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Doppia identità

Racconto apocalittico: Survival blog, cap. 3

Doppia identità

Ogni giorno, e da entrambi i lati della mia intelligenza, morale e intellettuale, mi sono così costantemente avvicinato alla verità, per la cui parziale scoperta sono stato condannato a un così terribile naufragio: che l’uomo non è davvero uno solo, ma sono in realtà due.

Robert Louis Stevenson (The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde)

2 gennaio 2016, ore 6,24

Hanno trovato il mio rifugio. Avrei dovuto aspettarmelo. Sono arrivati in quattro, alcuni giorni fa, hanno sfondato la porta in piena notte e hanno cominciato a sparare. Adesso i loro corpi sono appesi al piano di sopra e da quaggiù mi arriva alle orecchie il loro lento sgocciolio.

Qualcuno della Banda ha letto il mio blog e non ci ha messo molto a capire che qui in paese si nascondesse qualcuno che diffondeva notizie. Ho parlato del locale dato alle fiamme, dei tre gialli uccisi e di quei poveracci ammazzati. Ho parlato troppo, forse, ma non avrei mai creduto che quei barbari potessero trovare informazioni su internet.

Non che ce ne siano molte, a dire il vero. Chi pubblica più materiale in rete, a parte noi pochi che resistiamo a un destino amaro e a una condanna sempre più vicina?

Negli ultimi giorni l’ansia non mi ha dato tregua. È apparsa dapprima come una sorta di vuoto attorno al mio stomaco, seguita poi da una frequente tachicardia. Mi è stato sempre più difficile addormentarmi e, la notte, mi sono svegliato spesso, in preda a sensazioni di urgenza, di panico, di pericolo.

Sudavo freddo. Mi sembrava di soffocare. Talvolta mi vedevo costretto a uscire all’aperto, là fuori, sotto il cielo notturno. Allora mi mettevo a osservare le stelle, immaginando altra vita in altri lontanissimi sistemi planetari. Respiravo a pieni polmoni, come se dovessi prendere più aria possibile per un’apnea. Il freddo e il silenzio mi circondavano. Ero solo, maledettamente solo. Ero sicuro, ormai, che non ci fosse più nessun altro nel paese. L’ultimo rastrellamento dei Disperati era stato minuzioso.

Li avevo sentiti arrivare, quella notte di cinque giorni fa. Una sola macchina, un fuoristrada, e poi spari nell’aria fredda. Avevo avuto paura. Per alcuni minuti avevo tremato, col cuore che pulsava come impazzito. Poi, con mia sorpresa, una strana calma aveva preso il posto del terrore e m’ero accorto che non temevo più che mi scoprissero. Io li stavo aspettando.

Fu questo a spaventarmi più di ogni altra cosa. Questo repentino cambiamento nel mio stato d’animo, nei miei propositi, nel mio comportamento.

Erano cinque in tutto. Quello che guidava restava in auto e gli altri quattro entravano nelle case, distruggendo ogni cosa. Ma c’era ben poco da distruggere. Ogni mobile era da tempo diventato legna da ardere, ogni utensile era stato portato via, ogni lenzuolo, coperta, piumone, vestito era sparito.

Li sentivo dal mio rifugio. Anche se erano lontani, nel silenzio profondo della notte di montagna quegli spari arrivavano a me nitidi. Finché la mia porta esplose in schegge e pezzi di legno. Era blindata bene, almeno così credevo. La fecero saltare in aria, poi entrarono sparando all’impazzata.

Ma non ero così stupido. Dopo i primi spari seguì un silenzio, poi sentii che buttavano a terra tutto quello che gli capitava a tiro. E nel frattempo mi urlavano di venire fuori.

Di tutto quel che accadde dopo ho solo un vago ricordo. Fu come se io fossi là, presente a quella mattanza, eppure al di fuori, non assente, ma spettatore. Ero io che come una furia senza controllo uccidevo quei quattro balordi, con la sola forza delle mie mani e dei miei denti, ed ero io che guardavo con occhi sbarrati quella scena indescrivibile.

Il quinto uomo non entrò mai nella mia casa e fu un bene per lui. Sentii il fuoristrada sgommare sull’asfalto e poi allontanarsi a gran velocità. Se finora i Disperati avevano dimostrato coraggio in ogni situazione, che cos’ero divenuto io, dunque? Che cosa aveva visto o sentito quell’uomo da farlo fuggire a quel modo?

Questi interrogativi mi hanno tormentato nei giorni seguenti e mi tormentano tuttora. Da qui devo andarmene, ma non ho un mezzo per abbandonare questo posto. Ho deciso di restare finché arriveranno altri della Banda. Allora avrò altro cibo e un’auto per andare altrove.

Due giorni dopo quel fatto l’uomo è tornato. Solo. Avevo riparato la porta come avevo potuto, non era più blindata come prima, ma almeno non faceva passare il freddo. Ho sentito arrivare la macchina verso le tre del pomeriggio. È rimasta ferma a cinquanta metri dal rifugio per parecchi minuti, finché ho perso la pazienza e sono uscito.

Adesso che ci penso, non è stata una mossa sensata. L’uomo avrebbe potuto spararmi. Ma non lo fece. Ingranò la retromarcia, invece, e cercò di andarsene appena mi vide. L’auto urtò pesantemente contro un albero e il motore si spense. Lo sguardo che lessi in faccia a quell’uomo fu di terrore assoluto.

Così decisi di avvicinarmi e mi mossi nella sua direzione. L’altro tentò di rimettere in moto la macchina, ma i suoi movimenti erano disarticolati dal nervosismo e dalla paura. Quando si accorse che stavo per raggiungerlo, spalancò la portiera per scappare a piedi, ma io fui più veloce e lo buttai a terra.

Urlò come un ragazzino, pregandomi di non ammazzarlo. Ma non era quella la mia intenzione. Io adesso non ero più un sopravvissuto costretto a vivere nascosto, ma il re del paese. Adesso non ero più una preda, ma un cacciatore.

E decisi di sfruttare quella situazione. Lo feci rialzare e lo costrinsi a rimontare in macchina. Sul cruscotto c’era una pistola, la presi e gliela puntai contro. Era talmente impaurito che si lasciò sopraffare senza muovere un dito.

Avevo bisogno di sapere. Dovevo conoscere dove si nascondessero i Disperati, quanti fossero. Avevo appeso i corpi di quei quattro nel bagno, sulla vasca usata come congelatore. Li avevo spogliati e decapitati e poi appesi per i piedi a sgocciolare. Non mi vergogno a scrivere questo, anche se dopo quel lavoro vomitai sulla neve. C’è qualcosa di estraneo, dentro di me, che tenta di uscire fuori e c’è il mio solito “io” che lotta invece per ricacciarlo indietro.

Il mio prigioniero mi portò a circa quaranta chilometri dal paesino, in una cittadina che non conoscevo. Nessuna insegna era rimasta ad annunciare quel centro abitato e l’uomo non sapeva che nome avesse. Per loro era semplicemente “la Città”, la loro roccaforte, la base da cui partivano per le loro retate.

Si nascondevano nell’antico palazzo comunale, un edificio che risaliva al Medioevo, ristrutturato decenni prima. Ora appariva come un castello abbandonato a se stesso, popolato da fantasmi del passato. Le mura erano sporche e macchiate e in più punti sbrecciate. Ma era impossibile arrivarvi senza essere visti, poiché era situato sulla sommità di un colle.

Le sentinelle poste di guardia ci videro arrivare, ma riconobbero il fuoristrada e con un telecomando aprirono il portone, che si spalancò silenziosamente. Entrati nella corte, feci parcheggiare l’auto e colpii l’uomo sulla testa col calcio della pistola, prima che potesse accorgersi delle mie intenzioni.

In realtà non avevo alcun piano, non sono un combattente e i mesi passati come ufficiale dell’Esercito sono ormai lontani. Ma anche allora nessuno m’insegnò a combattere. Agivo d’istinto, senza seguire nessuna idea.

Uscii dall’auto ed entrai nella prima sala che trovai. L’uomo che fece per venirmi incontro urlò appena mi vide e corse via, lungo una scala. Guardai la mia immagine riflessa su una porta a vetri, ma il vetro era opaco e lurido e più che una figura senza forma non riuscii a vedere. Poi mi guardai addosso. I miei vestiti erano imbrattati di sangue e grumi di materia cerebrale. Per un attimo, per un solo attimo, una lontana sensazione di nausea mi colse, per poi svanire nei recessi del mio inconscio.

Presi anch’io la scala. Poi alcuni spari ruppero il silenzio e i proiettili mi sibilarono vicino. Mi abbassai e vidi tre uomini corrermi incontro sparando con un mitra. Fra quelli c’era anche il mio autista, che s’era risvegliato e aveva raggiunto gli altri per un’altra strada. Avrei dovuto colpirlo più forte. Scesi di corsa e mi rintanai nella sala, chiudendomi la porta alle spalle. Uscii fuori e montai in macchina. Per fortuna il motore si accese subito e sgommando mi allontanai da quel castello. Quando i tre uscirono in strada, ero ormai troppo lontano per le loro armi.

Per un po’ vagai senza meta per le strade del paese, poi lo attraversai fino a ciò che restava di un campo di calcio. Quello che trovai fece tornare in me quell’io che faticava a sopravvivere. Fermai la macchina e vomitai sull’erba ghiacciata. Ero sconvolto.

Non parlerò della scavatrice e di ciò che marciva nella sua pala. Non parlerò delle fosse comuni e dei resti buttati dentro senza ritegno. Non parlerò di ciò che si muoveva fra quei resti né dei rumori che produceva. Tutto ciò che vidi può essere soltanto accennato, ma non fatemi scendere in dettagli che segneranno per sempre la vostra vita.

Fuggii da quell’orrore senza nome e tornai sulla strada che portava al mio vecchio rifugio. Non potevo affrontare l’intera Banda da solo, senza armi adeguate né un piano. Potevo solo sperare che nessuno di loro venisse a trovarmi la notte.

Pochi chilometri prima del paese, tuttavia, il fuoristrada si fermò. Credo fosse finita la benzina. Non volevo che i Disperati lo trovassero, nel caso decidessero di tornare, così lo spinsi verso il ciglio della strada che si affacciava sul pendio e lo osservai mentre precipitava con un gran fracasso di rami spezzati e arbusti divelti, finché alcuni alberi fermarono la sua corsa. Dalla strada nessuno avrebbe potuto vederlo.

Tornai al paese a piedi, attraversando alcuni campi coperti di neve. Mentre camminavo, vidi da lontano un grosso cane che trotterellava verso di me. Avevo ancora la pistola e la impugnai. Ma il cane cercava solo compagnia, il suo sguardo non era cattivo. Non sembrava affatto malridotto e preferii non sapere di cosa si nutrisse.

Cane

Si avvicinò con circospezione e prese ad annusarmi. Quindi guaì come in preda a una paura improvvisa e si voltò, fuggendo da me come da un appestato.

Che cosa c’era in me che faceva terrificare uomini e animali? In cosa mi stavo tramutando? Perché a tratti questi interrogativi mi angosciavano e a tratti mi lasciavano indifferente?

Voglio lasciare un messaggio per quelli che hanno trovato il mio blog.

Per Alex

Lucidità e raziocinio sono ancora ben presenti in me, anche se sento che qualcosa stia sfuggendo.

Per Yami

Non ho medicinali di alcun tipo, non sono riuscito a trovarne. Forse la Banda ne aveva, ma non posso tornare alla loro roccaforte.

Per Elgraeco

Trovare uno scopo? Credo sia sopravvivere. Ma a questo punto ne vale ancora la pena?

Per Tim

Vivo in un’incertezza che è sempre più lieve. Un cambiamento sento che è avvenuto, ma non so quale sarà e come evolverà. L’unica cosa di cui sono certo è che ho paura, anche se non so di cosa.

***

In queste ultime ore c’è soltanto il silenzio a tenermi compagnia. La Banda non si è più fatta vedere. Sono trascorsi tre giorni dal mio viaggio alla roccaforte dei Disperati e dagli orrori che si celavano in quella città abbandonata e nessuno si è più presentato alla mia porta.

Che cosa mi aspetti il futuro non so dire. Ma c’è ancora un futuro? Vivo l’alba come il nascere di un giorno anonimo e il suo tramonto come la fine eterna di qualcosa che è svanito da tempo.

Sento che dentro di me convivono due forze in lotta fra loro. Una volta avevo un nome ed ero qualcuno. Adesso la mia identità è doppia e m’è ignoto quale delle due prenderà il sopravvento.

2 Commenti

  1. Michela
    2 gennaio 2011 alle 13:09 Rispondi

    Bello, pure questo! :)
    Mi piace la parte del cane che scappa… :)
    Ho letto il pezzo sui grumi di materia cerebrale mentre stavo bevendo una tazza di te, per poco non lo sputo tutto sul monitor :P
    Ottima davvero la trovata del protagonista che prova a guardarsi allo specchio ma non riesce a vedersi, ormai c’è curiosità di sapere che aspetto abbia, non vedevo l’ora che trovasse uno specchio… il retrovisore del fuoristrada era spaccato, vero?

  2. Daniele Imperi
    2 gennaio 2011 alle 13:49 Rispondi

    Grazie Michela :)

    Allo specchietto retrovisore del fuoristrada semplicemente non ha pensato, visto che stava fuggendo :)

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