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In difesa del self publishing

Difesa self-publishing

Questo è un guest post scritto da Rodolfo Monacelli.

In questo blog sono stati pubblicati numerosi articoli di critica al Self Publishing. Ringrazio Daniele Imperi per lo spazio che mi ha accordato, dandomi la possibilità di proporre una visione alternativa e una serie di motivi per cui la scelta del Self Publishing è oggi valida per uno scrittore.

Prima di questo, vorrei fare però una domanda ai lettori di Penna Blu. Qual è oggi lo stato dell’Editoria in Italia? Mettiamo in fila qualche dato (i numeri sono sempre quelli che danno una visione concreta e reale alle cose). Dal sito dell’Associazione Italiana Editori risulta che tra il 2014 e il 2015 vi è stato un:

  • -3,4% di lettori (848.000)
  • -3,6% del mercato
  • -6,4% copie di carta vendute
  • -3,6% del fatturato complessivo del mercato del libro
  • -6,4% (-6,1% per gli eBook) sul prezzo di copertina
  • -6,8% di lettori “deboli”
  • -0,8% di lettori “forti”

I dati completi potete leggerli in questo report da cui, al di là di strani toni ottimistici, emerge il dato più preoccupante di tutti: il mercato editoriale italiano è tornato ai livelli del 2003 (cioè di quello di 12 anni fa).

Come mai questa situazione?

Certo, potremmo mettere in campo la crisi economica, ma vorrebbe dire nascondere la polvere sotto il tappeto. Diciamoci la verità, una volta per tutte: l’editoria nel nostro paese è stato sempre un mercato di nicchia, con un’offerta enormemente maggiore della domanda. Perché? Perché gli italiani sono “geneticamente” ostili alla letteratura, alla filosofia, alla saggistica?

Non l’ho mai creduto. Penso che i problemi vadano fatti risalire a un livello più alto, a chi pubblica e promuove i libri, agli editori.

Analizziamo insieme quali sono state le strategie dell’editoria italiana degli ultimi anni: rincorsa al nome famoso (spesso televisivo, da Fabio Volo a Luciana Littizzetto), testi di pessima qualità, editing scadente, distribuzione vicina allo zero, promozione nulla.

Una breve precisazione. Questa è la situazione non solo della piccola editoria per questioni di budget, ma anche della grande editoria che si concentra ormai solo su pochi autori che hanno “provato” di poter vendere milioni di copie.

Quindi, la domanda che pongo a tutti i lettori di Penna Blu è:

Perché mai un autore dovrebbe affidare la sua opera a un editore?

Ricordo, infatti, che i diritti d’autore di uno scrittore, a meno di non chiamarsi Roberto Saviano, sono, facendo una media, intorno al 7% sul prezzo di copertina. Il resto andrà alla libreria (20%), al distributore (15%) e il resto all’editore (48%) e ad altri operatori del mercato. Naturalmente le percentuali saranno diverse se hai scritto un libro digitale e non cartaceo.

Facciamo due conti. Immaginiamo che hai scritto un libro con un prezzo di copertina di 18 euro, vendendone 1000 copie. Il fatturato complessivo (non consideriamo l’Iva e le tasse) dalla vendita del tuo libro sarà di 18.000 euro da cui tu prenderai soltanto 1.260 euro.

Al contrario, immaginiamo che tu abbia pubblicato il tuo libro con la modalità Self Publishing e lo abbia venduto direttamente dal tuo blog (senza passare, dunque, da Amazon). In questo caso, ai 18.000 euro togliamo i costi che hai dovuto affrontare per l’editing, l’impaginazione e la copertina.

In un recente articolo su questo blog è stato calcolato un costo di 2.650 euro (più Iva naturalmente). A questi costi vanno aggiunti i costi per la promozione e il marketing che, esagerando, calcoliamo in 2.000 euro: i costi per il blog, l’hosting, un Autorisponditore, un servizio per la creazione di Squeeze Page come Optimize Press, una campagna su Facebook Ads.

Quindi ricapitolando:

18.000 euro (fatturato) – 4650 euro (tutte le spese più il marketing) = 13.350 euro (che, calcolando l’Iva, diventerebbero poco più di 10.000 euro) invece di 1.260 euro. Una bella differenza, no?

Naturalmente, il gioco varrebbe la candela, e ti consiglierei di fare di tutto per farti pubblicare da un editore, se questi investisse nella promozione di tutti i libri del suo catalogo e, in questo modo, invece di vendere 1.000 copie (considera che ti sto facendo dei numeri molto al ribasso, con una buona strategia di marketing puoi vendere molte più copie promuovendo il tuo libro sul tuo blog e sui Social Network) ne vendessi 10.000.

Ma succede questo? Gli editori investono veramente sui libri dei loro autori (gli esordienti, ma non solo)?

La mia esperienza dice altro. La mia esperienza dice che gli editori (e se è un grande editore, la situazione peggiora) investe sui due o tre titoli l’anno e nient’altro. Per il resto inviano una newsletter generica con tutti i titoli usciti (Dio del marketing perdonali, perché non sanno quello che fanno!), il titolo, il prezzo e (neanche sempre) una brevissima descrizione. Fine.

Questa sarebbe una promozione che può far aumentare di dieci volte le vendite del tuo libro e per cui varrebbe la pena ottenere solo il 7% sul prezzo di copertina?

La verità è che in Italia nessun editore aiuta gli autori a promuovere il loro libro con le tecniche di marketing che oggi vanno fatte: quelle sul Personal Branding e di Direct Marketing.

Ma se voglio pubblicare i miei libri con un editore?

Gli editori non vogliono rischiare, non vogliono investire sugli esordienti e, qualora tu voglia pubblicare per forza con un Editore, ti consiglio di pubblicare almeno il tuo libro d’esordio con il Self Publishing. Una volta avuto successo con il tuo libro autopubblicato vedrai, infatti, che l’editore vorrà investire veramente su di te e il tuo libro, e in molti casi non ci sarà neanche bisogno di contattarlo, lo farà lui stesso.

Ancora non ti ho convinto? Pensi ancora che sia utile cercare sin dal tuo libro d’esordio un editore che non ti promuoverà, invece di aprire il tuo blog, conoscere il tuo pubblico, creare la tua lista di potenziali lettori ed elaborare la tua strategia di marketing per il tuo libro?

Io, al posto tuo, invece di cercare in tutti i modi di entrare in contatto con un editore, cercherei di farlo con i tuoi lettori. Con il Self Publishing potrai farlo.

Cosa ne pensi? Mi farebbe molto piacere un tuo commento.

Il guest blogger

Ciao, mi chiamo Rodolfo, vivo a Roma con la mia famiglia e sono un Consulente Web Marketing per l’Editoria.

Laureato in Lettere e appassionato di scrittura, mi occupo da ormai 10 anni di comunicazione e come consulente Web Marketing aiuto scrittori a migliorare la loro presenza online attraverso consulenze, corsi e coaching.

Nel 2015 apro il blog «Vendere un libro» per aiutare tutti gli scrittori che vogliono conoscere le enormi potenzialità del Web e del marketing, per la promozione dei loro libri.

77 Commenti

  1. nani
    1 dicembre 2015 alle 07:37 Rispondi

    Mettiamola cosi’: io non sono una venditrice, sono una che ha iniziato a scrivere un romanzo storico (periodo tardo antico/alto medievale = di nicchia) con una struttura diversa dalla solita. Mettiamoci anche che sono una donna e il lettore ideale del genere, abituato a leggersi autori uomini con sensibilita’ maschie piu’ vicine all’arte della guerra, potrebbe anche guardare con sospetto l’opera nata da una sensibilita’ femminile. No, non ci infilo romantiche storie d’amore o improbabili eroine con arco e spada, tranquilli. Tuttavia, non escludo che il lettore ideale possa pensarci sopra due volte prima di dargli una bella occhiata. E, nota bene, questo e’ quel famoso primo romanzo che dovrebbe portarmi alla fama e all’attenzione delle case editrici.
    Cosa succede a pubblicarmelo da sola? Spendo cifre che per me sono inimmaginabili (beati voi che non strabuzzate gli occhi a vedere questi numeri!), mi faccio un mazzo per promuovere un libro che e’ gia’ complicato da vendere e lo faccio senza saperne nulla di marketing. Ci riusciro’ mai da sola, con le mie sole scarse competenze? Rientrero’ mai nelle spese iniziali? E, soprattutto, arrivero’ a quella famosa visibilita’ per cui le case editrici affermate mi verranno a cercare? (cosa che non mi servirebbe, se avessi tutto quel successo con le mie sole forze, o sbaglio?)
    Io dico di no. Preferisco avere alle spalle qualcuno che lo fa per mestiere. Io mi risparmio delle spesone che non sono in grado di affrontare, un lavoro di marketing che non so fare e che non mi piace, e, soprattutto, il tempo prezioso che impegnerei in nuovi lavori.
    E se la casa editrice mi schifa, o peggio, mi pubblica e non fa il suo lavoro? Eh, in quel caso si vedra’. Di certo me lo avete detto tutti che non si diventa ricchi con questo mestiere. Sono preparata. Ma soprattutto non perdo nulla. Sempre che la casa editrice mi faccia tutte quelle cosine che io non so fare: insomma, che si sobbarchi quei 3 – 4000 euro che io non posso sborsare di tasca mia. :)

    • Rodolfo
      1 dicembre 2015 alle 10:49 Rispondi

      Caro Nani,

      ci sta il piccolissimo problema che le case editrici quel lavoro non lo fanno. E quindi perché pubblicare? Solo per la soddisfazione di avere il proprio libro con il marchio dell’editore? Se, oggi (non in un tempo passato), si vuole fare lo scrittore (magari anche per professione), ci sta poco da fare: si deve anche iniziare a conoscere il marketing e diventare imprenditori di sé stessi.

      • nani
        1 dicembre 2015 alle 11:58 Rispondi

        A me sembra un po’ troppo pessimistica la tua visione sulle case editrici. Ma non avendo ancora avuto a che fare con il problema, non dovrei espormi troppo in loro difesa, in effetti.
        E sia ben chiaro, non demonizzo chi pubblica da se’, al contrario.

        • Rodolfo
          1 dicembre 2015 alle 12:04 Rispondi

          Neanche io demonizzo chi pubblica per le case editrici… sto scherzando ovviamente :)

          Come ho scritto in un commento qui sotto per me la strategia migliore è pubblicare il primo libro da sé, per farsi conoscere e (cosa non banale), avendolo fatto, conoscere le tecniche di promozione che funzionano e quelle che non servono a nulla.

          Ciao e grazie per il tuo commento :)

    • Paolo
      13 settembre 2017 alle 12:54 Rispondi

      Cara Nani,
      al tuo messaggio pessimista, vorrei rispondere che chiunque abbia mai avuto un lavoro in vita sua sa bene che un requisito fondamentale per essere assunti è quello di credere per primi nei propri mezzi.
      Quindi se un autore non è il primo a credere in quello che ha scritto, come possiamo pretendere che ci credano i potenziali lettori e tantomeno gli editori?
      Chiamalo se vuoi…marketing.

  2. Grilloz
    1 dicembre 2015 alle 07:57 Rispondi

    No, non mi hai convinto, anzi, più leggo questi articoli più mi convinco che dal self, da lettore, è meglio stare lontano. Il principale difetto del self è che manca la selezione (io pur leggendo tanto non ho tempo da perdere a fare anche la selezione), ma in un idea romantica avrei potutto pensare che un buon libro autoprodotto emergerebbe con il passaparola. Invece no, emerge il libro che ha un buon piano di marketing alle spalle (e credo siano davvero rari i casi in cui un buon autore è anche un esperto di marketing).
    Tempo fa ho letto uno di questi autori, tra i primi 10 in una classifica di wired (ovviamente non dirò chi è neanche sotto tortura :D), non posso dire che fosse scritto male, aveva anche un’idea originale alla base, ma io, da amico, non da editore, gli avrei detto “ehi, aspetta, c’è l’idea, ma manca la storia, fermati”: conflitti risolti in un paio di pagine, personaggi privi di caratterizzazione, “pistole di Cecov” che non sparano distribuite a piene mani, e un finale troncato, non aperto, proprio troncato, come per dire, ora compra il secondo. Però è in testa alle classifiche, probabilmente grazie ad un buon marketing.
    Poi dai, questi sono luoghi comuni “rincorsa al nome famoso (spesso televisivo, da Fabio Volo a Luciana Littizzetto), testi di pessima qualità, editing scadente, distribuzione vicina allo zero, promozione nulla”, basta entrare in una libreria e superare il banchetto posto all’ingresso e guardare gli scaffali. E poi scusa, i libri di Fabio Volo vendono, perchè in un’ottica rivolta al marketing le case editrici non dovrebbero pubblicarli? Tenendo conto che magari proprio grazie a quegli introiti riescono poi a pubblicare il libro capolavoro che invece ha poco mercato?
    E, poi concludo, anche i calcoli che fai mi sembrano un po’ forzati, a parte il fatto che 1000 copie mi sembrano un numero esagerato (figuriamoci 10000), ma naturalmente Amazon non permette di divulgare i dati di vendita, quindi non si può verificare, ma poi davvero credi di poter vendere un ebook autopubblicato a 18 euro?

    • Rodolfo
      1 dicembre 2015 alle 11:02 Rispondi

      Ciao poni tante questioni a cui cercherò di rispondere:

      a) Perdonami, ma perché nell’editoria “tradizionale” invece a emergere non sono i libri con un buon piano di marketing? La realtà è questa che la si voglia o meno. Il che non escludo, e lo premetto SEMPRE, a chiunque voglia promuovere un libro (sia con il self che con un editore perché, guarda un po’, una consulenza di comunicazione esterna la chiede anche chi ha pubblicato con un editore: bisogna pubblicare SOLO il miglior libro possibile che hai scritto);

      b) Nessuno dice che non dovrebbero pubblicare i libri di Fabio Volo o della Littizzetto. Il problema, a causa anche dei numeri dell’editoria, che puntano SOLO su quei nomi

      c) Premettendo che il Self Publishing si può attuare anche senza Amazon. Ma a parte questo, sì credo si possa fare (cioè non è una credenza, vi sono i dati, e non solo per la n fiction). Basta avere un piano di comunicazione, un blog e una mailing list.

      Grazie comunque per il tuo contributo

      • Grilloz
        1 dicembre 2015 alle 13:16 Rispondi

        a) ni, non solo, e comunque da lettore posso scegliere tra tanti altri libri che non sono la punta di diamante della casa editrice, ma che saprò comunque essere stati sotoposti ad una certa selezione e quanto meno curati. Col self è un salto nel buio.
        b) beh, non è vero: primo l’editoria tradizionale non è solo mondadori (anche se ne rappresenta una bella fetta), la maggioranza degli editori non ha quel tipo di libri in catalogo, e anche nel catalogo mondadori rappresentano una piccola percentuale, sono libri acchiappa non lettori, se permetti, il lettore abituale cerca altro, e gli editori lo sanno benissimo.
        c) a parte che questi numeri li ho sempre solo visti millantare, ma non li ho mai visti dettagliati da qualche parte, ma mi sembra un discorso un po’ troppo semplicistico. Oltre tutto mi domando se è davvero così facile vendere mille libri perchè le case editrici non si appoggiano a piani di marketing del genere? perchè io posso anche credere che il piccolo editore non abbia i soldi, ma i grandi gruppi?

        • Rodolfo
          1 dicembre 2015 alle 13:32 Rispondi

          a) Certo che non solo. Ma quali sono quelli promossi, sponsorizzati e quelli che si investono? Quelli che tutti noi andiamo a cercare? Non mi sembra. Per il resto, non è un salto nel buio se si fa una promozione professionale. Ad esempio regalando, in cambio della mail, il primo capitolo.

          b) Sono una piccola percentuale in Mondadori? Beh magari abbiamo altri standard qualitativi ma sono punti di vista :) Per quanto riguarda le piccole e medie case editrici qual è il loro budget? Quanto possono investire? E purtroppo, anche se per altri motivi, si ritorna al punto di partenza: alla fine si punta su pochissimi autori. Il resto? Non è forse meglio allora farsi le ossa da soli e farsi conoscere?

          c) Non è facile, ci vuole impegno, professionalità e lavoro. Perché le case editrici non lo fanno? Io ho collaborato con case editrici (anche medie) e ti assicuro che certe attività promozionali, salvo alcune eccezioni, proprio non le conoscono.

          Ciao.

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:25 Rispondi

      Manca la selezione perché ben pochi si rivolgono a un editor, secondo me, che per prima cosa dovrebbe dir loro “lascia perdere” se il testo fa acqua da tutte le parti.
      Magari nascerà un post sulla selezione del self :)

      • Grilloz
        8 dicembre 2015 alle 21:14 Rispondi

        Ma il rischio è che un editor freelance per non perdere un lavoro salvi anche l’insalvabile :P

        • Rodolfo
          8 dicembre 2015 alle 21:31 Rispondi

          Se facesse così, e chiunque lavora da freelance lo dovrebbe sapere, la sua autorevolezza diventa vicina allo zero…

      • Rodolfo
        8 dicembre 2015 alle 21:31 Rispondi

        Su questo sono assolutamente d’accordo (e non solo per quanto riguarda l’editing).

  3. Luciano Dal Pont
    1 dicembre 2015 alle 09:46 Rispondi

    Ciao Rodolfo, grazie per l’articolo.
    Allora, riporto la mia personale esperienza. Premetto che sono una sorta di sognatore velleitario completamente pazzo, lo sono di natura, ma lo sono anche perché mi piace esserlo, e una decina d’anni fa o poco più decisi che era giunto il momento di tirare fuori dal cassetto un mio vecchio sogno di bambino che avevo accantonato per dare spazio ad altri sogni, e di provare ad affermarmi come scrittore. E quando dico affermarmi intendo proprio affermarmi, cioè diventare uno scrittore famoso, possibilmente a livello mondiale (mi accontento, per ora, del nostro pianeta Terra, per gli altri pianeti del sistema solare mi organizzerò in seguito). Dopo aver accumulato una discreta collezione di lettere di rifiuto da parte di vari editori, finalmente poco più di un anno e mezzo fa sono riuscito a pubblicare il mio primo libro con una piccola casa editrice (vera, cioè non a pagamento, cosa che non avrei mai fatto nemmeno sotto la minaccia di un bazooka); si tratta di una bella favola moderna pregna di significati che però non ha avuto successo. Certo questo è dovuto al genere molto particolare che evidentemente non è apprezzato da pubblico, ma il lavoro promozionale della casa editrice è stato pari allo zero assoluto. Tutta la promozione me la sono fatta da solo, le presentazioni me le sono organizzate io, e le poche copie che sono state vendute lo sono state solo ed esclusivamente per merito mio. Per contratto mi spetta il 10% del prezzo di copertina. Okay, denaro finora incassato: euro 0 (zero). Potrei adire le vie legali, ma sinceramente non ho voglia di spendere un sacco di soldi in avvocati e di perdere un sacco di tempo per recuperare, alla fine, solo pochi euro.
    Ora sto lavorando a due romanzi horror. Che faccio, li mando a diversi editori sperando che uno di loro me li pubblichi per poi ritrovarmi nella stessa situazione del primo? Manco a parlarne. Il self publishing avrà i suoi difetti, certo, ma per quanto mi riguarda rappresenta ormai la sola alternativa valida alle piccole case editrici che non hanno gli strumenti finanziari e organizzativi per promuovere come si conviene i loro autori, mentre i grossi editori, per uno scrittore ancora sconosciuto come me, sono inavvicinabili. Ora sto terminando il primo di quei due romanzi, che farò uscire a gennaio su Amazon. Poi finirò l’altro, che uscirà a giugno. E di seguito prenderanno vita altri progetti. Ovvio che se il mio nome dovesse cominciare a essere abbastanza conosciuto e le vendite dovessero essere soddisfacenti e dovessi essere contattato da qualche grossa casa editrice, forse a quel punto non direi di no, ma fino ad allora, per quanto mi riguarda, sarà sempre e solo self publishing. Oltretutto le spese paventate per potersi autopubblicare, per me non saranno affatto così esose, voglio fare dei prodotti di qualità, molto professionali e curati sotto tutti gli aspetti, certo, ma ho la fortuna di avere un amico che, oltre ad essere un programmatore informatico di professione, è anche un ottimo grafico e per ora mi realizza le copertine e in seguito mi curerà l’impaginazione al costo di… una serata in pizzeria. Per quanto riguarda l’editing, be’, diciamo che in quanto a questo possiedo delle buone capacità innate, riesco a trovare parti che potrebbero essere notevolmente migliorate persino in libri di autori famosi pubblicati da grosse case editrici, e ho già curato l’editing di un paio di romanzi di autori esordienti che poi sono stati pubblicati con discreto successo, quindi no problem.
    Certo, come dicevo, il self publishing ha i suoi difetti, il primo dei quali, per sua stessa natura, è quello di permettere a chiunque di pubblicare, a che a chi non è in grado di redigere nemmeno una lista della spesa, e ciò può far nascere una certa diffidenza da parte del pubblico, ma d’altra parte i difetti dell’editoria tradizionale, specie in riferimento alle piccole case editrici, sono molto maggiori, quindi non c’è storia. Senza contare il fatto che con Amazon, almeno, i miei soldi sono sicuro di incassarli regolarmente ogni due mesi, pochi o tanti che siano.

    • Rodolfo
      1 dicembre 2015 alle 11:06 Rispondi

      Grazie Luciano del commento ed hai colto esattamente quello che intendevo dire con il mio articolo.

      Il Self Publishing ha i suoi difetti? Certo che li ha, come tutte le cose nuove. Ma anche enormi potenzialità (e come ho cercato di spiegare nel mio articolo anche come attività di promozione per essere conosciuti).

      Buona fortuna e se hai bisogno contattami pure.

  4. salvo
    1 dicembre 2015 alle 09:47 Rispondi

    Ho iniziato col Self e sono arrivato ai gialli Mondadori. Con studio applicazione sudore e rospi da ingoiare. Studio è fondamentale un ogni arte e mestiere. Anche zappare e seminare richiede studio. Invece molti credono che pubblicare sia la cosa più facile del mondo se hai talento. Il talento non basta. Potrai essere un genio teorico dei motori ma se non hsi mai messo in mano una pinza resterai un teorico.
    Dunque Self va bene ma accanto ci vuole impegno, studio, lettura degli altri, anche di quelli schiappa per imparare a non sbagliare
    Salvo

    • Rodolfo
      1 dicembre 2015 alle 11:37 Rispondi

      Grazie Salvo e condivido completamente. Il Self Publishing può essere (anzi lo è stato nei casi di maggior successo (e non faccio solo i casi americani…sarebbe troppo semplice… per rimanere in Italia Anna Premoli, vincitrice del Premio Bancarella 2013) il primo passo per essere notati da una casa editrice di medio livello. E a quel punto, sapendo cosa vali, essendoti fatto le ossa, punteranno su di te. E, cosa non banale, avendolo fatto tu da solo (o con un consulente) in precedenza sia cosa funziona e cosa no e potrai valutare quello che sta facendo una casa editrice.

  5. Serena
    1 dicembre 2015 alle 09:56 Rispondi

    Scusa, il conto economico non regge, Rodolfo. Così rischi di fare più danno che altro. Adesso non ho tempo, se ce la faccio torno stasera.

    • Rodolfo
      1 dicembre 2015 alle 11:40 Rispondi

      Il conto cara Serena, è relativa a un caso reale di un autore a cui ho fatto una consulenza. Ripeto per raggiungere quei numeri ci vuole impegno e impiegare nel marketing (almeno) lo stesso tempo che hai investito per scrivere il tuo libro. Ma sono numeri fattibilissimi. Ciao.

      • Daniele Imperi
        8 dicembre 2015 alle 17:28 Rispondi

        Secondo me non regge il calcolo sulle vendite del libro tramite il blog, nel senso che per vendere 1000 copie di un libro dal blog devi avere migliaia e migliaia di lettori e iscritti alla newsletter. Un emergente questi numeri se li scorda.
        Ma è un valore scritto come paragone fra quanto potresti guadagnare da solo o con l’editore.

  6. Alessandro C.
    1 dicembre 2015 alle 10:48 Rispondi

    Facile sostenere che il 7% riconosciuto agli autori da un editore sia una cifra irrisoria rispetto alle percentuali ben più alte che si possono ottenere con le piattaforme di self-publishing. Ma ci sono costi come quello dell’editing, dell’impaginazione e della grafica di cui l’editore si fa carico. Se scrivo un romanzo di 300 pagine, nella migliore delle ipotesi un editing serio mi costerà dai 450 ai 900 euro. Quante copie dovrei vendere e a che prezzo dovrei proporre la mia opera per far rientrare questo costo? A meno che non si sfrutti “aggratis” il lavoro di qualche amico o conoscente, di certo non si potrebbe proporre un ebook al costo di un caffé. Questo è il motivo per cui un editore serio non potrà mai proporre un ebook a prezzi da self, ma soprattutto quello che spinge tanta gente a pubblicare robaccia sgrammaticata che finirebbe nel cestino di qualsiasi editore.

    Vendere 1000 copie di un libro con un prezzo di 18 euro? Impossibile in Italia, a meno che non si dedichino intere giornate al blog e al web marketing e che allo stesso tempo i propri libri si scrivano da soli (e anche in questo caso, nella migliore delle ipotesi i libri venduti sarebbero al massimo un centinaio).

    • Rodolfo
      1 dicembre 2015 alle 11:09 Rispondi

      Non impossibile, Alessandro, e come ho ribadito in un commento precedente, se si stabilisce un piano di comunicazione. Hai impiegato un anno per scrivere il tuo libro? Ne devi impiegare altrettanto per il marketing. Ma sarebbe molto diverso se venissi pubblicato da una casa editrice? Sei sicuro? Sei sicuro che la promozione non dovresti curartela da solo? :)

      • Alessandro C.
        1 dicembre 2015 alle 15:37 Rispondi

        Non ho pregiudizi sul self, io stesso mi son pubblicato da solo. Ciò che mi lascia perplesso è immaginare un personaggio “uno e trino”: autore, editore e promoter. Si rischia davvero di far male tutte e tre le cose.
        PS: perfettamente d’accordo sul fatto che gli editori tendano a lasciare il peso della promozione sull’autore stesso

        • Rodolfo
          1 dicembre 2015 alle 15:41 Rispondi

          Quello che ti chiedo Alessandro è un’altra cosa. Ma perché qualora fossi stato pubblicato da un editore non avresti dovuto promuoverti ugualmente da solo? Ovvio, se trovi un editore che veramente (e con le tecniche che funzionano oggi) è un altro discorso :) Per quanto riguarda l’editing e la grafica, invece, consiglio sempre di affidarsi a professionisti (e se non si hanno grandi budget vai su fiverr).

  7. Andrea Torti
    1 dicembre 2015 alle 10:49 Rispondi

    L’autopubblicazione è sempre un tema controverso…

    Un buon compromesso potrebbe essere la creazione di un blog per farsi conoscere e per conoscere eventuali lettori e colleghi: una volta raggiunta una certa “notorietà”, si può tentare la strada dell’Editoria tradizionale: un proprio spazio virtuale molto frequentato e apprezzato potrebbe essere un bel biglietto da visita :)

    Il self-publishing lo vedo come “ultima risorsa”, per così dire.

    Ciò detto, ognuno deve riflettere per sé, e decidere in autonomia.

    • Andrea Torti
      1 dicembre 2015 alle 10:53 Rispondi

      Scusate, manca un “proprio” nella seconda frase: “Un buon compromesso potrebbe PROPRIO essere la creazione di un blog”, ecc. :P

      • Rodolfo
        1 dicembre 2015 alle 11:42 Rispondi

        Assolutamente Andrea. E infatti io mi occupo di promozione anche per autori con casa editrice. Ma ho voluto scrivere un articolo anche per porre una domanda: se dobbiamo promuovere noi il nostro libro, facendo il lavoro di una casa editrice, perché farlo?

        • Andrea Torti
          1 dicembre 2015 alle 11:50 Rispondi

          Sì, di certo le lacune di molte Case Editrici hanno contribuito alla crescita del self-publishing…

  8. Simona C.
    1 dicembre 2015 alle 11:04 Rispondi

    Non si può dire che il vantaggio del self-publishing stia nei guadagni, proprio no. Tutti questi conti (i tuoi e quelli su altri siti) sono semplicistici, riferiti a libri di successo e mancano troppe variabili.
    L’unico vero pregio dell’auto-pubblicazione è la libertà d’azione data all’autore che, comunque, è una medaglia con un sacco di rovesci. Secondo me, i due tipi di pubblicazione non sono paragonabili: hanno intenti diversi, si scelgono per motivi diversi, danno risultati diversi. Questo dal punto di vista dell’autore.
    Da lettrice, forse anomala, scelgo un libro per l’argomento che tratta, senza badare troppo all’autore o all’editore, senza pregiudizi. Basta leggerne un estratto per capire se è scritto bene o male oppure sfogliarlo in libreria.

    • Rodolfo
      1 dicembre 2015 alle 11:11 Rispondi

      I guadagni, Simona, sono solo un elemento (non l’unico ovviamente). Ma permettimi, tu daresti una cifra a chi non ti promuove e devi farti tutto da solo? Io no. Altra cosa ovviamente è quando (ma quando?) si trova un editore che veramente facesse il suo lavoro, cioè promuoverti :)

  9. Michele Scarparo
    1 dicembre 2015 alle 12:57 Rispondi

    Ammettiamo (molto per assurdo, perché io ti sfido a trovare 1000 bischeri che cacciano 18 euro per un illustre sconosciuto) che i tuoi numeri siano corretti. Hai speso diciamo un anno per scrivere e un anno di marketing e hai guadagnato 13.000 euro. Paghi le tasse (perché le paghi, vero, le tasse) e te ne rimangono circa 8.000. In quei due anni, per campare, ne hai spesi come minimo 30-40.000, perché a tutti piace mangiare due volte al giorno, avere un tetto e scaldarsi. Poi serve la macchina per andare in giro e promuoversi, il cellulare (o lo smartphone) per essere “social”, varie ed eventuali. È chiaro che serve un’altro lavoro, che però pretende circa 50-60 ore settimanali di tempo (e sono stato generoso). Tutto tempo che non hai più per fare tutti quei magnifici lavori di marketing e scrittura.
    E siamo punto e a capo.
    E non aggiungo altro, ché mi pare già abbastanza auto-esplicativa… Come dice qualcuno: scrivere è un hobby per ricchi. E mantenuti, aggiungo io.

  10. Rodolfo
    1 dicembre 2015 alle 13:03 Rispondi

    Allora premessa quei “1000 bischeri” li troverai se farai le strategie corrette (aprirti un blog professionale, essere presente sui social, creare la tua mailing list con un capitolo in omaggio ad esempio) e non è neanche così difficile come sembra. Basta provare :)

    Ma a parte questo. Il primo libro ottiene dei risultati e, se hai scritto il tuo miglior libro (perché se è una ciofeca non c’è strategia di marketing o di comunicazione che tenga), viene apprezzato, hai delle recensioni, magari ottieni un po’ di viralità. Di conseguenza aumenterai la tua mailing list, le spese iniziali non le dovrai più affrontare (il blog e l’hosting già ce le hai) e le tue vendite incrementeranno sempre di più.

    Perché hanno ragione gli americani (perché questo succede anche in Italia) “The money is in the List”. E questo vale sia che sei uno scrittore self publisher o tradizionale e se hai scritto un manuale per fare le torte o un noir.

  11. Rodolfo
    1 dicembre 2015 alle 13:06 Rispondi

    Naturalmente non sto scrivendo (perché non lo penso) che vivere grazie alla scrittura sia raggiungibile in pochi mesi (o per le altre attività è possibile)? Ma è raggiungibile attraverso un lavoro costante e entrando nella mentalità di fare della scrittura un “business”. Poco romantico? Non credo. Penso che lo scopo principale dello scrittore (di qualsiasi tipo) sia raggiungere il massimo numero di lettori. E con queste tecniche è possibile. E no, non credo che che scrivere sia solo un hobby per ricchi e mantenuti.

    Ciao.

  12. Rodolfo
    1 dicembre 2015 alle 13:13 Rispondi

    Un ultima chiosa. Non affronto il tema della no fiction perché sarebbe vincere facile perché di persone che vivono grazie a un blog e degli infoprodotti è pieno il web (no … non solo in America)…
    Ma facciamo qualche nome di scrittori fiction (non cito solo Amanda Hacking) che partendo dal Self Publishing sono oggi autori di successo: Anna Premoli (che ho già citato), Viola Veloce, Giorgio Ponte (oggi autore Mondadori) e molti molti altri. Quindi valutate voi ;)

    • Luciano Dal Pont
      1 dicembre 2015 alle 14:53 Rispondi

      Sai, Rodolfo, magari sarà anche poco romantico pensare di fare della scrittura un business, ma chi se ne frega? E poi per me il vero romanticismo sta nel credere davvero e fino in fondo in sé stessi e nei propri sogni, per quanto all’apparenza assurdi e velleitari possano sembrare, e sta nel fare di tutto per realizzarli. Seguo Penna Blu da anni e leggo spesso dei commenti di persone molto sagge e razionali che ti dimostrano con i numeri e con le statistiche che non si può arrivare a vivere di scrittura, almeno non per quanto riguarda la narrativa. Essi sostengono di non essere pessimisti ma soltanto realisti e di conseguenza partono già battuti, non ci credono, non ci provano, ed è giusto che sia così. Il successo arride solo ai sognatori, ai visionari, ai pazzi, a quelli cioè che se ne fregano della logica e della ragione e vanno avanti per la loro strada cercando di raggiungere i propri obiettivi. Ma per farlo bisogna credere in sé stessi e in quello che si fa e in quello che si vuole raggiungere, bisogna crederci sul serio senza lasciarsi condizionare dal comune pensare, dalla razionalità a tutti i costi, dai numeri, dalle statistiche, dalla ragione. Certo, la strada dei sogni è lastricata di innumerevoli fallimenti, questo lo so anch’io, e arrivo a dire che lo so per esperienza diretta e personale, eppure è la sola percorribile se si vuole almeno provare ad avere successo e realizzare le proprie ambizioni, ed è esattamente la strada che sto percorrendo io. Ma io ho un vantaggio: io non parto già battuto perché io sono pazzo e ci credo, e lo dico con infinito orgoglio. Meglio provarci e non riuscirci che non provarci affatto. O no?

      • Rodolfo
        1 dicembre 2015 alle 15:26 Rispondi

        Sono assolutamente d’accordo (il riferimento al business poco romantico era ovviamente ironico). E penso sia più utile riferirci al caso di chi ce l’ha fatta (parlo di narrativa, lo ripeto, perché se ci riferiamo al no fiction non si apre neanche il discorso… ce la si fa) e alcuni casi, se leggi i commenti, li ho citati. Ma perché poi non ce la si dovrebbe fare? Perché in Italia non si legge? E perché? Per un difetto genetico? Io a questa cosa non ho mai creduto. Penso, piuttosto, che il problema sia di promozione della lettura in questo paese. Basta guardare il confronto con altri Paesi.. che si tratti di case editrici o di self pubbliching. Il web e il self pubblichino è una possibilità. La vogliamo sfruttare?

  13. Renato Mite
    1 dicembre 2015 alle 14:29 Rispondi

    Anche io sono convinto che gli editori sbagliano nel non badare tanto alla qualità dei testi quanto alle possibili vendite. Per il mio primo romanzo ho dato loro una possibilità, quindi ho seguito la strada del self publishing con piccole soddisfazioni. Credo che continuerò a fare così se ciò mi permette di scrivere con la qualità che voglio.

    • Rodolfo
      1 dicembre 2015 alle 14:33 Rispondi

      Grazie del tuo commento Renato e ovviamente sono d’accordo con te. Se hai bisogno di consigli contattami senza problemi. Ciao :)

      • Renato Mite
        1 dicembre 2015 alle 14:34 Rispondi

        Ciao Rodolfo, grazie per la disponibilità, ho già messo in programma di fare un salto sul tuo sito, non si smette mai di imparare. ;-)

  14. Rodolfo
    1 dicembre 2015 alle 14:53 Rispondi

    Grazie a te :)

  15. Tenar
    1 dicembre 2015 alle 15:06 Rispondi

    Dio solo sa se non vedo i mali dell’editoria tradizionale (ne ho appena scritto), ma non è oggettivo dire che l’editoria tradizionale non promuove l’esordiente. Se ci crede e se è un buon editore, lo promuove, si fa carico di tutte le spese relative a promozione, marketing, editing, impaginazione etc. È vero che anche l’editore ci deve guadagnare, ci mancherebbe altro. Però io ho due enormi vantaggi: i miei (magri) guadagni sono netti e posso concentrare le mie (scarse) risorse di tempo ed energia mentale nella scrittura.
    Per come la vedo io il self funziona solo in pochi casi e per pochi generi (essenzialmente rosa e affini). Senza strategie particolarmente esose sono davvero pochi i casi letterari usciti dal self in generi che non fossero rosa o YA (o, almeno, a me non ne vengono in mente).
    Parlare delle storture dell’editoria italiana è sacrosanto (come lamentarsene, ogni tanto fa bene), mettere in luce i pregi del self anche, ma non trovo giusto demonizzare in toto l’editoria tradizionale o presentare il self come una facile via per il guadagno. Di autori italiani che abbiano guadagnato con un singolo libro self oltre 10000 euro temo ce ne siano pochi (non nessuno, ma pochi), di autori che hanno guadagno i loro 1000 euro di diritti d’autore con un singolo libro pubblicato, anche da esordienti, credo che ce ne siano di più. Poi sta a ciascuno, ovviamente, cercare la propria strada.

  16. Rodolfo
    1 dicembre 2015 alle 15:19 Rispondi

    Tenar,

    e chi ha demonizzato l’editoria tradizionale (o meglio, per la grande editoria sì, ma non era questo il tema di questo articolo)? E neanche ho auspicato guadagni facili (facili? Ho scritto che se hai impiegato un anno per scrivere il tuo libro, ne devi impiegare altrettanti per il marketing… non mi sembra facile :) ).

    Per il resto ho citato alcuni casi che, solo per restare in Italia, non si riferiscono certo solo al rosa (Anna Premoli è stata la vincitrice del Premio Bancarella dopo aver cominciato col Self). Tra l’altro (lo ribadisco ancora) Il self può anche essere un’attività di promozione per essere notati da un editore. Ma che poi investa veramente su di te e non ti metta solo nel catalogo.

    Un’ultima cosa: “Se ci crede e se è un buon editore, lo promuove, si fa carico di tutte le spese relative a promozione, marketing, editing, impaginazione etc. ” sono assolutamente d’accordo e, anche in questo articolo ho scritto, che il gioco varrebbe la candela di farsi pubblicare da un editore tradizionale se facesse queste cose. Ma lo fanno? Quanti editori? E per quanti autori del loro catalogo? E gli altri? Ecco per gli altri a mio parere devono provare con il Self Publishing.

    Anche perché la loro alternativa quale sarebbe? Comunque fare tutto da soli (almeno per quanto riguarda la promozione).

    Ciao.

  17. Tenar
    1 dicembre 2015 alle 15:54 Rispondi

    Non è così difficile farsi un’idea di quali editori lavorano davvero con i loro autori e quali no. Basta osservarli e vedere come lavorano con i loro autori. L’editoria ha molte colpe e paga la crisi, certo, ma a me sembra che le case editrici serie se decidono di pubblicare un autore poi lo promuovono, se no perché pubblicarle. Del resto quando si firma un contratto editoriale di solito (almeno nella mia limitata esperienza) si para di queste cose, si mette in chiaro chi fa cosa, quante copie saranno stampate, come saranno distribuite (qual è il distributore, dove e come lavora), chi si occupa dei comunicati stampa, quali sono i mezzi di comunicazione dell’editore, come li utilizza e cosa intende fare in concreto per promuovere il romanzo. Se tutto ciò non convince l’autore, basta non firmare il contratto. Se poi a contratto firmato qualcosa non torna è un brutto affare legale per l’editore (se è serio non si metterà in condizione di farsi inseguire dagli avvocati degli autori, anche perché la voce nell’ambiente si sparge in fretta). Sinceramente editori veri (non EAP) di una certa rilevanza così masochisti da pubblicare un libro e non promuoverlo non mi risultano.
    Poi, davvero, i difetti dell’editoria italiana sono tanti ma di solito se una casa editrice che davvero deve campare dei proventi delle vendite di un libro decide di pubblicarti non ti abbandona in fase di promozione, perché la tua opera è la sua fonte di reddito.
    Io non demonizzo affatto il self, sopratutto per alcuni generi può essere una strada, ma non è l’unica.

    • Luciano Dal Pont
      1 dicembre 2015 alle 18:50 Rispondi

      Ciao Tenar, non ti risultano editori veri (ovvio, non a pagamento) così masochisti da pubblicare un libro e poi non fare nulla per promuoverlo? Okay, se vuoi, in privato, posso farti il nome della casa editrice con la quale ho pubblicato il mio primo libro. E sul contratto era specificato tutto quello che dici tu, altrimenti non avrei firmato, ma non solo, erano specificati anche i tempi e i modi di pagamento dei diritti d’autore. Peccato solo che, come ho scritto nel mio primo commento, a oltre un anno e mezzo dall’uscita del libro io abbia incassato euro 0. Va bene, non sono state vendute molte copie, ma almeno quel poco avrei avuto piacere di incassarlo. Senza contare il fatto che se il libro non ha avuto successo la colpa è anche in parte dell’editore che non lo ha promosso. Non tutta la colpa, certo, ma una buona parte. Adire le vie legali sarebbe la sola soluzione, ma sinceramente, come ho già detto, non ne ho proprio nessuna voglia. Preferisco chiudere un mesto capitolo e iniziarne uno nuovo.

  18. Rodolfo
    1 dicembre 2015 alle 15:58 Rispondi

    Ma neanche io dico che il self è l’unica strada, ma è UNA strada.

    Per il resto, personalmente ritengo che le case editrici promuovono solo pochi autori e il resto devono fare da soli (e allora perché non autopubblicarsi?). E anche per quelle che lo fanno i mezzi sono vecchi e sbagliati (pensare, ancora oggi, ad eccezione dei grandissimi autori, di promuovere un libro con un comunicato stampa per me rasenta tutto ciò che di sbagliato vi sia nella promozione di un libro).

  19. poli72
    1 dicembre 2015 alle 22:11 Rispondi

    Ma…sono perplesso. La possibilita’ del self e’ allettante ed ha, in un certo senso,tolto potere
    all’editore capitalista e sfruttatore.Certo , nel caso del self ,per fare un “bel lavoro” occorre investire una certa cifra,cosa che non avviene con il metodo classico,d’altra parte ,tu evidenzi il fatto che il potenziale ritorno sarebbe di gran lunga superiore.E’ un po’ come il dilemma del mettersi in proprio o fare il dipendente.Visto il capitale di rischio che ammonta a circa 5.000 euro il tentativo del self appare oggi invitante.Per cio’ che riguarda poi, l’attivita’ di promozione e il rapporto coi lettori mi pare che anche gli stessi autori pubblicati da grandi case editoriali ,a meno che non facciano un botto iniziale di vendite,debbano arrangiarsi un po’ con le loro forze.La soluzione migliore in assoluto sarebbe seguire ambedue le strade.

  20. Rodolfo
    1 dicembre 2015 alle 22:20 Rispondi

    Ciao Poli72 molto molto interessante il tuo commento :)

    E direi che sono d’accordo per te.

    Solo una piccola nota. Le spese che ho indicato sono proprio quelle massime per fare un lavoro super professionale. Come ho indicato in un altro commento, per la parte grafica te la puoi cavare con pochissimi euro sul sito Fiverr (dagli un’occhiata).

    Per il resto condivido di coniugare le due cose. Infatti, come ho precisato, il Self Publishing può essere anche un metodo per essere notato non solo dai lettori, ma anche dagli editori. Ma in quel caso, essendoti fatto le ossa e dimostrato di poter avere un seguito, l’editore (si spera) investirà un pochino di più nella promozione e tu stesso, avendolo già fatto, capirai cosa funziona e cosa no.

  21. Antonio Musarra
    2 dicembre 2015 alle 23:08 Rispondi

    Ciao Rodolfo.
    È da un pochino di tempo che lavoro ad un ebook e ho deciso di utilizzare la piattaforma di amazon kdp.

    Non ho proprio pensato di passare per una casa editrice standard. L’idea dell’ebook nasce essenzialmente per il mio personal branding e non m’interessa tanto l’aspetto economico dei ricavi legati alla vendita dell’ebook.

    Le piattaforme di self publishing sono l’opportunità per chi vuole provare a scrivere ed io sono più che favorevole.

    Bye,
    Antonio.

    • Rodolfo
      3 dicembre 2015 alle 03:49 Rispondi

      Un’ottima scelta Antonio.

      Per qualsiasi cosa contattami direttamente sul mio blog :)

  22. Francesca
    4 dicembre 2015 alle 06:43 Rispondi

    C’è un errore nell’articolo. La distribuzione costa all’editore tra il 55% e il 65% del prezzo di copertina, magari fosse solo il 15!
    A conti fatti, dopo tasse e altro, l’editore riesce a prendere circa un 15-25% pulito del prezzo di copertina.

  23. Emanuele Properzi
    9 dicembre 2015 alle 22:13 Rispondi

    Ciao Rodolfo
    ottimo articolo, sai che la penso come te, come già avevo scritto in questo articolo http://www.scrittorevincente.com/conviene-self-publishing/
    dal titolo “Conviene il Self Publishing?”

  24. Rodolfo
    15 dicembre 2015 alle 01:07 Rispondi

    Grazie Emanuele :)

  25. Roberto P. Tartaglia
    16 dicembre 2015 alle 12:35 Rispondi

    Bravo Rodolfo!

    La realtà è proprio quella che hai descritto, purtroppo. E il problema è doppio: da un lato il mondo dell’editoria continua a produrre libri di bassa qualità, che sembrano l’uno la copia dell’altro (quando non il copia e incolla di scene viste già al cinema), dall’altro cresce l’avversione alla lettura dell’italiano medio.

    Oggi è molto più difficile farsi conoscere (anche con il self publishing), rispetto al 2007, quando ho iniziato io. Questo è fuori dubbio. Come dico sempre, oggi per vivere di scrittura occorre necessariamente differenziare le entrare (libri, sceneggiature, blogging, articoli giornalistici, uffici stampa, ghostwriting…).

    Il mio parere è che, in Italia, la letteratura non ha molto successo perché abbiamo perso la cultura della cultura, negli anni. Ci siamo assuefatti alla mediocrità e ci siamo convinti che la cultura non serva a nulla. O ci hanno convinto. Poco importa, ormai.

    Io, per bypassare il copia-incolla di cui sopra e far rinascere la voglia di leggere, qualche mese fa ho lanciato la campagna provocatoria #ioleggoindie, creando anche una lista dei migliori libri italiani autopubblicati. Chi mi dà una mano? :)

  26. Rodolfo
    16 dicembre 2015 alle 13:59 Rispondi

    L’iniziativa è interessante Roberto… complimenti… parliamone :)

  27. luisa
    24 maggio 2016 alle 16:28 Rispondi

    Ciao Rodolfo il tuo post mi ha incuriosito, ciò che scrivi però non lo trovo realistico, dubito che si possa vendere il proprio libro con le tirature che hai detto quando non si è un minimo fatti conoscere. Mi è piaciuto il pensiero di Grilloz mi sembra molto concreto.
    Ehi! ma quanti post interessanti

  28. Rodolfo
    24 maggio 2016 alle 16:48 Rispondi

    Ciao Luisa,

    è ovvio che per vendere un libro bisogna farsi conoscere…

    Ma per farsi conoscere, ed è quello che intendevo con questo vecchio articolo, non è necessario ormai avere budget milionari o miliardari. Esiste il web con cui, attraverso il blog e i social network, con pochissimi soldi puoi creare il tuo Personal Branding…la tua autorevolezza.

    In altre parole farti apprezzare per i tuoi contenuti ancora prima di vendere il tuo libro.

    Del resto questo vale sia per un self publisher che un autore che ha pubblicato con un editore.

    E queste non sono opinioni ma dati di fatto. Non voglio citare soltanto Joanna Penn o Veronica Roth che si sono fatte conoscere da milioni di persone con un blog e oggi vivono solo con la scrittura (in realtà la Roth molto più che vivere…).

    Ma questi sono esempi americani e “In Italia non funziona….” (sì va beh) ma ci sta anche il caso di Laura Malucelli che, senza editore, ha pubblicato il suo libro su Wattpad (vai a dargli un’occhiata… è un tool molto interessante) ed è stata invitata al Salone del Libro di Torino e ha pubblicato un libro con Jacopo Fo.

    Senza il web, senza l’autopromozione, soltanto confidando nell’aiuto dell’editore avrebbe avuto questi risultati? Io non penso.

    Ciao.

  29. Luisa
    25 maggio 2016 alle 11:25 Rispondi

    grazie per i suggerimenti faccio un giretto su internet
    In quest’oceano letterario-editoriale mi si è aperto un mondo, sono su una zattera … con questo manoscritto che voglio “salvare” … sono del parere che tutto si trasforma e che ci piaccia o no il cambiamento va accettato, la scelta tradizionale non penso possa “sparire” , però è possibile avere vie alternative, la mia riflessione e dubbio è : scregliendo la via alternativa perdo l’opportunità di farlo decollare?

  30. Rodolfo
    25 maggio 2016 alle 11:32 Rispondi

    Secondo me la contrapposizione tradizionale/alternativa è una fanta contrapposizione. Il Web (e in questo caso il discorso, lo ripeto, vale sia che pubblichi con un editore o che diventi editore di te stessa)è semplicemente una possibilità in più. E perché non dovresti avere l’opportunità di farlo decollare?

  31. Stefano Valle
    27 luglio 2016 alle 12:51 Rispondi

    Il self-publishing è prima di tutto una necessità per gli esordienti. Ne più ne meno.

    • Daniele Imperi
      27 luglio 2016 alle 13:28 Rispondi

      Ciao Stefano, benvenuto nel blog. Perché pensi sia una necessità? Anche l’editoria classica lo è.

  32. Stefano Valle
    28 luglio 2016 alle 11:27 Rispondi

    Ciao, grazie per avermi accettato.
    E’ una necessità per chi non ha mezzi propri, notorietà e per la prima volta si affaccia su questo mondo. L’editoria classica è un po’ come una casta dove entrare è un privilegio e/o un colpo di fortuna. Trovare chi investe su di te su progetti virtuali è un po’ come vincere alla lotteria.

    • Daniele Imperi
      28 luglio 2016 alle 12:23 Rispondi

      Non capisco che intendi per “mezzi propri”. Se vuoi autopubblicare libri di qualità, devi avere mezzi propri. O, meglio, se non hai mezzi tuoi, allora devi affidarti a un editore.
      Autopubblicando devi spendere soldi per tutti quei servizi che avresti gratuiti con una casa editrice.

  33. Stefano Valle
    28 luglio 2016 alle 12:45 Rispondi

    Io ho pubblicato intanto con formato pdf, cioè senza spendere una lira, nel self-publishing comunque i costi sono gestibili in maniera diretta, cioè uno può valutare in proprio cosa fare e quanto spendere. Con la casa editrice si ha tutto gratuito, sono d’accordo, ma non è facile arrivare a una casa editrice, e magari, molte volte, sono case editrici che non garantiscono molto.

    • Rodolfo
      29 luglio 2016 alle 01:41 Rispondi

      E anche qualora si riuscisse a essere pubblicati con una grande case editrice non è certo tutto a posto… perché devi essere certo che una grande casa editrice punti su di te (e in media puntano su una ventina di autori l’anno).

      Perché avere il proprio libro pubblicato con Mondadori..ma con pochissima distribuzione… pochissima promozione…a cosa ti servirebbe?

  34. Stefano Valle
    29 luglio 2016 alle 11:35 Rispondi

    Non so veramente cosa dire, da 4 anni mi muovo nell’ambito indipendentista veneto, pensavo che trattando la scuola del territorio di riferimento un minimo interesse si sarebbe creato. NIENTE, NEMMENO TI DANNO RETTA, se non per scroccare collaborazioni gratuite per divulgazioni di proprie idee. Ora sto scrivendo dei racconti in forma di cronaca, prendendo spunto da Vasco Pratolini, per sommi capi, alcuni li ho già divulgati gratis e qualche centinaio di lettori ci sono, ma chissà se al momento di riconoscere un obolo al lavoro qualcuno risponderà. Talvolta veramente penso che il Veneto sia una terra di m….

    • Daniele Imperi
      29 luglio 2016 alle 11:40 Rispondi

      La vendita di un ebook dipende da tanti fattori. I tuoi racconti sono rivolti a un pubblico veneto e basta? In quel caso è un ebook di nicchia, quindi avrà ben poche possibilità di vendere parecchio.
      Come sarà realizzato? Il pdf è un formato per documenti, che non va bene per gli ebook.

  35. Stefano Valle
    29 luglio 2016 alle 11:38 Rispondi

    Il primo libro è La scuola disunita d’Italia, una serie di dati commentati su come ci sia una sostanziale disomogeneità di istruzione istituzionalizzata lungo la penisola. Per esempio nel Veneto abbiamo 5.839 insegnanti di sostegno, in Campania 11.724. L’argomento non interessa a nessuno.

    • Daniele Imperi
      29 luglio 2016 alle 11:46 Rispondi

      Ho dato un’occhiata all’ebook. Prima di tutto è un argomento molto di nicchia, quindi non puoi aspettarti un boom di copie. La copertina non è professionale, quindi non attira. Inoltre ci sono diversi errori di punteggiatura e anche grammaticali.

  36. Stefano Valle
    29 luglio 2016 alle 12:53 Rispondi

    Mi puoi segnalare i “parecchi” errori di grammatica? per la copertina è vero, ma mi incuriosisce i parecchi errori di grammatica, perchè magari parliamo di 2 grammatiche diverse….

    • Daniele Imperi
      29 luglio 2016 alle 13:22 Rispondi

      Per esempio la “È” la scrivi usando l’apostrofo, hai scritto I°, quando il pallino va solo sui numeri arabi (1°), mancano gli spazi prima dell’apertura della parentesi e anche dopo la chiusura.

  37. Stefano Valle
    29 luglio 2016 alle 14:03 Rispondi

    Questa non è grammatica, comunque ti ringrazio…su una cosa hai ragione…HO TROPPI DIFETTI, fai bene a parlare delle pagliuzze per evitare la trave, comunque guarda, se ti può interessare quello di seguito è un tentativo di NARRATIVA INDIPENDENTISTA VENETA…per ora sono solo io, ma in molti sanno….bisogna tener duro nonostante “gli errori di grammatica” grazie sinceramente per il confronto

    L’IMPRENDITORE CHE DECISE DI SUICIDARSI

    Da quasi un anno il capannone era rimasto sempre nelle stesse condizioni: le macchine sistemate a ridosso delle 4 pareti, la parte adibita a magazzino con 3 file di bancali carichi di merce sistemata in scatole chiuse con lo scotch e un giro di reggetta (più comunemente chiamata reggia nei lavori di logistica e di imballaggio), l’ufficio con la porta aperta, le sedie in disordine, le due scrivanie piene di carte buttate sopra alla rinfusa.
    Tutto era ricoperto da uno strato di polvere che aveva un colore bianco opaco, di tristezza.
    In quel capannone per quaranta anni si erano prodotti vestiti di vario genere, per tante marche, alcune famose, griffe di successo e perciò redditizie, altre meno, ma sempre si erano prodotti vestiti di qualità!
    Da quasi un anno più niente! Era finita la produzione, era finito il miracolo, erano finite tante vite lavorative. Erano finite le vite dei 15 dipendenti che Carlo aveva dovuto mettere prima in cassa-integrazione, per periodi sempre più lunghi, e alla fine licenziare! Era finita anche la vita lavorativa di Carlo, il proprietario del capannone e di tutto ciò che era contenuto dentro ad esso. Carlo era l’imprenditore di una micro-azienda tessile(così era classificata una azienda fino a 15 dipendenti!)che ora non esisteva più!
    Lui da quasi un anno, tutti i giorni, arrivava in magazzino alle 7 del mattino e se ne andava alle 20.30 di sera, come aveva fatto, quasi tutti i giorni della sua vita, per 29 anni. I primi 14 anni li aveva passati a produrre alle dipendenze di suo padre, poi ne aveva preso il posto, aveva ingrandito l’azienda, e l’aveva guidata fino al giorno in cui gli era stato possibile, il 24 maggio 2013!
    Quel giorno maledetto lo ricordava come il giorno più brutto della sua vita: alle 8.30 del mattino, sempre puntuale come piaceva a lui, aveva chiamato i suoi 15 dipendenti in ufficio e con le lacrime agli occhi aveva pronunciato delle parole che ancora gli rimbalzavano costantemente in testa come la peggiore delle persecuzioni che possa capitare a una persona.
    Le parole che pronunciò furono: “Tosi e tose(i dipendenti erano 11 uomini e 4 donne) mi gò da asarve casa! Gò da licensiarve! No ghe a faso pì a tegnerve e a tegnere l’asienda! L’ultima partia da 40 mila pantaloni ca ghemo prodoto no i ne a paga! L’è saltà anca el comitente e son rivà a na esposision de schei ca no rieso pì starghe rentro!”
    Il resto lo aveva rimosso. Non voleva ricordare le lacrime dei suoi dipendenti, né le frasi di stima o le proposte di aiuto. Non voleva ricordare niente perché lui, quel giorno, il 24 maggio del 2013, era morto. E i morti non hanno ricordi, non hanno sentimenti, parole o altro. Sono morti e basta!
    Lui da quasi un anno, ogni giorno, apriva la porta del capannone alle 7.30, la richiudeva dietro di sé, e poi cominciava a camminare per il magazzino, oppure si sedeva ,ovunque capitasse, e si guardava attorno. Osservava senza pensare, sprofondandosi in una passività catatonica che era diventata una vera e propria patologia!
    La famiglia aveva interpellato medici, psicologi e psichiatri, poi anche cartomanti e sensitivi vari!
    Nessuno era stato capace di fare qualcosa, di smuoverlo da quello stato in cui si era catapultato.
    Nella sua mente si immaginava di essere di fronte ad un grande, immenso buco nero che avanzava e piano piano inghiottiva tutto, distruggendo e annullando, portando via, verso una sconosciuta dimensione del nulla, ogni cosa di fronte a sé.
    Quel grande buco nero prima si era inghiottito suo padre, poi, piano piano, aveva cominciato ad inghiottire gli oggetti all’interno del capannone.
    Carlo non riconosceva gli oggetti attorno a lui, vedeva un capannone vuoto, aveva qualche flash-back di quando quel luogo era pieno di vitalità e di entusiasmo per il lavoro.
    Poi era arrivato il buco nero ed aveva cominciato a portarsi via pezzi di quel luogo! Ora il buco nero era alla ricerca di lui, Carlo! Era un destino a cui era inutile tentare di sottrarsi. Lui era lì che lo attendeva. Questo era l’unico obiettivo della sua vita dal 24 maggio del 2013.

    Una sera Carlo non rientrò a casa. Erano le 21.00, ora in cui la moglie e i figli erano abituati a vederlo rincasare, entrare in camera sua, mangiare quello che la moglie gli lasciava a fianco al letto, e poi coricarsi.
    Era un martedì sera di un maggio già caldo e fiorito nella natura. La moglie e i due figli di Carlo cominciarono a preoccuparsi quando le 21 erano passate da pochi minuti.
    Nessuno voleva pensare alle ipotesi peggiori. Uno dei figli uscì in strada per cercare di andare incontro al padre, l’altro figlio cominciò a telefonare a parenti e conoscenti, a chiunque potesse avere notizie.
    La mogli, accasciata sulla poltrona, con le mani a ricoprirsi il viso, cercava di tenere distante da sé l’ipotesi più brutta, ma un dolore straziante le si faceva sempre più forte dentro.
    Il capannone distava da casa circa 1 km. Carlo era solito percorrere quella distanza a piedi, soprattutto da quando non c’erano più stati impegni di lavoro. Il figlio che era uscito alla ricerca del padre camminò per un po’ nervosamente avanti e indietro, guardando continuamente nella direzione da cui il padre sarebbe dovuto arrivare.
    Aspettava che le telefonate del fratello dessero un esito alla trepidante attesa. Nulla. Furono chiamati amici, parenti e conoscenti, ma nessuno sapeva niente. Interpellarono il 118, il 113 e il 112. Nessun fatto era avvenuto dove un uomo di 60, l’età di Carlo, fosse rimasto coinvolto.
    Madre e figli si guardarono in faccia, i loro sguardi erano lividi dalla paura che l’ipotesi più brutta fosse la semplice verità!
    Nessuno osava dire una parola, mostrarsi al di fuori di una paura che gelava gli animi e faceva agire in un modo robotico, innaturale.
    Uscirono tutti e tre di casa e si diressero veloci al capannone. La madre camminava sostenuta sulle braccia dai figli. Gli occhi erano da tempo rossi, stropicciati e gonfi di lacrime.
    Emetteva dei piccoli gemiti singhiozzati, camminava piegata in avanti, caricando il peso tra uno e l’altro dei 2 figli.
    Nessuno aveva il coraggio di parlare. L’unico rumore che c’era, era quello dei passi frettolosi, nervosi, tratti impacciati di tutti e 3. I respiri affannosi si perdevano nell’aria, senza traccia.
    Arrivarono al magazzino il pochi minuti. Il buio rotto da qualche lampione della luce pubblica, da qualche finestra di case private, sembrava essere il presagio della più grande delle disgrazie.
    Nessuno voleva pensarci, ma nessuno riusciva, poteva fare a meno di pensarci.
    Uno dei figli tentò di aprire la porta, la scosse con energia. Era chiusa a chiave e non ci riuscì. Estrasse da una tasca la chiave di quella porta. Tremava, dentro sentiva sempre più uno strano, totale torpore dell’intero corpo. Paura, rabbia, dolore, rassegnazione? O cos’altro? Nessuno sulla faccia della terra avrebbe potuto comprendere gli stati d’animo di quei momenti! Figuriamoci parlarne, descriverli con precisione e razionalità!
    Il figlio inserì la chiave e le diede un giro, la madre emise un rantolio di terrore e si lasciò cadere completamente tra le braccia dell’altro figlio.
    La porta si apri, ed anche le luci del magazzino si accesero. La moglie di Carlo e i due figli si trovarono difronte a quello che da un anno temevano, che dalle 21 di quella sera continuamente negavano nei loro pensieri.
    Carlo pendeva da una corda legata ad una tubatura adiacente il soffitto del capannone, vari oggetti di mobilio era buttati a terra disordinatamente, caduti da una loro precedente impilaggio. Dondolava ancora, lievemente. Gli occhi erano aperti, con le palle che quasi uscivano dalla loro sede, il viso paonazzo, la bocca aperta abbastanza per mostrare un po’ di lingua e la saliva che bagnava il labbro inferiore, faceva un rigagnolo sulla parte destra, e all’altezza del mento gocciolava a terra.
    Il maglione, i pantaloni erano stropicciati, le braccia distese sui fianchi, le mani aperte, come in un segno di resa.
    Il buco nero era arrivato ed aveva inghiottito anche lui!

  38. Stefano Valle
    29 luglio 2016 alle 14:04 Rispondi

    Daniele, la scrittura è come le donne…non sai mai quando diventa amore reciproco

  39. Stefano Valle
    29 luglio 2016 alle 14:21 Rispondi

    Gli errori che mi hai cortesemente segnalato io li definirei di ortografia web…devo ancora imparare a digitare le maiuscole incorporando l’accento, questo è un difetto che mi avevano già rimarcato e non so se quando me lo insegneranno vorrò acquisirlo e praticarlo

    • Daniele Imperi
      29 luglio 2016 alle 15:19 Rispondi

      Ortografia web?
      Per le maiuscole con l’accento bisogna usare i caratteri speciali o trovare le scorciatoie da tastiera. Per esempio per fare la “È” si digita Alt+0200.

  40. Stefano Valle
    29 luglio 2016 alle 15:35 Rispondi

    Ortografia web, i think, see you later, quanto al I libro scritto….l’ho caricato in tutta fretta il 9 aprile e mi è stato approvato per la divulgazione in rete il 5 maggio, of the current year, ha concetti rivoluzionari di fronte a cui il sistema costituito fa muro di gomma…università padova e luca zaia presidente italiano del veneto…aspetto altri appoggi che sto contrattando…ho un caratteraccio tale che mi ha fatto baruffare con tanti indipendentisti veneti, ma d’altro canto sono per il GHEA MOLO DE PROARGHE EL JORNO DOPO DEL ME FUNERAE, buona continuazione

  41. Stefano Valle
    29 luglio 2016 alle 23:09 Rispondi

    In questo blog ho approcciato un settore che mi era del tutto sconosciuto ma ci sarò…e mo so c….mia, saluti a tutti

  42. Piero
    3 agosto 2016 alle 09:05 Rispondi

    ciao Rodolfo e grazie per il tuo articolo. Desidero con piacere portare una testimonianza diretta, anche se non varrà come verità assoluta ma almeno è una goccia in più a quanto dici. Premesso che sono counselor e coach, scrivo il mio primo libro, un percorso di crescita e di trasformazione sotto forma di romanzo psico-magico. Me lo edita un piccolo editore della mia zona (non dico il nome per non fare pubblicità di alcun genere) promettendo mare e monti in sede contrattuale (che mi appunto sull’agenda passo passo). Firmiamo un’esclusiva per 8 anni con una % per me del 7%. Mi va bene poiché non credevo che al mio primo libro arrivasse una risposta di questo genere per cui non mi interessava il ricavo ma la divulgazione. Circa 2 anni dopo quella firma, il libro non era ancora stato editato (la loro risposta fu la crisi di mercato); alle mie insistenze il libro esce ma, col tempo, nessuna delle promesse è stata mantenuta (purtroppo erano scritte solo sulla mia agenda e non nel contratto). In diverse presentazioni che ho fatto in giro per l’Italia (tutte organizzate da me a mie spese), sono state ordinate parecchie copie ma arrivate sempre meno (esempio: una libreria di Bari ne ordinò 20 e ne furono spedite solo 10). Conclusione: ogni anno guadagnavo circa 2€ che non ho mai ricevuto (forse perché costava di più farmi il bonifico). A giugno 2016 è finito il vincolo di esclusiva. Altri 2 libri li ho stampati con amazon. Grazie e perdona il papiro. Piero

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