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7 eccezioni nelle regole della narrazione

Leggere “Io sono un gatto” di Natsume Sōseki

Io sono un gatto

Prima che acquistiate il libro voglio avvertirvi: questo romanzo non parla di gatti, non è un libro per gattofili, anche se c’è un gatto – anzi ce ne sono 3, anche se 2 spariscono dalla scena in breve tempo.

Io sono un gatto (Wagahai wa Neko de aru, 1905) è il primo romanzo di Natsume – piccola nota: Natsume è il cognome, visto che in Giappone, prima del periodo Meiji (1868-1912), si usava far precedere il cognome al nome – un romanzo satirico che illustra la società giapponese di quel tempo.

Insomma, alla fine è una specie di mainstream, con una narrazione diversa da quella a cui sono abituato: e allora perché l’ho letto? Mi interessava leggere una storia con protagonista un animale senziente e un’amica mi ha segnalato questo, ma alla fine mi sono ritrovato con qualcosa che non mi aspettavo. Lei lo ha definito “un romanzo di osservazione” e, se lo leggete, sarete d’accordo con questa definizione.

“Io sono un gatto” non è il romanzo giapponese all’occidentale

Nella quarta di copertina è riportato:

la prima opera che, come ha scritto Claude Bonnefoy, inaugura il grande romanzo giapponese all’occidentale.

No, questo romanzo di occidentale non ha proprio nulla. Se avete letto 1Q84 di Haruki Murakami, potrete notare molte differenze, anche se 1Q84 secondo me non è certo occidentale al 100% – e come potrebbe esserlo, visto che è stato scritto da un autore giapponese?

Quindi, prima di leggerlo, sappiate a cosa andrete incontro.

La genialità di scegliere un gatto come narratore

Man mano che leggevo mi chiedevo perché Natsume avesse scelto un gatto per far raccontare questa storia. Sì, perché il nostro gatto – senza nome – è l’io narrante del romanzo. Non partecipa molto attivamente alle vicende narrate, ne è più che altro l’osservatore.

Allora ho pensato questo: Natsume aveva bisogno – o aveva semplicemente voglia – di un narratore onnisciente che raccontasse in prima persona e potesse mostrare al lettore i vari personaggi anche al di fuori della scena principale. La storia si svolge quasi interamente nella casa di Kushami, ma ci sono anche scene in altri luoghi.

Chi, meglio di un gatto, poteva fare una cosa del genere? Il nostro narratore può intrufolarsi in qualsiasi stanza e andarsene in giro indisturbato a sbirciare ovunque, riferendo al lettore cosa succede.

Questa è solo la mia impressione, sia chiaro. Ma passiamo ora a vedere quali sono queste 7 eccezioni alle regole della narrazione.

1 – L’io narrante è un animale

Uno dei personaggi più difficili da creare è senz’altro un animale senziente come protagonista. Stiamo parlando di un romanzo per adulti, non di una favola, ovviamente. Leggendo I tre porcellini, a nessuno viene in mente che maiali e lupi non possono parlare né tanto meno costruire case.

Ma qui la questione è differente: Natsume deve raccontare una storia su una famiglia in un romanzo non adatto a bambini e ragazzi. Non ci sono scene erotiche o di violenza, anzi è tutto molto pacato.

Eppure già dall’incipit, che ripete esattamente le parole del titolo, il lettore non si preoccupa di avere a che fare con un gatto narrante.

Una scelta inusuale, se pensiamo anche che il romanzo è uscito nel 1905.

2 – La trama non-trama

Di cosa parla Io sono un gatto? A dire la verità non lo so. Forse non esiste una vera trama. Ho detto che si parla di una famiglia di giapponesi: lui, Kushami, è un professore di inglese, lei, sua moglie, è casalinga. Hanno 3 bambine e una serva. E il nostro gatto trovatello.

Non è però la vera storia di una famiglia, perché nel romanzo ce ne viene narrato soltanto un breve periodo.

La casa di Kushami diventa una sorta di palcoscenico in cui via via si avvicendano svariati personaggi: amici, parenti, conoscenti, vicini di casa, perfetti sconosciuti.

3 – Nessuna trasformazione del personaggio

I personaggi della storia, compreso il gatto, restano sempre identici dall’inizio alla fine. In loro non c’è alcun cambiamento manifesto.

Conosciamo tutti l’arco di trasformazione del personaggio: le vicende, l’esperienza, cambiano quel personaggio. Ma sappiamo anche che non sempre si assiste a questa metamorfosi. Un esempio è dato dal romanzo Suttree di Cormac McCarthy.

4 – I dettagli inutili

Per il gatto narrante ogni occasione è buona per approfondire la vita di ogni personaggio. Verso la fine, per esempio, uno dei personaggi accenna all’acquisto di un violino e quell’acquisto va avanti per una quindicina di pagine.

Il romanzo si arricchisce così di dettagli perfettamente inutili, che non aggiungono nulla alla storia, eppure fanno la storia stessa. Togliendoli non avremmo più quel romanzo di Natsume.

Ne consegue che alla fine quei tantissimi dettagli sono indispensabili perché rendono ogni personaggio una persona reale.

5 – I dilungamenti

Se Kushami è nel suo studio a leggere, ecco che il gatto ci racconta cosa succede di solito durante quelle letture. Spesso parla anche di cose avvenute nel passato, agganciandosi a un fatto presente.

All’inizio, ricordo, ha speso oltre una pagina per spiegare al lettore perché avesse usato una certa parola.

Insomma, questo gatto ama dilungarsi, va spesso fuori argomento, per poi tornarci, apre parentesi continue, ma non annoia mai. Questo è il bello.

6 – L’errore della black box

Della black box e di come evitarla ho parlato diverso tempo fa. In breve, non è possibile far morire l’io narrante, altrimenti non potrebbe appunto narrare. Non si può raccontare la propria morte, insomma.

Ma questo è vero e sbagliato allo stesso tempo. Non possiamo certo porre limiti alla creatività del narratore. Il romanzo Amabili resti di Alice Sebold è raccontato dalla ragazzina uccisa. E il film tratto dal romanzo mantiene questa scelta.

7 – Un titolo (forse) fuorviante

Perché in fondo non parla di un gatto, ma di ciò che osserva quel gatto. Il romanzo parla della famiglia di Kushami, anzi più di Kushami che del resto della famiglia. Ampio spazio è dato anche all’amico Meitei e a Kangetsu. Ma il romanzo non è la storia di un gatto.

Anche se il titolo di un romanzo, a differenza di quello di un articolo, non deve per forza farne capire l’argomento, non deve neanche fuorviare. Io sono un gatto, come titolo, non è propriamente fuorviante, perché il nostro narratore ci racconta la vicenda attraverso i suoi occhi, quindi quelli di un gatto.

Forse possiamo interpretarlo così: io sono un gatto e ecco ciò che osservo nella casa del mio padrone.

Perché leggere “Io sono un gatto”

Perché è un bel romanzo. È stata una lettura piacevole, diversa dalle altre, interessante sotto vasi aspetti. Certo, bisogna entrare nell’ottica che si sta leggendo un romanzo giapponese, se non abbiamo letto mai nulla di quel paese: prendete questo come una sorta di patto con il lettore.

Anche il fatto che sia un gatto a narrare è un patto con il lettore. Ma a questo ci si abitua subito.

Non leggerò di nuovo questo romanzo, è troppo distante dalle mie letture abituali, ma sono comunque felice di averlo letto e forse in futuro leggerò qualcos’altro di Natsume.

E voi avete letto questo romanzo? Conoscete l’autore? E quali di queste 7 eccezioni avete trovato nei romanzi o usato nei vostri?

57 Commenti

  1. Grilloz
    5 aprile 2016 alle 06:37 Rispondi

    Non avendo letto il romanzo non sono in grado di valutare se le eccezioni sono vere o solo apparenti. Penso comunque che queste eccezioni vadano viste nell’ottica del romanzo giapponese. Ho letto qualche romanzo giapponese e ho avuto modo di notare che hanno stile e struttura differente dal romanzo occidentale a cui siamo abituati, anche se non ho approfondito questo aspetto.
    Eccezioni al punto sei ne ho lette (ma anche solo citare i titoli sarebbe spoiler ;) )
    Se non l’hai letto e vuoi leggere qualcosa con animali protagonisti ti consiglio anni senza fine di Simak ;)

    • Daniele Imperi
      5 aprile 2016 alle 12:42 Rispondi

      Che intendi per apparenti?
      Non credo che tutte le eccezioni vanno considerate solo nel romanzo giapponese. Possonmo funzionare anche nei nostri.
      Con animali protagonisti ho letto anni fa La collina dei conigli. Anni senza fine sembra interessante, anche se devo capire come fanno a emigrare su Giove che è gassoso :D

      • Grilloz
        5 aprile 2016 alle 16:27 Rispondi

        Su giove? l’ho letto un bel po’ di anni fa, ma questo particolare proprio non me lo ricodo :OTi faccio un esempio fotografico perchè non me ne viene in mente nessuno narrativo :D Un giorno una fotografa ha pubblicato una foto (a mio parere bella) raffiguaante un albero in un prato. L’albero era proprio al centro dell’inquadratura. Ora chi ha una minima infarinatura di fotografia conosce la regola dei terzi, che in questo caso era apparentemente non rispettata. In realtà l’orizzonte cadeva proprio sulla linea dei terzi inferiore e era anche rispettata un’altra regola compositiva, quella della simmetria.Sì, le eccezioni possono funzionare anche nei nostri romanzi, ma quel che intendevo è che magari quella che è un’eccezione per la letteratua occidentale è la regola nella letteratura giapponese (però ammetto la mia ignoranza)

        • Daniele Imperi
          5 aprile 2016 alle 16:46 Rispondi

          Ho capito che vuoi dire, sì, penso la stessa cosa, magari certe regole valgono solo per noi, ma per i giapponesi ne valgono altre.

  2. Claudia
    5 aprile 2016 alle 07:51 Rispondi

    Riconosco l’originalità del libro, ma ricordo di aver fatto una gran fatica a finirlo… Poteva rendere lo stesso effetto anche con la metà delle pagine. Non lo rileggerò e non mi ha lasciato la curiosità di approfondire l’opera dell’autore.

    • Daniele Imperi
      5 aprile 2016 alle 12:43 Rispondi

      Ciao Claudia, benvenuta nel blog. Capisco che intendi coi tagli da fare, ma non sarebbe stata la stessa cosa, non sarebbe stato, cioè, un romanzo giapponese, credo.

      • Claudia
        5 aprile 2016 alle 15:04 Rispondi

        Ciao Daniele, dei libri giapponesi che ho letto (per la verità non molti) ho apprezzato la sintesi.

        • Daniele Imperi
          5 aprile 2016 alle 15:07 Rispondi

          La sintesi? Di 3 che ne ho letti (questo, 1Q84 e Moribito) solo Moribito era abbastanza sintetico.

          • Claudia
            5 aprile 2016 alle 15:47 Rispondi

            Kirino Natsuo, Kawabata Yasunari, Murakami Haruki (“Sotto il segno della pecora”) non mi parevano dispersivi.

  3. CervelloBacato
    5 aprile 2016 alle 10:09 Rispondi

    L’unico romanzo giapponese che ho letto è Battle Royale, ma ho idea sia molto occidentale, vero?
    Posso chiederti qual è la differenza principale che si nota? Perché mi hai incuriosito e magari me lo leggo pure :)

    CervelloBacato

    • Daniele Imperi
      5 aprile 2016 alle 12:45 Rispondi

      Non conosco Battle Royale.
      La differenza principale fra un romanzo giapponese e uno occidentale, dici? Secondo me il titpo di narrazione, la richezza assurda di dettagli e particolari.

      • Grilloz
        5 aprile 2016 alle 16:29 Rispondi

        Aggiungerei anche un modo diverso di rappresentare i sentimenti, più intimo, meno esteriorizzato è una certa “delicatezza” da disegno su carta di riso

  4. Danilo (IlFabbricanteDiSpade)
    5 aprile 2016 alle 11:16 Rispondi

    Ok, mi hai ufficialmente incuriosito. Anche se, da buon gattofilo, un po’ ci speravo che fosse un libro sui gatti :P

    • Daniele Imperi
      5 aprile 2016 alle 12:46 Rispondi

      Io sono un gattofilo, ma non penso che leggerei un romanzo sui gatti :)

  5. Federica Maria Bucci
    5 aprile 2016 alle 11:20 Rispondi

    E’ il mio libro dell’anima!

    • Daniele Imperi
      5 aprile 2016 alle 12:47 Rispondi

      Ciao Federica, benvenuta nel blog. Ti è piaciuto così tanto?

  6. Salvatore
    5 aprile 2016 alle 11:46 Rispondi

    Si può fare la stessa cosa con un posacenere…

    • Daniele Imperi
      5 aprile 2016 alle 12:46 Rispondi

      Questa non l’ho capita. Un posacenere come protagonista?

      • Salvatore
        5 aprile 2016 alle 18:04 Rispondi

        È in programma, fra un paio di settimane se non ricordo male. :P

  7. valentina85
    5 aprile 2016 alle 11:58 Rispondi

    Sembra molto interessante, appena avrò occasione lo leggerò. Grazie per l’articolo.

    • Daniele Imperi
      5 aprile 2016 alle 12:46 Rispondi

      Ciao Valentina, benvenuta nel blog. Hai già letto romanzi giapponesi?

  8. Tiziano
    5 aprile 2016 alle 12:06 Rispondi

    No, Natsume è il nome e il cognome è Soseki, se non ho studiato male.
    Si usava mettere prima il cognome, è vero, ma non tutte le edizioni italiane rispettano l’usanza, e alcuni autori(Vedi Banana Yoshimoto) decidono di non rispettare questa usanza.
    Indubbiamente Soseki è uno degli autori nipponici più amati nel paese, ed è uno dei pochi classici che non ha mai perso il suo fascino anche dopo l’esordio della cultura occidentale, che per un po’ ha eclissato i grandi letterati giapponesi. Come diceva Kawabata in uno scritto su Akutagawa, loro continuavano ad essere interessati alla letteratura giapponese classica, e, chi lo faceva, era ritenuto antiquato.
    Ottima lettura! Buon pomeriggio e grazie per gli articoli

    • Daniele Imperi
      5 aprile 2016 alle 12:51 Rispondi

      A quanto ho letto in varie parti Natsume è il cognome. Secondo me la letteratura giapponese è di nicchia, non può appassionare la gran parte dei lettori occidentali.

  9. Stefania
    5 aprile 2016 alle 13:39 Rispondi

    Eccoci! Arrivo tardi: lo sapevo. Sōseki (perché se questo è il nome voglio usare quello) mi ha rubato L’Idea (maiuscole!). Ho sempre fatto parlare sia il gatto che il cane di casa mia (il gatto aveva anche una sfilza di amici con caratteristiche ben diverse e parlavano tutti pure loro) montando spettacolini improvvisati, spesso lunghissimi, con mia sorella e mia madre da spalla. Alcuni venivano talmente bene ed erano talmente lunghi che mi son sempre detta: prima o poi scrivo un libro facendo finta di essere Pilù o la Tinetta. Per altro, credo di aver sempre scritto… così come descrivi nel post, e di essermi sempre fustigata perché non stavo rispettando nemmeno una regola. Cercherò di consolarmi: mi fa piacere avere trovato il posto che fa per me. Preparo il trasloco per il Giappone ;-)

    • Daniele Imperi
      5 aprile 2016 alle 14:10 Rispondi

      Chissà quanti autori hanno fatto parlare gatti e cani, quindi anche se arrivi tardi, va bene lo stesso :)

  10. Chiara
    5 aprile 2016 alle 13:49 Rispondi

    Non ho mai letto nulla di questo autore, ma mi incuriosisce.
    A volte mi capita di dilungarmi o inserire dettagli inutili, ma non sono scelte: sono errori. Un tempo la prolissità era un esercizio di stile; oggi è infodump. :)

    • Daniele Imperi
      5 aprile 2016 alle 14:11 Rispondi

      Mah, secondo me bisogna vedere quando è davvero infodump.

  11. Marina
    6 aprile 2016 alle 09:13 Rispondi

    Pane per i miei denti. perché rientra nel mio genere letterario e perché adoro tutto ciò che ha il sapore del Giappone. Lo leggerò.

    • Daniele Imperi
      6 aprile 2016 alle 10:48 Rispondi

      Allora ti piacerà di sicuro :)

  12. delia
    10 aprile 2016 alle 14:09 Rispondi

    Ho letto un solo libro di Murakami, Sonno.
    Tutto d’ un fiato. Mi capita raramente, mi affascinavano il linguaggio semplice e l intensità, che di solito (in occidente diciamo) non vanno a braccetto. Proverò a sfogliare questo. Come animale narrante, ci sono i libri di Sepulveda, che mi hanno introdotto all idea, per cui non la vedo come un’anomalia

    • Daniele Imperi
      12 aprile 2016 alle 10:38 Rispondi

      Sepulveda non mi ha mai incuriosito, sono abbastanza prevenuto con gli autori dell’America del sud.

  13. Simona C.
    10 aprile 2016 alle 15:23 Rispondi

    Con un gatto per narratore ho letto “L’ultima spedizione di Mrs. Chippy” che racconta l’epica spedizione polare di Shackleton vista dal gatto di bordo. Conoscevo già la storia di Shackleton e rileggerla da questo punto di vista è stato molto interessante perché reali dettagli storici sono riportati in maniera singolare. Per esempio, quando Mrs. Chippy affamato (era un maschio, ma l’equipaggio lo soprannominò Mrs. Chippy) è felice di ricevere la razione di pappa con un’ora d’anticipo, sottintende che sulla nave si era passati all’ora solare. Il libro è pieno di queste finezze e, come hai detto tu, un gatto può entrare sulla scena e osservarla senza farne parte pur parlando in prima persona. Proverò a leggere anche Natsume.

    • Daniele Imperi
      12 aprile 2016 alle 10:37 Rispondi

      Di Shackleton ho 2 libri, però narrato dal gatto di bordo non mi attira :)

  14. carola
    13 aprile 2016 alle 10:04 Rispondi

    Che pensate se il narratore onnisciente fosse una persona morta che però all’inizio del romanzo non si capisce che è morta? Questa persona narra di sè degli eventi e personaggi della sua vita che poi spingono al finale dove si scopre che è morta e perchè.

    • Daniele Imperi
      13 aprile 2016 alle 10:41 Rispondi

      Ciao Carola, benvenuta nel blog. Una cosa del genere c’è in Amabili resti, anche se in quel romanzo la narratrice dice subito di essere morta.

  15. carola flauto
    13 aprile 2016 alle 10:08 Rispondi

    Conoscete romanzi dove si adotta tale strategia? Se è sì me li indicate?

  16. carola flauto
    13 aprile 2016 alle 10:54 Rispondi

    <Sono una scritrice, mi divido tra la scrittura e l'insegnamento ( italiano e latino al liceo), ho pubblicato già quattro romanzi di cui due fantasy su temi sociali. Da cinque anni sto scrivendo un romanzo ispirato a diverse storie vere, e in questo caso la mia protagonista da morta racconta di sè e del suo mondo, dei luoghi e dove vive e della sua vicenda personale, ma non ho voluto rivelare il finale all'inizio. Perchè la motivazione della sua morte è parte integrante del racconto. Che ne pensi di questa scelta?

    • grilloz
      13 aprile 2016 alle 10:59 Rispondi

      Come dicevo sopra anche solo citare un titolo è spoiler in questo caso quindi

      >>> SPOILER <<>> FINE SPOILER <<<

      • grilloz
        13 aprile 2016 alle 11:00 Rispondi

        ahh, ma allore c’è un filtro!!!
        il titolo era
        treni strettamente sorvegliati di Bohumil Hrabal, un autore ceco. scritto in prima persona, ma…

        • Daniele Imperi
          13 aprile 2016 alle 11:05 Rispondi

          No, non c’è nessun filtro, ma se non la smettete di scrivere dentro i simboli < e >, tutto quello che scrivete viene cancellato, perché quelli sono simboli usati nel codice HTML e viene quindi preso tutto come parte del codice :D

          • grilloz
            13 aprile 2016 alle 11:08 Rispondi

            ahhh, userò un altro simbolo la prossima volta :D

    • Daniele Imperi
      13 aprile 2016 alle 11:04 Rispondi

      La scelta è inusuale ma anche interessante. L’importante è che alla fine questa scelta non sembri un trucco.

  17. carola flauto
    13 aprile 2016 alle 11:04 Rispondi

    Scusa, per essere più precisa, lei da grande vuole fare la scrittrice e una fanciulla di diciotto anni che vive in un quartiere a rischio del centro di Napoli e come se la storia che racconta fosse il romanzo che avrebbe voluto scrivere che però si trasforma nel “romanzo vero” della sua vita con un finale a sorpresa che coincide casualmente con la fine della sua vita. Ovviamente c’è una ragione sociale e culturale alla radice di questa tragica conclusione che si evincerà lungo il dipanarsi della storia. Non è facile far parlare una ragazza di diciotto anni, con le sue problematiche e le sue genialità. Ci vuole una grande ricerca. Vorrei un consiglio e un parere, e altre letture che possono essere utili.

    • Daniele Imperi
      13 aprile 2016 alle 11:06 Rispondi

      Non ho fatto letture del genere. Prova a leggere Amabili resti.

    • grilloz
      13 aprile 2016 alle 11:14 Rispondi

      Se vuoi prova a leggere anche il libro che ho citato sopra, la scelta del finale secondo me funziona, è ben gestito, non sembra un artificio.
      Poi immagino che tu abbia già letto la Ferrante ;)

  18. carola flauto
    13 aprile 2016 alle 11:23 Rispondi

    Milos protagonista di trenoi strettamente sovegliati narra da morto e si scopre alla fine che è morto?

    • grilloz
      13 aprile 2016 alle 11:31 Rispondi

      in realtà, se dobbiamo essere precisi precisi, il protagonista non muore nelle pagine del libro, il romanzo si chiude con lui in punto di morte. Però il finale non lascia dubbi. Lui parla in prima persona fino all’ultimo sospiro.

  19. carola flauto
    13 aprile 2016 alle 11:25 Rispondi

    Non è un trucco quello che capita a lei è molto ricorrente nei quartieri a rischio di Napoli. Però come si fa a stabilire quando tale scelta di finale è un trucco?

    • Daniele Imperi
      13 aprile 2016 alle 11:28 Rispondi

      Intendo dire che potrebbe essere preso per un trucco far capire al lettore soltanto alla fine che la narratrice è morta.

  20. carola flauto
    13 aprile 2016 alle 11:30 Rispondi

    E ovvimente quando invece è naturale e non artificiosa?. Sono curiosa di sapere come fai a stabilire la differenza. Sai io mi metto molto in discussione, per me l’editig di trama e di testo, i primi che faccio da me, sono molto severi, di grande taglio e di grande autodisapprovazione. Ci metto tempo e mi confronto perchè credo che dietro la scrittura ci deve essere un enorme lavoro proprio perchè ciò che racconti deve essere credibile. Sono felice di aver scoparto questo blog, sai la scrittura è un lavoro a volte troppo solitario.

    • grilloz
      13 aprile 2016 alle 11:36 Rispondi

      Dico la mia, poi sentiamo l’idea di Daniele:
      è artificioso quando è un trucco dell’autore che non sa più come tirare fuori il protagonista dalla sua situazione, o quando l’autore “bara” facendoti credere fino alla fine che il protagonista non morirà. Però difficile fare una valutazione assoluta.
      Ad esempio la protagonista di Dannazione di Palahniuk è all’inferno, quindi è ovvio che sia morta, il come e il perchè verranno fuori man mano.

      • Daniele Imperi
        13 aprile 2016 alle 11:55 Rispondi

        Sì, penso di essere d’accordo, soprattutto sul fatto che sia difficile capirlo ora senza aver letto il romanzo. Secondo te ti conviene scriverlo e poi, se l’editor ti dirà che sembra artificioso, revisionarlo in quel senso.

    • Daniele Imperi
      13 aprile 2016 alle 11:39 Rispondi

      Non so dirti come si possa capire che quella scelta è troppo artificiosa. Penso che tutto il romanzo vada costruito in modo da non farlo capire. E l’ultima scena è la più importante, secondo me, quando fai sapere al lettore che l’autrice è morta. Posso solo consigliarti di leggere alcuni libri i cui autori hanno fatto una scelta del genere.

  21. carola flauto
    13 aprile 2016 alle 11:34 Rispondi

    Per favore vorrei un consiglio per evitare che si possa commettere tale errore.

  22. carola flauto
    13 aprile 2016 alle 11:37 Rispondi

    Grilloz, a me si apre con lei che è in punto di morte, ma non si capisce che è in punto di morte. o si scopre alla fine quando muore.

    • grilloz
      13 aprile 2016 alle 11:39 Rispondi

      Detta così mi pare che dovrebbe funzionare, però dovrei leggerlo

  23. carola flauto
    13 aprile 2016 alle 11:40 Rispondi

    Volevo raccontare la storia di un sogno spezzato. Un romanzo di denuncia ma il clima è quello del realismo magico.

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