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Sentirsi o essere scrittori

Castle

Ogni volta che scopro un nuovo scrittore online, inizio a fare qualche ricerca: come minimo vado a vedere ciò che ha pubblicato, perché si definisce scrittore, cosa si nasconde dietro la copertina del libro che mostra nel suo sito e nei vari social.

La maggior parte delle volte non resto deluso, nel senso che scopro ciò che mi ero aspettato. Ossia il solito autore che si autopubblica senza aver prima fatto un poʼ di gavetta (ma qual è la gavetta dello scrittore?), senza conoscere il significato di self-publishing, senza aver prodotto un buon libro (quando un libro si definisce buono?).

Alla seconda domanda messa fra parentesi rispondo subito: si definisce “buono” un libro scritto rispettando la grammatica e la narratologia. Insomma un prodotto valido dal punto di vista editoriale e commerciale. Che poi possa piacere o meno a tutti è ininfluente.

Ignorare il concetto di editoria

Sono convinto che almeno il 90% degli autori italiani autopubblicati ignori cosa si intenda davvero per editoria.

L’industria che ha per oggetto la pubblicazione e distribuzione di libri e in genere di opere a stampa (quindi anche giornali e periodici). Dizionario Treccani

Messa così, chiunque può fare editoria, non vi pare? Anche il concetto di industria è vago: un insieme di operazioni volte a raggiungere un certo obiettivo. Il dizionario pare sia a favore del self-publishing selvaggio.

Il problema è che dietro il concetto di editoria si nascondono – in realtà sono abbastanza evidenti – tanti altri concetti, che uno scrittore non può ignorare. Uno scrittore, si presume, legge, sfoglia quindi libri in continuazione, uno scrittore dovrebbe anche, come minimo, documentarsi sullʼindustria che lo porterà alla pubblicazione e distribuzione del suo libro.

Pubblicare un libro non significa scrivere e farselo stampare. Altrimenti tutti possono diventare scrittori, esserlo anzi, tutti possono quindi pubblicare un libro. Ovvio che non sia vietato, ma abbiamo bisogno sul serio che tutti pubblichino un libro?

Lʼillusione di fare letteratura

Davvero pubblicare un libro con una delle tante piattaforme per self-publishing – parlo di quelle tipo Il mio libro, Booksprint e tante altre – significa fare letteratura? Non condanno a priori questi servizi, ma li considero solo lʼultimo passo del processo di pubblicazione.

Fermiamoci un attimo allʼeditoria tradizionale. Come funziona?

  1. Un autore scrive un libro e lo propone a un editore
  2. lʼeditore lo legge a accetta di pubblicarlo
  3. autore e editor lavorano per migliorare il manoscritto
  4. si rilegge il tutto e si dà lʼok per la stampa
  5. un grafico impagina il manoscritto…
  6. … e crea una copertina
  7. il file viene mandato in tipografia per stamparlo

In linea di massima funziona così. Poi il libro si distribuisce alle librerie.

Nel self-publishing che cosa succede in molti casi? Che lʼautore salta dal punto 1 direttamente al punto 7. Campione olimpico di salto in lungo.

Io ne sono convinto, perché ho letto diverse anteprime e non mi spiego come ci possano essere certi errori e come sia stato possibile dare certi nomi ai personaggi. Lì sono mancate le letture, è mancata lʼautocritica, è mancata un poʼ di umiltà anche, è mancato un editor, è mancato un grafico.

È mancato poco che mi prendesse un colpo quando ho letto certa roba.

Quelle piattaforme non possono essere considerate un surrogato dellʼeditoria, ma soltanto delle tipografie online. Lʼeditoria è tutto ciò che sta nel mezzo, in mezzo a quellʼelenco di sette punti: dal punto 2 al punto 6.

Lʼimportanza di far parte di una comunità

Se cʼè una cosa che oggi non manca, invece, è la possibilità di conoscere. Di imparare. Il web è pieno di risorse per scrittori, basta solo cercarle.

In cosa è avvantaggiato uno scrittore del XXI secolo?

Può far parte di una comunità di scrittori. No, non si tratta di unʼanonima tipo quella degli alcolisti: “Ciao, mi chiamo Daniele e sono quattro mesi che non scrivo”. Non è neanche un luogo reale né è virtuale. O, meglio, è virtuale, ma non fisso.

In rete, voglio dire, è pieno di blog e forum sulla scrittura creativa: frequentarne qualcuno fa così male? Toglie dignità allo scrittore? Fa sentire meno liberi, meno artistici?

Tanti anni fa io scrivevo senza conoscenza, con la beatitudine di fare letteratura. Ero il nuovo Lovecraft, quello che tutti aspettavano. Rileggendo adesso quella roba cʼè da sentirsi male, da dare di stomaco. Sono contento solo di una cosa: lʼidea di pubblicare da me quelle storie non mi ha mai sfiorato. Vi siete salvati.

Una comunità serve a questo: a informarsi su come funzionano le cose, è un insieme di risorse che un autore deve costruire da sé, ma deve farlo, non può restare isolato, oggi, perché il risultato è quello di scrivere spazzatura. E se ne legge tanta, davvero tanta oggi.

Sentirsi o essere scrittori?

Per pubblicare un libro non basta sentirsi scrittori, ma esserlo. E per esserlo bisogna accettare che il proprio scritto non sia un capolavoro, ma qualcosa da sottoporre a giudizi esterni, a chi è qualificato per dare giudizi.

Sentirsi o essere scrittori? Voi da che parte pensate di stare?

67 Commenti

  1. LiveALive
    14 aprile 2015 alle 07:49 Rispondi

    Non definirei buon libro quello che rispetta la narratologia. Anzitutto perché letterarietà e narratività sono cose che, per quanto possano esistere, sono completamente diverse. Cito ancora i racconti di Mozzi perché è il primo e più lampante esempio che mi viene: Tutti sono letterari, alcuni sono “buoni”, ma moltissimi non sono narrativa.
    Secondo, perché la narratologia è ormai considerata da molti campo di studio quasi esaurito. Poi magari ci si sbaglia, ma ora l’interesse di critica e teoria letterarie si sta spostando verso altri aspetti dello studio, visto che ci si sta rendendo conto sempre più che la narratività è solo un aspetto, e molto limitato, che in molti testi letterari della nostra epoca o ha poco peso, o sta cambiando ruolo, o sta diventando qualcosa di completamente diverso.
    Lo so che fa mancare le certezze, che fa cadere il tutto in una notte relativista, eccetera; ma se questa è la realtà, bisogna accettarla. E la realtà è: 1- il libro buono è ciò che piace; 2- ciò che piace è assolutamente soggettivo e non riconducibile a una regola universale (in un gruppo limitato di fruitori però possiamo trovare un “senso comune”).
    È chiaro infatti che lo scopo di chi scrive è “piacere” (a sé stesso, a un gruppo di persone, a tutti… Ma non credo ci sia chi scrive per fare schifo, quindi…). Se uno segue certe regole di narratologia è necessariamente perché così dovrebbe “piacere” di più. Non fosse per questo, allora sbaglierebbe a seguirle, e lui sarebbe scemo, perché si impegnerebbe in qualcosa che non è il suo scopo (!). E nel momento in cui andare contro la “narratologia tradizionale” (perché la narratologia è un campo di studi, non un insieme di regole, e in quanto tale è relativo e mutevole) gli sembra gli permetta di piacere di più, è normale che ci vada contro.
    L’importante è capire che lo scopo del testo è suscitare un “effetto”, e non ha senso giudicare un testo se non in base al suo “effetto”: non ha senso giudicare secondo l’applicazione o meno di una determinata regola, perché allora un testo può fare schifo a tutti, ma essere celebrato perché rispettoso di aspetti superati, oppure può piacere a tutti eppure essere dichiarato come schifoso solo perché infrange regole che non si sentono più. No: l’effetto è tutto. E l’effetto è relativo, ma non ci si può fare niente, perché se si prende una diversa base per giudicare si esprime un giudizio inutile.

    ***
    ***
    ***

    Lo scrittore ha sempre fatto parte di una comunità. Lui più di tutti gli altri artisti ha sempre cercato di riunirsi in branco, di stringere rapporti. Un tempo gli scrittori imbellettati nelle loro redingote si ritrovavano in caffè e salotti per discutere di questo nuovo autore emergente, Gustave Flaubert, che di sicuro non arriverà da nessuna parte e tra un paio d’anni non ricorderà più nessuno. Oggi gli scrittori si ritrovano al baretto, al ristorante, o nei forum, e parlano di questo Jonathan Franzen che la prossima generazione avrà già dimenticato. Ma vedi che non siamo diversi: sempre cerchiamo il confronto con chi ha idee simili, sempre cerchiamo l’appoggio degli amici contro la critica ignorante, sempre cerchiamo di sviluppare assieme un dato modello critico e teorico.
    ***
    Se mi parli di sentirsi o essere scrittori, io penso sempre a coloro che vogliono scrivere e coloro che vogliono aver scritto. E pure io faccio parte della seconda schiera: per questo non mi considero aspirante né scrittore né editor né critico, ma casomai teorico. Perché chi vuole scrivere scrive con volontà e piacere cercando solo di fare qualcosa di bello. Chi vuole aver scritto invece insegue solo fama, ideali artistici, apparenze, e gli importa solo finire al più presto un’opera e pubblicarla subito per diventare immediatamente un grande artista. Anche io ho questa foga XD ma è brutto, non bisognerebbe.
    È un problema simile, come vedi. Ma, oltre al sentirsi, dire quando uno È scrittore è cosa troppo difficile: andiamo probabilmente a finire in problemi di metafisica XD uno scrittore è uno che scrive. Quindi tutti lo sono, quindi nessuno. Allora uno che scrive con intento artistico? Allora se uno fa la divina commedia senza intento artistico ma per caso non è scrittore? …chiaramente “scrittore” è nostra definizione, quindi può esserlo tutto ciò che vogliamo, basta che ci mettiamo d’accordo.

    • Serena
      14 aprile 2015 alle 09:23 Rispondi

      Non credo sia mai esistita un’epoca più affamata di storie di questa, e non credo che la narratologia abbia raggiunto i suoi confini. E ti devo una risposta sulla struttura, e prima o poi arrivo, parola d’onore, ma non oggi che il Kodiak in me ruggisce e reclama un dentista.
      Ciao :D

      • Daniele Imperi
        14 aprile 2015 alle 13:26 Rispondi

        Perché dici che questa è un’epoca affamata di storie?

        • Serena
          14 aprile 2015 alle 16:08 Rispondi

          Sembra un discorso strano, vero? Non si riesce a farsi leggere perché in giro ci sono più storie che lettori, e io invece penso che ci sia fame di storie. Ma la contraddizione è solo apparente. Molte di quelle storie sono state scritte da persone bisognose di storie, e l’accessibilità della scrittura come espressione di sé fa sì che oggi chi vuole una storia se la possa anche scrivere, mentre una volta era impossibile. Sempre più persone hanno una padronanza dello strumento scrittorio sufficiente a scrivere una storia; non dico “sufficiente a produrre arte”, dico “sufficiente a produrre una storia”. Basta fare un giro su siti come EFP per rendersene conto. Poi prendi le aziende: si fa storytelling nella newsletter aziendale, nei messaggi pubblicitari, nelle presentazioni delle riunioni. Sul retro di un sacchetto di una famosa marca di biscotti c’è scritta una roba tipo “E fattasi coraggio si tuffò” (nel latte). È una storia. Prendi chi consuma narrativa di genere: non ne ha mai abbastanza. Conosco lettrici di romance che leggono più di cento libri all’anno, io quest’anno spero di arrivare a quaranta (… non romance o.O ) e farò anche fatica, purtroppo. Prendi Hollywood, devo dire altro? Prendi siti come Wattpad, che si fanno forti del fatto di essere portabili al 100%: un sacco di gente legge su mobile e apprezza il fatto di consumare storie gratuitamente sul proprio smartphone o tablet.
          Il fatto che si legga di più gratuitamente, che l’editoria sia in crisi, che si faccia fatica ad essere scelti dai lettori, non significa che la fame di storie sia diminuita. Anzi, esplode proprio nei momenti di crisi, e quello che noi stiamo vivendo adesso non s’è mai visto prima. Panem et circenses, per tutti. Il romance, il fantasy, la consolazione delle favole sul tuo cellulare, a portata di click, sono per un sacco di gente l’ultima salvezza.
          (per le risposte serie dovete aspettare stasera, ora non posso proprio XD )

          • Daniele Imperi
            14 aprile 2015 alle 16:32 Rispondi

            Se la metti così, allora sono d’accordo. Lo storytelling aziendale sta andando di moda, ma per il fatto che alla gente piacciono le storie, quindi funziona se fatto bene.
            Resta però il fatto che si legge poco: quindi tutta questa fame di storie dov’è?

      • LiveALive
        14 aprile 2015 alle 14:46 Rispondi

        Di sicuro più affamata che nel medio 900. Ma rispetto all’ottocento, per dire, non siamo proprio affamati di storie. Ci sono tanti testi celebrati e di qualità eccelsa che non possono essere definiti puramente narrativi. Ma questo già da un po’: per me neppure il Faust II è narrativa. La Recherche ha scene ma non una storia come la intendo io. La divina commedia è narrativa mooolto marginalmente (rimane pur sempre un poema didascalico). Underworld è più struttura che narrazione. Anche il gattopardo rinuncia all’intreccio ottocentesco diventando semplice affresco. E poi ci sono tutti quei testi che non dovevano essere letterari, ma poi lo sono diventati per meriti formali, come i dialoghi platonici, o il dialogo sui massimi sistemi, o i trattati medici in rima, e i grimori… E da qui i testi che stanno a mezza via, tipo l’uomo senza qualità di Musil e i romanzo-saggio in generale. Insomma: certo narrativa e letteratura non sono la stessa cosa. Casomai una ingloba l’altra, ma c’è ancora tanto spazio per tutti i gusti. Che poi una variante sia più “popolare”, più apprezzata, capisci che in questo mi cambia poco, perché se guardiamo nel complesso non è che non siamo affamati di storie, è che non siamo proprio affamati di lettura.

        • LiveALive
          14 aprile 2015 alle 15:17 Rispondi

          Un chiarimento: quello che intendo dire è che semplicemente non si può dire che le regole della narratologia portano necessariamente al “buono”, e che al di fuori d’essere non ci sia “bontà”: la complessità del meccanismo della letteratura infatti porta al buono tramite molteplici vie, e per questo esistono capolavori che non solo sono tali nonostante non seguano le convenzioni narrative, ma proprio grazie a ciò.

    • Daniele Imperi
      14 aprile 2015 alle 13:25 Rispondi

      No, seguire certe regole significa creare una storia che stia in piedi e funzioni. Può anche non piacere, ma funziona.

      • LiveALive
        14 aprile 2015 alle 14:37 Rispondi

        Se non piace al suo destinatario, non funziona. Se piace, funziona. Seguendo la tua idea, per i contemporanei la Gerusalemme Liberata non funzionava. Eppure piaceva. Quindi in realtà funzionava, e infatti ora la ricordiamo.

  2. Banshee Miller
    14 aprile 2015 alle 09:10 Rispondi

    Tutto vero. Non credo però che tutti gli autori self siano megalomani. La faccenda potrebbe stare così. Uno scrive il libro al meglio delle sue possibilità, lo fa leggere al fratello e alla fidanzata. Loro sono entusiasti. Lui ne è fiero e lo pubblica, mettiamo su Amazon. A questo punto le strade possono essere due. Prima: l’autore è un tipo poco intraprendente, non si dà molto da fare e il libro resta lì, anonimo, senza recensioni e al milionesimo posto in classifica. Questa possibilità la ritengo bene o male innocua. Seconda: l’autore è molto intraprendente e parte con una campagna pubblicitaria devastante, social, passaparola fisico, blog, forum, spam di tutti i tipi, recensioni pilotate. Questa possibilità la ritengo potenzialmente dannosa. Dico potenzialmente perché c’è la possibilità che il testo sia valido e in quel caso non ci sarebbero problemi. Nel caso invece in cui il testo sia agghiacciante, allora sì, c’è il problema. Il problema è che il testo viene presentato come fosse un capolavoro, e spesso all’apparenza questa presentazione è pure efficace, tanto da fregare il lettore. La lettura dell’anteprima è utile, ma secondo me è un’anteprima troppo breve, per servire oltre i casi veramente evidenti (m’è capitato di non riuscire a finire di leggere nemmeno l’anteprima). Il problema vero però è che tutto il movimento creato dall’autore intorno al libro alza il polverone e i lettori finiscono per comprare, il libro sale e resta in classifica, altri lettori lo vedono e il tutto va avanti. Ma come mai l’autore crede d’aver scritto un capolavoro invece di una porcheria? Perchè gli hanno detto così, ci sono lì le vendite e le recensioni a dimostrarlo. E le recensioni da una stella piene di insulti fatte da lettori imbufaliti? Quelli? Solo gente invidiosa, ce ne è da tutte le parti. All’autore basta avere un nocciolo duro di lettori che lo osannano, a patto che faccia lo stesso con loro, per essere consapevole delle sue capacità. Il resto non conta più. Così l’autore diventa megalomane.
    Ecco, questo tipo di auto pubblicazione è dannosa, tuttavia c’è, non si può eliminare e sarà il tempo a decidere cosa fare.
    Per quel che mi riguarda, ci sono dentro anch’io, cerco di fare del mio meglio in modo onesto, e consapevole del fatto che farlo non basta per produrre buona letteratura o essere scrittore.
    I sette punti dell’editoria classica credo cambieranno presto, la rete ha dato, bello o brutto che sia, la spallata definitiva.

    • Daniele Imperi
      14 aprile 2015 alle 13:28 Rispondi

      No, non volevo dire che tutti gli autori autopubblicati siano megalomani.
      Non credo che i 7 punti dell’editoria possano cambiare. Che intendi dire di preciso?

      • Banshee Miller
        14 aprile 2015 alle 17:13 Rispondi

        Sempre più self, sempre più anarchia, sempre più rete. Col passare del tempo la robaccia verrà scremata dal self per selezione naturale e i lettori, per pochi e in diminuzione che siano, leggeranno sempre più roba emersa dal brodo della rete, store, blog, o sotto qualsiasi forma sia.

  3. Serena
    14 aprile 2015 alle 09:18 Rispondi

    Ho da sabato scorso un mal di testa da cervicale che non si decide a levare le tende. Ho passato un weekend più lavorativo della settimana di lavoro. Ho attraversato due ingorghi per arrivare a scuola con un fagotto incazzoso e mezzo addormentato, e sto per infilarmi in Tangenziale Ovest. In altre parole, ho l’umore affabile di un orso Kodiak col mal di denti.
    …Ciao, Daniele :D Tieni conto di quanto sopra, mentre leggi la mia risposta.
    Scrivi “essere scrittore” come se si trattasse di un’onorificenza, un titolo di merito per pochi eletti; invece, tecnicamente, è scrittore chi scrive, non chi ha attraversato le fasi del procedimento editoriale. Io sinceramente mi rifiuto di accettare questa discriminante: le CE fanno business, non sono il Re con la spada in mano che batte sulla spalla del garzone e lo proclama Cavaliere. Lo provano certe schifezze immonde che vengono pubblicate, che anche se sono state editate e hanno una copertina decente schifezze sono e schifezze restano. Potrei fare un elenco con nomi, cognomi e motivazioni, ma non voglio fare pubblicità involontaria e poi nonostante il Kodiak in me non mi va di essere tanto cattiva.
    Io di solito dico che è scrittore chi scrive con regolarità, ma anche questa è una definizione pericolosa: definire “regolarità”. Harper Lee ha scritto un solo libro, tra poco leggeremo il secondo ma per 55 anni To Kill a Mockingbird è stato il suo unico libro. Non è una scrittrice, allora? Ma certo che lo è.
    E allora?
    Ti posso rispondere che sono fiera della mia paura di scrivere solo schifezze. Se questa la accettiamo come discriminante per essere uno scrittore, allora posso dire di essere una scrittrice.

    • Daniele Imperi
      14 aprile 2015 alle 13:32 Rispondi

      No, per me non è scrittore chi scrive, altrimenti potrebbe essere scrittore anche una scimmia, se le insegni a scrivere :)
      E non dico che è scrittore solo chi pubblica con un editore.
      Stando alla tua definizione, allora tutti i vari autori self che hanno pubblicato ebook pieni zeppi di errori grammaticali sono scrittori. No, per me non lo sono.

      PS: mica ho capito che è sto Kodiak che nomini di conitnuo :D

  4. Salvatore
    14 aprile 2015 alle 09:22 Rispondi

    Ciao, mi chiamo Salvatore e scrivo continuamente, da anni. Non riesco a smettere, c****! Ma la cosa non mi disturba più di tanto…

    A parte gli scherzi, io sono convinto che scrittori si nasca e… punto. Si nasca! Tutti gli altri posso anche imparare a scrivere bene, anche molto bene, ma non saranno mai scrittori. Inoltre vorrei far notare che “scrivere bene”, cioè rispettando la grammatica, conoscendo bene la lingua e con uno stile bello da leggere, non rende scrittori. Uno scrittore, soprattutto, racconta storie, e lo fa nel migliore dei modi possibile. Anche, cioè, usando una bella scrittura. Tutti quelli che scrivono bene, non per forza sono scrittori. Tutti quelli che scrivono male, sicuramente non lo sono.

    Nel mezzo ci siamo noi… noi… mi ci metto, ma a dire la verità mi si potrebbe chiedere: e come mai, fra tutti, proprio tu ci sei nato? Beh, che domande? Io sono io…

    Ok, sto scherzando ancora, ma a metà. Quello che ho scritto lo penso, ma penso anche che molti “scrittori” alle prime armi si credano già arrivati prima ancora di intraprendere il percorso. Anch’io lo pensavo. Anch’io lo penso… Bisognerebbe essere più umili di così.

    È bello fare parte di una comunità? Sì, c****. È bello. Almeno finché la comunità continua a dirmi che scrivo da Dio… ;)

    P.S. non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. Basta convincere tutti gli altri…

    • Daniele Imperi
      14 aprile 2015 alle 13:33 Rispondi

      Anche per me scrittori si nasce.
      E certo non basta conoscere la grammatica per saper scrivere. Bisogna anche saper raccontare, come dici.
      Complimenti per la modestia, comunque :D

  5. Serena
    14 aprile 2015 alle 09:29 Rispondi

    M sono dimenticata una cosa importante. Se non li avete ancora letti, leggete tutti, vi prego, vi supplico, vi scongiuro, “Inchiostro antipatico” di Paolo Bianchi e “Tentativi di scoraggiamento (a darsi alla scrittura)” di Erri De Luca. Visitate anche il sito di Paolo Bianchi. Ok, vado :)

  6. Chiara
    14 aprile 2015 alle 09:31 Rispondi

    Quando ho aperto il blog e deciso di ricominciare a scrivere, avevo ancora una visione piuttosto idealista dello scrittore. Appellandomi al dizionario della lingua italiana, sostenevo di essere una scrittrice, perché “scrittore è colui che redige opere letterarie con intento artistico”. Ovviamente ero in buona fede, ma ora mi rendo conto di quanto la mia affermazione fosse stata ingenua …

    In questo anno ho studiato tantissimo, ho trovato (sto trovando) uno stile definito, la tecnica migliora di giorno in giorno, ma non sono una scrittrice, non ancora. Chiamatemi emergente, se volete, proprio perché sto risorgendo dalle ceneri.

    Ho rinunciato a questa etichetta per rispetto nei confronti di persone come Grazia e Tenar. Loro sì che sono scrittrici. E non oserei mai pormi al loro stesso livello. :)

    • Daniele Imperi
      14 aprile 2015 alle 13:37 Rispondi

      Lasciamo perdere il dizionario, che dà solo definizioni accademiche :)
      Io dico sempre che mi definirò scrittore dopo il 10° libro pubblicato.

  7. emmek66
    14 aprile 2015 alle 10:34 Rispondi

    La definizione che utilizzi è calzante, ma non la vedo molto realistica: per quanto ho potuto vedere io, tra l’editoria tradizionale di cui parli te e l’editoria effettiva che vedo in giro esiste la stessa differenza che tu menzioni esistente tra editoria tradizionale e autopubblicazione selvaggia. Si: proprio la stessa identica differenza!

    Parli di 7 punti che identificherebbero l’editoria tradizionale e in linea generale concordo con te, ma stranamente molti dei libri che mi osservano dalla mia libreria, pur essendo stati pubblicati da case editrici anche rinomate, pare si siano dimenticati di seguire questi stessi 7 punti: se dovessi giudicare da questo, direi che l’editing nelle CE funziona peggio di una catena di montaggio automobilistica, dove il manoscritto arriva sulla scrivania, l’editor legge, analizza, rivede e corregge in un tempo prefissato di pochi minuti prima che il manoscritto riparta per la prossima scrivania… peccato che io sia riuscito a procurarmi tutti i libri passati da tale scrivania nel momento in cui il suddetto editor era in bagno o in pausa caffè, che hanno quindi proseguito senza questo passaggio importante, solo che a differenza delle catene di montaggio automobilistiche, in questo caso si va alla pubblicazione e non a uno scarto del pezzo difettoso… ;-)
    Peraltro, potrei anche aggiungere che in certe CE assumono editor con gravi problemi intestinali o ancor più caffeinomani di me, a giudicare dalla frequenza degli strafalcioni che vi leggo (e non parlo di refusi o banali errori di stampa/battitura: quelli manco li considero, se non si esagera).

    Sto anche volontariamente tralasciando il dettaglio che le CE preferiscano affidarsi alla traduzione (talvolta evidentemente by google) e/o pubblicazione di qualsiasi cosa giunga dall’estero (specialmente anglofono e meglio se oltreoceanico, dove mi pare si adotti genericamente il termine shit per indicare qualsiasi cosa e, in tal caso, la scelta del termine potrebbe essere molto appropriata…) piuttosto che sprecar tempo leggendo ciò che arriva dal suolo nazionale, a meno che non abbia un nome estremamente famoso a posteriori (e in quel caso si bypassano automaticamente i suddetti 7 punti, o almeno si arriva al punto 7 quando forse non è ancora nemmeno finito il punto 1)

    A questo punto, dopo aver fatto tali considerazioni su prodotti che dovrebbero uscire “praticamente perfetti sotto ogni aspetto (cit.)” e invece sono più raffazzonati di un tema scritto da uno scolaretto svogliato di 4° elementare su come ha passato i 3 giorni di vacanza pasquali, qual è la reale differenza tra una CE (non quella ipotetica di cui parli – ma è mai esistita davvero? – ma una di quelle reali che compaiono negli scaffali delle librerie) e una “tipografia” da autopubblicazione?

    Ovviamente, quanto sopra è esclusivamente frutto di mie elucubrazioni cagionate dal tuo articolo e basate su quanto vedo nella mia tardis-libreria, dove ho un discreto campionario di qualche centinaio di libri pubblicati da CE rinomatissime sui quali baso le mie indagini statistiche letterarie.

    • Daniele Imperi
      14 aprile 2015 alle 13:42 Rispondi

      Sull’editoria ci sono casi e casi, non possiamo generalizzare.
      Ora non so a quali libri ti riferisci.
      Anche a me è capitato di leggere opere che non avrebbero dovuto essere pubblicate né tradotte, ma per fortuna la maggior parte dei libri che ho letto era decente, in rari casi dei capolavori.

  8. Barbara
    14 aprile 2015 alle 11:00 Rispondi

    Se fossi così semplice dare una definizione della buona scrittura, del bravo scrittore e di come si produce un bestseller in 10 semplici mosse for dummies, avremmo tutti già finito ;)
    Statistica dice che in Italia ci sono più scrittori che lettori. Dunque se gli italiani leggono poco, che tipo di scritto potranno produrre? E se comunque leggono poco, chi leggerà loro? E’ un ossimoro in termini, che spiega anche la valanga di autopubblicazioni che semplicemente si perdono e si autodimenticano nella grande rete.
    Ai punti sopra, dell’editoria tradizionale, aggiungerei (dato che ultimamente ha l’80% di peso):
    8. Il libri stampato viene inviato nei canali di vendita (magazzini degli shop online, librerie, supermercati) Migliore è l’editore, migliore la sua rete di vendita. Troppo spesso ho ordinato un libro di un amico, sentendomi rispondere che non lo trovano a magazzino. Eppure l’editore aveva garantito diffusione.
    9. L’ufficio stampa dell’editore cura il brand dello scrittore e del libro: pubblicità online, sociale media, riviste di settore, circoli letterari, eventi pubblici, partecipazioni televisive, ecc. In sostanza marketing. Spregevole ma vincente marketing. Perchè al momento siamo più un mondo d’immagini che di parole.
    Con l’autopubblicazione si saltano anche questi due punti. Si può tentare il fai-da-te, ma se non si è lettori in primis, è pure difficile capire dove reperirli i nostri nuovi lettori.

    …”e come sia stato possibile dare certi nomi ai personaggi. ”
    Tana. L’ultimo cognome di un personaggio l’ho preso dai credits di un cd dei Faith No More, preso a caso dalla libreria. Tragicomica la scelta, tragicomico il personaggio. Per ora sembra funzionare.

    • Daniele Imperi
      14 aprile 2015 alle 13:45 Rispondi

      Hai detto una cosa giusta: se gli scrittori leggono poco, cosa potranno mai scrivere? :)
      Ho saltato i vari punti che seguono la stampa del libro.
      Sui nomi dei personaggi leggerari qualcosa lunedì prossimo ;)

  9. Marina
    14 aprile 2015 alle 11:22 Rispondi

    Fare parte di una comunità in rete che parla di scrittura e si confronta su essa ha una sua per me indubbia validità, perché fare tesoro delle buone esperienze altrui aiuta a migliorarsi così come conoscere aspetti negativi di cui non si aveva idea può servire ad evitare errori. Mi guarderei bene, tuttavia, da chi enuncia grandi verità con la presunzione di farle assurgere a regole universali: la scrittura creativa ha un margine di soggettività che non può essere plasmata e che, quando,arriva il momento, può piacere o non piacere. Io sono scrittrice nella misura in cui mi piace scrivere storie, raccontarle in modo che risultino presentabili, a prescindere dai gusti. La pubblicazione è la fase finale di un processo che può non essere così ovvio, ma il fatto che manchi il riconoscimento pubblico di ciò che scrivo non diminuisce il mio sentirmi scrittrice. Riconosco i miei limiti, tutti, non riuscirei mai a sentirmi arrivata, credo sempre nel miglioramento, nel perfezionamento, ma l’esperienza aiuta. Sono una scrittrice in cammino… e la strada è lunghissima!

    • Daniele Imperi
      14 aprile 2015 alle 13:47 Rispondi

      Anche per me la scrittura creativa ha aspetti molto soggettivi, come ogni forma d’arte, poi.
      Sentirsi arrivati significa non sentire più la voglia di scrivere e raccontare storie.

  10. Irene Sartori (Erin)
    14 aprile 2015 alle 11:43 Rispondi

    Io mi ripeto sempre questo: “Irene, se ti senti davvero una scrittrice allora rileggi il tuo racconto, non aver paura di metterci le mani e di scoprire nuovi errori. Perché quegli errori, o meglio orrori, non potranno che aiutarti a migliorare”. Questo è essere scrittori. Un po’ come hai detto tu, mi trovo d’accordo. Bisogna accettare l’idea che il tuo lavoro debba essere letto da un esperto, che non deve per forza essere un capolavoro solo perché lo pensi e lo speri e che scrivere non significa far vedere quanto sei bravo, ma semmai creare storie.

    • Daniele Imperi
      14 aprile 2015 alle 13:48 Rispondi

      Sì, anche questo è essere scrittori, ma se fai leggere agli altri i tuoi racconti, vedrai che troveranno altri errori ;)

  11. Angela
    14 aprile 2015 alle 12:09 Rispondi

    Ciao Daniele, è la prima volta che commento ma ti seguo da tempo.
    Rispondo prima alla tua domanda… preferisco definirmi un’aspirante scrittrice. Scrivo da anni, eppure continuo a considerare i miei scritti una semplice pratica per migliorarmi e affinare il mio stile.
    Per quanto io tenda a vedere lo scrittore come un professionista che (magari) riesce a vivere delle sue pubblicazioni, credo che anche i non professionisti possano essere considerati tali, se posseggono il giusto atteggiamento. Sì, per me è anche una questione di modo in cui ci si pone. Dal mio punto di vista, uno scrittore è colui che tiene ai suoi scritti e li cura, colui che è spinto a migliorarsi sempre, restando con i piedi per terra. Poi ci sono quelli che autopubblicano ebook o si rivolgono a case editrici a pagamento. Ecco, non sono una grande fan di questi pseudo scrittori. Talvolta qualcuno di talento c’è, ma spesso si tratta di gente poco umile (o che lo diventa in uno schiocco di dita), che non ha una vera passione per la scrittura. Gente che ha solo scritto una sottospecie di storia e la tramuta in un (di solito) penoso “libro”. Ciò che mi fa rabbia, però, non sono tanto loro, ma chi dà credito a queste persone (familiari o gente pagata), che pubblicizza queste opere spacciandole per dei capolavori o “fenomeni dell’anno”. Lo pseudo scrittore poco umile si monta così la testa e comincia a considerarsi un professionista arrivato e nessuno ha il coraggio di dirgli che la trama è debole, lo stile noioso e la grammatica penosa. Quei pochi che lo fanno restano in minoranza e vengono additati come invidiosi (sempre che lo pseudo scrittore – che ormai si sente Umberto Eco – tenga in considerazione le opinioni critiche alla sua opera).
    Personalmente non mi è mai venuto in mente di spedire i miei scritti a una casa editrice, non ancora. Però, per mettermi in gioco e capire se continuare su questa strada, sto pubblicando sotto nickname una delle mie storie su un “famoso” portale per aspiranti scrittori (anche lì pieno di gente con l’atteggiamento da futuro self-publishing selvaggio). Il mio intento è quello di ricevere feedback da chi, nell’anonimato, non ha peli sulla lingua.
    Voler ricevere critiche costruttive anziché meri complimenti poco utili (se non all’ego) fa di me una scrittrice? Chissà. Io preferisco continuare a considerarmi un’aspirante. Nel frattempo sogno, scrivo, progetto il mio futuro blog e cerco pian piano di inserirmi in questa comunità di scrittura creativa da poco scoperta che trovo davvero utile e interessante. :)

    • Daniele Imperi
      14 aprile 2015 alle 13:52 Rispondi

      Ciao Angela, benvenuta nel blog.
      Io non sono per niente fan di quelli che pubblicano ebook in modo selvaggio o, peggio, con editori a pagamento.
      Potresti provare con qualche selezione editoriale, per testare le tue storie: ci sono vari editori che creano concorsi per la pubblicazione di racconti, come la Delos Books.
      Perché hai scelto un nickname?

      • Angela
        14 aprile 2015 alle 15:27 Rispondi

        Il problema per chi è ancora inesperto di questi concorsi è riconoscere quelli validi dalle truffe. Grazie per il suggerimento, non conoscevo la Delos Books.
        Perché il nickname? Perchè il modo più veloce (forse) per ricevere feedback esercitando la propria scrittura è pubblicare una fan fiction. Lo so che molti scrittori le odiano ma il pubblico le ama e le legge. Io le considero una buona palestra per cominciare. Non avrebbe senso usare il mio nome per pubblicare questo genere di opere. In più, mi fa sentire sullo stesso piano di chi, con un nickname, esprime un parere.
        Per una storia del tutto originale la questione cambia, ma in quel caso non cercherei nemmeno più feedback su quel portale e userei il mio nome :)

        • Daniele Imperi
          14 aprile 2015 alle 15:48 Rispondi

          Ho letto in giro che le fanfiction non sono amate da molti scrittori, ma magari qualcuna è autorizzata dagli autori. Forse ho capito quale sito è.
          Per fare palestra c’è anche The Incipit o alcuni forum letterari.

  12. Fabio Amadei
    14 aprile 2015 alle 12:29 Rispondi

    Ho conosciuto Giulio Mozzi che ha presentato e letto alcuni brani del suo ultimo lavoro. Subito dopo ci ha dato dei suggerimenti molto utili e semplici sugli aspiranti scrittori. Non lo conoscevo e devo dire che mi ha fatto un’ottima impressione.

    • Serena
      14 aprile 2015 alle 13:15 Rispondi

      Corre voce che Giulio Mozzi sia, in Italia, l’unico in grado di insegnare la scrittura o meglio, come dice lui, le tecniche della narrazione ;-)

      • LiveALive
        14 aprile 2015 alle 15:00 Rispondi

        Lui dice che ci sono anche “retori” più bravi di lui. in “(non) un corso di scrittura e narrazione” fa anche nomi e cognomi. Personalmente però dico questo: la “Officina della Narrazione” è sicuramente il miglior “manuale” in lingua italiana. In lingua inglese (ne ho letti centinaia in inglese, qualcuno in francese) ce ne sono certo di comparabili, forse anche di migliori, ma più che altro questo dipende dalla visione che si ha della letteratura (bisognerebbe almeno provare a leggere Self Editing for Fiction Writers, che è ottimo, ma forse ormai troppo rigido). l’Officina rimane comunque un eccellentissimo manuale in assoluto.

        • Serena
          14 aprile 2015 alle 16:17 Rispondi

          Ce li ho tutti!

        • Serena
          14 aprile 2015 alle 16:20 Rispondi

          Oggi ho il clic troppo facile e mi dimentico i pezzi. Dicevo, quelli di Mozzi li ho tutti e li ho letti quasi completamente, anche il Ricettario. Anche Self Editing for Fiction Writers è lì che mi guarda tute le mattine dallo scaffale, ma non l’ho ancora iniziato. Sto leggendo Jessica Page Morrell e James Scott Bell, sempre sull’editing, finiti questi inizio quello di Browne e King.

          • LiveALive
            14 aprile 2015 alle 20:39 Rispondi

            Self Editing For Fiction Writers offre, in un colpo, quasi tutti i “consigli tecnici” che si trovano in altri libri e corsi. Il problema è che è uno di quei testi che tendono a “uniformare”, a proporre un unico modello di letteratura, e a ridurre così la scrittura all’artigianato meccanico di cui Kim Stanley Robinson si lamenta. È uno di quei libri che di sicuro fanno piazza pulita dei difetti evidenti ma, come mi disse una volta Mozzi, non “costruisce” sopra. L’Officina della Parola, da questo punto di vista, è più avanzato perché ha lo scopo di far sviluppare una retorica personale, non essere un testo normativo, che dice cosa fare e cosa non fare, cosa togliere e cosa no, e basta. Ciò nonostante, Self Editing rimane uno dei miei testi preferiti: ti consiglio di leggerlo presto.

    • Daniele Imperi
      14 aprile 2015 alle 13:52 Rispondi

      Che suggerimenti vi ha dato?

  13. enri
    14 aprile 2015 alle 14:41 Rispondi

    Grazie Daniele. Non hai salvato i tuoi lettori ma anche i miei! A settembre ero partito in quarta. Non mi staccavo più dalla tastiera e in poco meno di una settimana avevo già abortito una prima stesura di un romanzo distopico catastrofico, ma che alla fine salvava l’intera umanità. Poi i blog, on writing, tremila dispense dello scrittore, the elements of stile, il mestiere dello scrittore di Gardner, il mentore di Raimond Chandler … è cambiato il mio modo di leggere, di vedere i film, di valutare le informazioni.
    Però non ho più scritto. O meglio ho scritto dell’altro. Ho meditato, letto e studiato. Fatto qualche viaggio.
    Il tuo post è interessante e come al solito ben frequentato.
    Se e quando pubblicherò quello che scrivo, mi sa che 7 punti non basteranno. Anche perché l’one click brucia chi ne abusa. E poiché scrivere mi piace, una seconda chance la vorrei :-)

    • Daniele Imperi
      14 aprile 2015 alle 14:52 Rispondi

      Forse leggere troppi manuali alla fine non aiuta. Alcuni che hai citato sono validi, però.
      L’one click è un modo sbagliato di fare editoria :)

  14. Tenar
    14 aprile 2015 alle 15:06 Rispondi

    Come ha detto qualcuno nei commenti, letteratura e narrativa sono due cose diverse. Io non mi sento “scrittrice”, è vero che a volte per comodità uso letteratura come sinonimo di narrativa, ma raramente. Io sono una narratrice, una raccontastorie. Cerco di essere un’onesta raccontastorie, voglio emozionare, appassionare e divertire il lettore, compiendo tutti i passaggi editoriali necessari. Non mi sento scrittrice. Non uso mai questo termine per descrivermi e l’anno scorso, al festival letterario di Grado, quando mi hanno dato il badge con scritto “scrittrice” mi sembrava di avere un oggetto in prestito, non mio. Mi sembra già difficile raccontare una buona storia al fine di intrattenere, anche senza ulteriori velleità letterarie! Per questo sono un po’ scettica nei confronti di chi aprioristicamente si definisce scrittore. Poi alcuni ne hanno tutte le potenzialità, ma la da buona provinciale sotto sotto penso che a volare basso non si sbagli mai.

    • Daniele Imperi
      14 aprile 2015 alle 15:42 Rispondi

      Sì, a volare basso è sempre meglio.
      Però, se scrivi, racconti storie e pubblichi sei scrittrice, no? Perché ti sembrava troppo quell’etichetta di scrittrice?

    • LiveALive
      14 aprile 2015 alle 20:49 Rispondi

      Per chiarezza però: separando letteratura e narrativa non intendevo dare la divisione tra “genre fiction” e “literary fiction” che piace tanto ai critici americane (due etichette limitanti, neanche troppo sensate, visto che la literary fiction è priva di definizione univoca e condivisa dalla globalità, ma ognuno dà la sua). Neppure volevo dire che la narrativa racconta storie e la letteratura no. E certo non volevo creare una gerarchia. Volevo solo dire questo: che la narrativa è la parte della letteratura che vuole raccontare una storia (che poi essa sia il fulcro prioritario oppure no, non importa), ma poi esistono anche altri modelli letterari che si pongono altri scopi.

      • Tenar
        14 aprile 2015 alle 21:00 Rispondi

        Allora forse “letteratura d’intrattenimento” è un termine più adeguato per definire ciò che faccio e voglio fare. Alla fine è la differenza che passa tra un carpentiere e uno scultore. A me basta essere una brava carpentiera.

  15. Bruno Vartuli
    15 aprile 2015 alle 02:37 Rispondi

    Mi dispiace; essere e non essere e come filare e non tessere. Non posso resistere rispondere a questa discussione. Secondo me si va a scuola per imparare, ma non tutti imparano. Bisogna nascere con una virtu’. Essere capace esprimerti nella scrittura e tutto quello che ce’ di bisogno, poi essere professionale e unaltra storia. Per me basta essere capito a quel che dico or quel che scrivo, e se scrivo la mia esperienza, la mia storia or la storia di unaltro, vuol dire che non devo scrivere? Il coraggio di mettere penna in carta e’ gia’ una grande soddisfazione. Per me scrivo perche’ mi piace scrivere it is my hobby, pero’ non la smetto mai di seguire Penna Blu. Mi diverto e imparo cose che non le so’. Grazie tanto.

    • Daniele Imperi
      15 aprile 2015 alle 10:53 Rispondi

      Certo, non tutti imparano e scrivere, anzi saper scrivere è una virtù. Può scrivere chiunque, questo è chiaro, ma dipende dagli obiettivi che hai.

  16. Ryo
    15 aprile 2015 alle 17:29 Rispondi

    Anch’io per ogni pagina pubblicata ne ho 100 che non sono mai uscite dal mio archivio ;-)

    • Daniele Imperi
      15 aprile 2015 alle 17:40 Rispondi

      Io mi domando: che ne farò di tutto quello che ho scritto e non voglio pubblicare? Non pensi che sia meglio distruggere tutto?

  17. Grazia Gironella
    16 aprile 2015 alle 21:33 Rispondi

    Da sola con me stessa, mi sento scrittrice nei periodi in cui mi impegno in modo professionale, scrivendo più o meno quotidianamente e portando avanti idee nei tempi morti; mi sento dilettante quando dirado i giorni in cui scrivo e lascio che cento altre cose rubino spazio alla scrittura. Questo per quanto riguarda “sentirmi” scrittrice; “esserlo” mi ispira molto di più, e non cerco scorciatoie. Mi rendo conto che quando pensiamo “il mio romanzo è buono” non usiamo affatto gli stessi criteri di giudizio che applichiamo leggendo i romanzi altrui. E’ da questa logica che si deve uscire per migliorare. Bisogna essere molto esigenti con se stessi.

    • Daniele Imperi
      17 aprile 2015 alle 07:43 Rispondi

      Beh, un buon modo per definirsi scrittori :)
      È vero sul tipo di giudizio che diamo ai romanzi altrui e ai nostri. Ci vorrebbe un gruppo personale di lettura.

      • Grazia Gironella
        18 aprile 2015 alle 06:54 Rispondi

        Quello è assolutamente necessario, prima di spedire agli editori. C’è da dire che in rete si creano molti contatti, perciò non è difficile mettersi d’accordo con qualcuno con cui si sia in sintonia per una lettura incrociata.

  18. Lisa Agosti
    18 aprile 2015 alle 06:20 Rispondi

    L’inizio di questo post mi ha fatto ripensare a un dubbio che mi viene spesso ultimamente.
    Ho notato che quando leggo un autore famoso arrivo almeno a leggere un quarto del libro, in genere, prima di rinunciare alla lettura. Invece quando “testo” un esordiente abbandono spesso la lettura, a volte non finisco nemmeno di leggere l’estratto.
    E se invece non sapessi chi ha scritto cosa? Reagirei diversamente?
    Daniele, pensi che sia una buona idea proporre una decina di incipit e fare indovinare ai followers se si tratta di un affermato o di un esordiente? Oppure, come potrei fare per testare la mia ipotesi?

    • Grazia Gironella
      18 aprile 2015 alle 06:55 Rispondi

      Bella idea! :)

    • Daniele Imperi
      18 aprile 2015 alle 08:18 Rispondi

      Si può anche fare una prova del genere, ma è probabile che online si trovino quegli incipit, così vedi subito chi li ha scritti.
      Bisogna anche capire perché abbandoni quei libri. Io qui me la prendo con esordienti che non conoscono neanche la grammatica.

      • LiveALive
        18 aprile 2015 alle 17:57 Rispondi

        Come ti avevo detto tempo fa, c’è questa ipotesi neurologica: che davanti a un autore famoso, o a un’opera riconosciuta come grande, in alcune (molte) persone sì disattivino certe zone della corteccia prefrontale, impedendo il giudizio critico.
        Io proverei a fare il test, chiedendo di non controllare online prima almeno.

      • Lisa Agosti
        19 aprile 2015 alle 03:15 Rispondi

        Beh, certo, ci si dovrebbe fidare della buona fede del lettore, che non vada a snasuplare online per vedere chi è l’autore. Se vi chiedessi di partecipare all’idea vi potrebbe interessare? Potrei mandare una mail ai blog che seguo chiedendo di scegliere un incipit, senza dire se è piaciuto o meno, e ovviamente senza dire chi l’ha scritto, e pubblicarlo in una data prefissata. Sarebbe un bell’esperimento e i lettori potrebbero cercare di indovinare, poi si farebbero i conti di quanti hanno indovinato quali incipit.
        Sarebbe un bell’impegno per chi deve ricopiare l’incipit, perché dovrebbe essere abbastanza lungo, almeno mille parole secondo me. E chi non ha un blog non potrebbe partecipare attivamente. Cosa ne pensate?

        • Grazia Gironella
          19 aprile 2015 alle 10:51 Rispondi

          Ci sto! E adoro quello “snasuplare”, che sento vicino per questioni di emilianità. :)

        • Daniele Imperi
          20 aprile 2015 alle 08:04 Rispondi

          Appunto: ti dovresti fidare ;)
          Io non mi fido, ho avuto modo di constatare in altre occasioni che la buona fede è solo per pochissimi. Dovrei essere quindi sicurissimo al 100% che non ne esiste traccia online.
          Vedremo, se riesco farò senz’altro quel test.

    • Daniele Imperi
      20 aprile 2015 alle 08:02 Rispondi

      Capita anche a me, ma credo sia normale.
      Non so quanto possa funzionare la storia dei vari incipit, perché potresti trovarne l’autore online.

      • Lisa Agosti
        21 aprile 2015 alle 07:55 Rispondi

        Va bene, grazie per i vostri consigli. Ci penso e mando qualche mail in giro per vedere se è un progetto realizzabile!

  19. Manuela Simoni
    27 luglio 2015 alle 14:23 Rispondi

    Sentirsi o essere scrittori?
    O essere semplicemente qualcuno che ama creare immagini, emozioni, idee, pensieri, portandole su carta?
    Scrivere dovrebbe accompagnarsi a un percorso di autocritica costruttiva e a una continua riflessione sul testo. Essere i primi critici di se stessi è un buon punto di partenza: magari si finisce per distruggere molto, ma il prodotto assume maggiore qualità.
    Quale è il percorso critico giusto per capire se hai dimensione nel mondo reale?
    Non certo l’amico o il parente che ti dice che scrivi in modo eccelso.
    Allora, che fare?
    1) scegliere un’agenzia letteraria e chiedere un parere? E se sì, quale scegliere?;
    2) convincere il titolare della tua libreria preferita a leggere il tuo testo? (da più parti ho letto che il parere di un libraio è utile);
    3) mandare il tuo testo a Giulio Mozzi e sperare che lui resti folgorato dalla lettura? (il modo di raggiungerlo pare facile, ma come emergere dalla massa?);
    4) partecipare a un concorso letterario? (Eco sostiene che nessuno scrittore veramente valido resta sconosciuto prima di pubblicare);
    5) mandare il testo a una casa editrice che non chieda contributi di spesa? (in questo caso attendere almeno 12 mesi prima di fare solleciti sulla sorte del testo).
    Sull’ultimo punto spendo altre due parole: avendo scritto un librino di narrativa (129 pagine), ho tentato la sorte, rivolgendo la mia attenzione a un piccolo volitivo editore toscano; un testo, che riletto poi, andava buttato. Solo una scusante: era scritto dopo un intervento al cervello, una sfida alla mente. Sorvoliamo. Il fatto è che, quando ho realizzato di avere prodotto un testo orribile, mi sono preoccupata di spedire una mail all’editore, scusandomi e chiedendo di cestinare. Era trascorso un anno dall’invio. Dicembre 2014. Nessuna risposta. Ho pensato che l’editore fosse irritato dalla mia insensatezza. La mia meraviglia è stata grande, quando il mese scorso ho avuto la mail canonica, in cui l’editore comunicava di non essere interessato al testo, non conforme alla sua linea editoriale. Ho scritto un’altra mail, ricordando la precedente e dicendo che avrei gradito una risposta più diretta e immediata: il testo era veramente brutto. Nessuna risposta.
    Dopo quella esperienza ho scritto ancora altre cose. Le chiamo “cose”, non libri. Sono documenti word.

    • Daniele Imperi
      28 luglio 2015 alle 07:29 Rispondi

      Escludo a priori la libreria, è troppo limitata e al 99% ti dice di no.
      Non manderei il testo a Mozzi, perché l’ho sentito nominare solo da qualcuno che legge il mio blog, ma di fatto non so chi sia.
      Concorsi letterari: vanno bene solo se gratuiti e con pubblicazione finale.
      Resta l’editore o il fai da te.
      Quando mandi un testo a un editroe non devi poi mai scrivergli :)
      Nessun editore ti dà un giudizio sul testo e già tanto che ti abbia detto di non essere interessato.

      • Manuela Simoni
        28 luglio 2015 alle 07:37 Rispondi

        Grazie della risposta.
        Mozzi è un curatore letterario della Marsilio: https://vibrisse.wordpress.com/giulio-mozzi/
        Mi scuso perché non mi sono spiegata bene: chiedere un giudizio a un editore è una stupidaggine. Al tempo non chiesi giudizi. Avevo chiesto di cestinare.
        Buona giornata!

        • Manuela Simoni
          28 luglio 2015 alle 08:13 Rispondi

          Questa è una delle attività che svolge Mozzi nel suo percorso di insegnante di scrittura creativa. http://bottegadinarrazione.com/
          Da qui si deduce facilmente quanto il mondo dell’editoria abbia i suoi meccanismi selettivi di dare e di avere. C’è una selezione e poi una spesa più o meno alta per la frequenza.Chi si avvicina a queste realtà (vedi anche Scuola Holden di Baricco a Torino o Bottega Finzioni di Lucarelli a Bologna), se viene accettato, poi pubblica.La scuola di Torino è la più cara, il gruppo bolognese più economico. Sono anche realtà diverse.
          D’altronde l’editoria è un mondo di commercio, che ha le sue regole.
          http://www.leparoleelecose.it/?p=10582 Interessante articolo sulla selezione delle opere inedite.

      • Manuela Simoni
        28 luglio 2015 alle 07:40 Rispondi

        Il mio punto 5 del commento iniziale è una scemenza.
        Nessuno chiede giudizi a un editore.
        Mi scuso.

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