Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

Trasmettere le emozioni dei personaggi

Trasmettere le emozioni dei personaggi

Si fa parla molto di empatia nella scrittura, ma sappiamo davvero come tirarla fuori in una storia? Creare un personaggio significa anche, e soprattutto, dargli vita. E per vita intendo dargli quella tridimensionalità che lo rende vero, credibile, personaggio di fatto, perché inserito in una storia, ma persona.

Per far seguire una storia fino in fondo, per farla leggere tutta e anche apprezzare, non dobbiamo soltanto soffermarci e concentrarci sulla trama, sullo stile, sul narrare in genere, ma anche creare personaggi che riescano a far sentire le proprie emozioni al lettore.

Parliamo di cinema, perché penso si possa imparare molto dalla cinematografia, sebbene sia nata dopo la scrittura creativa. Ci sono film che sono rimasti impressi per la bravura e le abilità degli attori, oltre che per l’intensità della storia. Ricordo L’attimo fuggente, per esempio, o anche Risvegli, Il cucciolo e altri.

Parlo di questi film perché a me hanno lasciato qualcosa quei personaggi, ciò che invece non è successo minimamente con la saga di Harry Potter né con Il signore degli anelli, nemmeno nei romanzi.

Personaggi che conquistano il lettore

Che cosa hanno fatto quegli attori? Sono riusciti a calarsi perfettamente nella parte, l’hanno vissuta e quindi hanno anche vissuto la storia. Noi non abbiamo visto, alla fine, degli attori, ma delle persone, le abbiamo viste soffrire, divertirsi, arrabbiarsi, morire.

Tutto questo come si traduce in narrativa? Non ho la risposta pronta né gli ingredienti per la ricetta del secolo. Posso però cercare di capire come un personaggio possa trasmettere le sue emozioni al lettore.

  • Le azioni: parlano da sé. Veder agire un personaggio ci dà molte informazioni sul suo carattere e quindi sulla sua persona. Lo dicono in molti: quello che fa un personaggio nella storia, come prende le sue decisioni, le sue scelte, non si ripercuote soltanto sulla storia, ma dipinge alla perfezione quel personaggio, facendolo conoscere ai lettori.
  • Il dialogo: il modo di parlare – che bisognerebbe riuscire a personalizzare per ogni personaggio – le sue reazioni verbali nella discussione, il ritmo delle sue parole, lo stretto legame che dovrebbe crearsi tra frasi e stato d’animo. Tutto questo contribuisce a formare nella mente del lettore un’immagine chiara di quel personaggio.
  • I pensieri: le riflessioni personali sono un espediente da usare, secondo me, perché le trovo a metà fra la narrazione e il dialogo. È un dialogo interiore che permette ai lettori di entrare nella mente del personaggio e capirlo meglio, ma soprattutto si crea affinità, comprensione, una connessione fra personaggio e lettore.

Lavorare sulle parole

La scrittura è fatta di parole e immagini, ma le immagini sono sempre evocate dalle parole. Anche per far emergere le emozioni dei personaggi dobbiamo lavorare sul nostro linguaggio. Baudelaire disse che dobbiamo essere poeti anche nella prosa e credo che questa sentenza sia da usare sempre, ma soprattutto per dare risalto alle emozioni dei nostri personaggi.

«Allora seguila e assicurati che non le succeda niente. Dimenticati di noi; dimentica Bobby e me, e vai a vedere se lei sta bene. Avanti, fallo. Muoviti!»

La mascella di Nick si contrasse… come se, pensò lei, volesse colpirmi. Ecco che cos’ha già imparato da questa sua nuova amichetta, pensò Kleo. La brutalità.

Tuttavia, lui non la colpì. Invece si girò e si lanciò di corsa lungo il corridoio, dietro a Charlotte. Nostri amici da Frolix 8, Philip K. Dick

In queste poche righe Dick usa tutti e 3 i metodi per trasmettere le emozioni che stanno vivendo marito e moglie, Nick e Kleo.

  1. Il dialogo con un crescendo di rabbia.
  2. La riflessione di Kleo leggendo l’espressione del marito.
  3. L’azione di Nick che sceglie di correre dietro l’amica anziché restare con la sua famiglia.

Poche righe ma che condensano un evento drammatico: la chiusura di un rapporto e l’inizio di un’altra vita, una svolta, anche, nella storia. Naturalmente questo è solo un esempio e per capire meglio tutta la situazione bisognerebbe leggere il romanzo, però a me sono state trasmesse quelle emozioni e non solo, certo, nel brano che ho preso come esempio.

Come fate emergere le emozioni dei vostri personaggi?

Che tecnica usate per farlo? Potete fare dei brevi esempi in cui siete certi, o quasi sicuri, che il vostro pezzo trasmetta le emozioni del personaggio?

14 Commenti

  1. LiveALive
    22 luglio 2014 alle 09:05 Rispondi

    Allora, sto riflettendo molto su questo, e l’empatia. I causa molti problemi. Immagino tu abbia presente il mio articolo sul punto di vista, no? Ecco: pare che riportare pensieri e sensazioni di un singolo personaggio permetta di immergersi in lui. Ma è davvero così? In realtà io credo che l’immersine vera possa esistere solo nella teoria, in condizioni da laboratorio; eppure il punto di vista fisso qualche effetto sull’emotività lo ha. Nota infatti che nel grado di Dick si è sempre nella mente della moglie, non viene detto che il marito vuole picchiarla, ma viene fatto intuire dall’esterno. Perché? Sostanzialmente, credo sia una questione di: 1- coerenza, 2- informazioni. Coerenza, perché se salto nella testa di due personaggi dovrò portare condizioni ed emozioni diverse, che, per la loro diversità appunto, si annullano a vicenda. Informazioni, perché più so di un personaggio, più lo capisco, più posso sentire ciò che prova. Se io sono il nobile e vedo il barbone passate di sfuggita non provo alcuna empatia per il barbone. Però se mi narrano le sue emozioni, i suoi dolori, ciò che vede e sente, allora ho abbastanza informazioni per capire la sua emozione.

    Palahniuk parla di come il lettore non debba sentirsi dire che un personaggio sta provando determinate cose, ma deve provarle lui (il lettore) in prima persona. Perché oggi si usa togliere i verbi di percezione? Perché non è il personaggio che “sente il cinguettio degli uccelli”, sono io che sento, e allora scrivo solo “il cinguettio degli uccelli”.
    Da qui, ho sviluppato certe idee e tecniche che mi danno una certa soddisfazione. Per esempio, ascolta… Ci sono due persone che litigano, buttano tutto all’aria e si crea molta tensione. Dopo un minuto però si rilassano di colpo e anzi parte la scena romantica. Ora se io dico direttamente “l’atmosfera è tesa” e poi “l’atmosfera si distende” avrò dato delle coordinate al lettore… Ma non sarebbe meglio farlo sentire teso quando è il momento, e farlo rilassare dopo, in prima persona? Sì, e come farlo? Tramite i particolari. Voglio creare la scena tesa? Allora parlerò delle urla, di mobili che volano, del temporale fuori, e altre immagini che possano comunicare l’emozione. La scena si rilassa? Allora ignoro i particolari di prima e parlo invece dello scoppiettio lento del fuoco, del sole che è tornato, dei piccoli particolari silenziosi della casa, e cose così.

    • Daniele Imperi
      22 luglio 2014 alle 13:39 Rispondi

      In quel romanzo di Dick i punti di vista cambiano spesso.

      Sui verbi di percezione hai ragione, ma non so se sia sempre bene evitarli del tutto. Ho paura che la lettura ne risulti appesantita.

      • LiveALive
        22 luglio 2014 alle 14:26 Rispondi

        Io ti consiglio di provare comunque a togliere i verbi di percezione, quanto meno perché a me piace l’effetto. Considera però che ci sono alcune circostanze in cui sono utili: D’Annunzio li usa quando permettono di evitare cacofonie o permettono di giocare con gli accenti, e più in generale sono utili per sottolineare la presenza del personaggio in scena, e il suo posizionamento.

        • Daniele Imperi
          23 luglio 2014 alle 08:02 Rispondi

          Di sicuro ci proverò, anzi, intanto penso che ci scriverò un post.

          • LiveALive
            23 luglio 2014 alle 10:28

            Credo sia bene inserire nel post tutta l’idea del “submergin the I”. L’idea è di esporre direttamente tutto ciò che sente il personaggio, come se lo sentisse il lettore stesso, senza fargli capire che gli eventi riguardano qualcun altro. Non c’è “Tizio sente un botto”, ma solo “un botto”, che senti anche tu. Conseguenza è pure quella di esporre la conseguenza per l’azione, e cioè scrivere solo pure sensazioni fisiche: non c’è “Tizio stringe la maniglia”, ma “La maniglia è fredda e liscia sotto i polpastrelli”.

  2. Chiara
    22 luglio 2014 alle 10:01 Rispondi

    La capacità di trasmettere le emozioni dei personaggi è uno degli aspetti su cui sto cercando di lavorare, perché mi rendo conto di avere un po’ di difficoltà. Forse ciò accade perché non sono completamente in grado di “staccarmi” da ciò che sto scrivendo. Non riesco ad estraniarmene, a diventare osservatore esterno. L’idea di immergermi completamente, mi spaventa.

    Per farvi capire meglio, riporto una parte di un mio vecchio post:

    “Sono sempre stata una persona ipersensibile. A volte, chiudo un paragrafo con le lacrime agli occhi. Questo non mi crea disagio: quando l’amore ci guida possano venire fuori brani eccezionali.
    Ogni tanto, però, mi blocco. Mi lascio spaventare dalla scena che sto per scrivere quando so che essa metterà in gioco emozioni importanti. Per quanto il mio romanzo sia pura invenzione, è inevitabile che contenga molto di me. Forse la paura nasce proprio da questa consapevolezza. Quando scrivo chiamo in causa tutta la mia umanità. Mi metto in gioco, anche quando vorrei nascondermi.
    Ci sono scene che mi turbano nel profondo e nelle quali mi vorrei tuffare senza il salvagente. Ma capita che faccia un passo indietro e me ne tiri fuori, perché non mi sento all’altezza di tale intensità. Mi sento in imbarazzo se decido di far urlare un personaggio, di farlo piangere, soffrire o amare oltre misura. Ma ho l’obiettivo di rompere gli argini. So che dovrò scontrarmi con alcuni fantasmi interiori: sono pronta. La considero una prerogativa necessaria per non elaborare più paragrafi emotivamente piatti. Il nostro mondo interiore ci appartiene: è giusto farlo ballare sulla carta.”

    Non me la sento di pubblicare qui un mio pezzo, però se vi va mi trovate online.

    • Daniele Imperi
      22 luglio 2014 alle 13:43 Rispondi

      Io invece resto molto distaccato dai miei personaggi, tanto che li faccio morire e soffrire senza problemi né pentimento :D

      Anche se nel tuo romanzo c’è parte di te, nessuno può sapere quale sia quella parte, quindi buttati e basta.

      E poi, a inizio libro, scrivi che la storia è frutto della tua immaginazione e quindi sei a posto :)

  3. Chiara
    22 luglio 2014 alle 14:00 Rispondi

    Ma in effetti lo è. Non c’è nulla di autobiografico. Anzi: io non sopporto le mary sue e le storie che attingono alla vita dell’autore. Però boh, mi affeziono :D :D :D Vorrei anche io avere il coraggio per scaraventarli dal quarto piano, se necessario ;)

  4. Tenar
    22 luglio 2014 alle 14:56 Rispondi

    Io mi affeziono un sacco ai personaggi, ma mi pongo in quest’ottica: la storia accade, io la narro e basta. Non sono io che li butto dal quarto piano è stato Tizio X per motivazione Y, io racconto la cosa, sento le emozioni del mio personaggio che cade, ma non posso né devo in alcun modo salvarlo (se la storia non lo consente).

    A parte questo, per me la storia è sempre di qualcuno e quindi i personaggi, con tutte le loro emozioni, sono centrali.
    Voglio che il lettore si innamori di loro, soffra con loro. Non so se ci riesco, ma la critica “la storia non funziona” mi spaventa meno di “il protagonista mi ha lasciato indifferente”.

    • Daniele Imperi
      23 luglio 2014 alle 08:04 Rispondi

      Vero, sono i personaggi che agiscono, anche perché sappiamo bene che per quanto possiamo pianificare, alla fine è il personaggio che prende il sopravvento, in un certo senso.

      Un protagonista che lasci indifferente è peggio, concordo, perché non ti fa apprezzare la storia.

  5. Severance
    22 luglio 2014 alle 21:29 Rispondi

    Il dialogo interiore è una delle armi più potenti. Quante volte ci teniamo dentro quello che sentiamo? E i gesti emotivi sono quelli più belli a scriversi, perché li dobbiamo lasciar decrifrare dal lettore, che ci si ritrova.

    “Una notte di quelle, mentre celebravamo sulla terrazza di un grande albergo, Erica mi soffiò un bacio incontro. Il bacio svicolò tra i convenuti tirati a lustro come potrebbe farlo una falena, mi raggiunse sulle labbra e dovetti scappare. Erica mi trovò due piani più in basso, seduta all’imbocco di una rampa di scale. Con ogni probabilità si accorse che avevo pianto, anche se dubito si accorse dei morsi che mi ero data su un polso. Alzò di spalle, un gesto che interpretai come: sta facendo le bizze, quindi si dileguò.
    IO TI ODIO, digrignai tra i denti, quando fui nuovamente sola. Eppure, te lo garantisco, mi svegliai quel mattino tenendola tanto stretta che non distinguevo il confine della pelle mia dal suo. Mi faceva troppa paura la solitudine nella quale sarei precipitata se l’avessi mandata via. “

    • Daniele Imperi
      23 luglio 2014 alle 08:16 Rispondi

      Vero, ma non è così facile descrivere quei gesti: non devono sembrare artefatti.

  6. Daniele Imperi
    23 luglio 2014 alle 12:13 Rispondi

    LiveALive

    Credo sia bene inserire nel post tutta l’idea del “submergin the I”.

    Che cosa significa inserire nel post tutta l’idea del “submergin the I”? :)

    • Severance
      23 luglio 2014 alle 21:40 Rispondi

      Scusate ma è il botta-risposta più figo che ho mai letto XD.

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.