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Dynamite Bra

Un racconto western

Un colabrodo con la stella di latta

«È morto».

«Puoi giurarci, Jack, è morto stecchito».

«E adesso siamo senza sceriffo».

«Beh, a pensarci bene, non è poi cambiato tanto qui a Bang City. Norton McAllister era sempre al saloon a spassarsela con le baldracche di Tom».

«Hai ragione, Bill. Che io sia dannato se hai ragione».

«Dovremmo chiamare il becchino».

«Prima facciamoci un goccio. Ci vuole, dopo una scoperta del genere».

«Mi mangio il cappello se non troviamo quel beccamorto di Isaia al saloon».

«Resterai a digiuno, allora. Garantito».

I due si allontanarono. Le ombre della sera iniziarono la loro discesa sulla terra dei vivi, il vento si alzò, come richiamato da un ordine superiore, spazzando le strade. Nuvoloni di polvere intasarono l’aria e i rotolacampo presero a correre, come grumi rinsecchiti di capelli morti soffiati via da una tomba.

Bang City era un’accozzaglia di baracche ed edifici moderni, con un saloon chiassoso, una prigione, una banca, un emporio e due ranch. La chiesa se ne stava acquattata alla periferia est e diametralmente opposto faceva la sua macabra figura il laboratorio di Isaia Wilson, il beccamorto. Uscendo dalla funzione, i fedeli erano confortati dalla tangibile realtà che li avrebbe portati, un giorno più o meno lontano, dritti filati dal loro Creatore.

Bill e Jack entrarono nel locale. Il fumo dei sigari e la stufa che tirava male avevano prodotto una densa nebbia, che galleggiava a mezz’aria come un’anima incerta se salire in Paradiso o restare nella dannazione terrena. Cercarono con lo sguardo un tavolo libero, ne trovarono uno seminascosto in fondo al saloon e vi si diressero.

«Che vi porto, ragazzi?» La cameriera dava segni d’impazienza e prese a tamburellare con un piede sul pavimento.

«Una birra, per cominciare», disse Bill. «E poi una grossa bistecca con contorno di fagioli. E per te, Jack?»

«Per me lo stesso, Bill», rispose l’amico. «E che sia bella cotta, mi raccomando».

«Poi», aggiunse Jack, palpando il di dietro sodo della ragazza, «se vuoi anche sederti sulle mie ginocchia, bellezza, non è che a me dispiaccia».

«Nonno, quando vorrò farmi raccontare la favoletta prima di andare a dormire verrò a cercarti».

La cameriera sparì in cucina. I due cowboy risero di gusto a quella battuta, se di Jack o della donna non si capì mai.

Quando la cena arrivò, si misero a mangiare di lena, il cadavere dello sceriffo ormai un ricordo. Ruttarono, finirono di scolarsi la birra e si stirarono le membra artritiche. Fu quando pagarono il conto e Jack palpò nuovamente le terga della donna che ai due tornò in mente McAllister.

«Ehi, Tom!», urlò Bill a un omone dietro il bancone che stava asciugando i piatti. «Hai visto quel figlio di buona donna di Isaia?»

«È laggiù», indicò Tom. «Ma è troppo ubriaco per darvi retta».

«Beh», disse Bill, «dovrà svegliarsi. Qualcuno ha ammazzato lo sceriffo McAllister e tocca a lui ficcarlo dentro una cassa».

E si scatenò un pandemonio.

Dalla padella alla stella

Sentì tanfo di cadavere appena entrata in città. Si odorò le ascelle, ma era sicura che non fosse lei a puzzare così. Né Willy, il suo bisonte. L’aveva strigliato solo un mese prima. Sniffò l’aria della sera e si lasciò guidare dall’aroma dolciastro della carne in putrefazione.

Rumori assordanti colpirono le sue orecchie non appena fu in vista del saloon. Un’esplosione di vetri e un uomo volò in strada atterrando su sterco di cavallo ancora fresco. Dentro, scorse sedie e panche che volavano, udì spari e fracasso di legna e bottiglie. Non badò alla rissa in corso e proseguì. Svoltò per un vicolo dove un rivolo puzzolente e giallastro scorreva perdendosi nel buio. Oltrepassò un edificio con le pareti scrostate e bucherellate da proiettili. Andò avanti ancora per alcuni metri e si fermò.

L’uomo giaceva a terra, riverso in modo scomposto, le braccia che quasi gli coprivano il volto. La donna scese dal bisonte, accarezzò l’animale e si avvicinò al cadavere. Con la punta dello stivale lo voltò e uno sfavillio apparve per un attimo sul petto dell’uomo.

Una stella di latta.

Qualcuno aveva fatto fuori lo sceriffo.

La donna si guardò attorno, ma le strade erano deserte. Sembrava, anzi, che tutta Bang City fosse a darsele di santa ragione dentro il saloon.

Si chiese dove fosse la casa della vedova Abercrombie. La ricca signora l’aveva assunta come cuoca personale e Barbara si era lasciata convincere da quella proposta allettante, anche se non si sentiva nata per stare dietro ai fornelli. Superati i trentacinque anni, la donna aveva già alle spalle due mariti e sei o sette perditempo lasciati sotto un metro di terra. Nessuno poteva permettersi di sfotterla senza pagare il dovuto.

Più alta della media, duecento chili ben piazzati su un corpo virile, un seno fuori taglia, un sigaro costantemente in bocca, lunghi capelli neri legati a coda, una gonna di tweed, un gilè e un paio di Buntline Special con la canna da 16 pollici al cinturone, Barbara Stone non passava inosservata. E la sua cavalcatura, un bisonte lungo tre metri di circa ottocento chili, aumentava l’appariscenza della matrona.

No, non era certo quello l’aspetto di una cuoca al servizio di un’anziana della nobiltà del Montana.

La donna si grattò una guancia, aspirò l’avana per riattizzarlo e sputò in terra. Poi aggrottò il sopracciglio e si guardò attorno, come se volesse capire la sua posizione in quella città e nel mondo intero. Vide se stessa con una parannanza e un mattarello. Sgobbare avanti e indietro per la cucina e la sala da pranzo della vecchia Abercrombie. Lavare stoviglie e passare le serate a chiacchierare di idiozie con la sua padrona.

«Al diavolo», disse.

Staccò la stella dal petto dello sceriffo morto e se l’appuntò sul suo. Poi si rimirò davanti a una finestra e, soddisfatta del risultato, sorrise.

«Andiamo, Willy», disse, montando sul bisonte. «Dobbiamo presentarci alla città».

Un nuovo sceriffo per Bang City

Quando entrò nel saloon, per poco un boccale non la centrò in pieno.

«Ehi, gente!», urlò il tipo che l’aveva lanciato. «Deve essere arrivato il circo. C’è un elefante nel saloon». E scoppiò a ridere facendo bella mostra della sua bocca semisdentata.

Uno sparo troncò quella risata sguaiata e l’uomo fu proiettato indietro, finendo addosso a uno dei pochi tavoli rimasti ancora illesi.

«Hanno sparato a Mike».

«È stato quel bisonte».

«Ma quant’è grossa?»

«Dio onnipotente».

«Chiamate lo sceriffo».

«Ma non l’hanno ammazzato?»

«Quello ha sempre una scusa per non fare il suo lavoro».

«Ehi, ma c’è lo sceriffo…»

«È resuscitato?»

«No, è il bisonte che ha sparato a Mike!»

«Dio onnipotente».

Barbara non ne poté più, estrasse la seconda Buntline e sparò di nuovo, questa volta in aria. Il lampadario, centrato in pieno sul supporto, crollò a terra. Due clienti fecero appena in tempo a buttarsi da parte.

«Ne ho piene le tasche, razza di squinternati!»

Un silenzio di tensione mista a sorpresa cadde sull’intero locale. Due cowboy smisero di pestarsi, le mani che stringevano le rispettive camicie e i pugni pronti a colpire. Un ragazzone dall’aria ebete teneva con una sola mano il corpo privo di sensi di un tale e con l’altra reggeva un tavolino. Il pianista restò con le dita sollevate senza avere il coraggio di sfiorare la tastiera. Tom, il padrone del saloon, fece capolino da dietro il bancone, dove s’era riparato assieme ad alcune baldracche. Qualcuno, a terra, si massaggiava la testa, il volto, le parti intime e raccattava i denti sparsi sul pavimento, cercando di capire quali fossero i suoi.

«Tu», urlò la donna a una cameriera che s’era affacciata da dietro un grosso barile. «Portami un piatto di fagioli, pane e birra. E sbrigati!»

La donna si smaterializzò all’istante.

«Voi», disse poi Barbara a tutti gli altri. «La pacchia è finita. Sono il nuovo sceriffo e qui è l’ultima volta che scoppia una rissa».

Fece una pausa e squadrò uno a uno gli avventori per sincerarsi che avessero capito. I due cowboy che si stavano pestando staccarono le mani dalle camicie dell’altro, rassettandole come brave mogliettine. Il ragazzone lasciò cadere a terra l’uomo e il tavolino, che produssero entrambi un suono sordo appena incontrarono con forza il pavimento. Il pianista poggiò le mani sulle sue gambe. Tom ordinò a una cameriera di preparare un tavolo per la nuova ospite. Quelli a terra si alzarono, doloranti e acciaccati.

«Il mio nome è Stone, Barbara Stone», disse infine. Nei volti del pubblico quelle parole non produssero alcun effetto. «Ma i pendagli da forca come voi mi conoscono meglio come Dynamite Bra

Fu allora che si scatenò il vero pandemonio.

Il reggiseno più esplosivo del West

All’alba del giorno dopo Barbara Stone si insediò nell’ufficio dello sceriffo. L’eco di quanto accaduto la notte prima aveva fatto il giro dell’intero stato e con la diligenza delle 6 arrivarono anche alcuni giornali delle città vicine, che riportavano l’accaduto.

Bill e Jack erano riusciti a rimettere in sesto Isaia Wilson e verso mezzanotte il becchino aveva infilato addosso al cadavere di Norton McAllister un bel cappotto di legno. Il funerale si sarebbe svolto di lì a un paio di giorni.

Al nome di Dynamite Bra dentro il saloon era infuriato un quarantotto, ma nulla era stato rotto, frantumato, divelto, fracassato, spaccato. Anzi, era successo l’esatto contrario. Tutti, baldracche comprese, s’erano messi a lavorare d’impegno per riordinare il locale, aggiustare tavoli e sedie, spazzare e lavare il sangue, prendere le misure per rifare le imposte, raccogliere cocci e pezzi di vetro. Nel giro di due ore il saloon di Tom era tornato come nuovo.

Barbara aveva cenato, servita come fosse una regina. Poi era andata a dormire in una stanza del locale, gentilmente offerta da Tom che, almeno per quella notte, aveva lasciato libere le baldracche. Nessun cliente aveva avuto il coraggio di spassarsela, con il nuovo sceriffo a due passi.

Dopo aver dato una pulita all’ufficio, il cui pavimento non veniva spazzato dalla fondazione della città, oliato le armi del piccolo arsenale e trovato una stalla per il suo Willy, Barbara Stone fece un salto dal falegname, il già conosciuto Isaia. Gli ordinò un cartello da appendere fuori dalla porta del suo ufficio. Isaia lesse con attenzione il foglietto che la donna gli porse, si grattò la testa, guardò la Stone, annuì e le disse che sarebbe stato pronto per mezzogiorno.

A quell’ora tutta Bang City, che non era poi così grande, fu richiamata da un forte martellare che proveniva dall’ufficio dello sceriffo. Qualcuno non ci fece caso, ma qualcun altro, più scaltro e incosciente, andò a curiosare. Fra gli astanti c’erano anche i due cowboy Bill e Jack, sempre in mezzo come il prezzemolo, pensionati nullafacenti che amavano gironzolare per le strade rompendo le tasche a chi capitasse loro a tiro.

Quando Barbara finì di affiggere il cartello, si voltò verso la piccola folla radunata davanti all’edificio, salutò con un cenno del capo e tornò dentro.

Bill scosse la testa. «La fantasia non le manca di certo», disse.

«Puoi scommetterci la testa, fratello», disse l’altro.

Il cartello parlava chiaro e fece capire subito a tutti che aria tirasse adesso in città.

SHE-RIFF

BARBARA STONE

(DYNAMITE BRA)

RISPETTA LA LEGGE

O CREPA VIOLANDOLA

Qualche borbottio di protesta si diffuse nell’aria, ma il vento se lo portò via subito. Nessuno osò dire altro e, scuotendo la testa in un chiaro gesto di disappunto, la folla si dissolse come sale nell’acqua.

Tuttavia a qualcuno non piacque quell’affronto. Lo stesso qualcuno che aveva deciso di mandare in pensione il precedente sceriffo. Non che McAllister fosse un’istituzione a Bang City, ma una stella di latta è sempre una stella di latta. È la legge, anche se chi la rappresenta è debole.

Leslie Cox oziò davanti al cartello, leggendolo più volte con un sorriso strafottente sotto i baffetti impomatati. Carezzò le bisacce appese alla sella, piene di candelotti portati per l’occasione. Quel donnone, pensò, gli avrebbe messo i bastoni fra le ruote. A Bang City non solo non doveva esserci uno sceriffo, ma neanche più l’ufficio con prigione annessa.

Scese da cavallo, lo legò, salì sulla veranda e bussò. Poi, senza attendere l’avanti, aprì la porta.

Barbara Stone se ne stava seduta alla parete opposta, gli stivali sulla scrivania, fumando un avana. Squadrò il suo ospite e un’ombra impercettibile calò sul suo sguardo.

«Ehi, bocconcino», disse l’uomo. Ma non finì la frase.

Lo sceriffo si alzò con un’agilità che sconvolse Leslie. Saltò oltre la scrivania, raggiunse l’uomo con due passi e gli assestò un pungo diretto sul naso. Leslie volò letteralmente fuori, finendo in mezzo alla polvere. Il cavallo, spaventato, riuscì a liberarsi e trotterellò verso il padrone. L’uomo, scrollando il capo e sputando sangue, allungò una mano verso una staffa per tentare di rimettersi in piedi e una delle bisacce si aprì, lasciando cadere parte del contenuto.

Barbara capì al volo. Prima che Leslie potesse rialzarsi, la donna sparò e si buttò immediatamente a terra. Un’esplosione assordante tuonò a Bang City, i vetri di alcune finestre, comprese quelle dell’ufficio dello sceriffo, andarono in pezzi, la porta stessa fu scardinata. Quando il silenzio tornò a regnare in quel placido pomeriggio del West e il fumo e la polvere svanirono, Barbara si tirò su, spazzolandosi gli abiti con una mano. Non era ferita. L’ufficio, però, aveva bisogno di una tinteggiata. Guardò fuori. Là dove prima c’erano stati Leslie Cox e il suo cavallo, adesso una buca rovinava la simmetria della strada. Avrebbe chiamato dei volontari a rattopparla.

L’importante, in tutta quella fottuta storia, si disse, era che quell’ammazza-sceriffi avesse finito di collezionare stelle di latta. Barbara non sapeva perché fosse stato ucciso McAllister, ma era intenzionata a scoprirlo.

Prima, però, doveva ambientarsi in quella cittadina, restaurare l’ufficio e, soprattutto, procurare una cuoca alla vedova Abercrombie.

L’indomani, quando lesse i titoli dei giornali giunti con la diligenza delle 6, che riportavano a caratteri cubitali la scritta

IL REGGISENO PIÙ ESPLOSIVO DEL WEST

Barbara Stone sorrise.

Per la prima volta in vita sua si trovava d’accordo con uno scribacchino.

17 Commenti

  1. Lucia Donati
    2 dicembre 2012 alle 10:12 Rispondi

    Intanto: che bella donna, questa Barbara Stone! Avevi ragione: qualcuno se ne innamorerà perdutamente! Ho sofferto un po’ per il bisonte di soli 800 chili. Ho temuto in varie occasioni che il reggiseno sarebbe veramente esploso (può capitare!)in simili frangenti. Ma non lasciamoci ingannare dalle apparenze: infatti lei è agile e sorprendente. Carino il “she-riff”. Qualcuno andrà mai a controllare se lei aveva il diritto di appuntarsi la stella (nel vecchio west non c’erano poi tutti questi controlli, i film western insegnano…)? Bello: si legge d’un fiato e fa sorridere in più punti.

    • Daniele Imperi
      2 dicembre 2012 alle 11:33 Rispondi

      Grazie :) Dynamite Bra doveva essere un fumetto, nel lontano 1998, ma ne farò una serie di racconti, più semplici da gestire.

  2. Lucia Donati
    2 dicembre 2012 alle 10:47 Rispondi

    Superclassifica: 1)Dynamite Bra; 2)La mappa del mondo; 3)Perché leggo thriller; 4)Analisi della concorrenza.

    • Daniele Imperi
      2 dicembre 2012 alle 11:33 Rispondi

      Addirittura il racconto al 1° posto?

      • Lucia Donati
        2 dicembre 2012 alle 12:29 Rispondi

        Sì: l’ho trovato ironico, pungente, ben costruito e divertente.

  3. Alessandro C.
    2 dicembre 2012 alle 11:20 Rispondi

    Barbara Stone è la classica donna che ama usare il frustino anche in camera da letto.
    Bel racconto Daniè! Mi piace molto la tua ironia, e resto in attesa del racconto condominiale :D

    • Daniele Imperi
      2 dicembre 2012 alle 11:34 Rispondi

      Grazie :)
      In camera da letto quella userà anche le sue pistole, credo :D
      Il racconto condominiale! Mi metto al lavoro, va.

      • Lucia Donati
        2 dicembre 2012 alle 12:26 Rispondi

        Una donna pericolosa: forse a qualcuno piace…

  4. Neri Fondi
    2 dicembre 2012 alle 12:55 Rispondi

    Wow Daniele, devo farti i miei complimenti perché questo racconto merita davvero! Registro perfetto e adeguato al contesto, correttezza e fantasia, insomma, che dire, davvero complimenti.
    Mi piacerebbe leggere ancora di Dynamite Bra, è un personaggio che mi intriga, oltre a spaventarmi un po’!

    E mi piace la tua idea di farne una serie di racconti, decisamente!

    E sai che ti dico? Ora ti spammo sulla mia pagina perché questo racconto va letto!

    • Daniele Imperi
      2 dicembre 2012 alle 13:03 Rispondi

      Grazie mille, anche per lo spam :D
      Ok, allora, andata per altri racconti su Barbara Stone ;)

      • Neri Fondi
        2 dicembre 2012 alle 13:15 Rispondi

        Yeah! Non vedo l’ora di vedere il nuovo episodio tra i feed, allora :)

  5. franco zoccheddu
    2 dicembre 2012 alle 13:05 Rispondi

    Diavolo d’un Daniele: avevi nel cassetto un’idea così interessante e ci hai stupito un po’ tutti. Mi è tornato il buonumore in una giornata umida e oscura. Grazie!

    • Daniele Imperi
      2 dicembre 2012 alle 13:08 Rispondi

      Non pensavo potesse riscuotere tutto questo successo quel bocconcino della Stone :D
      Grazie, Franco, felice che ti sia tornato il buonumore :)

  6. Lucia Donati
    2 dicembre 2012 alle 13:27 Rispondi

    Un bocconcino che a qualcuno, come si legge anche dal racconto, può rimanere sullo stomaco… Si, bel personaggio: vedo bene altri episodi.

  7. Romina Tamerici
    8 dicembre 2012 alle 19:54 Rispondi

    Che tipino! Non riesco a immaginarmela di 200 chili, ma sono contenta che non sia la tipica macchietta di donna dal fisico mozzafiato come immaginavo.

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2012 alle 20:05 Rispondi

      Quel tipo di donna ha stufato, è troppo abusata, specialmente nel cinema.

      • Romina Tamerici
        9 dicembre 2012 alle 02:43 Rispondi

        Sono d’accordo. Infatti il mio era un timore non una speranza.

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