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Dove scrivere

Dove scrivereLa scrittura, intendendo la scrittura creativa, ossia il processo che porta alla creazione di un testo di senso compiuto, informativo, narrativo, scientifico, ecc., è un’azione, un insieme di azioni anzi, che necessitano di uno spazio ben definito per essere eseguite.

Non si può scrivere in movimento, mentre si sta compiendo un’altra azione. Scrivere richiede una stasi, una pausa nelle altre azioni, un’assenza di movimenti, eccetto quelli delle mani e delle braccia che rappresentano gli strumenti per mezzo dei quali, con l’ausilio di una penna o di un computer, si può esercitare l’azione della scrittura.

L’intero corpo deve essere messo in standby, ogni energia deve essere concentrata in un’unica azione, incanalata e lasciata fluire dal cervello alle mani. Queste sono le uniche parti del corpo che hanno il privilegio di essere in movimento, tutto il resto, superfluo ai fini del processo creativo e meccanico di scrittura, deve essere lasciato a riposo.

La stasi, di conseguenza, richiede uno spazio fisico in cui lasciare il corpo in assenza di movimento, che sia una stanza o un giardino privato non ha importanza. Il luogo deve prevedere un certo isolamento e una certa comodità, caratteristiche fondamentali al corpo umano per poter restare in pausa, in una situazione di fermo immagine, per diversi minuti o per qualche ora.

Torniamo indietro nel tempo, a qualche secolo fa. Rispolveriamo la storia e ripeschiamo dalla memoria i certosini amanuensi.

Armati di pergamena, inchiostri e penne d’oca, si rifugiavano in sale silenziose e spaziose o in celle semi-oscure dove, alla luce di una candela, scrivevano e scrivevano. Il loro spazio era fatto di solidi muri di pietra, sedevano ad uno scrittorio in legno e scrivevano accompagnati dal suono graffiante della penna sulla pergamena.

Nessun movimento era concesso durante il processo di scrittura. Nessun movimento era necessario. Il corpo era in posizione di pausa, seduto allo scrittoio, le loro energie erano concentrate nei movimenti delle mani, l’intero corpo si era “spento” per dare maggiore vita allo scrivere.

Una sala, una cella, uno spazio fisico quindi, delimitato da confini, non solo materiali ma anche mentali. La concentrazione resa maggiore, più profonda, da questi confini, che hanno il compito di isolare e dare maggiore risalto alla stasi del corpo, che contribuiscono a rafforzare le energie necessarie alla creazione della materia scritta.

Al mondo d’oggi non esistono più gli amanuensi, le celle o le sale di scrittura. Oggi ognuno di noi, però, ricrea come può, inconsapevolmente, quel mondo antico e perduto. Rinasce come monaco amanuense, si isola dal resto dell’umanità per creare.

Scrive nella sua stanza, nel suo ufficio, in completa stasi, in assenza di movimenti, in piena concentrazione, con altri strumenti e una lingua più evoluta, ma scrive alla stessa maniera e negli stessi luoghi, sebbene con altro arredamento, di come scrivevano quei frati.

Nulla è dunque cambiato. Nessuna evoluzione? Negli strumenti e negli arredi sì. Ma le modalità del processo di scrittura sono rimaste invariate nel corso dei secoli, irremovibili nella loro essenza, immortali e intoccabili.

È come se avessero un loro DNA, un proprio e definito codice genetico che detta le regole della scrittura. Chi scrive le acquisisce alla nascita e le segue, ignaro di esse: una forza ancestrale, istintiva, che prende vita con noi e con noi ha una fine.

Ogni scrittore, quindi, a sua insaputa, si crea un mondo isolato in cui rifugiarsi per dare sfogo al suo processo creativo. L’inconsapevole creazione del rifugio, perché di rifugio si tratta, avviene improvvisamente, nel momento stesso in cui si avverte la necessità di scrivere.

Scrivere è come rifugiarsi in noi stessi, nel nostro io, per poi liberare ciò che abbiamo prodotto, come quando una donna partorisce il proprio bambino: il concepimento avviene in un luogo chiuso, nel proprio rifugio, per poi mostrare al mondo intero il frutto del suo lavoro.

L’azione dello scrivere, azione intesa come creazione, fa parte della nostra intimità, è un processo intimo che non può verificarsi in pubblico. Scrivere è una forma di pudore? Forse sì, perché no? Non ci sarebbe nulla di male in questo. L’importante è il frutto, che viene fatto assaggiare poi al pubblico. Non ha importanza dove e quando sia stato concepito quel frutto.

La scrittura ha bisogno di noi stessi e noi abbiamo bisogno della scrittura. Nessun altro terzo incomodo è richiesto durante questo delicato processo. È un rapporto a due che impedisce ad altri di intromettersi.

Esistono luoghi più adatti di altri per scrivere? Lo stato di “ideale” è insito in ognuno di noi, è personale come la scrittura stessa. Siamo noi a decidere se un luogo è ideale per il nostro processo creativo.

La ricerca è quella del rifugio, del luogo isolato, comodo, in cui sedersi a riflettere e far scorrere l’energia creativa, producendo testi, fiumi di parole, periodi di frasi interconnessi.

Le caratteristiche sono silenzio e tranquillità. Non si può scrivere in un ambiente rumoroso e affollato. Le distrazioni avverrebbero ogni secondo, interrompendo il flusso creativo e la concentrazione.

La propria stanza, isolata dal resto della casa, o l’ufficio, sono ambienti in cui comodità e silenzio convivono nelle giuste dosi. Più la casa, magari, in cui possiamo permetterci un isolamento maggiore inibendo ogni comunicazione con l’esterno per restare soli con noi stessi e le nostre idee.

Scrivo infatti nella mia stanza, solo, i rumori esterni ovattati dalle finestre chiuse oppure lasciati entrare a spezzare il troppo silenzio. Se entra qualcuno, ecco che smetto, ecco che il flusso si interrompe, che l’energia defluisce, che il motore che muove il mio processo creativo si spegne e ha bisogno poi di essere riavviato.

Scrivere per me è un isolamento completo, non devo avere attorno altri movimenti fuorché quelli a me necessari a scrivere.

Quanti di voi si riconoscono in questo quadro?

Un commento

  1. Il meglio di Penna Blu – Ottobre 2010
    1 novembre 2010 alle 05:25 Rispondi

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