Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

Pubblicare non è un diritto

Contro la filosofia del “tutti possono essere scrittori”

Editoria selvaggia

Da tempo assistiamo alla nascita di siti su siti per creare ebook. Alcuni offrono anche vari servizi editoriali, come correzione di bozze, editing, realizzazione della copertina, promozione, ecc. Altri permettono di stampare copie cartacee del libro.

Conosciamo anche il messaggio che lanciano questi siti – queste aziende, anzi – per attirare clientela fra la massa. È quello che avete letto nel sottotitolo del post: “tutti possono essere scrittori”. Oggi è questa la filosofia in voga.

È un messaggio che fa presa, perché in moltissime persone il desiderio di scrivere e pubblicare un libro è forte e, anche se non hanno interesse a vivere coi loro romanzi, resta pur sempre un traguardo che fa gola.

Un messaggio sbagliato

“Tutti possono essere scrittori” è un messaggio sbagliato, anzi è un messaggio disonesto. È uno slogan, quindi nasce dal linguaggio del marketing per stuzzicare la curiosità della gente, per spingerla allʼazione: lasciarsi sedurre dalla possibilità di realizzare un sogno.

E pubblicare finalmente il primo libro.

Che cosa vedete in tutto questo? Io ci vedo un ennesimo modo per fare soldi, approfittare dellʼignoranza della massa nei confronti dellʼeditoria e illuderla davvero che basti quel libro pubblicato in self-publishing per essere scrittore.

Sì, ignoranza su ciò che significa editoria, su cosa è un libro, su cosa significa scriverlo e pubblicarlo. Non è un male lʼignoranza su certi argomenti, ognuno di noi è ignorante a modo suo, è un male però sfruttare quellʼignoranza per i propri scopi.

Self-publishing selvaggio

Non è vero che tutti possono essere scrittori, altrimenti tutti possono essere pittori, musicisti, scultori, cantanti e così via. Se lasciamo passare quel messaggio, la massa crederà davvero che sia possibile e i risultati poi si vedono.

Il self-publishing non gode di buona reputazione, la maggior parte dei lettori si affida alle case editrici a occhi chiusi e guarda con diffidenza gli autori autopubblicati.

Se quei siti imponessero un editing e, prima dellʼediting, facessero una cernita su cosa pubblicare e cosa no, diventerebbero case editrici e allora addio al sogno “tutti possono essere scrittori”. Addio allo slogan. E ai guadagni. Non possono cambiare strategia.

Un problema di rapida diffusione

Sapete qual è secondo me il vero problema del self-publishing selvaggio? Non sono i siti che offrono false promesse né chi si ostina a voler pubblicare per forza. No, secondo me il problema più grande è la distribuzione veloce dellʼebook che cʼè oggi.

Adesso vi racconto una storia. Quandʼero bambino, una vicina di casa scrisse un libro di poesie e se lo fece stampare da una tipografia. Poi ci diede un assaggio delle sue prelibatezze poetiche e mie sorelle, sentendola recitare quei versi, le mostrarono col fare innocente ma schietto della tenera età alcune di quelle sue poesie stampate in un volume de I Quindici.

Già, le aveva copiate. Non tutte, ma un poʼ. E lo ammise, ma che altro avrebbe potuto fare? Due creature ti scoprono, non puoi fare altro che ridere e ammettere la genialata.

Però tutto rimase lì, in famiglia, non cʼera internet a quei tempi e neanche i computer. Al massimo, se volevi toglierti lo sfizio, andavi in tipografia. Ma non eri certo così pazzo da farti stampare 3000 copie del tuo libro: come le avresti vendute? Porta a porta?

Ecco qual è il problema, oggi: la rapida diffusione del libro o dellʼebook. Grazie al web, ogni libro può essere inserito nei grandi cataloghi online. Non resta più tutto in famiglia, ma finisce in un mercato.

Nel mercato editoriale.

Lʼeditoria non è un gioco

Se si diffondono messaggi come “tutti possono essere scrittori”, è proprio questa la definizione di editoria che diamo, quella di essere un gioco. Qualcosa alla portata di tutti. Ma sappiamo benissimo che non è così.

Qualcuno di voi è riuscito a pubblicare con una casa editrice e quindi lo sa meglio di me. Noi che scriviamo sappiamo quante difficoltà si incontrano nella scrittura, nella stesura di un romanzo.

Non è un gioco, è un lavoro duro che soltanto in pochi riusciranno a vedere realizzato sotto forma di libro.

Pubblicare non è un diritto

È unʼimpresa. Ma in tutti i sensi. È unʼimpresa riuscire a scriverlo, è unʼimpresa farlo accettare a una casa editrice, ma è unʼimpresa anche creare un ebook, almeno se vogliamo creare un ebook professionale.

Davvero “tutti possono essere scrittori”, secondo voi? Che pensate di questa filosofia?

115 Commenti

  1. Kinsy
    2 settembre 2015 alle 06:31 Rispondi

    La cosa sconcertante è che i libri auto-pubblicati si trovano in libreria a discapito di libri pubblicati seriamente da un editore. Parlo con cognizione di causa: nelle librerie “sotto casa” ho riscontrato che ci sono tutti i libri che stampa la tipografia locale (che stampa senza proporre un minimo di editing…), ma non intendono tenere i libri che vengono da un editore poco noto o che non si è affidato a quel distributore…
    Poi ci chiediamo come mai in Italia nessuno legge…

    • LiveALive
      2 settembre 2015 alle 10:02 Rispondi

      Sarà un caso isolato. Ma non ci vedo nulla di male se il libraio tiene un po’ sul bancone uno che cerca di comunicare qualcosa. Per i piccoli editori, eh, la libreria è marketing, economia, è inutile tenere ciò che non vende. Ciò nonostante, io sono fortunato perché vado in librerie che tengono buona merce: il Beccogiallo ha unabiona fetta de La Orma, la Toletta è l’unica ad avere un intero scaffale per la SE…

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 15:13 Rispondi

      Non ho mai visto una cosa del genere. Forse è davvero un caso isolato.

  2. Serena
    2 settembre 2015 alle 07:18 Rispondi

    Sorry, non sono d’accordo su niente e non capisco nemmeno cosa c’entri l’esempio di quella che copiava le poesie. Siamo in un paese democratico, e chiunque può – con la tecnologia attuale – produrre e vendere un oggetto chiamato libro, che piaccia o no. E siccome siamo sempre in un paese democratico, se non piacciono basta non comprarli. Guardo con orrore al giorno in cui qualcuno deciderà cosa si può pubblicare e cosa no. Si chiama censura, se non ricordo male?

    • LiveALive
      2 settembre 2015 alle 10:06 Rispondi

      Be’, si è sempre deciso cosa pubblicare e cosa no. Un editore mica può pubblicare tutto quello che gli arriva (già così abbiamo più libri pubblicati che lettori. E poi dove lo trovi lo spazio nelle librerie? Come fa a sopravvivere se gli comprano un centesimo di ciò che stampa?), quindi si sceglie un criterio secondo cui accogliere o respingere.
      La questione non è il diritto ad avere un oggetto-libro (io mi stampo e rilego o libri in casa, e non credo me lo si possa impedire), ma a pubblicare con un editore.

      • Serena
        2 settembre 2015 alle 13:06 Rispondi

        Il diritto a pubblicare con un editore è una cosa senza senso, è come dire “l’editore è obbligato a comperarmi” (sono da cell e scrivo con fatica, sintetizzo) e non ho mai sentito nessuno pretendere una cosa del genere. Qui, come al solito, ce la si prendeva con i self sparando nel mucchio e facendo affermazioni quanto meno discutibili. Sottovalutando poi, come sempre, il ruolo del cliente – lettore che avendo in mano i soldi li può spendere, e li spende, come crede. Anche in libri di cacca, in SP o con il logo della CE.

        • Daniele Imperi
          2 settembre 2015 alle 15:18 Rispondi

          No, non voleva essere un post contro il self, ma contro il self fatto male e contro quei servizi che promettono prodotti di qualità, quando di fatto sono solo tipografie online.
          E soprattutto contro l’illusione del potere essere scrittori. La scrittura è un’arte e non tutti sono e possono essere artisti.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 15:16 Rispondi

      Una volta tanto non siamo d’accordo :)
      L’esempio di quella che copiava le poesie vuole significare che pubblicando da sé senza alcun aiuto, ma con la pretesa di aver creato un capolavoro ti porta a produrre certa roba.
      Anche io sono d’accordo che chiunque possa pubblicare un libro, ma che sia di qualità, se vuole appicicarci un prezzo sopra.
      Il post non voleva essere un inno alla censura, contro cui mi batto da sempre.

  3. Serena
    2 settembre 2015 alle 07:21 Rispondi

    La tipa che copiava ha violato una legge, quella sul diritto d’autore. Un poveraccio che pubblica un romanzo orrendo e sgrammaticato scritto da sé non viola nessuna legge.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 15:19 Rispondi

      Certo, ma se proponi a un editore un manoscritto non tuo, che succede? Non ci sarà un minimo di attenzione?

  4. Banshee Miller
    2 settembre 2015 alle 08:04 Rispondi

    Anche quello che dice Serena è vero… Non è piacevole vedere il mercato, e le nostre piccole pubblicazioni, sommerse e disperse nel marasma. A nessuno piace. Nemmeno a quelli che il self-publishing selvaggio lo praticano. Però è così, non c’è soluzione. Solo la selezione naturale, con i suoi ritmi estenuanti, potrà fare qualcosa.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 15:20 Rispondi

      La selezione naturale mi sta bene. Ma secondo me dovrebbe esserci più informazione e più attenzione alla qualità, cosa che molti siti sul self publishing non hanno.

  5. Martin Rua
    2 settembre 2015 alle 08:27 Rispondi

    Do ragione a Daniele quasi su tutto. Dico quasi perché io sono arrivato alla Newton Compton dal self-publishing quindi non posso denigrare completamente ciò che mi ha portato dove sono.
    Però è maledettamente vero: non tutti possono essere scrittori. O meglio: tutti possiamo scrivere (e quindi dirci scrittori), ma non tutti possiamo pretendere di raggiungere le case editrici serie e vedere il nostro libro in libreria. E per fortuna! Io sono tra quelli che di tanto in tanto legge libri auto-prodotti. A parte la mancanza di cura professionale (rimediabile pagando un Editor almeno), i prodotti (fatevene una ragione, il libro è ANCHE un prodotto) sono desolatamente scadenti.
    Quindi ben venga che ci sia un mercato come quello del self-publishing: almeno la scarsa qualità viene ancora in parte arginata

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 15:21 Rispondi

      Ma nemmeno io denigro il self. Ho detto spesso che vorrei tentare entrambe le strade.
      Però credo che ci sia più spazzatura fra il mercato self che fra quello tradizionale. E c’è perché viene lanciato quel messaggio errato.

  6. Chiara
    2 settembre 2015 alle 08:36 Rispondi

    Come ho ribadito più volte, penso che questa frase sia più pericolosa della bomba atomica.
    Tu conosci già la storia di quel guest-blogger che riteneva un suo diritto essere pubblicizzato da me. Un’altra volta, ho fatto riscrivere completamente un post a una mia ospite – titolare di una tipografia – che veicolava proprio quel messaggio …
    Sono possessiva nei confronti di ciò che sento mio. La scrittura è una di queste cose. E vorrei condividerla solo con persone meritevoli. Il problema è la mancanza di buon senso.
    Se a uno piace cantare ma non è un fenomeno, può divertirsi con il Karaoke, ma non si metterà certo in testa di produrre (o autoprodursi) un disco. Ecco: per la scrittura dovrebbe valere lo stesso principio. Tutti hanno il diritto di coltivare una passione, ma solo le persone davvero meritevoli dovrebbero avere la possibilità di raggiungere il pubblico.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 15:23 Rispondi

      Sono d’accordo. Il problema è che si vuole entrare per forza nel mercato editoriale, ma quello è un mercato e ci vuole parecchio buonsenso per capire di non intasarlo con prodotti scadenti.

    • Serena
      4 settembre 2015 alle 07:55 Rispondi

      Quindi secondo te ci dovrebbe essere un comitato che decide chi è meritevole e chi no? Un comitato ministeriale? Una bolla papale? Un test di Rorsach? Immagino non pensassi alle case editrici, visto che quelle hanno il problema di far quadrare i conti e pubblicano qualsiasi cosa purché venda. Chi, allora?

      • Daniele Imperi
        4 settembre 2015 alle 08:07 Rispondi

        Mi rendo conto che il post – e ancor più il titolo (volutamente) provocatorio – ha fatto fraintendere ciò che volevo dire. Anche se hai posto la domanda a Chiara, ti rispondo anche io per dire ciò che penso.
        Ho visto ebook pubblicati con tanto di prezzo che non rispettavano neanche le regole più semplici e basilari della grammatica. Testi pieni zeppi di puntini di sospensione, messi a profusione e mai in numero di 3, apostrofi mancanti o presenti quando non dovrebbero, e altre amenità.
        Davvero tutti possono diventare scrittori? Davvero è onesto dire a queste persone “tutti possono diventare scrittori”?
        Finora questa roba nei libri di case editrici non l’ho trovata. Raramente mi è capitato di trovare refusi (capitano a tutti) e qualche errore grammaticale nei libri comprati (che potrebbe essere dovuto a una svista, stesso discorso che si applica anche agli ebook in self), ma mai, MAI, tutta quella roba oscena che ho visto negli ebook autoprodotti.
        Ovvio che non tutti siano così. La mia non è una battaglia contro il self – come qualcuno ha pensato – perché ho scritto più volte – e forse qualcuno lo dimentica – articoli a favore del self-publishing.

        • Marco Amato
          4 settembre 2015 alle 10:12 Rispondi

          Qui Daniele hai pienamente ragione.
          Se uno stupidotto che non sa scrivere due parole di fila pubblica un ebook e lo vende a 10€ e un ignaro lettore lo acquista. Qui ci troviamo di fronte a un caso antipatico. Anche se l’ebook fosse scritto male non si configurebbe un reato di truffa, né di evasione, in quando i diritti d’autore non richiedo apertura di partita iva. Quindi il povero lettore resta truffato?
          Per nulla. Compie su Amazon la richiesta di rimborso. Amazon restituisce il denaro e lascia al lettore la possibilità di lasciare una recensione dove a caratteri cubitali può denunciare l’obbrobrio.
          Non so se altri store di ebook italiani prevedono il rimborso, spero e mi auguro di sì.
          È bene che questi scrittori improvvisati becchino recensioni dure da parte dei lettori.
          Perché primo, far lo scrittore non è un gioco.
          Secondo, nel self publishing ci metti la faccia, e diventare ignorante patentato ti porterà a vergognarti a vita.
          Il valore della libertà della pubblicazione, l’autore improbo, lo sconterà tutto su di sé, e in futuro ci penserà più volte prima di rischiare altre brutte figure.
          Che gli stupidotti pubblichino e si brucino, fra qualche anno ci sarà più pulizia.

          • Daniele Imperi
            4 settembre 2015 alle 10:31 Rispondi

            Non ho mai parlato di truffa, non lo è, chiaro. Il problema è che magari solo Amazon operi in quel senso coi rimborsi. Ma gli altri? Chi pubblica in print on demand? Lì il costo è maggiore rispetto all’ebook.
            La faccia comunque ce la metti anche se pubblichi con un editore.

  7. sandra
    2 settembre 2015 alle 08:53 Rispondi

    Mah! Si può scrivere quanto si vuole, in fondo è sempre stato così, testi che giravano in fotocopie, e oggi con il self è semplicemente diventato più immediato avere un simil libro rilegato o in formato digitale. Del resto nulla vieta a me, che non so dipingere, di fare comunque un quadro e tentare di venderlo in internet. Il vero problema è lo scarso discernimento del pubblico, che confonde le piattaforme con gli editori, ma anche qui gli strumenti per capire come stanno realmente le cose ci sono. Può dare fastidio che i negozianti scelgano un self malfatto a discapito di un romanzo di un piccolo editore tradizionale, ma anche lì chi ha un negozio può sceglere cosa vendere. Quelle che in definitiva posso voglio dire è che secondo me il self publishing non è pubblicare, è proporre un libro autoprodotto. Qui sta la differenza ed elimina un bel po’ di problemi, su chi possa farlo (tutti).

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 15:37 Rispondi

      Non credo che self publishing non significhi pubblicare, è sempre una pubblicazione alla fine. Bisogna vedere come viene fatta. È quel fai da te che non amo, perché spesso porta alla creazione di prodotti scarsi.

  8. Salvatore
    2 settembre 2015 alle 09:06 Rispondi

    Per quanto rientri nelle statistiche dei lettori forti, non ricordo di aver mai letto un ebook autopubblicato di un esordiente. Di ebook autopubblicati di scrittori con già una certa esperienza ne ho letti (in totale assoluto): 4. Tre dei quali erano una trilogia… La qualità era accettabile, ma non a livello di una pubblicazione editoriale. Ok… certo, ci sono pubblicazioni editoriali di qualità bassissima. Ma è un’altra cosa. Si vede che il libro è il frutto di un team e non di un solo individuo armato di tanta pazienza e tanta speranza. Per quanto mi riguarda, se mai dovessi arrivare a scrivere un romanzo, sicuramente lo spedirò a un editore. L’autopubblicazione non fa per me. A meno ché, autopubblicarsi, non sia una strategia proposta da un editore furbo…

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 15:42 Rispondi

      Io ne ho letti un paio. Il primo romanzo vorrei mandarlo anche io a un editore, ma un giorno preparerò sicuramente un ebook autoprodotto, ma ci saranno editor e grafico.

  9. Valeria, Direttore di Rosso China
    2 settembre 2015 alle 09:17 Rispondi

    Molto interessante questo post.
    Essendo direttamente coinvolta, mi viene spontaneo difendere il self-publishing, anche se non proprio a spada tratta.
    Che cosa fa chi propone il self-publishing? Chiede un contributo economico all’Autore che vuole pubblicare. In pratica, è l’Autore ad autofinanziarsi.
    Che cosa fanno oggi gli editori (non tutti, ma una buona parte)? Chiedono un contributo economico (o acquisto di copie) all’Autore che vuole pubblicare. In pratica, è l’Autore ad autofinanziarsi.
    Che differenza c’è tra il pubblicare con un editore e affidarsi al self-publishing? Nessuna. A parte la percentuale irrisoria che un editore si sente ancora in diritto di poter dare (7-8% del prezzo di copertina), a discapito del self-publishing che, almeno per quanto ci riguarda, dedica all’Autore la percentuale più alta (noi per esempio andiamo da un minimo del 50% fino a un massimo del 90% del prezzo di copertina).
    Lavoro tutt’ora come editor freelance per alcune case editrici italiane e passano sotto le mie mani dei testi che sono certa nessun vero editore si sognerebbe mai di pubblicare.
    La cosa buona è che ormai i lettori sanno ben scegliere e credo che un cattivo “scrittore” sarà destinato a fallire. Per fortuna.
    La cosa cattiva è che non ci sono più (o quasi) gli editori di una volta, quelli che selezionavano i propri Autori, che non chiedevano contributi, che investivano sugli scrittori che reputavano meritevoli e che mandavano a quel paese tutti gli altri.
    Con il self-publishing, sì, si dà l’idea che tutti possono diventare scrittori. Ma non è così, ha ragione Daniele. Noi di Rosso China per esempio, pur occupandoci di self-publishing assistito, facciamo comunque una selezione e non pubblichiamo tutti quelli che ci “offrono” il loro libro, anche se sono disposti a pubblicare a pagamento: la selezione viene fatta in base al genere, in base all’Autore, ma soprattutto in base ai contenuti. Dietro la scrittura c’è molto lavoro e noi vogliamo che il nostro catalogo sia pieno zeppo, ma solo di bei libri.

    • sandra
      2 settembre 2015 alle 09:54 Rispondi

      Di editori free ce ne sono a bizzeffe, gli altri (quelli che chiedono contributi sotto diverse forme) non sono editori. E non tiro acqua al mio mulino, ho sempre detto senza remore di aver pagato l’editing del mio primo romanzo. Continuare a dire che che esistono pochi editori seri non fa bene all’editoria, anzi non fa bene a nessuno. Su Amazon, tempo fa, venne messo in commercio un libro la cui totalità delle pagine era bianca, e schizzò ai vertici della classifica.
      Insomma, credo che le differenze tra self e tradizionale siano tantissime, anche se non dico affatto che i testi di uno siano qualitativamente migliori dell’altro. La fuffa è ovunque, ma, per fortuna anche gli ottimi lavori. Purtroppo pure nei cassetti.

    • LiveALive
      2 settembre 2015 alle 10:15 Rispondi

      Ma, per chiarezza: autopubblicarsi, co e lo intendiamo qua, non è pubblicare a pagamento. La differenza, oltre al costo esorbitante del pubblicare a pagamento, è che l’editore a pagamento ti dice che farà distribuzione quando in realtà le copie se le tiene lui e poi tenta di vedertele a te -.-”
      Dire che buona parte degli autori chiede un contributo è falso. Ci sono un sacco di siti che pubblicano liste di editori a pagamento, a doppio binario, e completamente free. Le percentuali sono visibili, ma basta informarsi e andare dall’editore giusto.

    • Tenar
      2 settembre 2015 alle 10:36 Rispondi

      Oddio, esistono eccome gli editori che pubblicano senza contributo alcuno. Esistono anche gli editori che pubblicano senza contributo alcuno e pagano un anticipo a fondo perduto sui diritti d’autore. Va bene dire che è un mondaccio, che è difficile, che gli editori seri sono pochi e che comunque di scrittura non si campa, ma mi associo a Sandra e a Livealive nel confermare la presenza di editori seri che prendono in considerazione anche gli esordienti.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 15:45 Rispondi

      Ciao Valeria, grazie e benvenuta nel blog.
      Non è vero che una buona parte degli editori chiede contributi. Per fortuna è ancora solo una minima parte a farlo.
      Tra self publishing e editoria tradizionale c’è parecchia differenza, quindi.
      Sono però d’accordo sul fatto che un tempo c’era più selezione.

  10. Gloutchov
    2 settembre 2015 alle 09:20 Rispondi

    Premessa sbagliata, contesto giusto!

    La premessa è sbagliata. Io credo fermamente che tutti possano, se vogliono, essere scrittori. Trovo giusto che nella nostra epoca ognuno possa esprimersi, dire la sua, scrivere e comunicare. Così come credo sia giusto che ciò accada anche in altri campi artistici. Viviamo in un mondo che offre una grande opportunità, quella di far udire la propria voce, e trovo ORRENDO il solo pensare che qualcuno creda fermamente che questa opportunità sia un errore da correggere.
    E’ vero, tra gli autopubblicati ci possono essere prodotti di pessima qualità, ma fa parte del ‘metterci la faccia’. Se io compro un ebook di un autore autopubblicato, se questo ebook è brutto, non prenderò mai più nulla di questo autore e pace all’anima sua.
    Ma se a questo autore viene tolta l’opportunità di scrivere, allora tanto vale tornare al medioevo dove frati amanuensi copiavano – pure male – i grandi classici del passato, correggendoli in base ai dogmi dettati dal loro credo.
    E che caspita! Già succede con la fantascienza… Le case editrici non fanno altro che riproporre gli stessi romanzi con copertine sempre nuove. Per l’amor di Dio, Asimov, Heinlein, Clark, Dick, sono dei grandi… Ma credo che il mercato oggi, offra tanto materiale nuovo, e quelli sono ancora lì a stampare sempre e solo i vecchi del mestiere. Per fortuna che Urania, ogni tanto, propone qualche autore degli anni 90 (1990, comunque un ventennio fa), o magari anche del 2000 (lasciamo perdere tutta quella robaccia scritta sul plot dei videogame che… ehm!), perché davvero siamo al medioevo. Quindi? Viva gli autori che si autoproducono e mettono in rete qualcosa di veramente nuovo…
    Poi… Cosa vogliamo dire dei grandi autori statunitensi che, per uscire dal giogo stringente del cent a parola, hanno cominciato ad autopubblicarsi saltando la trafila degli editori, e hanno pure successo? Loro lo possono fare perché son famosi, i giovani no perché nessuno li conosce? E’ un modo di pensare un po’ contorto e davvero pericoloso, a mio parere.
    Del resto, gli editori, oggi, fanno veramente selezione? Da quanto tempo è che non vai in libreria? Davvero c’è stata una commissione di grandi saggi che ha deciso che – no, non faccio titoli perché è inutile denigrarne uno quando son miglialia – certi libri dovessero essere pubblicati nonostante palesi limiti grammaticali, e per di più senza neppure sistemarli? E come la mettiamo che alcune grandi case editrici hanno persino aperto una loro collana di self publishing? Quindi che senso ha il discorso contro l’autopubblicazione?

    Però il contesto è giusto. Perché, a parte i servizi di self publishing dove uno fa tutto da sé e nessuno se ne approfitta, esistono però realtà che sfruttando il proprio nome, o un farlocco titolo di editore, e illudono l’autore di chissà quale fama e futuro. In quel caso credo si vada nel penale, visto che si compie un raggiro, a voler essere buoni, ma si può arrivare addirittura alla circonvenzione di incapace, visto che queste piattaforme ci guadagnano parecchi soldoni (pochi cent a ebook, per tantissimi ebook, seppure questi vendano poco, fan soldi fitti), e illudono gli ingenui autori che sia la strada giusta, magari citando Dumas, che si autopubblicava, e quando gli andava bene vendeva a puntare i suoi romanzi, per pochi spicci, a dei quotidiani.

    Quindi, piuttosto che bannare chi si pubblica da solo, bisognerebbe perseguire, anche legalmente, chi si approfitta del fenomeno per arricchirsi alle spalle di innocenti, ingenui, autori che ancora non conoscono i trucchi del mestiere. “Nessuno nasce imparato”, o sbaglio?

    Mi par di leggere il classico discorso all’italiana… Per combattere la prostituzione si puniscono i clienti, non chi sfrutta quelle ragazze. Geniale, e più facile da realizzare. Ma è giusto colpire i deboli piuttosto che perseguitare gli sfruttatori? Nel nostro bel paese pare di sì, e pare persino essere di moda.

    • Serena
      2 settembre 2015 alle 09:38 Rispondi

      Standing ovation, Gloutchov.

    • Mala Spina
      2 settembre 2015 alle 12:59 Rispondi

      GLOUTCHOV ha detto tutto quello che avrei voluto scrivere… e molto meglio di quanto avrei fatto io!

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 15:51 Rispondi

      Ma anche io sono d’accordo che tutti debbano poter esprimere la propria idea. Sono avvelenato con tutti i reati di opinione presenti in Italia e nel mondo.
      Non era questo il messaggio che volevo far passare.
      Se un autore famoso pubblica poi in self, ha già alle spalle una bella esperienza e di sicuro – si spera – si affiderà a collaboratori per tutto il resto.
      Il mio non è comunque un discorso contro l’autopubblicazione, ma contro quella fatta male, in modo appunto selvaggio.

      • Gloutchov
        3 settembre 2015 alle 08:48 Rispondi

        Un discorso contro l’autopubblicazione fatta male? Perché escludere le pubblicazioni professionali fatte male, e pagate dai lettori fior di quattrini? Chi si autopubblica è più scusabile del professionista, o dell’editore, che nonostante il blasone mette in giro libri carichi di refusi, errori, pagine mancanti, e romanzi di qualità estremamente discutibile, pur di seguire mode e target di mercato, nonché risparmiare pagando pochi spicci sia i traduttori, che gli editor, etc etc.
        Perché prendersela con chi fa tutto da solo, ci mette la faccia, magari non è bravo, ma fa il suo lavoro in base alle proprie capacità (e disponibilità tecniche), e invece perdonare chi avrebbe tutti i mezzi, vanta di professionalità, e spesso fa la guerra alle autopubblicazioni, ma sopratutto vende i suoi ebook come se i bit fossero quotati in base al valore dell’oro, e comunque si comporta allo stesso modo… Non so, mi spiace, ma a me sembra quantomeno ingiusto. Poi ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni.

        • Daniele Imperi
          3 settembre 2015 alle 11:41 Rispondi

          Sì, esatto, non era contro l’autopubblicazione in generale. Se segui il blog, avrai capito che non sono contro il self. E anche che ho parlato male di certe opere pubblicate da editori.
          Però certe cose viste nelle anteprime degli ebook in self non le ho mai viste nei libri pubblicati da case editrici. Parlo di gravi errori grammaticali, di punteggiatura e altro. Sul blog Roba da self, ora chiuso, ne trovavi di tutti i colori. E diversi esempi sono apparsi qui.

  11. Gianni Galli
    2 settembre 2015 alle 09:20 Rispondi

    Ognuno di noi può essere in grado di fare bene alcune cose, meno altre. In Italia si stampano un’infinità di libri, che diventano spesso carta da macero, spazzatura. Il motivo è semplice: sono scritti male, da noi c’è la sindrome dello scrittore, senza che l’autore ne abbia le capacità. La stessa cosa può valere per gli ebook. In generale chi regala valori, soluzioni ed emozioni, alla lunga può essere premiato. Altrimenti ci ha provato, ma se l’ha fatto con passione e cuore, diciamo che va perdonato. Esprimere il giudizio sulle case editrici, vale per tanti altri settori: tutti, in questo mondo di lupi, giocano spesso sull’ignoranza delle persone per “fregarle”.
    Buona giornata
    Gianni

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 15:54 Rispondi

      I libri che vanno la macero non è detto che siano scritti male, magari non è stata fatta bene la promozione.
      Però scrivere un romanzo richiede capacità che non tutti hanno, come non tutti possono dipingere un quadro. E non parlo ovviamente del puro aspetto tecnico.

  12. Grazia Gironella
    2 settembre 2015 alle 09:27 Rispondi

    Hai ragione, ci sono un po’ di errate interpretazioni in materia. Tutti abbiamo qualcosa da dire? Certo che sì. Tutti possiamo dirlo? Ancora sì. Quello che produciamo interessa qualcuno? Forse sì, forse no. Studiare serve a darti degli strumenti in più, ma cosa riesci a farci dipende dalle tue capacità e dal tuo impegno, che puoi scoprire solo provando a scrivere (non a pubblicare!). Sulla scrittura si tende a ragionare in un modo strano, diverso da quello che si usa per le altre arti. Se faccio un disegno che mi piace, lo propongo per una mostra e mi sento un disegnatore? Non credo.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 15:55 Rispondi

      Sono d’accordo.
      A me è capitato di leggere parecchie amteprime di ebook autoprodotti. Ebbene, sembravano scritti da analfabeti. Davvero tutti possono essere scrittori?

  13. Simona C.
    2 settembre 2015 alle 10:14 Rispondi

    SI è già detto che editore non è per forza sinonimo di qualità del libro. L’editore è un imprenditore e mira a vendere non a sostenere l’arte in sé. L’editore è capace di confezionare, promuovere e distribuire il prodotto-libro meglio dell’autore perché è il suo lavoro, ma il suo giudizio sul fatto che sia un’opera degna di pubblicazione tiene conto di quanto potrebbe vendere e non solo di quanto sia bello. “Bello per una nicchia di lettori” secondo un editore non è bello.
    Il self-publishing ha solo spostato il livello di scrematura dall’editore al lettore. Non è l’editore a decidere se il testo è buono o meno, ma il lettore. Non tutti quelli che pubblicano sono scrittori e abbiamo già parlato anche di questo perché ci sono tante schifezze così poco curate che si nota già dalla sinossi.
    Da autrice, mi piacerebbe avere un grande editore alle spalle per i servizi e la visibilità che potrebbe darmi, ma sono favorevole al self-publishing perché mi permette di essere indipendente e autonoma su tante scelte.

    • LiveALive
      2 settembre 2015 alle 10:20 Rispondi

      “Non è l’editore a decidere se il testo è buono o meno, ma il lettore.” Il problema è che questo sarebbe vero solo se tutti leggessero tutto.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 16:06 Rispondi

      Sì, ma secondo te come fa l’editore a decidere se il testo è buono o meno? Si basa solo sulla sua vendibilità? Non credo. Magari scrivi un romanzo che, per la storia e il genere, venderebbe moltissimo, ma è un romanzo pessimo perché fa acqua da tutte le parti. L’editore davvero lo pubblicherebbe?

      • Simona C.
        2 settembre 2015 alle 17:37 Rispondi

        No, certo, se gli costasse più in lavoro di editing o totale riscrittura lo scarterebbe comunque. Non dico che si basi solo sulla vendibilità, ma deve essere un fattore immancabile per l’editore che ci investe. Un libro può essere scritto benissimo e trattare un argomento che interessa a quattro persone e anche in quel caso verrà scartato.
        Almeno così credo, bisognerebbe chiedere a un editore :)

  14. animadicarta
    2 settembre 2015 alle 10:15 Rispondi

    Sono d’accordo a metà. E’ vero che è sbagliato il messaggio che tutti possono essere scrittori senza aver fatto nulla per diventarlo, perché chi mette in vendita il proprio diario convinto che sia un romanzo (per proprio conto o con un editore compiacente, non importa) non può dirsi uno scrittore. Però chi dovrebbe stabilire se uno ha il diritto o no di esser pubblicato? Gli editori? Ormai neppure li leggono più i manoscritti.
    Sono d’accordo con Grazia, quando dice che è importante capire se ciò che abbiamo da dire possa interessare a qualcuno. Alla fine sono i lettori a decidere se abbiamo o meno il “diritto” di pubblicare.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 16:07 Rispondi

      Il problema è proprio che citi all’inizio: spesso si scrive e si pubblica senza aver fatto la gavetta, quindi esercizi, prove, racconti pubblicati online gratis per ricevere commenti.

  15. Tenar
    2 settembre 2015 alle 10:48 Rispondi

    Per come la vedo io tutti possono essere scrittori come possono essere qualsiasi altra cosa: con un un po’ di attitudine (chiamatelo talento se volete), taaaanto lavoro per migliorarsi, taaanta voglia di fare, di mettersi in gioco, ripartire dopo le cadute e un pizzico di fortuna.
    Posso essere, che so io, un nuotatrice? Se non ho particolari problemi fisici sì, prendo un costume, la cuffia, vado in piscina, mi alleno, nuoto sempre meglio. Posso diventare la Pellegrini? Iniziando a 35 anni, col fisico che ho? No, neppure facendo un patto col diavolo, temo. Posso diventare un’onesta nuotatrice amatoriale.
    Quindi innanzi tutto cosa significa per noi diventare scrittori? Appassionare una nicchia di lettori? Un pizzico di attitudine, taaanto lavoro e taaanto impegno. Mi piace credere che sia che si scelga il self che la via tradizionale, con questi tre tutt’altro che scontati ingredienti, ci si possa arrivare. Poi è chiaro anche che dipende da quello che intendete per nicchia di lettori (10 sono una nicchia? 100? 1000? 10000?). Rivoluzionare la letteratura mondiale? Ecco, quello davvero è un altro discorso…

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 16:11 Rispondi

      Attitudine o talento, impegno, lavoro, professionalità, modestia e umiltà. Questo ci vuole. Ma se prendi e pubblichi senza tutto questo, cosa produci?

      • Tenar
        2 settembre 2015 alle 17:15 Rispondi

        L’equivalente di una storta alla caviglia o di uno strappo muscolare, come andare a far gare sportive senza il debito allenamento… E tanto sconforto e delusione.

        • Daniele Imperi
          2 settembre 2015 alle 17:31 Rispondi

          Esatto, ma fallo capire a tutti…

  16. LiveALive
    2 settembre 2015 alle 11:11 Rispondi

    Il classico è che tanti grandi romanzi non riconosciuti sono dovuti essere autopubblicati, come La Coscienza di Zeno. Quindi a uno può anche venire il dubbio: sicuri che il rischio non valga… E in effetti nel 99% non vale XD
    Molto spesso si vuole pubblicare non tanto per guadagno o gloria quanto per soddisfazione personale: ho perso anni su questo libro schifoso, ora voglio che abbia l’aspetto di un libro vero. In fondo, che male c’è a farsene stampare una copia? Ce lo si può anche rilegare a mano: le prime vengono inevitabilmente male, ma poi ci si fa pratica…
    Pubblicare con un editore è ovviamente diverso. Ma l’editore non pubblica tutti. E io editori a pagamento nelle librerie non li ho mai visti. L’ebook, semplicemente, è fatto per quello, è nella sua natura: 1000 libri e 1 lettore.
    Ti dirò, questo è un pensiero che devo ancora sviluppare, ma i discorsi sulla qualità mi lasciano confuso. Perché tutti parlano di qualità come una cosa da constatare, ma ognuno la constata dove vuole lui; e poi nessuno sa definire questa qualità in modo universale e inoppugnabile. Io piuttosto troverei la pubblicazione e la ricerca del successo come una operazione sul tempo e sulla personalità. Secondo me il tempo è pronto a riconoscere la qualità in qualsiasi cosa, e non c’è un motivo ontologico se Petrarca è migliore di Sordello. Ma se la cosa è davvero così, allora o ti inserisci nella tradizione (cioè opera sul tempo, sfrutti ciò che tradizionalmente è riconosciuto come bello), o agisci in modo da crearti un tuo pubblico, che rispecchi il tuo gusto, un po’ come Il Piacere hs creato il pubblico dannunziano. Mi chiedo come una applicazione di questa idea possa cambiare il modo di uno di far mercato e promozione…

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 16:17 Rispondi

      Sì, la qualità è spesso soggettiva. Diciamo che dovrebbero essere rispettati certi canoni. Magari sviluppo tutto in unj post futuro.

  17. Loredana
    2 settembre 2015 alle 11:27 Rispondi

    No, non tutti possono essere scrittori. E si vede. Coloro che sposano questa filosofia possono adirarsi, indignarsi, dire che oggi non è più necessario leggere per saper scrivere, che Internet ha liberato tante possibilità, ecc., ma intanto si vede e si distingue chiaramente chi ha la stoffa, la costanza e la preparazione per essere scrittore. Balza agli occhi subito, senza essere critici letterari o profondi conoscitori di letteratura. Ho avuto modo di leggere alcune cose autoprodotte…ma non sono mai arrivate alle pagine del mio Blog. Stendo un velo molto pietoso sulla lingua, perché potrei perdere di oggettività. I contenuti che ho visto…non erano degni di questo nome. Nessuna emozione profonda, o persino “sconnessa”, “sconclusionata”. Niente vita nello scritto. Una serie di parole infilate una dietro l’altra, a ricreare il nulla freddo. Ho avuto davvero freddo a leggere quegli scritti, e mi sono rifiutata di darne una qualunque opinione. Scrivere un libro è tutto, tranne che facile. E’ il risultato di un lavoro immane, di talento e rifinitura paziente, attenta e di rispetto e di dedizione verso chi ti legge. Uno scrittore offre qualcosa di sé, se non tutto, in quello che scrive.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 16:20 Rispondi

      Anche a me è capita di non provare alcuna emozione leggendo alcune anteprime di ebook autopubblicati. Non ho riconosciuto uno stile, mi è sembrata una scrittura piatta. Spesso non ho neanche terminato l’anteprima.

  18. Marco Amato
    2 settembre 2015 alle 11:58 Rispondi

    Io credo che tutti abbiamo il diritto di poter pubblicare. E per diritto intendo opportunità e possibilità di farlo.
    Un mio amico, con una band di amici, suona e canta nella sua stanza. Le sue canzoni sono pubbliche e le esibizioni sono Youtube.
    Non credo francamente che Vasco Rossi si scandalizzi per questo.
    Un pittore della domenica può partecipare all’esposizione della sagra delle salsicce.
    Cosa occorrerebbe quindi un mega censore che intimi al mio amico di suonare solo in privato e al pittore di non esporre senza consenso?
    Purtroppo nell’editoria c’è qualcosa che a me non piace. E non è il diritto di pubblicare, ma la supponenza di considerare il libro come un qualcosa di elite.
    Sarà che gli dei che ci ritroviamo a pregare li estrapoliamo da parole a cui qualcuno ha affibbiato il valore di sacro, sarà che si concepisce lo scrivere solo come qualcosa di letterariamente grandioso.
    Scrivere è semplicemente comunicare. Una delle più belle forme di comunicazioni. Se un ragazzino vuole pubblicare il suo diario sgrammaticato che lo faccia. Se un vecchio vuole pubblicare la sua biografia di memoria che lo faccia. Se uno si crede un novello Dante e vuole pubblicare che lo faccia.
    A me che voglio fare lo scrittore nessuno non toglie nulla. Ed è anche una bugia tecnica dire che pubblicando troppo si toglie spazio agli altri.
    Questo accade nel mondo fisico. Una libreria non può contenere infiniti libri. Infatti accetta solo medi e grossi editori che di norma può vendere.
    Nel web, su Amazon, il vecchietto che ha scritto le sue memorie si troverebbe alla pagina centomila. Nessuno nessuno lo vedrà mai. Che spazio ruba, a chi, se Amazon mostra 20 risultati per pagina?
    Se nel mondo moderno pubblicare è diventata una possibilità che qualcuno chiama diritto, ben venga.

    • Giulio F.
      2 settembre 2015 alle 16:03 Rispondi

      Pienamente d’accordo. È stato il mio pensiero durante tutta la lettura del post.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 16:22 Rispondi

      Non ho mai parlato di censure e censori.
      Ho parlato di autocritica e consapevolezza, e anche preparazione, tutto ciò che manca nel 90% delle autopubblicazioni.
      Quello che dici è vero, ma stiamo parlando di prodotti immessi nel commercio.

  19. Rodolfo
    2 settembre 2015 alle 11:59 Rispondi

    Perdonami Daniele, ma sono in parte in disaccordo con te.
    Premessa: che una casa editrice sia sinonimo di qualità a discapito del self publishing non è vero. A meno che i libri di Fabio Volo e Luciana Littizzetto siano sinonimo di qualità.
    Il problema non è il Self-Publishing, ma come usi il Self-Publishing. Io a chi mi chiede consulenze (o anche solo un parere) dico: “Pubblica il tuo miglior libro, sii onesto con te stesso, paga chi ti può fare editing e correzione di bozze, crea una bella copertina, impagina il testo in maniera professionale, eccetera). Il problema non è quindi il mezzo ma come lo fai. E come ci sono casi di libri che non varrebbe la pena che fossero pubblicati, vi sono anche molti casi contrari. E questo, tra l’altro, non uccide le piccole case editrici, anzi. Permette loro, invece, di individuare autori su cui puntare senza rischiare nel vuoto.

    Ciao.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 16:24 Rispondi

      Non si può sempre andare d’accordo in tutto con me :)
      Fabio Volo e Luciana Littizzetto (quest’ultima specialmente) non li ritengo di qualità.
      Nel post infatti vado contro l’uso indiscriminato del self publishing.

  20. Marina
    2 settembre 2015 alle 13:50 Rispondi

    Il selfpublishing è un’opportunità? Vero.
    È il sistema che garantisce a chiunque abbia scritto qualcosa la possibilità di essere letto da qualcuno? Vero.
    Aiuta gli scrittori a scavalcare i passaggi lunghi e sempre più infruttuosi dell’editoria tradizionale? Vero.
    Ma il problema, per me, resta questo: il self-publishing non quaglia in Italia perché è considerato il refugium peccatorum di chiunque abbia voglia di vedere la propria opera pubblicata; questo comporta una disaffezione da parte del lettore abituale, una mancanza di fiducia poi avallata da tante schifezze che, purtroppo, circolano. Per trovare il testo valido autopubblicato devi passare da tanti dozzinali e alla fine molli l’osso e bocci il fenomeno dell’autopubblicazione perché non offre alcuna garanzia di qualità.
    Come dire che la fama che si è costruito nel tempo grazie al principio democratico che lo regge lo precede e lo fa sembrare di serie B.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 16:25 Rispondi

      Hai espresso benissimo il mio pensiero. Se il self in Italia non va, qual è il vero motivo?

    • Rodolfo
      3 settembre 2015 alle 02:36 Rispondi

      Vero. E infatti bisogna far comprendere come anche se pubblichi self-publishing il tuo libro deve essere curato in maniera professionale (anzi, direi anche meglio di come viene fatto in tante case editrici anche di nome). Ma il self pubblichino non va anche per un altro motivo. Perché per molti autori il loro obiettivo è “pubblicare”, non “vendere”. E quindi una volta pubblicato il loro libro pensano che il lavoro sia concluso (quando, invece, dovrebbe iniziare perché Self Publishing dovrebbe voler dire anche self-marketing e comunicazione).

  21. Pades
    2 settembre 2015 alle 15:28 Rispondi

    Leggendo i commenti si può dire che tutti hanno ragione da vendere, a cominciare da Daniele. I disaccordi sono dovuti al fatto che si discute di cose diverse. Sacrosanti infatti la libertà di espressione e i diritti fondamentali di ognuno, e Daniele non mi sembra proprio il tipo da metterli in discussione, ma il problema è alla fine questo: quanto un bravo autore può venir danneggiato dalla spazzatura che lo circonda? Perché io, dico la verità, non ho fisicamente il tempo di leggermi duemila sinossi alla ricerca del romanzo ben fatto, che magari c’è ma non troverò mai in quel marasma. Un bel libro può effettivamente perdersi fra migliaia di schifezze? Io penso di sì. È la stessa sensazione che proviamo quando dobbiamo andare in un posto in auto per un lavoro importante e ci troviamo bloccati dal traffico di nullafacenti che stanno andando a perdere tempo al mare. Assolutamente intoccabile il loro diritto ad andare dove e come vogliono, ma noi veniamo danneggiati. Concludendo, il sacrosanto diritto degli altri di pubblicare finisce esattamente dove inizia il mio di non essere “nascosto” da migliaia di libri orribili. È di questo confine che stiamo discutendo?

    • Serena
      2 settembre 2015 alle 15:51 Rispondi

      Mh. Esiste il diritto di non essere nascosto? E che cosa è, esattamente?
      Non hai bisogno di leggere 2000 sinossi. Non hai neanche bisogno di leggere, non mi risulta esistano medjci che prescrivono la lettura. Vai su Amazon, fai una ricerchina, clicchi su una cover che ti intriga, scarichi l’estratto. Ti piace? Compri. Non ti piace? Non compri. Si chiama legge di mercato. Vogliamo che ci siano meno libri perché così è più facile che il nostro venga comprato?
      Stiamo scherzando, vero?

      • Simona C.
        2 settembre 2015 alle 15:57 Rispondi

        Serena for president, sono del tutto d’accordo con te.

      • Daniele Imperi
        2 settembre 2015 alle 16:43 Rispondi

        No, mai pensato che debbano esserci meno libri. È vero quello che dici sulla legge di mercato. Tu agisci così, anche io e anche altri. Ma la massa ha un’idea precisa del self. Perché, secondo te?

      • pades
        2 settembre 2015 alle 17:59 Rispondi

        No, non vogliamo che ci siano meno libri, vorremmo non ce ne fossero così tanti orribili ad impantanarci nella scelta, mettiamola così.
        Leggere non è una prescrizione medica, ma se seguiamo questo blog un po’ ci interessa… :-)

    • Simona C.
      2 settembre 2015 alle 15:54 Rispondi

      Sì, ma anche nel marasma della libreria come fai? Leggi la quarta di copertina di tutti i libri alla ricerca del romanzo ben fatto? Non entro in libreria sicura che tutti i volumi in vendita siano belli perché passati da una casa editrice. Io cerco per genere, argomento, autore, poi leggo la quarta di copertina e se mi pare stupida come una sinossi su IBS o Amazon, non compro il libro. Sarà sicuramente in percentuali diverse, ma il principio è lo stesso. Tanta immondizia in cui scavare, ma qualcosa che mi piace, alla fine, lo trovo.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 16:31 Rispondi

      Vero, ho avuto la stessa impressione :)
      Il bravo autore può essere “danneggiato” perché, se publbica in self, viene visto come spazzatura.

  22. Simona C.
    2 settembre 2015 alle 16:06 Rispondi

    Credo che Daniele intendesse criticare lo slogan “Tutti possono essere scrittori” che suona come “Se ti avvolgi nel domopack avrai addominali scolpiti senza faticosi allenamenti”. Certo è una cosa che avvilisce chi, i faticosi allenamenti, li fa tutti i giorni per diventare un bravo scrittore o per scolpirsi gli addominali.
    Il problema non è l’opportunità che offre il self-publishing, ma come lo si dipinge.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 16:32 Rispondi

      Esattamente Simona, ho scritto il post partendo da quello slogan per me sbagliatissimo e disonesto al massimo.

  23. Giulio F.
    2 settembre 2015 alle 16:24 Rispondi

    《Per molti versi la professione del critico è facile: rischiamo molto poco, pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio; prosperiamo grazie alle recensioni negative, che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che nel grande disegno delle cose, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale. Ma ci sono occasioni in cui un critico qualcosa rischia davvero. Ad esempio, nello scoprire e difendere il nuovo. Il mondo è spesso avverso ai nuovi talenti e alle nuove creazioni: al nuovo servono sostenitori! Ieri sera mi sono imbattuto in qualcosa di nuovo, un pasto straordinario di provenienza assolutamente imprevedibile. Affermare che sia la cena, sia il suo artefice abbiano messo in crisi le mie convinzioni sull’alta cucina, è a dir poco riduttivo: hanno scosso le fondamenta stesse del mio essere! In passato non ho fatto mistero del mio sdegno per il famoso motto dello chef Gusteau “Chiunque può cucinare!”, ma ora, soltanto ora, comprendo appieno ciò che egli intendesse dire: non tutti possono diventare dei grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque. È difficile immaginare origini più umili di quelle del genio che ora guida il ristorante Gusteau’s e che secondo l’opinione di chi scrive, è niente di meno che il miglior chef di tutta la Francia! Tornerò presto al ristorante Gusteau’s, di cui non sarò mai sazio.》
    Cit. Anton Ego

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 16:33 Rispondi

      “Non tutti possono diventare dei grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque.”
      Sono in parte d’accordo su questo.

    • LiveALive
      2 settembre 2015 alle 16:44 Rispondi

      Aaah! Ratatouille! Il mio film preferito assieme a Wall-E! Q_Q Vado a piangere.

    • Serena
      2 settembre 2015 alle 17:57 Rispondi

      Meraviglioso! Grazie, Giulio

  24. Poli72
    2 settembre 2015 alle 16:50 Rispondi

    Nessuno vieta nulla nel mondo dell’arte.Tutti possono liberamente cimentarsi come,dove e nel settore che preferiscono.Il 99,999% pero’ perdera’ solo tempo,a meno che l’arte non sia un hobby,un’attivita’ che da piacere fine a se stessa ,come faceva mio padre da giovinotto che dipingeva quadri da appendere nella propria sala.Tutti possiamo scrivere, e’ vero , pochi pero’ diverranno scrittori letti ed ancor meno quelli apprezzati.Il perche’ lo spieghi bene tu nel Blog Daniele.Per quanto riguarda l’oceano immenso di autopubblicazioni presenti oggi,e’ il mercato stesso che decide ,come per un qualsiasi altro prodotto (purtroppo o per fortuna) .Il potenziale lettore saggia il contenuto nelle sinossi e degusta lo stile nelle anteprime ,se di suo gradimento compra altrimenti lascia perdere.La realta’ quindi si dimostra ancora una volta, ben diversa dagli slogan pubblicitari.
    Tutti possiamo scrivere ma dobbiamo esser consci che cosi’ facendo non siamo Scrittori (S maiuscola).Il mio personale metro di giudizio per designare uno scrittore con la S maiuscola e’ “Colui che vive coi proventi di cio’ che scrive, scrivere e’ la sua principale attivita’ lavorativa”.Forse sbagliero’ ,pensando che enormi talenti letterari del passato hanno sofferto vite di stenti e derisione,ma non riesco a trovare definizione piu’ calzante.Treccani definisce cosi’ la parola scrittore: “Chi si dedica all’attività letteraria; chi compone e scrive opere con intento artistico”,romantico,affascinante ,Byron ne sarebbe entusiasta.Il frigo pero’ tende a svuotarsi e le bollette si accumulano spaventosamente nella cassetta postale.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 16:52 Rispondi

      Sul definire uno scrittore chi vive dei proventi della scrittura non sono d’accordo. Ma mi sono ripromesso di parlarne in un post.

    • LiveALive
      2 settembre 2015 alle 17:18 Rispondi

      Dipingere per appendersi i quadri in cameretta, scrivere per stamparsi i libri da soli, comporre per fare un cd da dare a 4 amici o fare il karaoke… Molti non se ne rendono conto, ma non hanno bisogno di nulla di più. Avere di più, anzi, li costringerebbe a creare per lavoro, anche quando non vorrebbero, non sarebbe più un piacere per loro.

  25. Alessandro C.
    2 settembre 2015 alle 17:02 Rispondi

    il self ha generato una caterva di mostri. Tanta, troppa robaccia in giro.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 17:07 Rispondi

      Vero. Ecco il motivo per cui la gente non ne ha una buona opinione.

  26. Marco Amato
    2 settembre 2015 alle 17:13 Rispondi

    Ragazzi ma stiamo attenti a non commettere errori di valutazione.

    Molti commentatori dicono che il self publishing è percepito male dalla massa dei lettori?
    Ma da dove traete tali dati statistici?

    Non potete fare parametro su di voi che bene o male siete addetti ai lavori.

    Il lettore medio queste paranoie sul self non se le fa mica… sapete. Dati alla mano.

    In Italia ci sono milioni di lettori di 50 sfumature e questi dovrebbero schifare in massa il self?
    Non so chi segue il mercato del self, ancora scadente come autori di qualità in Italia, ma andate a vedere i dati e le opinioni reali.

    L’ebook più venduto in Italia su Amazon è stato “Prima di dire addio”, di Giulia Beyman.
    Scrittrice italiana in self publishing. Una scrittrice sconosciuta ha venduto più di King, Coelho e tutti i mostri sacri del bestselling mondiale.

    Andate sulla pagina Amazon di “Prima di dire addio” e scoprirete che questo romanzo in self publishing ha 269 recensioni. Andate sulla pagina di Revival l’ultimo di King e scoprirete che il re dei bestseller ha solo 28 recensioni.

    Scorrete le 269 recensioni della Beyman e trovatemi i riferimenti ai lettori che dicono: “No, ma questo è self publishing che schifo”.

    La gran maggioranza dei lettori ai quali tutti noi scrittori siamo destinati a puntare, non è interessata se un libro è Mondadori, Feltrinelli, o self publishing.
    Vogliono la storia. E se la storia è avvincente e scritta bene anche in Italia il self publishing vende.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 17:17 Rispondi

      Intanto prendi tutti quelli che usano poco il web, e sono tantissimi: non arrivano agli ebook.
      Prendi poi tutti quelli che leggono solo cartaceo, e sono tantissimi anche quelli.

      • Marco Amato
        2 settembre 2015 alle 17:35 Rispondi

        Sì, ma la scarsa qualità del self, resta per gli addetti ai lavori. La Beyman per la prima volta in Italia, nella più grande libreria italiana, nel 2014 ha battuto editori e autori best seller.
        Questo dato significa che i lettori sono recettivi al self.
        Se guardi i recensori molti di questi leggono autori ed editori affermati. Non sono lettori scadenti.
        Questo significa che se domani Daniele Imperi dovesse scrivere una grande storia e la pubblicasse in self, potrebbe anche competere contro mostri sacri tipo King e altri.
        Addirittura se il tuo libro vende bene, Amazon non si crea pregiudizi a mettere te, davanti a Murakami o a un nobel.
        La democratizzazione della pubblicazione dimostra in tutto il mondo, che un autore può fare a meno dell’intermediario editore e puntare direttamente a ciò che conta, il lettore.

        • Daniele Imperi
          2 settembre 2015 alle 17:37 Rispondi

          Non credo che la scarsa qualità sia solo competenza degli addetti. Errori grammaticali, copertine oscene e altre amenità che si vedono sono alla portata di tutti o quasi.
          Io mi chiedo: quali lettori sono ricettivi al self? Non certo la massa. Perché?

          • Marco Amato
            2 settembre 2015 alle 17:49 Rispondi

            Per avere 265 recensioni su Amazon, è difficile fare stime in Italia, in America ci sono dei tool, significa che quel romanzo self ha venduto migliaia di copie, io stimerei più di 10 mila.Parliamo già di masse critiche di lettori importanti.
            Che vuoi che dica. Io studio con attenzione il self in Italia e nel mondo anglosassone per capirne le dinamiche, gli sviluppi.
            Masse critiche importanti di lettori italiani non hanno pregiudizi sul self. Questo è il mio dato.
            Ma fa nulla ;)

        • Daniele Imperi
          2 settembre 2015 alle 17:56 Rispondi

          Sì, chiaro che tutte quelle recensioni possono significare migliaia di vendite, ma bisognerebbe avere dati precisi per fare una stima.
          Vero anche che i lettori di ebook aumentano. Ma sappiamo anche che si legge poco in Italia e di tutti quelli che leggono quanti comprano ebook e fra questi quanti comprano ebook autopubblicati?
          L’esempio che porti è significativo da un lato, ma dall’altro è un caso isolato, non credi?

    • LiveALive
      2 settembre 2015 alle 21:07 Rispondi

      La tua visione, esposta così, mi sembra davvero troppo ottimista. Non guarderei il numero delle recensioni, sinceramente, non solo perché sono tanti i fattori che possono influenzare sulla propensione a rilasciarne, ma perché su Amazon c’è proprio una compravendita di recensioni, con tanto di siti appositi. Non mi stupirei di scoprire che più di metà di quelle recensioni sono false, visto che mi è capitato anche di vedere libri che hanno SOLO recensioni false (una volta ho addirittura trovato un blog, creato per pubblicizzare un libro, con centinaia di post, e sotto ogni post sempre più di 100 commenti. Quanti di quei commenti erano reali, secondo te? Tutti postati alla stessa ora, tutti a favore, tutti di 2-3 parole. Neanche uno era reale.)
      Il mercato del quale stai parlando, per capire, è quello digitale? Perché per quanto una persona possa vendere nel digitale, non vende: il digitale, tutto, è ancora una lacrima nell’oceano, non permette, neanche preso nel complesso, di farsi un’idea sulle dinamiche che potrebbe avere con una vera massa di lettori.
      D’altro canto può davvero accadere che tu ti pubblicizzi un po’ in digitale, diventi famoso, e boom, arriva l’offerta della casa editrice che ti mette davanti al Nobel. Tale è il caso di Anna Todd, con il suo After, il libro letto da più di UN MILIARDO di lettori prima ancora che arrivasse in libreria! (peccato che non sono lettori unici: metto anche io un refresh automatico alla pagina e così arrivo a 17 miliardi di lettori in qualche giorno.) Sì, prendere Anna Todd sembra, anche giustamente, una presa in giro… Vendere, anche e soprattutto nel self, e guadagnarsi una vetrina (digitale o reale che sia), non vuol dire essere di qualità.

      • Marco Amato
        2 settembre 2015 alle 22:38 Rispondi

        Una visione troppo ottimistica.
        Sarebbe un buon titolo per un romanzo.
        Può darsi, oggi ho commentato troppo e mi rendo conto che serve a poco.
        Alla prossima. ;)

      • Marco Amato
        3 settembre 2015 alle 18:37 Rispondi

        Ciao Alessio scusa per la chiusa brusca. Ieri noie lavorative mi hanno riportato alla realtà.
        Bisogna prendere con le pinze tutto.
        Recensioni false su Amazon è difficile comprarne. Amazon è molto severa a riguardo. Possiede algoritmi che scoprono soprattutto le matrici di recensioni. Proprio quelle dei servizi di rivendita. Addirittura è noto che amazon vieta le recensioni parentali. Se scopre una recensione di mamma, zia o nipote, amazon la cancella.
        Un singolo autore ha difficoltà a creare account fake perché ogni account richiede una carta di credito con nome e cognome dell’intestatario.
        Certo se X amici si mettono d’accordo per scambiarsi recensioni è difficile beccarli. Se si recensiscono tutti tra loro si manifesta la matrice ed è tempo perso.
        Sulle recensioni si regge l’intera economia di Amazon. Per loro beccare gli imbroglioni è vitale.
        Mentre in un blog privato ognuno può falsare quel che vuole.

        Il digitale è piccolo in Italia ancora. Negli Usa siamo circa al 50%.
        Ma comunque il risultato che evidenziavo resta un campione statistico.
        E diventa rilevante perché chi pubblica in self, non andrà a confrontarsi col mercato della libreria, ma quello digitale.
        Secondo me, il caso che ho esposto mostra i primi segni di vitalità del mercato self. Il riscontro è esatto, quel libro è un thriller.
        Il mercato self dimostra negli Usa che funziona nei generi: Thriller, romance, fantascienza, fantasy. Il mainstream molto meno.
        L’autrice ha venduto tanto perché Amazon visto il successo l’ha portata al salone del libro di Torino. E essere portati da Amazon è meglio di Mondadori. Mondadori è un colosso in Italia, Amazon nel mondo. Infatti l’autrice è stata inserita nel programma crossing, dove Amazon si fa carico della traduzione inglese del romanzo e l’ha fatta entrare dalla porta principale nel mercato globale anglosassone.
        Per un autore in self senza editore, non è mica poco.

        Io sono certo che anche da noi il self publishing si affermerà.
        Non nella versione attuale, ma in quella Indie e c’è una grossa differenza.
        Chiedo scusa per eventuali errori col cell è complicato. :)

        • Serena
          4 settembre 2015 alle 07:59 Rispondi

          Clap clap clap. In piedi, come per Gloutchov.

        • LiveALive
          5 settembre 2015 alle 11:09 Rispondi

          (Daniele, so già che i tanti link mi manderanno il commento in moderazione, vero? XD scusi il disturbo)
          Io so che Amazon si impegna molto contro le refensioni false. Che sia difficile farne però, sinceramente, non credo, almeno non lo credo in base a ciò che vedo. Prendiamo per esempio le recensioni al proiettore 4K (http://www.amazon.it/Sony-VPL-VW1000ES-Proiettore-Home-Cinema/dp/B0069SAU20), che sono praticamente tutte false, e se ne stanno là. Lo stesso, credo, si potrà dire dei libri della serie Dinosaur Erotica (http://www.amazon.com/Taken-T-Rex-Dinosaur-Erotica-Christie-ebook/dp/B00FI9JFFO …una serie famosa per la sua verosimiglianza scientifica). In genere il controllo di amazon funziona (e non senza fraintendimenti) quando si riscontra un interesse economico palese (per esempio, se qualcuno ha comprato il libro con la tua carta di credito non può recensirtelo), ma vediamo che trovarne da parte di persone che non ha neanche visto di sfuggita il prodotto è facile. Per come facciano i siti di vendite di recensioni (ne trovi per amazon, per tripadvisor e per tutti i sito di cui necessiti, e tutti costano troppo, anche 100 euro per 10 recensioni, alcuni), non lo so, so però che ci sono e c’è chi li usa, e se non li hanno ancora chiusi si vede che funzionano. (Casomai, trovi anche siti che ti vendono i fans su Facebook, e facebook ti mette il mi piace da parte di persone assolutamente a caso. Così, per curiosità, dico.)
          ***
          I miei dati suo mercato digitale in America sono molto diversi. È vero che il 50% degli americani possiede un dispositivo in grado di leggere un ebook, ma mi risulta che solo il 28% lo usa, e infatti quasi il 70% dei libri sono acquistati in cartaceo (in America, ripeto, non qui). Inoltre anche in America il mercato ha formato un plateau nel 2013 (publishingtechnology.com/2014/07/its-official-the-us-ebook-market-plateaued-in-2013/) e ora esistono proiezioni recenti meno ottimiste, esistono addirittura proiezioni che dànno il mercato in contrazione. Io non credo si contragga, ma dubito molto seriamente che si arriverà al pareggio nei prossimi 10 anni. Ma c’è chi dice neanche nel giro di 100 anni, in realtà. Secondo me bisognerà aspettare un cambio generazionale, e comunque questo riguarderà solo un certo tipo di fiction, per la nonfiction è praticamente impossibile perché il mezzo digitale è disfunzionale al suo utilizzo. E ci sono anche tanti altri motivi per cui penso così: non solo perché in realtà il self-publishing esiste da più di 100 anni (Italo Svevo ha autopubblicato. Certo oggi le condizioni sono diverse, per questo è diversa la diffusione), non solo perché evidenze neurologiche suggeriscono che la lettura digitale ha degli svantaggi per la memorizzazione (http://www.technologyreview.com/view/513766/this-is-your-brain-on-e-books/), non solo per l’oggettiva maggior caducità delle informazioni digitali, ma anche per tutto quello che viene detto in questo articolo, che condivido quasi totalmente: https://vibrisse.wordpress.com/2014/08/01/desperate-publishers/
          ***
          Su quanto poco contano le vendite in digitale, vorrei ricordare che il libro Il Nulla, di Luca Fadda (un ebook vuoto) è stato primo in classifica (https://vibrisse.wordpress.com/2013/11/10/il-libro-e-il-nulla/ …qui inoltre trovi anche la “ammissione” delle recensioni false, che Amazon ovviamente non ha individuato. Certo non ha venduto tanto in senso assoluto, tanto come certi altri testi digitali anche. Eppure è relativamente abbastanza).
          Non nego che sia possibile, per un autore autopubblicato, arrivare a grandi volumi di vendita. In altri paesi, pure, c’è chi riesce a sopravvivere così, e anche in Italia ci sono autori con migliaia di fans che pubblicano un libro al mese e anche di più, e così hanno guadagni decenti. Ma che ciò possa portare alla visibilità di una pubblicazione con un grande editore (magari appartenente a un supergruppo come Bertelsmann, in cui non è da escludere un coinvolgimento da parte di Mondadori) lo vedo come estremamente improbabile, al di là del singolo caso.

          • Marco Amato
            5 settembre 2015 alle 12:39 Rispondi

            Negare la presenza di recensioni false sarebbe stupido. È chiaro che esistono. Ma che siano semplici da ottenere no. Qualcuno può comprarne 10 o 20. 200 in Italia mi pare improbabile.
            Che poi Sony o altre multinazionali decidano di comprare in massa recensioni, non credo che a loro manchino le disponibilità economiche per assoldare centinaia di recensori.

            L’articolo di Mozzi lo conosco bene ;) e lo condivido poco. È chiacchiericcio italiano, colto, da addetti ai lavori, ma che si concentra nella visione ristretta della nostra realtà. Ancora sono indeciso se aprire un mio blog, dove all’inizio mi concentrerei sul self publishing per cercare di proiettare il “fenomeno” (Mozzi nega che sia un fenomeno), su livelli più concreti.
            In un articolo di prova che ho scritto e che al momento ho fatto leggere solo ad alcuni amici, confronto l’editoria tradizionale al self publishing. Self non inteso come democratizzazione della pubblicazione, comunque lecita per me, ma come scrittore Indie.
            Cioè lo scrittore indipendente, che magari possiede la possibilità di pubblicare con un editore, ma che sceglie di gestire da solo la propria carriera.
            È questo quello che accade in America e a macchia un po’ ovunque.
            Perché il ragionamento dello scrittore moderno, o se vogliamo chiamarlo scioccamente 2.0, è misurare la pubblicazione, non secondo la vecchia logica: scrittore, editore, distributore, libraio, lettore. Ma nella dualità scrittore lettore.
            Lo scrittore indie deve avvalersi delle professionalità dell’editoria: editor, correttori di bozze, grafici, ma gestendoli da regista.
            Perché nello stato attuale,e lo dico con cognizione, pubblicare con un editore significa per il 90% dei casi, bruciarsi ogni opportunità di carriera.
            Argomentare perché con l’editore è facile bruciarsi, è impossibile in questo commento, il mio articolo da solo misura 3 mila parole.
            Per concludere dico solo questo. Il fenomeno self pubblishing, scrittore indie, non è robetta, ma una nuova realtà crescente che al momento attuale porterà sviluppi indeterminati. Siamo nel mezzo di rivoluzioni tecnologiche che mutano il modo di comunicare, e gli scrittori, tutti, sono destinati a farne parte.

  27. Gianni
    2 settembre 2015 alle 18:03 Rispondi

    No, non tutti possono essere scrittori; ma è bello che tutti possano provarci. E il self-publishing fa proprio questo: dà a tutti un’opportunità. Una ENORME opportunità; e senza ledere i diritti di nessuno. Che poi ci siano migliaia di ebook orrendi, pacchiani, grossolani, ridicoli, sgrammaticati al limite dell’inverosimile, ecc. è sicuramente un dato di fatto. Ma cosa può esserci di meglio che dare a ogni singolo individuo la possibilità di decidere liberamente e autonomamente se un libro è o meno meritevole di essere letto? Spero non venga mai il giorno in cui qualcuno potrà deciderlo al mio posto.

    P.S.
    Chapeau a Serena per i suoi commenti, espressioni di un pensiero liberale davvero cristallino. Dipendesse da me la farei Ministro della Pubblica Istruzione a occhi chiusi.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 18:08 Rispondi

      Ciao Gianni, benvenuto nel blog.
      L’opportunità per diventare scrittori ce la dà il web, oggi. Ma opportunità non significa scrivere un romanzo, impacchettarlo con un programma senza neanche correggerlo, arrangiare una copertina e metterlo in vendita. Questa per me non si chiama opportunità, ma faciloneria, superficialità.

  28. Serena
    2 settembre 2015 alle 18:16 Rispondi

    No, non è un dato isolato. Ci sono romance in self che vendono come se piovesse, a fan scatenate che comprano qualsiasi cosa pubblichi l’autrice, inclusa la lista della spesa. Basta fare un giro nella categoria per vederlo. Ci sono autori che sono stati allievi di grandi nomi, con romanzi di qualità pubblicati da CE che grattano il fondo della classifica e hanno tre recensioni e mezza di cui una della mamma. Però ne riparliamo stasera perché sono in macchina e rischio di ammazzarmi per seguire la discussione, meglio di no XD

  29. Tony Apicella
    3 settembre 2015 alle 02:04 Rispondi

    Io sono per l’editoria “vera”, quella che pubblica “non a pagamento”, solo le opere meritevoli di essere pubblicate.
    Sono, quindi, contro l’editoria “a pagamento” e il self-publishing, che mirano solo a fare soldi, mettendo in secondo piano le opere degli scrittori.
    Tutti possono essere scrittori, è vero, ma solo i “migliori” saranno apprezzati dai lettori. Gli altri saranno ignorati.
    Se scrivi un romanzo emozionante, avvincente, coinvolgente, in perfetto italiano… l’editore ti pubblica “non a pagamento” e il lettore ti legge con entusiasmo.
    Se scrivi un romanzo piatto, sciatto, non coinvolgente, in “italiacano”… solo un editore “a pagamento” ti pubblica, oppure devi autopubblicarti tramite self- publishing.
    Io, piuttosto che farmi pubblicare da un editore “a pagamento”, o autopubblicarmi, tengo il mio romanzo nel cassetto.
    E’ assurdo, che dopo aver “sudato” per scrivere un romanzo… devo anche pagare per vederlo pubblicato.
    Recentemente, dopo otto anni, ho finito di scrivere un romanzo d’avventura “corposo” (41 capitoli – 884 pagine). S’intitola: Tre desideri nel cuore.
    E’ stato faticoso… come scalare l’Everest in pantofole, ma la soddisfazione è immensa. Penso di aver scritto un bel romanzo. Ci ho messo tutta la mia passione, il mio entusiasmo fanciullesco e (spero) anche il mio talento.
    Dopo averlo scritto, l’ho riletto attentamente due volte e l’ho corretto da solo (l’Editor costava troppo…), poi l’ho spedito a editori grandi, medi e piccoli. Il self-publishing non l’ho preso in considerazione.
    I grandi (Mondadori, Feltrinelli, Einaudi, Bompiani, etc.), non mi hanno risposto. Quindi non so se l’hanno letto… e non gli è piaciuto. Oppure se l’hanno cestinato direttamente… essendo io un esordiente.
    I medi e i piccoli (una decina) mi hanno risposto, ma volevano tutti un “contributo economico” da parte dell’autore. Quindi ho detto loro di NO.
    La speranza di veder pubblicato il mio romanzo, si affievolisce sempre più.
    Secondo me è bello… ma forse non è piaciuto.
    A tale proposito, chiedo a Daniele e a tutti gli scrittori che seguono il suo blog: mi piacerebbe farvi leggere la sinossi del mio romanzo, per sapere se trovate la STORIA interessante o meno.
    Fatemi saper qualcosa. Grazie.
    Un saluto a tutti. Tony.

    • LiveALive
      3 settembre 2015 alle 02:26 Rispondi

      Secondo me hai troppa fiducia nel lettore. Non dimentichiamo che abbiamo sia chi è entusiasta delle 50 sfumature, sia chi non riesce a leggere Proust. Ma in fondo possiamo anche dire che è giusto così, perché se le 50 sfumature sono anche piaciute vuol dire che realmente erano di qualità in relazione alla loro fascia (e Proust, be’, non è per tutte le fasce, può capitare),
      Vediamo questa sinossi. Ancora meglio però sarebbe il primo paragrafo.

      • Tony Apicella
        3 settembre 2015 alle 15:40 Rispondi

        Ciao LiveAlive, grazie per la tua risposta. Io penso che il lettore voglia leggere romanzi belli, non brutti. Anch’io sono lettore, e ho letto sia libri pubblicati da editori grandi, medi e piccoli, sia e-book autopubblicati. I libri migliori, erano pubblicati dai grandi editori. Quelli così-così da editori medi e piccoli. E quelli brutti, erano e-book autopubblicati. Un motivo ci sarà…
        Poi ci sono le eccezioni, vedi 50 sfumature di nero, rosso e grigio, come hai citato tu.
        In tutti i campi della letteratura e dell’arte, ci sono le eccezioni…
        Per quanto riguarda la sinossi del mio romanzo, come faccio a mandartela? Non c’è l’icona “allegati”.

        • LiveALive
          5 settembre 2015 alle 11:15 Rispondi

          Eccezioni, dici. In realtà io non credo che 50 sfumature sia un libro brutto: credo anzi che per il suo tempo, e per il suo ampio pubblico, sia un capolavoro. Il punto è che non possiamo discutere di letteratura pop e di letteratura “alta” insieme: anche qui vale il principio di indeterminazione. Perché da un punto di vista del lettore “alto” qualsiasi cosa di successo commerciale in realtà non lo meritava ed era troppo brutto. In fondo, vogliamo forse dire che Byonce o Madonna valgono un’unghia di Philip Glass o Steve Reich? Ma sono mercati così diversi che il paragone non ha neppure senso.
          La sinossi, puoi incollarla nei commenti.

          • Tony Apicella
            5 settembre 2015 alle 16:49 Rispondi

            Hai ragione, LiveAlive. Sono completamente d’accordo con te.
            Certi paragoni non hanno senso.
            Senti, come faccio a incollare la sinossi nei commenti?
            Nell’ambito e-mail, so come mandare gli allegati, qui mi perdo.
            Scusa, ma sono poco pratico.

          • LiveALive
            5 settembre 2015 alle 17:30 Rispondi

            Semplicemente, selezioni la sinossi dove ce l’hai scritta, fai copia, e fai incolla qui, come commentassi XD
            Se no puoi inviare per mail a livealive@hotmail.it ;ma se lo posti qui possono commentare anche gli altri.

          • Daniele Imperi
            6 settembre 2015 alle 18:55 Rispondi

            Ho cancellato il commento con la sinossi perché è totalmente fuori argomento :)

    • Daniele Imperi
      3 settembre 2015 alle 11:45 Rispondi

      Anche il self publishing può essere vera editoria se fatto bene e non arrangiato.
      “Penso di aver scritto un bel romanzo” è un giudizio personale e soggettivo, e non significa poi molto :)
      Non so a chi hai spedito il romanzo, ma editori medi e piccoli che non chiedono soldi ce ne sono a volontà.

      • Tony Apicella
        3 settembre 2015 alle 16:28 Rispondi

        Ciao Daniele, grazie per la tua risposta.
        Punto 1: sarà come dici… ma a me il self-publishing non convince.
        Punto 2: è senz’altro un giudizio soggettivo e personale, che significa poco, ma credo molto in questo romanzo…
        Punto 3: ho spedito il mio romanzo a una ventina di editori piccoli e medi (non faccio nomi), e più della metà mi hanno chiesto il “contributo economico”, anche se nel loro sito dicevano che pubblicavano “senza contributo”. Questa è la realtà…

        • Daniele Imperi
          3 settembre 2015 alle 16:52 Rispondi

          Ma è giusto crederci, però senza giudizi soggettivi, perché nessun editore né i lettori ne terranno conto.
          Fai un salto nel sito Writers Dream, troverai una lista di editori non a pagamento.

          • Tony Apicella
            3 settembre 2015 alle 17:07 Rispondi

            Hai ragione, non userò più giudizi soggettivi. Promesso.
            E grazie per la “dritta”. Vado subito su Writers Dream.
            A risentirci.

  30. nani
    3 settembre 2015 alle 05:12 Rispondi

    Io sto ancora cercando di farmi un’opinione sull’argomento, ma piu’ vi leggo piu’ capisco una cosa: il lavoro dello scrittore non consiste solo nello scrivere (quella e’ la parte piu’ facile e divertente, se uno ha passione e voglia di mettersi in discussione), ma soprattutto nel pubblicizzarsi, diventare imprenditore di se stesso. L’e-book c’e’, autoprodotto e sperso nella massa. In qualche modo bisogna indurre il pubblico ad arrivarci. Solo chi e’ bravo a far questo ha visibilita’.
    E allora va bene autoprodursi, e va anche bene che gli auto-prodotti siano tanti quanto i granelli della sabbia nel deserto. Il problema e’ altrove.

    • Daniele Imperi
      3 settembre 2015 alle 11:46 Rispondi

      Anche se non pubblichi per conto tuo, il lavoro dello scrittore va oltre la semplice scrittura.

  31. Mara Roberti
    4 settembre 2015 alle 10:24 Rispondi

    Concordo appieno. Ma il talento è ingiusto ed elitista, o ce l’hai o non ce l’hai, e nell’era dell’Yes we can sembra politicamente scorretto parlarne. Eppure il punto è tutto lì. Qualcuno può, per diritto di nascita, qualcun altro no. In pochi suppliranno all’assenza del talento e del diritto di nascita spaccandocisi sopra la schiena. Ne sono così convinta che nel mio blog pubblico il Manuale di NON scrittura creativa, con tutti i buoni motivi per NON diventare aspirante scrittore. O detto meno gentilmente, tutti i motivi per cui il nostro manoscritto non è all’altezza.

    • Daniele Imperi
      4 settembre 2015 alle 10:39 Rispondi

      Ciao Mara, benvenuta nel blog.
      Sono d’accordo. Oggi siamo diventati il paese del politicamente corretto, non possiamo quasi più esprimere un parere o un’opinione altrimenti si offende Tizio o mette il muso Caio o, peggio, ti denuncia Sempronio.
      Mi ricordo che tanti anni fa si diceva senza problemi pane al pane e vino al vino, adesso invece bisogna stare attenti a tutto. Ecco perché ho scelto questo titolo provocatorio per l’articolo, per sottolineare che la scrittura, come forma d’arte e come tutte le arti, non è appannaggio di tutti. Così è e così è sempre stato. La scrittura come azione meccanica è per tutti, ma non come forma d’arte.

    • Serena
      4 settembre 2015 alle 12:22 Rispondi

      Certo. Non tutti hanno talento, è un dato di fatto. Ma il diritto di provarci ce l’hanno tutti :)

  32. giovanni rossi
    7 settembre 2015 alle 14:43 Rispondi

    Sì, sono pienamente d’accordo. Non tutti possono essere scrittori. Una cosa è scrivere, un’altra è scrivere un libro. Penso comunque che dare maggiori opportunità a tutti non sia sbagliato, tanto poi è il pubblico che seleziona, come avviene in ogni campo. Quanti gruppi musicali affollavano le cantine negli anni 60 ? Forse migliaia, eppure i Rolling Stones e i Beatles sono emersi soltanto loro, tutti gli altri hanno ripreso a fare quello che facevano. Non neghiamo la possibilità a chiunque di provarci, sarà il tempo poi il vero giudice di tutto.
    Una sola curiosità. Anche editori affermati cadono, a loro insaputa nel plagio. Un serio ingegnere di Udine inviò ad un piccolo editore un manoscritto. Era un libro molto bello e fu pubblicato salvo poi accorgersi, molto tempo dopo, che era un libro già famoso. L’ingegnere aveva copiato per filo e per segno “Pomeriggio di uno scrittore” di Handke cambiando solo i nomi dei protagonisti ed il nome della città in cui era ambientata la storia. L’editore fu assolto, perchè ignaro (ma qualche controllo non era bene farlo ?) L’ingegnere fu condannato per plagio e non era nemmeno la prima volta che faceva un simile scherzetto. A questo link c’è la vicenda completa:
    http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2010/09/02/news/belli-quei-romanzi-ricordano-handke-e-enthoven-lo-scrittore-udinese-filipuzzi-ha-copiato-dai-grandi-1.16978?refresh_ce

    • Daniele Imperi
      7 settembre 2015 alle 15:11 Rispondi

      Ciao Giovanni, benvenuto nel blog.
      L’editore anche secondo me doveva fare qualche controllo, ma è davvero possibile controllare ogni libro uscito?
      Riguardo alla possibilità a me sta bene, quello che contesto è la messa in vendita di spazzatura da parte di gente che fa tutto da sé senza neanche avere le basi minime per scrivere.

  33. Giuseppe Roberto Mignosi
    19 gennaio 2017 alle 13:58 Rispondi

    Chiedo scusa se intervengo in modo poco coerente ma rispondo non solo a quanto letto in questa discussione ma a tutta la “filosofia” di fondo che mi sembra pervadere l’intero sito. Le tematiche ricorrenti concernono 1. cosa sia uno scrittore. 2) se possa definirsi tale chi si autopubblica 3) se sia economicamente conveniente pubblicare con un editore o col self-publishing 4) come arrivare al successo (anche economico) scrivendo libri.
    Non ho la pretesa di avere “verità” da comunicare al mondo, ma il mio pensiero è il seguente:
    Chiunque balli è un ballerino, chiunque canti è un cantante, chiunque dipinga è un pittore, chiunque scriva è uno scrittore. Certo, bisognerà poi verificare se si tratti di un bravo ballerino, di un grande cantante, di un maestro della pittura o di uno scrittore degno di essere letto ed apprezzato. Questo lo decide il gusto di ognuno di noi che, integrandosi con lo “spirito del tempo” diventa opinione comune e, in rari casi fortunati, sentenza della storia. Ma ci vuole tempo per saperlo e non dobbiamo anticipare il giudizio confondendo la “grandezza” di uno scrittore col suo successo commerciale. Se vi piace veramente scrivere – questa è la mia opinione – dovete dimenticare ogni profilo economico connesso a questa attività; non dovete aspettarvi di ricevere in cambio neppure un centesimo e dovete essere grati al destino di vivere in un’epoca storica ove è concesso a chiunque di manifestare il proprio pensiero e la propria sensibilità, senza particolari limiti. Leggo invece frasi tipo “perché dovrei faticare mesi per scrivere un libro per non ricevere neppure un euro, anzi, a volte, per dover persino pagare?” La risposta è a monte: se per te scrivere è una “fatica”, lascia perdere. Scrivere è una gioia, scrivere è amore, scrivere è vita. Questo devi pensare e poi succeda quello che deve succedere.

    • Daniele Imperi
      19 gennaio 2017 alle 14:10 Rispondi

      Chiunque canti è un cantante è vero, ma quel “cantante” non è sostantivo, bensì participio presente. Sono due cose diverse.
      Concordo che non bisogna aspettarsi soldi, altrimenti meglio lasciar perdere.

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