Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

Espedienti narrativi

Espedienti narrativi

Perché continuiamo a leggere un romanzo che abbiamo iniziato? Certo, il nome dellʼautore conta molto, se davvero siamo suoi fedelissimi appassionati. E anche la trama: se la storia ci prende, dobbiamo sapere come andrà a finire.

Lo stile di scrittura gioca un bel ruolo, ma va a gusto personale: può piacere o meno. Per me una storia può essere bella quanto volete, ma se lo stile usato dallʼautore non mi prende o lo reputo perfino fastidioso, non leggo le sue storie.

È un poʼ come per la musica. Quando dicevo di non sopportare certe lagne italiane, mi rispondevano: “Ma hai sentito le parole?”. Beh, le parole potevano anche essere poesia pura, ma se erano accompagnate con una musica depressiva, io non riuscivo ad ascoltare quella canzone.

Trama, autore, stile: tutto questo va a gusto personale del lettore. Tutto questo non può essere previsto dallʼautore, né può essere usato per invogliare la lettura, per farla continuare, per tenere i lettori appiccicati alle pagine del suo romanzo.

In molte storie ho trovato una serie di espedienti usati dai vari scrittori per rendere avvincenti i loro romanzi. Si usa spesso questo termine: avvincente.

Avvincente è qualcosa che affascina, che appassiona, che coinvolge, che rapisce. Lʼespediente è un mezzo usato per superare un ostacolo, nel nostro caso lʼostacolo è la lettura, anzi è la potenziale mancanza di interesse del lettore.

Gli espedienti narrativi sono dunque quei mezzi usati da un autore per catturare quellʼinteresse nei suoi lettori.

Lʼintreccio

Sappiamo ormai a memoria la differenza tra fabula e intreccio: rispettivamente una storia che si dipana con una successione logica e cronologica degli eventi e una storia che invece va avanti secondo il montaggio fatto dallʼautore.

Le storie per bambini, che devono per forza essere più semplici da leggere, devono seguire la fabula. Quelle per adulti, specialmente i thriller, si affidano a un intreccio: lʼautore monta le scene come crede più opportuno, per creare la giusta suspense.

È un espediente narrativo, questo, che ho trovato quasi sempre. Nel romanzo Dove porta il fiume manca, perché è una storia narrata in prima persona. Nel romanzo di Rachel Joyce Il bizzarro incidente del tempo rubato ci sono due storie parallele e questo crea molta aspettativa nel lettore.

Lʼinterruzione sul più bello

Quando ho letto Il codice Da Vinci, ho visto che ogni capitolo era interrotto proprio al momento opportuno, o meno opportuno, dipende da come vediamo la cosa. Anche in alcuni romanzi fantasy ho visto fare così, ma credo sia un espediente vecchio come il mondo.

Altrimenti come dovremmo chiudere un capitolo? Ci vuole una frase che faccia effetto, che lasci il lettore con il classico e abusato fiato sospeso, anche se questo significa deluderlo.

Perché è così, quando interrompi un capitolo sul più bello, stai deludendo il lettore, che invece vuole sapere come andrà a finire quel fatto e magari si ritrova a dover leggere altri 4 capitoli prima di ritornare fra quei personaggi e quella parte della storia.

Mi capitò con uno dei romanzi della saga di Shannara, non ricordo più quale ora, ma era uno dei primi romanzi, e Terry Brooks mi interruppe una vicenda per riprenderla 100 pagine e più dopo.

Il colpo di scena

Il colpo di scena è qualcosa che non ti aspetti, che non deve succedere ma succede. Fa parte delle probabilità, come un meteorite che cada sulla Terra: anche quella è unʼeventualità da prendere in considerazione. È un colpo di scena pure quello.

Cʼè il protagonista che sta per essere arso vivo da una tribù di cannibali ed ecco che arriva uno dei suoi compagni dato per morto che sparando allʼimpazzata mette in fuga i selvaggi e salva il protagonista.

Nei romanzi dʼavventura non è certo difficile trovare scene simili. È come la pistola che appare allʼimprovviso quando la storia sta diventando noiosa, come suggerisce Raymond Chandler.

Lʼanticipazione drammatica

In quel momento il camper saltò in aria. Il Drive-in 2 di Joe Lansdale

È così che si conclude un capitolo del romanzo. Succede qualcosa che cambia gli eventi, che costringe i personaggi ad agire diversamente, a trovare delle soluzioni, a risolvere dei problemi.

Lansdale aveva posto le basi per quella anticipazione, ma in modo geniale, nel senso che il lettore non si aspettava che il camper sarebbe saltato in aria.

Altre volte mi è capitata unʼanticipazione differente, qualcosa come “Fu allora che la casa crollò”. Capitolo chiuso. Attesa da parte del lettore.

Non è chiudere sul più bello, è qualcosa di diverso, è anticipare alcuni eventi drammatici con una frase semplice, ma dʼeffetto. Più è semplice, anzi, e meglio è, secondo me.

La storia dʼamore

Abbiamo appurato che una storia dʼamore fa vendere di più, se inserita come una sottotrama in un qualsiasi romanzo. Ha qualcosa di magico, forse per la mania del lettore di combinare matrimoni o di spettegolare come una comare di provincia.

Nei romanzi letti nel nuovo anno (La luna nascosta di M.K. Rawlings, Città della pianura di Cormac McCarthy, Dove porta il fiume di James Dickey e Il Drive-in e Il Drive-in 2 di Joe Lansdale) cʼera una storia dʼamore infilata fra le pagine.

Nel primo romanzo, che procede per 3 generazioni di personaggi, non poteva mancare, nel secondo aveva una parte importante, nel romanzo di Dickey erano accennate, ma presenti, e in quelli di Lansdale erano parentesi brevi, ma che comunque hanno lasciato il segno.

Il sommario: velocizzare il tempo nel racconto

Dire poco per raccontare molto. Questo è il compito del sommario: riassumere alcuni eventi che non possono essere spiegati con profusione di dettagli e pagine, altrimenti annoierebbero il lettore.

Magari sono eventi che il lettore già conosce, ma che il personaggio che li ha vissuti deve raccontare ad altri personaggi. E allora lʼautore se la cava scrivendo “Gli raccontò di quando lʼarrestarono e della cella dʼisolamento, del colloquio col direttore del carcere e della sua fuga saltando dalla finestra del terzo piano, di come si aggrappò al camion della lavanderia per poi saltare giù appena imboccata la statale e dei giorni passati nascosto nella campagna mangiando bacche e tremando dal freddo”.

Noi abbiamo già letto tutto questo, che magari è andato avanti per 150 pagine, e in poche righe lʼautore lo riassume per farlo conoscere a un altro personaggio. Pezzi simili sono frequenti.

Gli espedienti narrativi fanno parte della narrazione

Forse il termine espediente è brutto, sembra quasi avere una connotazione negativa, ma in pratica è utile e viene usato nel cinema, nel fumetto, di sicuro anche al teatro. È la narrazione a richiederlo, non riesco a immaginare un romanzo o un racconto senza nemmeno uno di questi espedienti.

O forse sì, sarebbe la storia più noiosa da leggere in assoluto.

Che ne pensate? Ve ne viene in mente qualcun altro? Quali preferite come lettori e quali come scrittori?

27 Commenti

  1. Chiara
    1 febbraio 2016 alle 09:09 Rispondi

    Non conoscevo l’anticipazione drammatica, forse perché l’avevo classificata alla voce “chiudere il capitolo sul più bello”, ma approfondirò. Fantastico (dal punto di vita dell’autore, terribile da quello del lettore) quando l’intreccio e l’interruzione del capitolo agiscono in sincrono, ovvero: l’autore chiude il capitolo lasciandolo in sospeso e poi, in quello successivo, si occupa di un altro personaggio, magari ritorna su quei fatti dopo 50 pagine… odio e fastidio! :D

    • Salvatore
      1 febbraio 2016 alle 09:38 Rispondi

      Ma sì che la conoscevi, Chiara. Generalmente viene chiamata flashforward, il contrario di flashback.

      • Daniele Imperi
        1 febbraio 2016 alle 13:38 Rispondi

        Forse è un po’ diversa, ne ho parlato qui: http://pennablu.it/backstory/

      • Chiara
        1 febbraio 2016 alle 14:03 Rispondi

        Il flashforward è diverso; secondo me lo si può intendere come una vera e propria digressione. Invece l’anticipazione, così come l’ha presentata Daniele, l’anticipazione mi sembra una “pillola” molto rapida, una frecciata che colpisce per un istante e poi lascia la situazione in sospeso…

    • Daniele Imperi
      1 febbraio 2016 alle 13:37 Rispondi

      Sì, in effetti quella chisura di capitolo nell’intreccio è fantastica e odiosa insieme :D
      Però funziona.

  2. Salvatore
    1 febbraio 2016 alle 09:37 Rispondi

    Be’ c’è la digressione, che è parente stretta dell’espediente che hai nominato “interruzione”; l’analessi e la prolessi, a loro volta imparentate con l’intreccio e l’anticipazione, la prima interrompe la narrazione per raccontarti degli antefatti, la seconda ti comunica cosa accadrà più avanti, molto più avanti. L’uso della prolessi è un trucco antistintivo, ma molto raffinato. E poi… be’, poi c’è la “geometria della struttura” e l’uso “diretto del mezzo” per trasmettere senso, e come sai ultimamente mi sto concentrando su questi due aspetti. Infine c’è tutto un discorso da fare sulla “vaghezza” e “l’esattezza” del lessico, che non saranno degli espedienti in senso stretto ma rientrano nel tuo incipit: «[…] ma hai sentito le parole?».

    • Daniele Imperi
      1 febbraio 2016 alle 13:39 Rispondi

      Il “diretto del mezzo” non lo conoscevo. Non ho capito che intendi, però. Scrivici un post :D

  3. Tenar
    1 febbraio 2016 alle 09:56 Rispondi

    Ogni volta che leggo (begli) articoli di questo genere, con tutti gli espedienti e i trucchi narrativi uno sotto l’altro mi immagino un chimico delle storie che aggiunge un po’ di questo e un po’ di quell’altro per ottenere la classica “miscela esplosiva” che però è sintetica.
    Non so, mi fa un po’ tristezza l’idea di dover stare a pensare a quale espediente usare per rendere la trama “più avvincente”. Mi piacerebbe piuttosto pensarla già avvincente, invece di dover aggiungere poi gli ingredienti segreti per renderla appetibile.
    Però i fatti dicono che gli “ingredienti segreti” vanno conosciuti e la spontaneità nasce solo da tanta, tanta pratica.

    • Salvatore
      1 febbraio 2016 alle 10:47 Rispondi

      Antonella però scrivere un libro non significa mettersi davanti a un computer e battere i tasti. Questa è un’idea romantica ma sbagliata. Scrivere un libro è soprattutto un lavoro di preparazione e l’agglutimento dei “trucchi” fa parte del tutto.

      • Tenar
        1 febbraio 2016 alle 14:55 Rispondi

        Infatti ho concluso col dire che quando uno li padroneggia davvero, i così detti espedienti, non ci deve neanche pensare. La fase del chimico (o dello studente di chimica) è terminata e si scrive davvero.
        Prima però bisogna studiare ed esercitarsi.

        • Daniele Imperi
          1 febbraio 2016 alle 15:09 Rispondi

          Sì, concordo, gli espedienti li metti in pratica quando già padroneggi la scrittura.

          • Salvatore
            1 febbraio 2016 alle 17:11 Rispondi

            Secondo me non è così, anche gli scrittori esperti e di talento passano il loro bel tempo in fase di preparazione prima di mettersi a scrivere il romanzo (non parlo del primo, ma del romanzo numero X). Anzi, secondo me più si diventa esperti, più il tempo dedicato all’impostazione del romanzo (trucchi compresi) aumenta.

        • Tenar
          1 febbraio 2016 alle 17:28 Rispondi

          Si e no, forse. Io penso alle arti marziali, quando le sai praticare non pensi “ora faccio questa tecnica, ora quell’altra” le fai e basta (anche perché se sei in gara non hai tempo). Però a incontro finito sei perfettamente in grado di ricostruire il processo decisionale e spiegare perché lì hai usato quella tecnica, piuttosto che quell’altra.
          È un po’ il discorso dell’uccello che non pensa a come sbattere le ali, ma solo al ramo da raggiungere. Ma, ovviamente, prima ha imparato a sbattere le ali e ha fatto tutti i suoi tentativi, magari cadendo anche.
          Poi mica ho la verità in tasca, anzi. Forse mi piace solo l’idea dello scrittore-maestro di arti marziali.

          • Daniele Imperi
            1 febbraio 2016 alle 17:59 Rispondi

            Ho capito che intendi, penso anche io che sia così.
            Quando scrivo per il blog, per esempio, applico certe regole senza neanche rendermene conto, proprio perché le ho acquisite da anni e neanche più ci penso.
            In narrativa è lo stesso.

    • Daniele Imperi
      1 febbraio 2016 alle 13:49 Rispondi

      Nessuna miscela esplosiva. La parola espediente in questo caso sembra avere un significato negativo, come un trucco da usare, ma per me sono solo dei metodi per creare più suspense nella storia.
      Poi, come dici tu, deve esserci dietro una bella storia, altrimenti gli espedienti non servono a nulla.

  4. Barbara
    1 febbraio 2016 alle 11:07 Rispondi

    “Perché continuiamo a leggere un romanzo che abbiamo iniziato?”
    La domanda me la sono fatta compilando la lista dei miei 100 libri. Quello che hai scritto tu è corretto: chi più chi meno, subiamo quegli espedienti, magari anche senza accorgercene.
    Lo stile “sospeso” di Dan Brown mi piace parecchio…ad ogni fine capitolo lo maledisco che non riesco a staccarmene, però tutti i suoi libri sono “veloci”.
    Ci aggiungerei, ma non è un espediente, la somiglianza con le nostre esperienze di vita, per cui a volte cerchiamo nei libri le risposte alle nostre domande o, non sempre ci sono, una pacca sulla spalla per qualcosa che abbiamo vissuto anche noi (mal comune mezzo gaudio?!). Per dire, su Il simbolo perduto di Dan Brown [SPOILER] Langdom viene rinchiuso in una bara che si riempie di liquido, e lui è claustrofobico come me (sia l’autore che il suo protagonista). Una sofferenza leggerlo, ma l’ho quasi “usata” come cura!
    Nel mio caso poi, e nemmeno questo è un espediente, ci sono romanzi che per me non sono solo “testo”. I miei preferiti in assoluto sono emozioni a 360 gradi: quasi sempre partiti dalla colonna sonora di film/serie (non ascolto NULLA di italiano, musicalmente sono anglofona totale), generare parecchia aspettativa da qualche frase colta qua e là, o dal trailer stesso, per finire ad adorare il testo ed assaporarne ogni singola virgola. Adesso se lo rileggo sento la musica, bassi compresi, se sento la musica mi vengono i brividi perchè mentalmente rileggo.
    E sono sempre melodie che mi riempiono la testa di earworms (dopo anni ho trovato la parola a questa “malattia”).

    • Daniele Imperi
      1 febbraio 2016 alle 13:52 Rispondi

      A me Dan Brown invece non piace per niente. Quegli espedienti che ha usato non gli sono bastati per farmi continuare a essere un suo lettore :)
      Musicalmente sono anglofono totale anche io, ma anche cinematograficamente.

  5. hesham almolla
    1 febbraio 2016 alle 16:49 Rispondi

    Volevo dire questo: è bello leggere, è brutto guardare le TV e perdere tempo invece di leggere.
    Qualche volta non è bello leggere: cosa fare in questo caso.
    a me mi sono capitate due occasioni dove leggere era una vera e propria tortura, ho finito entrambi i libri perché ritenevo che ero in lotta contro me stesso. I due libri erano veramente una tortura, il primo era una pessima traduzione del Mein Kampf, comprato da una bancarella di libri fuori produzione; l’altro libro era scritto dal Mufti dell’arabia saudita dove secondo le sue idee avrebbe smarcherato la massoneria internazionale. Il libro, in lingua arabe, siete salvi che ammeno non leggerte l’arabo non potrete leggerlo. Dicevo il libro era pieno di ingiurie senza fondamento ed era chiaro che l’autore era un completo ignorante in materia.
    Vorrei se qualcuno commenti questi fatti.
    E’ ammissibile leggere un libro che non vi piace?

    • Daniele Imperi
      2 febbraio 2016 alle 08:27 Rispondi

      Nel primo caso, sul Mein Kampf, dobbiamo accontentarci della traduzione, perché sono pochi quelli che sanno leggere il tedesco. Nel secondo caso, il libro arabo, forse quell’autore ha usato proprio quel tipo di “espediente” per farsi leggere.
      Comunque, se vedo che un libro non mi piace, io smetto di leggerlo.

  6. Federica
    1 febbraio 2016 alle 18:12 Rispondi

    L’immagine del lettore che ama «spettegolare come una comare di provincia» m’ha fatto letteralmente ridere :-D . Sembra quasi di vederlo, il lettore, tramare assieme all’autore (e spesso anche più di questi)!!
    Da lettrice (tra gli espedienti che tu indichi) amo molto le svolte inattese nella storia, che introducono elementi positivi di novità e sorpresa, e tutti quei punti in cui una frase, un paragrafo, una pagina lasciano intendere un mistero che verrà svelato più avanti o che approfondiscono una situazione o un evento che risulta essere fondamentale per comprendere ciò che accadrà nel futuro.

    • Daniele Imperi
      2 febbraio 2016 alle 08:19 Rispondi

      Le svolte inattese sono altri espedienti buoni, hai ragione. Il resto lo metterei fra le anticipazioni, anche se non drammatiche in quel caso.

      • Federica
        2 febbraio 2016 alle 10:03 Rispondi

        Sì, ho dato per implicito che fossero anticipazioni, seppure non di tipo drammatico.
        Le svolte, invece, mi sono venute in mente riflettendo sui colpi di scena. Esse introducono un fattore di imprevedibilità e, perciò, producono uno o più effetti/conseguenze differenti da quelli che, leggendo la storia fino a quel momento, parevano ipotizzabili dal lettore. Per esempio, la vita del protagonista trascorre fino a quel momento “tranquilla” ma accade “qualcosa” che le fa cambiare direzione e la migliora in modi che si scoprono soltanto leggendo.

  7. Ulisse Di Bartolomei
    1 febbraio 2016 alle 19:07 Rispondi

    Salve Daniele

    I trucchi sono accettabili se discreti, eleganti… Le “troncature” le detesto in quanto le reputo inutili. Se leggo un libro è palese che lo leggo tutto!

    … e le acque si calmarono, ma quella decisione avrebbe comportato ben altre conseguenze.

    Questa è un tipo di conclusione di capitolo che io gradisco. E’ intrigante e non sbatte la porta sull’immaginario che si stava avviluppando. Lasciare il lettore sempre affamato, è un espediente da cattivo narratore.

    • Daniele Imperi
      2 febbraio 2016 alle 08:20 Rispondi

      Ciao Ulisse, secondo me le troncature vanno gestite bene, nel senso che non puoi abusarne.

  8. Filippo
    17 agosto 2016 alle 10:07 Rispondi

    Ha un nome l’espediente narrativo utilizzato ad esempio ne “la ragazza del treno” o cinematograficamente ne “una notte da leoni”, dove il protagonista deve ricostruire attraverso indizi una serata che non ricorda in quanto era ubriaco?
    Ultimamente si sta facendo un abuso di questa tecnica narrativa, che francamente non apprezzo molto…

    • Daniele Imperi
      18 agosto 2016 alle 16:39 Rispondi

      Ciao Filippo, benvenuto nel blog. Non ho mai incontrato finora questo espediente.

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.