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7 motivi per non scegliere il self-publishing

Evitare il self-publishing

Perché oggi scelgono in molti di pubblicare da sé il proprio libro? La risposta, secondo me, è una sola: hanno fretta di pubblicare. Non vale per tutti, ovviamente, ma sono convinto che lʼestrema facilità offerta oggi dalle nuove tecnologie invogli moltissimi autori a scegliere il self-publishing per vendere le proprie opere.

Cosa comporta tutto questo? Da una parte un aumento dellʼofferta e dallʼaltra un abbassamento della qualità delle opere in circolazione. Chi pubblica per conto proprio spesso commette una serie di errori che potrebbero benissimo essere evitati, se solo ci fosse più voglia di imparare e informarsi.

Quanti blog trattano di social media? Tanti, eppure ci sono ancora autori alle prime armi che usano lo spam come unico mezzo di promozione editoriale. Non manca, quindi, lʼinformazione, manca la forma mentis, casomai, manca lʼumiltà – intesa come accettazione della propria ignoranza su certi temi.

Il self-publishing diventa quindi il rifugio dellʼautore che vuole bruciare le tappe, la scorciatoia per entrare nel mercato editoriale, lʼillusione di diventare scrittore con pochi semplici click.

Fatta questa dovuta introduzione, ribadisco la mia intenzione di pubblicare sia con editoria classica sia in self-publishing. Questo post non vuole quindi demonizzare lʼautopubblicazione, ma chiarire alcuni aspetti del self-publishing e dellʼeditoria tradizionale e permettere ad alcuni autori di fare la scelta giusta.

#1 – Il prestigio della casa editrice

A pubblicare in self-publishing sono buoni tutti.

Questa è una verità inconfutabile. È un dogma, va accettato così come si legge, senza fare obiezioni.

Per pubblicare in self-publishing, tecnicamente, è sufficiente avere:

  1. un computer (ce lʼhanno tutti)
  2. un programma di videoscrittura (OpenOffice è gratis)
  3. una connessione internet (ce lʼhanno tutti)
  4. Calibre per convertire in epub e mobi e creare un ebook (è gratis)

Per la copertina basta scaricare una foto dai tantissimi siti che le offrono gratuitamente.

Non parlo di qualità, sia chiaro, ma di possibilità, che è diverso. Questo ci fa capire come il self-publishing possa essere un traguardo facilissimo per chiunque.

Diverso è il caso di una pubblicazione con una casa editrice, che prevede una serie di passi da compiere, di tempi di attesa (non sempre geologici), di requisiti da possedere. Anche se sappiamo tutti che molte opere di editori non avrebbero dovuto essere pubblicate, non sono per niente convinto che ogni libro pubblicato dalle varie case editrici sia spazzatura, altrimenti non spenderei tutti quei soldi ogni anno per comprare più libri di quanti ne riesca a leggere.

Pubblicare con un editore, oggi, è ancora un fatto prestigioso, perché il nome dellʼautore compare accanto a un marchio, al nome di unʼazienda che ha investito in quellʼautore.

Lasciamo perdere per un attimo quegli editori che hanno lavorato e lavorano male: in ogni campo è così. Cʼè chi non fa promozione, chi propone contratti a solo vantaggio dellʼeditore, ecc. Ma tutti gli editori sono così? No, assolutamente. Non possiamo generalizzare.

#2 – Il lato economico dellʼeditoria tradizionale

Pubblicare in self-publishing costa tempo e denaro.

Un self-publishing fatto per bene comporta una spesa, che non tutti possono affrontare. Pubblicare con un editore non costa nulla, al massimo una raccomandata per lʼinvio del manoscritto. In questo post non considero lʼeditoria a pagamento, perché semplicemente quella non è editoria.

Riconsiderando, dunque, cosa è sufficiente avere per pubblicare in self-publishing, i passi e le spese sono:

  1. un computer (che hanno tutti)
  2. un programma di videoscrittura (OpenOffice è gratis)
  3. una connessione internet (che hanno tutti)
  4. un editor, che ha un costo, a meno che non sia vostro amico (e intendo che abbiate un amico editor, non un amico che legge tanto)
  5. un impaginatore, che ha un costo (un manoscritto si impagina per creare un ebook, non si converte)
  6. un grafico per la copertina, che ha un costo

Tutte queste spese, escluse quelle per la promozione dellʼebook, non sono a carico vostro se decidete di pubblicare con una casa editrice. Lʼeditore vi fornirà a sue spese un editor e un grafico per creare una copertina professionale e una buona impaginazione del libro cartaceo e dellʼebook.

#3 – La considerazione della massa

Il self-publishing non viene percepito dal pubblico.

Sappiamo tutti cosa significa veramente pubblicare in self-publishing. No, non proprio tutti, lo sappiamo noi che scriviamo e cerchiamo di farlo come si deve. Noi che siamo attenti alla qualità, noi che ci poniamo mille domande, noi che abbiamo mille dubbi.

Ma avete mai pensato alla massa? Sì, alla gente che sta fuori, a tutti i vostri potenziali lettori, alle casalinghe, ai vostri amici che magari neanche sanno che esiste il self-publishing, ai parenti che conoscono soltanto le librerie vicino casa e a cui Amazon richiama alla mente impenetrabili foreste del Sud America, alla gente che incontrate sullʼautobus, ai colleghi di lavoro, a tutti quelli che usano internet solo per cercare una pizzeria, prenotare un biglietto aereo e scaricare la posta.

Tutte queste persone sono i vostri lettori. Possono diventarlo, almeno. Come? Solo se pubblicate con una casa editrice, altrimenti non arriveranno mai a voi, vi escluderanno dalle loro letture, non sapranno mai che siete scrittori, non conosceranno mai i vostri romanzi.

Per la maggior parte della gente il self-publishing non esiste, perché non ne è a conoscenza. Self-publishing fa rima con ebook, che a sua volta fa rima con ereader, cioè con “aggeggi” come il Kindle o il Kobo, diavolerie tecnologiche incomprensibili per parecchie persone.

Possiamo tirarcela quanto ci pare, possiamo parlare quanto vogliamo di cultura digitale, di innovazione, di strumenti sempre più allʼavanguardia, ma resta il fatto che lʼItalia non è ancora un paese adatto alla tecnologia e alle nuove forme di diffusione della cultura.

#4 – Lʼimpegno del self-publishing

Il self-publishing non è per tutti.

Scrivere è un lavoro da non sottovalutare. Avere unʼidea è una cosa, metterla in pratica, trasformarla cioè in una storia che funzioni, in un romanzo, è un altro paio di maniche.

Chi decide di pubblicare in self-publishing deve rimboccarsi quelle maniche, tirarle bene su e prepararsi a un lavoro differente e maggiore. Quanti autori hanno il tempo e anche la voglia di dedicarsi alla propria opera dal punto di vista editoriale?

Lo scrittore medio si dedica al suo libro dal solo lato artistico, letterario. Quello, poi, che gli compete. Ma, autopubblicando un libro, bisogna trasformarsi in editori di se stessi. E questo richiede impegno, un impegno che non tutti gli autori sono in grado, per mille motivi, di prendere.

Pubblicando con un editore, invece, il vostro lavoro si limita alla scrittura e alle correzioni in fase di editing. Anche alla compartecipazione nelle attività promozionali, ovvio, ma in genere lo scrittore è colui che scrive. Il resto è affidato alla redazione e allʼufficio marketing della casa editrice.

Siete pronti ad affrontare il self-publishing? Rispondete sinceramente a questa domanda e poi valutate se è meglio scegliere questa strada o affidarvi a un editore.

#5 – Il carattere imprenditoriale

Il self-publishing è imprenditoria.

Autopubblicare un libro non significa convertire un manoscritto e caricarlo su Amazon, ma diventare editore di se stessi. Quindi bisogna avere un carattere imprenditoriale, bisogna non solo capire le dinamiche del mercato editoriale in generale e di quello degli ebook in particolare, ma anche quelle del web e della promozione online.

Cosa dice il dizionario Treccani alla voce “imprenditore”?

imprenditóre s. m. (f. -trice) [der. di imprendere]. – Chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata, di carattere industriale, agricolo o commerciale, al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizî; in senso più ampio, chi, persona fisica o società, gestisce un’impresa.

Vorrei sottolineare alcuni concetti e parole chiave:

  • professionalmente
  • attività economica organizzata
  • carattere industriale
  • produzione di beni

È quindi facile intuire che tutto questo non ha nulla a che vedere con parole come “conversione” e “caricamento di file su Amazon”. Né con spam, operazione fatta da molti autori oggi.

Se un autore non accetta il carattere imprenditoriale del self-publishing, allora deve scegliere lʼeditoria tradizionale. Se un autore non ha un carattere imprenditoriale, allora deve affidarsi a chi lo ha.

#6 – Le competenze del self-publishing

Il self-publishing non è un lavoro per dilettanti.

Quando un autore sceglie di autopubblicare un suo libro, cʼè il rischio che faccia un lavoro dilettantesco. Perché? I motivi sono diversi:

  • non ha competenze di grafica
  • non ha competenze di impaginazione
  • non conosce la vera natura degli ebook
  • non si affida a un editor
  • non sa come promuovere il suo ebook e spamma a più non posso

Non voglio parlare di conoscenze grammaticali e altro, perché non è questo lʼarticolo giusto. Il fai-da-te va bene per chi sa fare da sé, ma non va certo bene per tutti. Il proverbio “chi fa da sé fa per tre” è valido, ma se davvero lʼautore è in grado di fare per tre – o per più persone, anzi.

Quali sono le vostre competenze? Sapete solo scrivere e nientʼaltro? Non avete soldi per affidare il lavoro a dei professionisti? Allora lasciate perdere il self-publishing, semplice, e cercatevi un editore.

Una casa editrice ha, in genere, tutte le competenze richieste per trasformare un manoscritto – non lo chiamo libro, perché non lo è ancora dal punto di vista commerciale – in un prodotto editoriale.

Pubblicare un ebook pieno di lacune da ogni punto di vista è come perdere in partenza. Un autore, un vero autore, sa riconoscere i suoi limiti e capire fin dove può spingersi.

#7 – Lʼesclusione da alcuni canali di diffusione

Lʼeditoria tradizionale è unʼélite.

Avete mai visto la pubblicità di un libro autopubblicato? Non è che in televisione si vedano così tante pubblicità sui libri, ma ogni tanto capitano:

  • spot pubblicitari su collane che escono in edicola
  • annunci di romanzi di scrittori famosi
  • segnalazioni di libri su Striscia la notizia

Su quotidiani e riviste è lo stesso discorso: ci sono soltanto libri pubblicati da case editrici. Ora, possiamo anche fare la polemica sul fatto che solo alcuni editori siano presenti in quei canali, ma non reggerebbe, perché la pubblicità su TV e giornali costa molto e un piccolo editore non può permettersela. Questo vale in ogni campo, non solo nellʼeditoria.

Alle fiere del libro avete mai visto libri pubblicati in self-publishing? No, credo, perché presenziare a quelle fiere costa molto anche agli editori, figuriamoci a un autore che abbia appena un libro da vendere.

Librerie e associazioni culturali organizzano presentazioni di libri, ma di chi? Di autori pubblicati da editori o da scrittori indipendenti?

Il fatto è che questi canali di diffusione vogliono garanzie che un autore autopubblicato non può dare. Questo punto è strettamente legato al primo: alla questione del prestigio. E giusto o sbagliato che sia, è così. È una questione di percezione.

Self-publishing o editoria tradizionale?

Condividete questi sette motivi per non preferire il self-publishing allʼeditoria classica? Quale vi sembra più valido o adatto a voi?

104 Commenti

  1. Serena
    12 maggio 2015 alle 07:42 Rispondi

    Li chiameremo i martedì del Self Publishing! Ho appena pigiato anch’io il tasto “pubblica”, anche se io parlo di numeri che riguardano sia i self che le pubblicazioni tradizionali.
    Bell’articolo, Daniele, però ho un paio di perplessità:
    – non è vero che non ti chiedono soldi. Qualche piccolo editore ti chiede di trovarti l’editor e pagartelo tu.
    – non è (sempre) vero che ti promuovono: anche i grandi editori si spendono davvero solo per chi non ne ha bisogno, e cioè le superstar. Perché sanno che la vendita è garantita e vogliono massimizzare. Gli esordienti? “Sai, dovresti aprirti una pagina Facebook”. E i piccoli editori spesso lasciano al 95% la patata bollente all’autore.
    Non riesco adesso a scriverti tutto quello che vorrei, ma in giornata torno, l’articolo è bellissimo e sono sicura che il dibattito sarà rovente

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 13:21 Rispondi

      Ho già visto il tuo, dopo pranzo lo leggo.
      Se l’editore ti dice di pagarti l’editor, allora non è un editore. Spetta alla casa editrice l’editing.
      Idem per la promozione.
      Aprire una pagina Facebook, oggi, senza investire soldi e assumere un professionista non serve a nulla.

  2. Banshee Miller
    12 maggio 2015 alle 08:45 Rispondi

    Prima cosa. Da questo tuo articolo, almeno a me, ha dato l’impressione che l’editoria tradizionale sia ancora una cosa sana e florida. Non credo sia così. Certo, ci saranno buoni editori, ma ormai, vista l’aria che tira, il tutto si riduce alla rincorsa del guadagno. E mi sta anche bene, visto che l’editore alla fine è un’azienda. L’autore non è la star, non è coccolato, è solo uno che ha fornito un prodotto che potrebbe procurare un guadagno.
    Secondo, sì, il prestigio della casa editrice c’è ancora, però non condivido tanto il discorso riguardo alla considerazione della massa. Non credo che il self-publisher debba mirare alla massa, quella massa che descrivi tu, ossia persone qualsiasi che leggono qualche libro ogni tanto. Quella massa non raggiungerà mai l’opera in self-publishing è vero. Se uno ha scritto un libro sui ricordi della sua giovinezza, il self-publishing non va bene. Il self-publishing è più una cosa di nicchia. Può raggiungere un pubblico più specializzato, che usa l’ereader tutti i giorni, che naviga alla ricerca di cose strane e nuove, che apprezza generi letterari precisi. L’opera in self-publishing, escluse le schifezze buttate lì tanto per fare, è destinata a un pubblico particolare. La massa ne resta esclusa, a parte forse alcuni casi rari di autori che sono stati contattati da grossi editori dopo imprevedibili successi. Chi si auto pubblica deve saperlo. Credo anche che questo pubblico sia disposto a chiudere un occhio di fronte ad alcuni difetti e carenze, cosa che non è possibile fare con un editore, di tipo tecnico come copertine, impaginazione, ecc. Proprio perché non raggiunge la massa, il self-publishing si sta creando un piccolo sottobosco di lettori adatti ad esso. Chi pubblica da indipendente può mirare a quel pubblico, oltre è difficile.

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 13:25 Rispondi

      No, non volevo dire che l’editoria tradizionale è tutta florida. Lo scopo del post è “chiarire alcuni aspetti del self-publishing e dellʼeditoria tradizionale e permettere ad alcuni autori di fare la scelta giusta.”

      Il libro sui ricordi della propria giovinezza, a meno che non siano quelli risalenti alla seconda guerra mondiale o scritti da chi vive oggi in paesi disastrati, non hanno mercato.

      Concordo che il self-publishing sia un mercato di nicchia. Ma fino a un certo punto: perché è per chi legge ebook e non solo per chi legge precisi generi.

      E no, difetti e carenze non sono ammessi. Copertine e impaginazione vanno fatte per bene, io non chiudo un occhio su quello.

      • Banshee Miller
        12 maggio 2015 alle 17:37 Rispondi

        Non credo che uno da solo possa raggiungere i livelli di professionalità che dovrebbe essere lo standard per editori di professione. Non si può pretendere questo. Pretenderlo equivale a tagliare la fetta più grossa di tutto il self-publishing, quasi tutto in realtà. Si può fare, me vedo il self-publishin più come la possibilità di farsi notare. Per farlo non penso sia fondamentale una copertina. Capisco il discorso “imprenditoriale” come strategia, tecnica per promuoversi, in quello rientrano copertina e tutti gli altri aspetti, ma poi l’occhio va chiuso, altrimenti non si fa parte del gruppo di lettori di self- publisher, semplice, ma del restante, o della massa o come si vuole chiamare. Mi sembra come dire: compro un po’ di tutto, sia cose di marca che sottomarche, queste ultime però a patto che siano allo stesso livello qualitativo di quelle originali.

        • Daniele Imperi
          12 maggio 2015 alle 17:42 Rispondi

          No, secondo me la copertina è invece molto importante. Non comprerei mai un ebook con una copertina arrangiata. Non mi ispira.
          Il problema è forse questo che hai sollevato: quello delle sottomarche. Se un autore pensa di se stesso di essere una sottomarca, si sta svalutando. Se è convinto di produrre un prodotto da sottomarca, allora è davvero il caso che pubblichi?
          Fra un ebook professionale a 3 euro e uno autoprodotto allo stesso prezzo, ma con una copertina arrangiata, quale compri? Io il primo, non ci penso due volte.

          • Banshee Miller
            13 maggio 2015 alle 07:54 Rispondi

            Probabilmente anche io, ma questo non ci mette al riparo dalle fregature. La copertina in realtà è una copertina, così come le altre cose “tecniche”, non sono il contenuto, piuttosto la forma. Dico solo che, non essendo necessario che a una copertina scadente segua una storia scadente, comportandosi come se invece fosse così, si chiude una porta.

  3. Salvatore
    12 maggio 2015 alle 08:49 Rispondi

    Concordo, ho sempre puntato a pubblicare con una casa editrice. Tuttavia guardo con interesse il self-publishing. Secondo me può essere molto utile per un autore che già scrive e pubblica, ma non è ancora affermato. Potrebbe scrivere, ad esempio, una serie di novelle da distribuire gratuitamente (o quasi) per farsi consocere. Tanto le novelle non te le pubblicano…

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 13:40 Rispondi

      Idem per me. Sono d’accordo anche per le novelle, rilasciare racconti lunghi in ebook in self.

  4. Renato
    12 maggio 2015 alle 09:10 Rispondi

    Secondo me, la cosa più importante cui deve puntare uno scrittore dilettante è la valutazione del valore letterario della sua opera. Io con un sevizio di Self Publishing (SP) ho investito circa 700 euro (ISBN compreso) stampando 75 copie. Ho distribuito delle copie i tre librerie amiche della mia zona, altre in giro a chi me lo chiedeva. Al momento sono rientrato più o meno della metà, ma soprattutto ho ottenuto una dozzina di critiche positive che sono sicuro essere sincere e spassionate. E ne ho ancora a disposizione una quindicina.
    Il SP mi ha permesso di avere in mano un vero libro a costi tutto sommato ragionevoli. Poi come tutti ho mandato il libro a numerose case editrici rigorosamente non a pagamento e, come tutti, sto aspettando trepidante una loro risposta.
    Il resto per me è solo marketing personale e, con tutto il rispetto, se si è capaci e spigliati si riesce a vendere di tutto, libri compresi. Conosco uno scrittore dilettante che battendo le librerie di Liguria e Lombardia ha venduto 2000 copie di un suo gialletto, una robetta da niente, e continua a smenarci di tasca propria. E’ contento così, dice che lo fa solo per passione, e quindi lo rispetto. Ma altro è, ripeto, la valutazione del valore letterario della propria opera.

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 13:44 Rispondi

      Non era meglio fare un ebook? Gli ISBN costano poco.
      Vendere libri porta a porta non fa per me, però :)

      • Renato
        12 maggio 2015 alle 14:53 Rispondi

        Sono all’antica e per me i libri sono ancora quelli di carta. Avevo bisogno di stamparne un po’ di copie e ho cercato il modo più economico e semplice. Non lo vendo porta a porta, ho solo qualche conoscente interessato e tre librai amici che, prima di tutto, hanno letto il libro e fatto le loro critiche. E ripeto, l’unica cosa che mi interessa sono i pareri sinceri sul valore letterario di quello che ho scritto.
        Per me pubblicare è solo con un editore non a pagamento, è anche per questo che ho dovuto stampare delle copie. Non sono tagliato per il marketing, né per la vendita.

      • Giacomo
        13 maggio 2015 alle 18:01 Rispondi

        In effetti vendere libri porta a porta la vedo dura, ma ti posso raccontare di un mio amico che fa ottimi affari vendendoli per strada : parte la mattina con il borsone carico, fa il giro in città, ferma tutte le persone potenzialmente interessate, e la sera , voilà, il borsone è vuoto! Io non potrei farcela perchè mi sembrerebbe di essere un venditore di fazzoletti ai semafori o nelle spiagge, ma lui, che ha veramente una gran faccia tosta, ci riesce.

        • Daniele Imperi
          13 maggio 2015 alle 18:04 Rispondi

          Neanche io riuscirei a farlo. Ma che libri vende? Come capisce i lettori potenzialmente interessati? E a quanto li vende?

  5. Gloutchov
    12 maggio 2015 alle 09:14 Rispondi

    Se solo potessi raccontare certe mie esperienze ‘non’ legate al self publishing… Va bè!

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 13:45 Rispondi

      Beh, scrivici un post o addirittura un ebook con le tue memorie :)

  6. Ferruccio
    12 maggio 2015 alle 09:48 Rispondi

    Un articolo del genere lo sto meditando da qualche settimana anche io. Sono d’accordo con quello che scrivi.

    PS. io vedo la tua home ferma al 6 maggio. Questo articolo l’ho trovato su google plus

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 13:45 Rispondi

      Bene, vedrò che scriverai anche tu.
      Il blog ha quel problema e finora nessuno ci ha capito niente…

  7. animadicarta
    12 maggio 2015 alle 10:06 Rispondi

    Ma come, ora che mi ero convinta per il SP tu cerchi di dissuadermi?! :)
    Diciamo che sono d’accordo con la maggior parte delle ragioni che hai evidenziato, ma penso che tutto sia molto relativo. Il prestigio, il lavoro professionale sul testo, la convenienza economica, la professionalità nella promozione, ecc. sono tutti punti che hanno un valore solo se pubblichi con un editore di serie A. In caso contrario, con piccole case editrici o anche alcune medie, non ne vale più la pena e la soluzione del SP si può rivelare la scelta più saggia. Resta comunque ferma la necessità di fare un buon lavoro, con editing accurato, ecc., su questo non si può transigere.
    Io avrei mille cose da dire a questo proposito, prima o poi scriverò un post. Per ora diciamo che non mi hai dissuaso… :)

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 13:47 Rispondi

      Questo post l’ho scritto pensando a te :D
      Che sia relativo siamo d’accordo. Non ti ho dissuaso da cosa, però?

      • animadicarta
        12 maggio 2015 alle 15:40 Rispondi

        Dissuaso dal pubblicarmi da sola prima o poi. In realtà non ho ancora preso una decisione definitiva, quindi le analisi dei pro e dei contro sono sempre utili :)

        • Daniele Imperi
          12 maggio 2015 alle 16:02 Rispondi

          Ma sì, meglio non dire mai, non sai come evolverai, e a imparare si fa sempre in tempo :)

  8. Chiara
    12 maggio 2015 alle 10:28 Rispondi

    Poco più di un mese fa, ho ricevuto la candidatura per un guest-post da parte di un autore autopubblicato. Ho accettato, proponendogli di raccontare la propria esperienza con il self. L’articolo che ho ricevuto era una vaccata immonda, pieno di errori grammaticali, e portavoce di un principio completamente sbagliato: con il self-publishing, tutti possono diventare scrittori.

    Qualche settimana dopo, ho ricevuto un’altra proposta di un articolo sul self. Siccome questa volta conoscevo l’autrice e le sue competenze scrittorie, ho accettato di pubblicare il suo guest-post. Prima della messa online, però, le ho chiesto una revisione: era scritto bene, ma veicolava la stessa idea di cui sopra, ovvero “Il self-publishing consente a tutti di diventare scrittori”. Le ho chiesto di parlare esplicitamente della qualità di un’opera, dell’editing, della copertina.

    Mi rendo conto che questa mentalità di sdoganamento del self è molto diffusa fra i neofiti incompetenti, ma l’editoria non deve essere democratica, bensì meritocratica. Tutte le stupidaggini che ci sono online rischiano di penalizzare opere come quella di Maria Tesesa Steri (che ho letto inedita) e altre, di qualità maggiore. Questo è un punto su cui noi scrittori dobbiamo fare… ostruzionismo! :-D

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 13:48 Rispondi

      Per me questa storia che tutti possono diventare scrittori è sbagliata. D’accordo sulla meritocrazia. Hai fatto bene a far revisionare il post.

      • Chiara
        12 maggio 2015 alle 16:04 Rispondi

        Anche per me è sbagliata. Si sottovalutando impegno e fatica. Si fa passare il principio del “basta che paghi” che non posso assolutamente condividere

    • animadicarta
      12 maggio 2015 alle 15:41 Rispondi

      Grazie Chiara :D

  9. ombretta
    12 maggio 2015 alle 10:40 Rispondi

    Ecco un altro articolo molto interessante! Il self-publishing mi è stato consigliato molto in passato dagli amici, ma non ho preso in considerazione l’idea per tutte le varie ragioni di cui hai appena parlato, soprattutto la n. 6 “non è un lavoro per dilettanti”. Non ho competenze in materia di impaginazione e grafica, la distribuzione e la promozione del libro sono importantissime…quindi, per il momento aspetterò e magari mi deciderò ad aprire un mio blog e fare una nuova esperienza di scrittura.

    • Renato
      12 maggio 2015 alle 12:16 Rispondi

      Impaginare è semplicissimo, tutti i siti di self-publishing forniscono gratuitamente dei template. Per la copertina, con pochi euro si trovano immagini professionali, e se si ha l’accortezza di essere semplici, molto semplici, si riescono a fare ottime copertine.
      Ma questo non significa essere uno scrittore né, tanto meno, aver scritto un bel libro. Che è l’unica cosa che conta. Non me ne vogliate, ma nessuno di noi (me per primo) ha grandi probabilità di sfondare, salvo i rari casi alla Pirsig, che dopo 150 rifiuti è diventato un cult, pur avendo scritto praticamente un solo libro.
      Quello a cui dobbiamo puntare è una sincera valutazione del nostro libro, e il self-publishing è un sistema relativamente economico per realizzare e stampare copie del nostro libro.

      • Daniele Imperi
        12 maggio 2015 alle 13:53 Rispondi

        Template di cosa? Comunque devi saper usare dei programmi di impaginazione, a meno che tu possa tutto online.
        Non puoi sapere se qualcuno di noi avrà o meno possibilità di sfondare. Sulla base di cosa dici questo?

        • Renato
          12 maggio 2015 alle 15:03 Rispondi

          I siti di self-publishing offrono delle pagine word già formattate (bordi e margini) nel formato del libro. Le regole di impaginazione sono facilmente reperibili sul web, e facili da applicare. Veramente su questi aspetti non vedo il problema.
          Tutti i grandi scrittori sono stati esordienti, certo che è possibile sfondare, anche dopo 150 rifiuti. Ma ahimè le probabilità non sono dalla nostra parte, e comunque non dipende sempre solo da noi.

          • Daniele Imperi
            12 maggio 2015 alle 15:09 Rispondi

            Un template in Word? Ma non per farne un ebook, e comunque non è professionale impaginare con Word.

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 13:52 Rispondi

      Grazie.
      Hai fatto a desistere, se non ti sentivi pronta per quei motivi.

  10. Alessandro Cassano
    12 maggio 2015 alle 10:47 Rispondi

    Ciao Daniele,

    quella del self è un’esperienza che probabilmente non ripeterò. Ho avuto la fortuna di poter contare sull’aiuto di amici per l’impaginazione e la revisione del testo, ma se avessi dovuto pagare un impaginatore e un editor (nonché un grafico per la copertina) per ammortizzarne i costi avrei dovuto proporre l’ebook a 10 euro.

    Chi si autopubblica è spesso convinto che la cosa sia conveniente. “Su Amazon si pubblica gratis”, si pensa, senza considerare il fatto che il lavoro proprio e quello altrui vadano rispettati e ricompensati, e che un’opera pubblicata senza un editing serio costituisca uno schiaffo in faccia ai lettori che decideranno di dedicare tempo e attenzione al libro.

    Tra l’altro, in Italia si legge poco e si pretende di leggere gratis. Pur di diffondere un’opera si pubblicano ebook a 99 centesimi. Questo significa svalutare il proprio lavoro, in quanto vorrà dire, in soldoni (anzi, soldini) guadagnare sì e no 30 centesimi a copia venduta. Tanto vale pubblicare gratis per accontentare la marea di scrocconi che popola il web.

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 13:57 Rispondi

      Ciao Alessandro,
      perché non la ripeterai? Scarse vendite? Considera prima di tutto il genere di romanzo che hai scritto, che, secondo me, non ha molto mercato. Io direi che almeno un’altra prova devi farla, cambiando completamente genere.
      Ebook a 99 centesimi? Una volta ero d’accordo, ma secondo me quel prezzo va bene per un racconto lungo, non per un romanzo.

  11. Digamma
    12 maggio 2015 alle 11:59 Rispondi

    Io scrivo da sempre. Racconti soprattutto, di qualsiasi genere. Penso di averli passati tutti, dal fantasy/favolistico, al romantico, al giallo, all’horror. Solo da poco mi sto concentrando a finire un unico romanzo, un giallo con sfumature horror, e di conseguenza ho anche cominciato a studiare i possibili metodi per la pubblicazione. Sul SP sono sempre stata piuttosto dubbiosa.
    Sono una di quelle persone che possiede un e-reader e lo utilizza quotidianamente, intervallandolo con i libri cartacei, ma sinceramente non me la sentirei di pubblicare un libro da esordiente solo online. C’è tantissima concorrenza di basso livello e – spesso accade anche a me – di non scaricare/comprare dei libri SP proprio perché la qualità dei lavori è al 90% bassissima. Sono certa che fra tanti alcuni siano stati scritti bene e siano degli splendidi libri, ma raramente me la sento di rischiare, se non ne sono assolutamente certa. Perciò ho optato per l’editore tradizionale.
    Tra i vari siti in cui mi sono imbattuta, quasi tutti mi dicevano che per non farsi fregare dalle case editrici e/o farsi ben notare, bisogna prima di tutto affidarsi ad un agente letterario, che fa correggere il tuo libro da un correttore bozze professionista e lo presenta alle case editrici (che spesso con la sua presenza danno delle risposte più celeri e spesso più positive). E vero o è la solita fandonia?

    • Tenar
      12 maggio 2015 alle 12:49 Rispondi

      Quello che descrivi non è un agente letterario, ma un’agenzia di servizi editoriali. L’agente letterario guadagna SOLO una percentuale sui guadagni dell’autore e si occupa di contrattare per conto dell’autore con le case editrici, proporre il testo per le edizioni estere e cose simili.
      I servizi editoriali, a pagamento, si occupano di migliorare il testo. Ce ne sono di seri e di meno seri, ovviamente. Bisogna fare molta attenzione al loro curriculum, controllare se davvero i testi su cui hanno lavorato hanno poi trovato un buon editore. In alcuni casi possono in effetti essere una buona opzione per autori alle prime armi.
      Di base, però, un editore dovrebbe occuparsi internamente dell’editing del testo (senza chiedere nulla all’autore).

      • Daniele Imperi
        12 maggio 2015 alle 14:02 Rispondi

        Brava, bisogna fare una distinzione secondo me. Anche io sapevo che un agente letterario guadagna solo in percentuale, mentre ora vedo siti che si definiscono agenzie letterarie, ma in realtà sono agenzie di servizi editoriali, che è diverso.

        • Tenar
          12 maggio 2015 alle 16:28 Rispondi

          È vero che ci sono agenzie che fanno l’una e l’altra cosa. Comunque riconoscere i buoni agenti è facile: mostrano subito i libri che hanno rappresentato e spiegano con quali editori lavorano.
          È vero che a volte anche gli agenti veri e propri chiedono una quota per la valutazione del manoscritto.
          È un molto vario e non si può parlarne in generale, ogni caso fa un po’ a sé.

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 14:00 Rispondi

      Ciao, benvenuta nel blog.
      Capisco che oggi sia quasi un rischio tentare il SP per via delle tante opere di bassa qualità, ma non è detto che il tuo romanzo venga per forza percepito male.
      Non credo sia vera la storia degli agenti letterari. Il correttore di bozze si farà pagare, non credo lavori gratis.
      Qualcuno si affida a un agente, a me però ancora non convince la cosa.

  12. LiveALive
    12 maggio 2015 alle 12:41 Rispondi

    Il punto è che il marketing vero non si può separare totalmente dalla creazione artistica: il marketing impone anche un determinato stile, delle strutture convenzionali, dei temi sicuri… Questo vuol dire che l’editore impone certe scelte? Non tutti, decisamente, ma ho già sentito autori di genere lamentarsi dell’intrusività del marketing, che con alcuni arriva addirittura a far fermare l’attività creativa al soggetto. Grazie a Dio ce ne sono tantissimi che lasciano libertà, ma non bisogna pensare comunque che forma e contenuto siano cose totalmente separate dal marketing.
    È una questione di equilibrio: quanto vogliamo che influenzi il marketing, e quanto vogliamo di libertà creativa? Un po’ di marketing ci vuole: ma dove?
    Io naturalmente risolvo la cosa alla radice non provando neanche a pubblicare XD mi accontento di comunicare con chi voglio io, non sento l’esigenza di una lettera aperta…

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 14:05 Rispondi

      Non sono d’accordo sul determinato stile e sui temi sicuri. Altrimenti si viene a uccidere la creatività e anche la personalità dell’autore.
      Ci sono case editrici, ho constatato di persona tempo fa, che impongono certe scelte, proprio per questioni di marketing.
      È vero che forma e contenuto in un certo senso non sono separate dal marketing: il discorso è che, se vuoi vendere il libro, quel libro deve avere una richiesta. La storia di te che ti fidanzi con una della classe non ha richieste nel mercato editoriale, tanto per fare un esempio estremo.

  13. Tenar
    12 maggio 2015 alle 12:44 Rispondi

    Io ho deciso di inoltrarmi nella difficile strada dell’editoria tradizionale proprio perché non ho soldi, tempo e competenze per dedicarmi al self.
    Come autore pretendo, se un editore decide di investire su di me che, scusate la tautologia, investa. Crei un prodotto curato e lo promuova. Per la promozione devo collaborare, certo, ma ci deve essere un ufficio stampa editoriale che sappia fare il suo mestiere.

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 14:06 Rispondi

      È proprio quello il compito di una casa editrice: investire sull’autore. Altrimenti tanto vale che cambi nome e anche servizi.

  14. Veronica
    12 maggio 2015 alle 15:21 Rispondi

    Non ho niente in particolare contro il self-publishing a parte il fatto che ormai è passata quest’idea che tutti possono essere scrittori e beh non è così: se uno non sa scrivere bene in italiano, se non ha idee o quelle che ha sono scopiazzate a destra e a manca non è uno scrittore nemmeno se si è auto pubblicato un libro.
    Sarò poco al passo con i tempi, forse, ma il valore dell’editoria tradizionale (rigorosamente non a pagamento) è maggiore: che poi anche editori tradizionali pubblichino delle robe orrende è vero, ma il SP incoraggia molto a pubblicare qualsiasi cosa e questo, purtroppo, crea danno anche a quegli scrittori “fai da te” di qualità perché visti come tutti quelli che pubblicano cose di scarso valore. La qualità dovrebbe essere la chiave di qualsiasi cosa una persona scriva a beneficio di altri e purtroppo nel SP manca più che in altri campi.

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 16:00 Rispondi

      Anche per me il problema è che il self incoraggi a pubblicare di tutto, senza discernimento. La semplicità (relativa) provoca questo stato di cose. Sulla qualità anche sono molto d’accordo.

    • Serena
      30 giugno 2015 alle 14:17 Rispondi

      Io personalmente trovo molto, molto inquietante quest’idea che non tutti possano essere scrittori. Chi è che può essere scrittore? Chi ha ricevuto l’investitura divina? Chi è stato nominato personalmente dallo spirito di Alessandro Manzoni? Scusa, Veronica, non è in nessun modo una risposta diretta a te o una stigmatizzazione di ciò che dici, ma solo una considerazione generale (mi sono spiegata meglio nel mio ultimo articolo e relativi commenti).
      Ci sono dei mezzi che la tecnologia mette a disposizione. L’uso che se ne fa ha delle conseguenze. Io non ho diritto di vietare a nessuno di utilizzarli. Qualcuno ce l’ha, per caso?
      In più, in tutto questo passa in secondo piano il ruolo del lettore. Alla fine, è chi legge che determina il successo o il fallimento di un autore, e se proprio ci si vuole preoccupare di qualcosa, ci si preoccupi il fatto che della roba (per me) illeggibile riscuota un largo successo tra i lettori.

      • Daniele Imperi
        30 giugno 2015 alle 14:41 Rispondi

        Sai che ho scritto da poco un post sul fatto che tutti possano essere scrittori? Ma esce a settembre :D

        • Serena
          6 luglio 2015 alle 10:55 Rispondi

          Bene ;-) Non vedo l’ora di leggerlo!

  15. Danilo (IlFabbricanteDiSpade)
    12 maggio 2015 alle 17:43 Rispondi

    Purtroppo devo darti ragione sul self: spesso non fa rima con qualità. Eppure, leggendo (soprattutto in quest’ultimo anno) diversi autori auto pubblicati, ho trovato che alcuni di loro non avevano proprio nulla da invidiare ad altri più blasonati, pubblicati dalle case editrici. Dunque, come sempre, la verità sta nel mezzo: al di là del gusto personale, ci sono carciofi ben confezionati come vere e proprie gemme avvolte nella carta di giornale. Il difficile è trovarle…
    (questa metafora m’è venuta di getto, quindi non la cancello e sono pronto a prendermi gli insulti)

    • Daniele Imperi
      12 maggio 2015 alle 18:13 Rispondi

      La metafora dei carciofi va bene :D
      Il post è diretto a chi non sa come muoversi nel self, non vuole dire che tutto il self è il male. Però continuo a vedere oscenità. E presto ne vedrete una breve carrellata qui.

      • Serena
        12 maggio 2015 alle 22:45 Rispondi

        Io non vedo l’ora di vedere la carrellata! E potrei anche mandarti qualche contributo, anche se di solito non mi piace essere cattiva ;-)

        • Daniele Imperi
          13 maggio 2015 alle 08:01 Rispondi

          Eh, ormai il post è pronto e programmato, altrimenti avrei accettato il contributo. Ma anche io non sono stato molto buono. :)

        • Daniele Imperi
          13 maggio 2015 alle 09:56 Rispondi

          @Serena e @Animadicarta: mandatele lo stesso per email, ma magari ne parlerò in un altro post, perché quello che ho preparato è tematico, ossia analizza una parte precisa dell’ebook/libro.

    • LiveALive
      12 maggio 2015 alle 18:24 Rispondi

      Io conosco autori autopubblicati che hanno ricevuto premi anche importanti: la qualità può certamente esserci. Certo la spazzatura è molto di più, o, almeno, rispetto all’editoria tradizionale, pute in modo molto più fastidioso. Ciò non toglie che anche il libreria si trovino ciofeche. Dove si raggiungano le vette più alte, sinceramente, non lo so, forse nella tradizionale, ma non c’è alcun motivo per cui un autore non possa decidere, di punto in bianco, di autopubblicare (così, per dire, non deve i soldi alla casa editrice).
      Avevo preso in considerazione anche di scriverci una tesi universitaria (per il terzo anno, almeno) sulla letteratura indie e autopubblicati in generale: sarebbe interessante vedere come alcuni riescono a realizzarsi, quando guadagnano, cosa decidono di fare “dopo” (se continuare ad autopubblicare anche quando hanno già un pubblico di sostenitori, o se passare all’editoria tradizionale), quale può essere il livello medio delle pubblicazioni, e via così. Certo intenderei comunque analizzare il mercato inglese, non quello italiano.

      • Daniele Imperi
        12 maggio 2015 alle 18:32 Rispondi

        Il punto è questo, come hai fatto notare: la spazzatura è di più. Le vette più alte credo si abbiano nell’editoria tradizionale. Vuoi battere Mondadori, Rizzoli, Longanesi, Mursia e via dicendo?

  16. Giordana
    13 maggio 2015 alle 01:13 Rispondi

    Daniele, sfortunatamente penso che il punto uno, il prestigio della casa editrice, non valga così tanto nella mente dello scrittore. Non mi spiegherei altrimenti le decine di aspiranti autori che rifiutano a priori qualsiasi modifica al testo, dichiarandolo già in presentazione o sinossi. Atteggiamento che secondo me non può in nessun modo sposarsi con l’editoria tradizionale e che sottolinea come all’autore non interessi la tua impresa o la tua collana, ma solo la stampa del proprio libro. Tipico caso in cui lo scrittore si prende la briga di ‘autovalutarsi’ e risparmia ai selezionatori ore di lavoro.

    • Daniele Imperi
      13 maggio 2015 alle 08:16 Rispondi

      Quegli autori, Giordana, sono soltanto snob, quindi immaturi. Se gente come Stephen King accetta le modifiche dell’editor, può anche accettarle un Pinco Pallino qualunque. L’editore è un imprenditore e l’autore è uno che ha creato un prodotto da proporre, che cerca un investitore per la sua idea. L’imprenditore ci mette denaro, competenze e tempo, ma per vendere quell’idea deve migliorarla, renderla vendibile.
      Secondo me devi chiarire questo punto nella pagina Invio manoscritti :)

  17. Kinsy
    13 maggio 2015 alle 06:31 Rispondi

    Non ho mai nemmeno pensato di auto produrmi: mi manca ogni competenza per la grafica e l’impaginazione e, soprattutto, per mi manca il lato imprenditoriale. Quest’ultima non si impara in poco tempo ed ad ogni modo preferisco usare il poco tempo che ho a disposizione per scrivere.
    La pubblicazione con una casa editrice, però, non ti garantisce la capillare distribuzione del tuo libro, soprattutto se di piccole dimensioni. Ti devi comunque muovere da solo, se vuoi vendere un po’ di più e sperare di vedere il volume almeno nelle libreria “sotto casa”…

    • Daniele Imperi
      13 maggio 2015 alle 08:18 Rispondi

      Quella è la tua scelta e hai le motivazioni giuste per prenderla. Il post era scritto per chi come te non se la sente di autopubblicarsi.
      Siamo d’accordo che ci voglia anche il tuo intervento per aumentare le vendite del tuo libro. L’autore non può starsene a braccia conserte.

  18. enri
    13 maggio 2015 alle 17:16 Rispondi

    Ottimo post Daniele, molto interessante ed istruttivo. Grazie.
    Un mio amico perfettamente bilingue ha pubblicato un saggio di economia in lingua tedesca, con una casa editrice cartacea e credo anche online, che da 1 anno è stabilmente nella top 10 dei libri locali, tanto che si è da poco fatto vivo un editore italiano che l’ha tradotto e distribuito in italiano.
    Interessato quindi a conoscerne i dettagli, un giorno ne abbiamo parlato e mi ha detto che sarebbe secondo lui l’unico sistema anche per me, o almeno quello più probabile. Stendo un velo sui commenti da lui fatti sulle case italiane…
    Io credo che il gap culturale dell’italiano medio, che si sorbe di media 4 ore di tv e naviga nelle posizioni più basse di quasi tutte le statistiche di lettura e di vendita libri – per non parlare poi di COSA legge, induca a una riflessione di carattere sociale oltre che di puro diletto, arricchimento o formazione. Giusto chiedersi per chi si scrive… in Italia o in italiano. E la mente vola alla pubblica istruzione, alla scuola, dove l’illuminazione del libero pensiero è relegata alle isolate iniziative di impavidi insegnanti stile Attimo Fuggente. Ma manca anche l’interesse personale, la curiosità e l’impegno…
    Speriamo nel futuro, spero nel self – publishing, nel l’editoria ma soprattutto spero che la gente legga di più… e meglio

    • Daniele Imperi
      13 maggio 2015 alle 17:32 Rispondi

      Grazie :)
      L’unico sistema per fare cosa? Non ho capito. Pubblicare in inglese?

      • enri
        13 maggio 2015 alle 19:54 Rispondi

        No, in Alto Adige in tedesco.

        • Daniele Imperi
          14 maggio 2015 alle 07:43 Rispondi

          Ah, giusto, tu mi avevi detto che parli anche tedesco, no? In quel caso ti rivolgi anche al pubblico tedesco in generale, non solo a quello dell’Alto Adige.

  19. Serena
    13 maggio 2015 alle 22:15 Rispondi

    Volevo dirti solo questo: che ho preso talmente tanti appunti per commentare ancora, che praticamente mi è nato un post XD. Ma ci sentiamo presto, ora vado a nanna che sono cotta. Notte!

    • Daniele Imperi
      14 maggio 2015 alle 07:43 Rispondi

      Adesso i lettori prendono appunti mentre leggono i miei post: che voglio di più? :D

  20. Monia
    15 maggio 2015 alle 09:35 Rispondi

    Quando Pinco Pallino viene da me e mi chiede se gli consiglierei di darsi anima e carta (omaggio alla tua lettrice/commentatrice!) al self publishing o no, io parto sempre da una domanda: “il self publishing, per te, è la classica ultima spiaggia?”
    Chi vuole affidarsi al self publishing solo perché la vede come una scorciatoia, solo perché crede sia la via più semplice sta proprio sbagliando i presupposti.
    Il self publishing è, al contrario, un’alternativa che come tutte le valide alternative ha i suoi pro e i suoi contro.
    Per questo serve in primis un progetto.
    Soltanto con un solido progetto editoriale si può scegliere con consapevolezza se rivolgersi all’editoria tradizionale o sperimentare l’autopubblicazione (che poi, è bene non dimenticarlo, si può scegliere una via per un’opera e un’altra via per un altro testo che si desidera pubblicare…)

    • Daniele Imperi
      15 maggio 2015 alle 09:45 Rispondi

      Brava, anche per me è un’alternativa, non l’ultima speranza.
      Anche io, infatti, come dici alla fine, deciderò in base all’opera se inviare il manoscritto a un editore o pubblicarlo in self-publishing.

  21. Grazia Gironella
    15 maggio 2015 alle 22:44 Rispondi

    Sette ottimi motivi, a mio parere. Non escludo che si possano avere risultati con il self publishing, perché c’è chi riesce ad averli e anche a risvegliare l’interesse di qualche editore, ma per me pesano molto di più i tuoi sette motivi.

    • Daniele Imperi
      16 maggio 2015 alle 07:56 Rispondi

      Infatti dipende molto dalle persone, non si può fare una scelta sulla base di ciò che si legge online (self=libertà totale, editoria=nessuno ti pubblica). Fai la scelta in funzione delle tue possibilità.

  22. Serena
    27 maggio 2015 alle 07:59 Rispondi

    Eccomi. Volevo scrivere un commentone al tuo articolo, ma poi mi è nato un post che ho pubblicato oggi, se dovessi avere tempo di leggerlo trovi lì i miei pensieri. Però una cosa volevo aggiungerla anche qui, mi è caduto di nuovo l’occhio sulla tua frase iniziale: “perché hanno fretta di pubblicare”. Non è che con la pubblicazione tradizionale aspetti aspetti e prima o poi qualcuno ti pubblica. Il problema non è l’impazienza. Il problema è il mercato, stra-saturo. Puoi anche avere tanta pazienza, aspettare e poi non ti pubblica proprio nessuno, lo stesso. Oppure ti comprano i diritti del libro e aspetti un anno prima che venga pubblicato. Oppure vendi i diritti e poi non ti pubblicano proprio perché è cambiato il loro business plan. Eddai :P

    • Daniele Imperi
      27 maggio 2015 alle 08:30 Rispondi

      Ho appena visto il tuo post, più tardi lo leggo :)
      È vero che il mercato è saturo, ma secondo me fra gli autori autopubblicati c’è anche molta fretta, non vogliono aspettare i tempi biblici dell’editoria. Sul fatto che non ti possano pubblicare ho qualche dubbio: dipende da cosa c’è scritto nel contratto. Un contratto serio prevede anche un tempo massimo entro cui l’editore si impegna a pubblicare il tuo libro.

  23. Paolo Vullo
    10 luglio 2015 alle 11:12 Rispondi

    Tante belle parole…però da self-publisher sto ricevendo pagamenti di royalties da 600 euro (medie) al mese da almeno 3 anni (nel 2012 erano 150 euro, nel 2013 300, nel 2014 550, nel 2015 750)….mentre a livello di editoria tradizionale ho dovuto aspettare 3 anni prima che qualcuno prendesse in considerazione l’idea di pubblicarmi.
    pecunia non olet ergo W il self publishing….

    • Daniele Imperi
      10 luglio 2015 alle 11:32 Rispondi

      Ciao Paolo, benvenuto nel blog.
      Queste vendite ti arrivano con quanti ebook pubblicati? E in quali siti sono in vendita? Non ti ho trovato su Amazon, per esempio, che è tra quelli che pagano di più.

  24. Stefano Bolotta
    19 luglio 2015 alle 14:06 Rispondi

    Ciao Daniele, l’articolo è come al solito ben strutturato e dettagliato. Torno sul tuo blog dopo avere pubblicato un ebook con Youcanprint, un altro ebook gratuito di anticipazione del primo romanzo e, appunto, prima di pubblicare “Deathpoint” (questo il titolo del romanzo) in cartaceo e in ebook.
    A mio avviso hai ragione su molte cose, e sono contento di avere seguito tutti i passi che descrivi per chi si approccia al self publishing. Lasciando perdere il testo, scritto sette anni fa e sistemato con meticolosità negli anni, ho costruito un mio staff: editor, grafico per l’impaginazione e un altro per la copertina. Certo, la mia professione (giornalista) ha reso più facile la conoscenza di professionisti e dunque la loro reperibilità, ma questo non mi ha impedito di avere dei costi (e non indifferenti: l’editing lo ha curato Monica Pareschi, traduttrice di fama internazionale. Però ne è valsa la pena, sono strafelice, mi ha aiutato a crescere come autore). Sono però contento di affrontarli, perché anni di invio di manoscritti hanno rappresentato forse una spesa addirittura superiore, anche in termini di tempo ed energie, senza avere mai risposta (tranne in un paio di casi: un piccolo editore con una motivazione facilona e dilettantesca, e un grande editore con una risposta articolata e gradita ma purtroppo senza proposta di pubblicazione).
    In generale, credo che il self publishing sia un ottimo modo per cercare di emergere e attirare l’attenzione, sia da parte dei lettori che degli editori. Altre vie non sono più percorribili, questo è quanto emerge da chiacchierate con chi lavora nell’editoria. Quasi nessuno legge più manoscritti o bozze via mail. E non si punta su sconosciuti che non diano garanzie di ritorni commerciali. Quindi: o accettiamo che provare a pubblicare non è più un’attività fattibile per noi “comuni mortali” (= privi di qualsiasi tipo di italiana raccomandazione o non personaggi pubblici), oppure proviamo a far tutto da soli. Detto questo, non esiste alzarsi alla mattina, scrivere e pubblicare. Tutto deve avere i propri tempi, così come chi scrive deve avere determinate attitudini. Il boomerang è certo inondare gli ebook store di robaccia, e ce n’è davvero tanta purtroppo. Su questo hai ragione: non siamo visti benissimo, e mi dispiace perché chi, come me, aspetta anni lavorando su ogni singolo aspetto del proprio libro, viene assimilato all’autore improvvisatosi tale nel week end.
    Ieri parlavo con una libraia riguardo una possibile presentazione. “Mi dispiace, non considero il self publishing, creerei un precedente pericoloso” mi ha detto. La capisco. E allora ho cercato di incuriosirla. “Quando esce, fammi leggere il tuo libro” è stato il suo saluto. Ecco: dobbiamo conquistare la fiducia del mondo intero, dai lettori ai librai, fino agli editori. Impresa titanica, sì, ma imprescindibile. In fondo le sfide sono il sale della vita.

    • Daniele Imperi
      20 luglio 2015 alle 08:17 Rispondi

      Altre vie non sono più percorribili? Cioè l’editoria tradizionale?
      Forse non si punta molto su sconosciuti perché è aumentata tantissimo l’offerta.
      Riguardo alla presentazione la libraria ha ragione. Spesso il self-publishing offre solo ebook e magari alla presentazione va gente che legge solo cartaceo.

  25. Stefano Bolotta
    20 luglio 2015 alle 09:26 Rispondi

    Beh, in termini numerici, quanti pubblicano per vie tradizionali oggi? Forse lo 0,001%? Io non elimino questa opportunità, ogni tanto invio un manoscritto, senza grande fiducia ma lo faccio. Però mi confermano che nessuno li legge più. Al massimo guardano le classifiche degli ebook, così da puntare su qualcuno che venda, anche se magari la qualità non è eccelsa. La situazione odierna sembra essere questa. Quindi il self può essere una discreta via.

    • Daniele Imperi
      20 luglio 2015 alle 09:34 Rispondi

      Non credo sia così bassa la percentuale di chi pubblica con editore.

      • Stefano Bolotta
        20 luglio 2015 alle 10:03 Rispondi

        Intendo esordienti, eh. Sarebbe interessante cercare di ottenere una statistica dagli editori, sempre che fossero disposti a fornirle… Ciao, grazie per le risposte. :-)

  26. Marco Moretti
    27 luglio 2015 alle 14:43 Rispondi

    Mi allaccio per lanciare un quesito: che ne pensate del crowdfunding letterario? C’è qualche iniziativa in italia e in USA; non vi sembra un buon modo per selezionare opere che piacciano al lettore, coinvolgerlo nella scelta?

    • Daniele Imperi
      27 luglio 2015 alle 15:01 Rispondi

      A me sinceramente non piace chiedere soldi agli altri per fare un mio progetto. Inoltre come gestisci tutto? Cosa fai leggere del romanzo per riuscire a farti dare soldi?

  27. Marco Moretti
    27 luglio 2015 alle 15:18 Rispondi

    Ho sbirciatoin giro e ho visto che chiedono un minimo contributo per cui leggi un “assaggio” e, se ti piace, coinvolgi altri. L aparte leggibile aumenta con l’aumento dei sostenitori e se il progetto va in porto hanno l’ ebook oltre a gadget; se il progetto fallisce viene restituita la somma anticipata

  28. Grazia Elettra
    11 ottobre 2015 alle 13:23 Rispondi

    A dire il vero, anch’io ebbi delle perplessità prima di auto-pubblicare il mio romanzo Thriller “Mississippi Remember” con la Youcanprint i cui diritti sono rimasti alla sottoscritta. Tuttavia “sono rimasta perplessa”, perché non mi è stato richiesto alcun contributo economico; hanno creduto nel mio lavoro e per il quale nessun editore,”parlo di case editrici in auge” invece, ha voluto spendere una benché minima considerazione.E per quanto riguarda la media e piccola editoria, non hanno fatto che chiedermi cifre da capogiro per editarlo.
    Vi consiglio di leggerlo, perché penso che nessun autore il quale tenga a un proprio lavoro, voglia autopubblicare una “schifezza” piena di incongruenze ed errori ortografici. Anzi, se ha un minimo di buonsenso dovrebbe farlo leggere a un correttore di bozze; limarlo e rileggerlo finché il lavoro non sia veramente idoneo alla pubblicazione. Lavoro paziente a cui ho sottoposto il mio romanzo e che alla fine, è risultato essere gradevole e di buona lettura.
    La mia è stata una presa di posizione contro quegli editori che non lasciano alcuna possibilità agli autori esordienti e, credetemi, ce ne sono di bravissimi!
    Leggere per credere
    Grazia Elettra Cormaci, alias: “Samantha Orwell”

    • Daniele Imperi
      11 ottobre 2015 alle 13:58 Rispondi

      Ciao Grazia, benvenuta nel blog.
      Sei sicura che siano stati fatti correzione di bozze e editing al tuo romanzo? Perché ho letto l’anteprima e ho visto errori di punteggiatura già dalla prima riga. E altrove qui e là.
      Per quanto riguarda la piccola e media editoria nessuno chiede contributi, altrimenti si tratta di editoria a pagamento. Ma è pieno di piccole e medie case editrici che non chiedono alcun contributo agli autori.

  29. Stefano Bolotta
    15 ottobre 2015 alle 23:04 Rispondi

    Ho letto anche io le prime pagine di “Mississipi Remember” e ho notato errori di punteggiatura e di sintassi. Piuttosto gravi. Secondo me, Grazia, avresti dovuto leggere ancora e ancora, oppure fermarti un attimo e riflettere se fosse già tempo di pubblicare o meno. A volte il problema del self, e chiedo conferma anche gli altri, è proprio questo: annebbia la lucidità dell’autore, che così non sa più davvero muoversi con spirito autocritico.
    Comunque, a proposito di case editrici medio-piccole, pongo un quesito: dovrebbe farmi sentire il “prestigio” una casa editrice come Lettere Animate, cui tutti ora spediscono i manoscritti, che in pratica ha dichiarato sul proprio sito di pubblicare il 60% di ciò che riceve, senza editing e solo con una “sistemata al testo”? Io sono soddisfatto e loro si intascano l’85% a copia dell’ebook, mentre se lo facessi con Youcanprint, a me darebbero il 50%…
    Notare dove sta l’arcano: Lettere Animate è stata acquistata da Boré Srl, società proprietaria di Youcanprint. Quindi mi sembra una gran furbacchiata, fumo negli occhi di chi sogna di gridare ai quattro venti “ho pubblicato con una CE!”… Morale: bisogna fare attenzione anche alle case editrici free… non fanno niente di male, sia chiaro, ma non è il massimo dell’etica.

  30. gb musante
    17 novembre 2015 alle 22:07 Rispondi

    A me non rimanendomi molto da fare in quanto disabile ho voluto raccontare sia la mia storia romanzata sia altro…provato con lulu ma è un delirio. youcanprint, carino ed effettivamente ti realizzano un libretto carino e discreto ma..già….”ma” , ovvero tante parole che non corrispondono ai fatti… non ho ne tempo ne voglia di fare il…venditore itinerante…ovvio scrivo per passare il tempo, perchè mi piace e per lasciare qualcosa di me e una sorta di …testimonianza di ciò che mi è capitato di vivere
    caso vuole che sappia anche disegnare in maniera accettabile se …sono di luna, ex fotografo so elaborarmi in maniera completa immagini ecc, e avrei sottomano pure l’ impaginatore…
    ho provato a dare un’occhiata al sito de ”il mio libro”
    Al di la della bravura…non tutti i libri sono commerciali…e ad esempio, il mio , il primo che ho scritto, più per sfida che altro, non lo è, poi puo’ anche piacere, specie seguendo l’onda emozionale che puo’ suscitare in chi lo legge perchè conosce la reale storia…ma cio non toglie che non basta il piu delle volte…
    magari prima o poi lo riprendo in mano e lo ritocco qua e la, ma sempre per mio sfizio personale…restera invendibile, come in genere tutto cio che riguardi il mondo dei disabili…

    • Daniele Imperi
      18 novembre 2015 alle 08:29 Rispondi

      Ciao, benvenuto nel blog.
      Non è detto che ciò che riguarda il mondo dei disabili non sia vendibile, dipende da cosa scrivi. Hai provato a mandare il manoscritto a un editore?

  31. tommy
    2 giugno 2016 alle 23:45 Rispondi

    ciao, io la penso come te. Ma come si può fare quando almeno 5 diversi editori chiedono dei fondi (migliaia di euro) per pubblicare un libro che è di interesse generale ma non viene percepito? Io sto continuando a contattare case editrici, tutte ritengono il libro, un manuale sul falso documentale, interessante, ma ahimè dovrà essere stampato in quadricromia e questo significa costi, visto che non posso promettere un numero predeterminato di acquisti (cosa che potrei garantire se avessi almeno due copie stampate del libro e gli enti lo volessero acquistare) mi dicono che il testo è buono ma senza una sponsorizzazione non potranno pubblicarlo. Poi da un altro lato della medaglia mi trovo una multinazionale che per assurdo potrebbe finanziare la traduzione in inglese del testo perchè all’estero interessa.
    Cosa devo fare? forse mi resta solo il self-publishing per pubblicizzarlo in Italia!!

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2016 alle 08:15 Rispondi

      Ciao Tommy, benvenuto nel blog. Chi ti chiede soldi non è un editore. Se un editore ritiene il testo buono, allora lo stampa, anche se serve la quadricromia. Potrebbe anche pubblicarlo all’inizio solo come ebook, per vedere come va.

      • Tommy
        3 giugno 2016 alle 10:50 Rispondi

        Ciao, io ti ringrazio perché la penso come te! Ho contattato almeno 5 case che si occupano di testi giuridici due di queste (quelle che ritengono valido il testo le altre non erano intetedsate ) mi hanno chiesto soldi (addirittura una di queste ha un canale aperto con le forze dell’ordine e quindi avrebbe già a chi vendere il testo). Un’altra, senza.leggere il libro, ha.messo in dubbio la genuinità. del testo nonostante io abbia inviato loro il mio curriculum formativo. Poi ci sono gli altri editori che non hanno ganci che lo ritengono buono ma non hanno idea forse che potrebbe avere potenzialità. Poi ce n’è addirittura un altro che vorrei venisse cancellato dagli editori che continua ad inviarmi un preventivo monocromatico. Sono stanco di tutto ciò e sto pensando di regalare il testo alla multinazionale magari lo stamperanno. Perché alla fine della fiera quello che mi interessa non sono i proventi ma pubblicare il libro e, a dire il vero, mi basterebbe che il mio nome rimanesse sul testo e non gli eventuali proventi anche perché vorrei lasciare una mia traccia nel mondo anche se fievole..ancora grazie..e intanto continuo a contattare editori e ho chiesto quanto costa la traduzione in modo da farlo sapere alla multinazionale

  32. Antonio Musarra
    2 agosto 2016 alle 00:22 Rispondi

    Ciao Daniele,
    io ho pubblicato il mio primo ebook utilizzando volutamente l’approccio del self publishing che non reputo assolutamente che sia una cosa per principianti, l’approccio può essere di vario livello. Personalmente ho utilizzato la piattaforma di Amazon sfruttando anche i meccanismi di marketing.

    La costruzione del libro è stata curata interamente da me e devo dire di aver ricevuto parecchi feedback positivi. Ho utilizzato inoltre tutti strumenti open source per la realizzazione.

    In definitiva credo molto in questa forma di pubblicazione e nulla toglie che il prodotto finale sia ottima fattura se alla costruzione partecipano le persone con gli skill adeguati.

    Bye,
    Antonio.

    • Daniele Imperi
      2 agosto 2016 alle 09:27 Rispondi

      Ciao Antonio, il self-publishing, se fatto come si deve, non è assolutamente per principianti, perché l’autore deve sostituirsi alla casa editrice in tutto.

      • Antonio Musarra
        2 agosto 2016 alle 09:44 Rispondi

        Ciao Daniele,
        mi farebbe piacere ricevere da te un feedback sul mio ebook sia esso negativo o positivo che sia. Il titolo dell’ebook è Sviluppo Liferay con Maven.

        Grazie,
        Antonio.

  33. Roberta
    2 settembre 2016 alle 23:12 Rispondi

    Io non credo nel Sp, o meglio, penso richieda di possedere troppe abilità. Nel mio caso specifico, sto affrontando una pubblicazione su Wp ponendomi paletti e un certo impegno. Persino affidandomi a un editor. Quello che voglio dire, e ci credo molto, é che avere cognizione di cosa si vuole fare e come, fa una grande differenza. E non importa dove tu lo faccia. in tutti casi dev’essere assolutamente ben fatto, senza sbavature o errori grossolani. Credo, per altro, che bruciarsi un potenziale esordio autopubblicandosi senza seguire un iter ordinato, sia davvero un gran peccato.
    Un grande ciao!

    • Daniele Imperi
      5 settembre 2016 alle 08:41 Rispondi

      Sì, richiese senz’altro delle abilità, e anche soldi da spendere se vuoi farlo bene. Wp=Wordpress?
      D’accordo anche sul fatto che si debba seguire un preciso iter per evitare errori che ti facciano perdere in partenza.

  34. Giuseppe Roberto Mignosi
    24 novembre 2016 alle 13:50 Rispondi

    Premetto che gli interventi, stimolati dall’ottimo articolo, sono stati tanti e non ho avuto modo di leggerli tutti. e’ possibile pertanto che ripeta qualcosa già detta e, se fosse, me ne scuso. Il fatto è che spesso sfuggiamo ad una domanda imprescindibile la cui risposta (falsamente) appare scontata e invece scontata non è affatto: perché qualcuno decide, ad un certo punto della sua vita, di pubblicare un libro? Un tempo si sarebbe detto che ciò accade perché quel qualcuno è, oppure si sente oppure desidera diventare, uno scrittore. Gli obiettivi mediati e successivi sarebbero stati quelli di avere fama (riconoscimento pubblico delle proprie qualità artistiche) e magari successo economico. Ebbene, per quanto concerne il Self Publishing, secondo me, dobbiamo cominciare a ragionare in modo estremamente diverso. Gli autori che utilizzano questo strumento (tra cui il sottoscritto) non cercano la fama, non gli interessa essere letti da emeriti sconosciuti, ma vogliono semplicemente effettuare dell’autopromozione in alcuni ambienti mirati sia di tipo “sentimentale” (gli amici, la famiglia in senso largo, i conoscenti, ecc.) sia di tipo “sociale” (i clienti, i fornitori, gli ambienti professionali, ecc.). Ciò non significa che questa tipologia di autori non cerchi anche un qualche (limitato) ritorno economico ma che non lo cerca dalla “vendita” del libro. Rassegnamoci: pochi oggi comprano libri e saranno sempre meno nel futuro. L’editoria tradizionale è destinata a morire. Ma il libro ha ancora un futuro: quello di prodotto di nicchia, di strumento di fideizzazione, di contributo all’altrui intelligenza, curiosità, sensibilità. Io i miei libri li ho tutti regalati per Natale; ho speso meno di quanto mi sarebbero costati regali tradizionali, ho ricevuto critiche e complimenti sinceri e, soprattutto, tutti coloro che hanno ricevuto in dono un mio volume lo hanno conservato nella loro libreria. E lo conserveranno per anni, forse per il resto della loro vita. Tutto ciò sarebbe stato possibile se mi fossi affidato ad un editore?

    • Daniele Imperi
      24 novembre 2016 alle 14:28 Rispondi

      Ciao Giuseppe, benvenuto nel blog. Per far leggere le proprie opere a parenti e amici non serve il self-publishing. Se vuoi un ritorno economico, allora devi avere un atteggiamento diverso. Non capisco il discorso che fai. Come hai pubblicato quei tuoi libri? Poi vediamo se avresti potuto fare lo stesso con un editore, ma non vedo perché no.

      • Giuseppe Roberto Mignosi
        24 novembre 2016 alle 15:23 Rispondi

        Ciao Daniele, temo di non essermi spiegato bene. Non si tratta di “far leggere le proprie opere a parenti o amici”, che probabilmente hanno di meglio da fare. Si tratta di creare un prodotto che “parli di te”, che sia una sorta di chiave di accesso alle menti e ai cuori delle persone che, in qualche modo, ti interessano. Quando conosco una nuova persona (non fraintendere: non importa se sia uomo o donna, giovane o anziano, ecc., purchè si tratti di un essere umano con cui mi fa piacere comunicare) gli regalo una copia dei miei libri, che peraltro sono reperibili (con vendite risibili) anche su ibs, Feltrinelli, ecc. A quel punto, quella persona diventa un “mio lettore”, mi conosce bene, come se mi avesse frequentato per anni ed è portato a maggiore benevolenza nei miei confronti. Questo fatto è piacevole (e ciò basterebbe) ma, in taluni casi, è perfino utile e mi ha sovente favorito nel lavoro. Con un editore “tradizionale” ciò sarebbe stato possibile? Non lo so ma ne dubito. Per i seguenti motivi. 1. L’editore è un imprenditore e il libro è per lui prevalentemente un prodotto da vendere. Non è affatto certo che i miei libri siano commercialmente un buon affare e, se io fossi un editore pieno di cambiali in scadenza, non è affatto probabile che mi pubblicherei. 2. Per il motivo predetto, l’editore tradizionale tende a modificare l’opera per renderla più commerciale. Spesso alcuni libri dell’autore hanno solo il nome sulla copertina, l’idea generale e poco più. Ma pur di avere un buon ritorno economico questi autori accettano quasi tutto. Intellettualmente, spacciano moneta falsa. Io, grazie al cielo, non sono così povero (e non parlo solo di soldi). 3. I punti di forza di un editore tradizionale sono la distribuzione e la promozione. Ma questo vale solo per le grandi case editrici. La maggioranza delle piccole pretendono “collaborazione” per la promozione ed effettuano una distribuzione a dir poco relativa. Credimi, avere la propria opera infilata in qualche scaffale di qualche decina di librerie non serve a nulla. Non vendono più neppure quelli esposti in vetrina, spesso di autori affermati, immaginiamoci se vende il tuo. 4. Ultimo ma non ultimo, gli editori tradizionali ti regalano pochissime copie del tuo libro; se ne vuoi di più le devi pagare. Io voglio essere letto da tutti i miei amici e ne dovrei comprare così tante che mi conviene l’autopubblicazione.
        Il fatto, amico mio, è che, nella società contemporanea, vi sono più scrittori che lettori e noi dobbiamo essere grati a coloro che sacrificano una parte del loro tempo a leggere le nostre cose. Se poi le trovano gradevoli e meritevoli di essere conservate nelle loro librerie, ci fanno anche un grande onore. Non pretendiamo anche che ci rendano ricchi e famosi. Dubito che esista un editore tradizionale disposto ad ascoltare un simile discorso. Comprendo le loro ragioni e assisto partecipe al loro declino.

        • Daniele Imperi
          24 novembre 2016 alle 16:03 Rispondi

          Ribadisco: come hai pubblicato i tuoi libri? Non le paghi le copie?
          Con un editore hai diritto a un certo numero di copie gratis e altre le paghi più o meno il 30% del costo, se vuoi appunto regalarle. Ma un editore non può certo regalarti cento copie, perché tu vuoi regalarle a tutti quelli che conosci. Ma anche pubblicando per conto tuo, le copie costano.
          Punto 2: queste notizie dove le hai prese? Non tutti lavorano a quel modo.

          • Giuseppe Roberto Mignosi
            24 novembre 2016 alle 16:46 Rispondi

            Con Nuovaprhomos – che devo dire ha fatto un ottimo lavoro – ho pubblicato pagando le mie copie poco meno di tre euro l’una. Sono intervenuti sul testo esclusivamente curando di eliminare eventuali errori di battitura o imprecisioni sintattiche che possono capitare a tutti. Niente di pervasivo.
            Sono d’accordo con te. Non tutti gli editori intervengono pesantemente sul testo ma moltissimi lo fanno. A volte si limitano a tagli, a volte fanno riscrivere interi brani. Intendiamoci, nulla di scandaloso. E’ un loro diritto. Se io fossi un editore commerciale farei la stessa cosa. Un manoscritto può essere molto interessante ma alcuni capitoli potrebbero risultare pleonastici, alcuni dialoghi poco incisivi, alcune parti della trama scontate o ripetitive di altri romanzi. Cambiare è lecito. Soprattutto se a farlo è chi paga. Non sto denunciando nulla di sbagliato. Dico solo che, con l’auto-pubblicazione, ciò non accade.
            Capisco che tu difenda l’editoria tradizionale, ma renditi conto – tra le altre considerazioni – che non sono tanto gli autori a rifiutare gli editori quanto gli editori a rifiutare gli autori. Sarebbe bello se tutti trovassero chi paga per pubblicare le loro opere ma non è così. Per fortuna, sia degli editori che degli autori.
            Un caro saluto.

            • Daniele Imperi
              24 novembre 2016 alle 16:55 Rispondi

              Quella è un “print on demand”, non hanno i costi di una casa editrice, quindi possono farti quel prezzo così basso. L’editore ha diritto di rifiutare gli autori, perché sta investendo parecchi soldi nella realizzazione del libro.

  35. Salvatore Randazzo
    15 gennaio 2017 alle 10:29 Rispondi

    Ho scritto una cosa di fantascienza che stento a definire romanzo. E sto scrivendo un saggio su problemi di lavoro e automazione. Penso che userò il self-publishing tanto per avere un punto d’appoggio per rendere disponibili i miei scritti ad amici e parenti. Con la segreta speranza che il passaparola possa incrementare un minimo la diffusione. Non penso che i miei scritti possano interessare ad una casa editrice, non di quelle descritte nell’articolo, di quelle serie. Che, per altro, come ha detto qualcuno, si interessano soprattutto ai grandi nomi. Il self-publishing può servire a chi “ci sta provando” per farsi le ossa. Per fare il primo salto, per toccare con mano i problemi. Offre all’esordiente la possibilità di capire “cosa c’è dietro”, cosa vuol dire fare l’editing, impaginare, progettare la grafica ecc ecc. Poi, quando uno ha preso confidenza con le metodologie e fiducia nelle proprie capacità, può decidere se tentare o meno il passaggio ad una vera casa editrice.
    Mia moglie scrive per l’editoria scolastica, ed ha trovato “nelle grandi case editrici” squali degni delle profondità marine. E percentuali risibili. E volumi di vendita non verificabili, E mille altri problemi.
    Ha imparato che per parlare con i grandi editori occorre avere accanto un avvocato, e non basta perché c’è gente (non tutti) che di cause ne ha alle spalle una gran quantità, e un ufficio legale sempre in movimento per gestire quei rompiscatole degli autori, che vorrebbero qualcosa di più di un tozzo di pane.
    Insomma, mettersi nelle mani di in “editore vero” è un gran bel salto nel buio, e richiede forse più preparazione (non solo letteraria) di quella che serve per il self-publishing.
    Per sintetizzare, la vedo così: uno si fa le ossa con il self-publishing. Poi, se capisce di avere la stoffa per scrivere bene e la capacità per gestire gli squali, si butta sull’editoria tradizionale.
    Salvatore

    • Daniele Imperi
      15 gennaio 2017 alle 11:55 Rispondi

      Ciao Salvatore, benvenuto nel blog. In un certo senso posso condividere ciò che scrivi, ma se tenti il self-publishing lavorando in modo amatoriale, non riceverai un seguito. Questioni come editing, impaginazione, ecc. vanno comprese subito, prima di pubblicare.

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