quale autore può davvero permettersi la spontaneità senza inanellare una serie di disastri?
      …mah, per ora credo poco alla spontaneità artistica.

      Poiché ami le citazioni amerai il modo in cui sto per esprimere il mio pensiero: se è vero che la semplicità è la più alta forma di sofisticazione penso sia altrettanto vero che la spontaneità può essere il più elaborato risultato di un delicato equilibrio tra istinto e ragione. Sono d’accordo sulla natura controversa dello “scrittore spontaneo” ma sono ancora più d’accordo sulla natura controversa dello scrittore, in assoluto. Come di chiunque altro, del resto. Il punto credo sia proprio trovare il proprio di verso. E il verso giusto è diverso per ognuno, o quasi.

      – il romanzo del 15enne
      Io non dico, come i formalisti, che conta solo il testo. Se uno scrive un romanzo a 15 anni, non ha senso smontarlo come se fosse scritto da McCarthy. Certo, in relazione ai grandi della letteratura sarà un brutto romanzo, ma non ha senso far lottare un peso mosca con un peso massimo.
      Il punto, però, è che i testi pubblicati non dovrebbero essere buoni in relazione all’età, ma buoni in assoluto. Rimbaud ha scritto tutte le sue opere da minorenne, ma sono buone in assoluto. Di Rabelais non sappiamo nulla, ma Gargantua è buono in assoluto. Un quindicenne va pubblicato se il testo è buono in assoluto, non buono in relazione a un quindicenne.
      Più senso ha riflettere sulla bellezza in relazione al periodo storico: l’Eneide è bella in assoluto, o bella in relazione alla letteratura latina? Forse ci piace solo perché, sapendo che è opera latina, ci aspettiamo di meno? E allora anche l’idea che lo scrittore abbia quindici anni può influenzare?

      Se dai per assodato che “in relazione ai grandi della letteratura sarà un brutto romanzo” poi come fai a dire che “un quindicenne va pubblicato se il testo è buono in assoluto”? Che poi, quale assoluto?
      Introduci comunque una riflessione interessante: l’in-dipendenza dell’opera anche dal suo stesso creatore.

      – forma mentis
      Ammetto che questo tono astratto non mi piace, avrei preferito una argomentazione asettica ma solida… Comunque, anche Eco dice che scrive una scena cercando di mantenersi vicino al tempo reale. Personalmente io sono per lo scrivere con energia e il rivedere co n calma. Dovendo uniformarsi, però, credo che la calma sia sempre superiore alla foga: John Irving scrive su carta proprio per ragionare meglio, costretto a procedere con lentezza.

      Sui gusti non si discute, certo, ma se avessi scritto un’argomentazione asettica che senso avrebbe avuto anche solo firmarla? Diciamo che preferisco che rimangano asettiche le sale operatorie: essere disposti a correre il rischio di “infettarsi” dovrebbe essere condicio sine qua no della scrittura.

      Essendo io un’assidua lettrice del blog di Daniele ho avuto modo di leggere (e talvolta apprezzare) i tuoi commenti. Chi un po’ mi conosce sa quanto adoro i riferimenti quando i riferimenti sono spontanei, quando fanno parte del nostro bagaglio e quindi anche di ciò che siamo. Ma, se non ti dispiace, di questa parte del tuo commento terrò in considerazione soprattutto la frase che inizia con “personalmente” perché è con te che mi sto (con mio grande piacere) confrontando. Ammetto che vederti esporre poco è una cosa che non mi fa impazzire ma apprezzo l’idea di scrivere con energia e rivedere con calma. Parlando di un personale equilibrio volevo riferirmi proprio a questo: trovare in sé la giusta alternanza tra lo scoccare la freccia e il prepararsi a tendere l’arco.

      – corsi di scrittura
      come coi manuali, bisogna fare attenzione. Se prendi ciò che dicono come un dogma, ti limitano, ma se vai sempre contro cui che dicono, non ti servono a niente. Corsi e manuali sono un modo per ricevere informazioni in blocco… Ma poi lo scrittore deve decidere con la sua testa cosa prendere e cosa scartare.

      Sì, gli insegnamenti, ma anche “solo” i suggerimenti vanno sempre maneggiati con cautela. Rielaborati criticamente. Il blocco deve essere lavorato fino a farne la propria personalissima statua.

      – impreparazione
      Per me, meglio demolire ogni propria opera a priori che accontentarsi. Chiaro che anche la soddisfazione personale è importante, ma meglio imparare a godersi il viaggio, senza badare alla meta.

      Secondo me manca un elemento importante nel tuo ragionamento: la comprensione di quanto a volte si possa essere incontentabili a prescindere dal valore di ciò che si fa.

      Non pensi che badare (quanto basta) lla meta possa aggiungere godimento al viaggio?

      • LiveALive
        24 giugno 2014 alle 13:06 Rispondi

        Il “punto” stava a dire che il dizionario non aggiunge. Il potenzialmente” è un mio tic linguistico, anzi un errore XD non rifletterci troppo. Distinguere tra scrittori in potenza e in atto, dovrei rifletterci, ma così su due piedi mi verrebbe da dire che esistono solo scrittori in atto (nell’atto però va intesa anche la riflessione).

        Riguardo il quindicenne, posso dire che “in generale” sarà inferiore ai grandi della letteratura. Ma, in casi eccezionali, il testo del 15enne può essere buono in assoluto. Rimbaud scriveva cose buone anche in confronto ai grandi della letteratura, e Terra Vergine di D’Annunzio (scritta a 16 anni) è uno dei miei testi preferiti, perché quei frammenti hanno un equilibrio che le prose successive hanno perso.
        Naturalmente, un assoluto estetico non esiste. Quindi giudicare un’opera “in assoluto” non è davvero fattibile. È pur vero che, a badare a queste cose, ogni singolo testo dovrebbe essere pubblicato perché, “in potenza”, anche una pagina con parole a caso può piacere. È vero, può piacere, ma non si possono pubblicare libri infiniti. Ecco perché ci si rifà a uno standard, un canone.

  5. MikiMoz
    24 giugno 2014 alle 11:50 Rispondi

    Ciao Monia!
    La vedo come te sull’età: certo una persona piccola ha meno esperienze, ma potrà saper scrivere bene il suo vissuto :)

    Moz-

    • Monia Papa
      24 giugno 2014 alle 12:44 Rispondi

      Del resto tu, Miki, non avresti potuto dire altrimenti: tu scrivi pur avendo dodici anni! :D

      • MikiMoz
        24 giugno 2014 alle 14:05 Rispondi

        E proprio ieri ho iniziato la stesura di un,,, qualcosa!! :)

        Moz-

  6. Tenar
    24 giugno 2014 alle 12:09 Rispondi

    Un post interessante che offre molti spunti di riflessione.
    Sul primo punto non so, ognuno dà alla parola “scrittore” un’accezione particolare. Per me suona come una qualifica professionale. Penso al “pittore” come a uno che campa di pittura, al “musicista” come a un professionista della musica e quindi “scrittore” è per me solo l’autore affermato, ma questo dipende più dalla forma mentis che dal vocabolario.
    Sull’età sono un po’ più drastica, forse per la mia formazione sportiva. Ci sono discipline per cui a 15 anni o sei arrivato o sei troppo vecchio e altre che a 15 anni non si possono fare. I 10000 metri non possono essere corsi da minorenni e far fare una maratona a un quindicenne sarebbe criminale. Il risultato sarebbe rovinare muscoli e articolazioni dell’atleta, ma anche fargli affrontare una prova per cui non ha la maturità mentale. La narrativa per me è molto affine alla corsa di resistenza. È un’arte che si crea per accumulo, di letture e di esperienze e che richiede la maturità mentale della lunga distanza. Del resto abbiamo grandi poeti che hanno scritto giovanissimi ottime poesie, i narratori puri di solito emergono in età più avanzata, esattamente come alle olimpiadi ci sono ginnasti quindicenni, ma non maratoneti quindicenni. A un ragazzino direi scrivi e leggi, divertiti, prova, ma aspetta a voler competere alla pari con gli adulti.
    Sui corsi di scrittura, invece, sono molto aperta, a patto che siano seri e ben gestiti. Del resto pittori, fotografi e musicisti di solito imparano delle tecniche di base. Queste non bastano a far di loro degli artisti ma sono, appunto la base. Quindi perché mai per la scrittura dovrebbe essere diverso?

    • Monia Papa
      24 giugno 2014 alle 13:02 Rispondi

      Ciao Antonella, sono contenta che il post ti sia piaciuto!

      Riguardo la parola scrittore credo che usarla come qualifica professionale sia non solo corretto ma anche un po’ l’aspirazione generale

      “Sull’età sono un po’ più drastica, forse per la mia formazione sportiva. Ci sono discipline per cui a 15 anni o sei arrivato o sei troppo vecchio e altre che a 15 anni non si possono fare. I 10000 metri non possono essere corsi da minorenni e far fare una maratona a un quindicenne sarebbe criminale. Il risultato sarebbe rovinare muscoli e articolazioni dell’atleta, ma anche fargli affrontare una prova per cui non ha la maturità mentale. La narrativa per me è molto affine alla corsa di resistenza. È un’arte che si crea per accumulo, di letture e di esperienze e che richiede la maturità mentale della lunga distanza. Del resto abbiamo grandi poeti che hanno scritto giovanissimi ottime poesie, i narratori puri di solito emergono in età più avanzata, esattamente come alle olimpiadi ci sono ginnasti quindicenni, ma non maratoneti quindicenni. A un ragazzino direi scrivi e leggi, divertiti, prova, ma aspetta a voler competere alla pari con gli adulti.”

      La tua formazione sportiva insegna che, generalmente, c’è una stagione per tutto. Credo sia sempre interessante leggere le argomentazioni di qualcuno che sa prendere una propria esperienza e trarne un monito più universale. Quindi doppiamente grazie per il tuo contributo!

      Mi piace molto la frase finale di questa parte del tuo commento perché riesce comunque a essere incoraggiante in modo equilibrato: sentirsi dire “Prova” penso possa essere estremamente liberatorio. Perché finché si prova sbagliare fa ancora meno danni. E è importante sapere di poter (anzi di dover) sbagliare (soprattutto ma non solo) quando si hanno pochi anni.

      “Sui corsi di scrittura, invece, sono molto aperta, a patto che siano seri e ben gestiti. Del resto pittori, fotografi e musicisti di solito imparano delle tecniche di base. Queste non bastano a far di loro degli artisti ma sono, appunto la base. Quindi perché mai per la scrittura dovrebbe essere diverso?”

      Quoto in pieno!

  7. Kinsy
    29 giugno 2014 alle 16:11 Rispondi

    Condivido molto di quello che hai scritto.
    Quante volte mi sono rammaricata per non aver scritto una frase d’effetto che mi girava in testa, magari alla guida della macchina (favolosa la tua immagine: “l’unico peso che non potresti sopportare sarebbe l’ennesima lapide per una parola pensata ma non scritta”).
    Uno scrittore cresce sempre: ogni libro è un passo avanti verso la perfezione che non si raggiunge mai. Quante pagine scritte che poi non hanno portato a nulla da far leggere ad estranei, ma sono servite per quelle poche che invece ho lasciato al giudizio di altri!
    Quello dello scrittore è un duro lavoro, sin dalla sua definizione: quanti post ho letto sul tema “quando ci si può definire scrittori?”. Il problema è il pregiudizio che aleggia attorno a chiunque voglia scrivere, rapportata invece alla stima sproporzionata che uno si guadagna in questo campo quando diventa un po’ noto… Nessuno ride in faccia ad una persona che afferma di dipingere nel tempo libero, pur non aspettandosi di diventare il nuovo Gauguin!

    • Monia Papa
      7 luglio 2014 alle 08:45 Rispondi

      Sono molto contenta di aver scritto qualcosa in cui ti rispecchi, Kinsy!

      Ci vuole una certa sensibilità per sentire dentro il dramma di diventare cimitero di parole mai nate. Una certa sensibilità che generalmente uno scrittore dovrebbe possedere.

      Ciò che spesso ci sfugge è cosa effettivamente rischiamo continuamente di perdere senza neanche accorgercene. A volte siamo così concentrati su altre perdite che non ci rendiamo conto di come quella frase, quella sola parole, sarebbe potuta essere la pedina d’innesco di uno straordinario effetto domino.

      “Il problema è il pregiudizio che aleggia attorno a chiunque voglia scrivere”

      Sai che penso Kinsy? Che scrivere sia un’arte particolare perché, in un modo o nell’altro, la esercitano quasi tutti. Non tutti suonano uno strumento, non tutti dipingono, ma tutti scrivono. Così a volte diventa difficile distinguere tra chi scrive semplicemente perché sa impugnare una biro e mettere due parole in fila e chi suona la penna come un flauto e con le parole dipinge mondi. E sembra che il successo possa essere l’unico discrimen tra i due casi. (Successo che ti auguro di avere con il romanzo che, ho letto sul tuo blog, hai concluso :) )

      • Kinsy
        8 luglio 2014 alle 16:22 Rispondi

        Grazie per le belle parole!

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