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Come definire la qualità di un’opera?

Come definire la qualità di un'opera

Il punto è che definire la qualità di un’opera scritta non deve essere un’operazione limitante. Cosa considerare? La storia, come viene raccontata, la sua validità per il singolo lettore. Cristiana Tumedei su Scrittori innovativi.

Sono sempre stato d’accordo su questo punto: una storia ha validità per il singolo lettore. Io leggo e giudico. Se un’opera pittorica va giudicata in funzione del contesto storico, della vita e della corrente artistica del pittore, possiamo fare lo stesso per un romanzo?

Credo di no. Due forme d’arte differenti e due modi differenti di giudicare e criticare. Una frase di quel commento, anzi, è la chiave di lettura per giudicare un’opera, secondo me:

La storia, come viene raccontata.

E qui apro una parentesi, per parlare di uno dei romanzi più noiosi che abbia letto in vita mia, romanzo che ha valso al suo autore il premio Nobel nel 1954.

Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway

A me non è piaciuto e ne ho accennato mesi fa nel blog. 80 pagine per un mese intero di lettura. E calcolando che Il Signore degli Anelli mi ha richiesto un mese e mezzo per 1300 pagine, si fa presto a capire come sia stata spedita e interessante la lettura del romanzo di Hemingway.

Non sono esperto di letteratura né dell’autore, ma per me quella è stata una storia noiosa. E mai più leggerò un’altra opera di quello scrittore.

È la storia, per come è stata raccontata, che non ha creato nessuna connessione fra me e l’autore. So di lettori che hanno trovato difficoltoso leggere alcuni romanzi di McCarthy, specialmente Suttree, che per me è uno dei migliori romanzi letti.

Ma ho già detto che la lettura è percezione, ogni lettore deve riuscire a creare un ponte fra sé e lo scrittore. E lo scrittore stesso deve riuscire a creare questo ponte e anche la storia deve fare lo stesso. È un processo automatico. Dipende da tutti e da nessuno.

Siamo in grado di definire e capire la qualità di un’opera?

Qui stiamo parlando di grandi autori, così almeno sono considerati al mondo d’oggi. Ma se parlassimo di altri autori, se parlassimo di un Dante Alighieri, di un Manzoni, di un Virgilio? Sapremmo, in quel caso, definire la qualità dell’opera con gli stessi parametri?

La storia, come viene raccontata, la sua validità per il singolo lettore.

Penso che sparerei a chi osasse dire che Dante non sa scrivere e che Manzoni è da eliminare dalle scuole – e magari è già così e neanche mi meraviglierebbe la cosa.

Esistono, allora, autori intoccabili? Esistono eccezioni alla regola?

I messaggi che nasconde un libro

A parer mio è pericoloso fondare il valore di un libro sui messaggi “universali” contenuti. Un approccio fuorviante, per la natura stessa dei messaggi.

Se c’è una cosa che non ho mai sopportato sono proprio i messaggi subliminali che manda uno scrittore. Quel leggere fra le righe da me tanto odiato. E poi come capire, come esser sicuri che quell’autore, magari scomparso, abbia davvero lasciato dei messaggi o abbia davvero voluto far passare dei concetti, delle idee?

Io scrivo per il piacere di scrivere. Io scrivo anche inserendo nelle mie storie idee personali, ma è normale. Che cosa significa questo? Nel mio caso, almeno, non significa che voglio lanciare dei messaggi né rafforzare degli ideali, perché gli ideali sono personali.

Il termine stesso proviene da idea, che in greco antico significa immagine, derivata dal verbo vedere. Ecco che un’idea, un ideale, sono frutto dell’immaginazione e del pensiero personale di chi li ha creati, perché sono ciò che lui vede e come lo vede.

Considerare il contesto socio-ambientale dell’opera

Se ci pensiamo, infatti, ogni valore può essere considerato in maniera diversa in funzione del tempo e del contesto socio-ambientale in cui viene espresso. Ci sono molti autori del passato le cui opere vennero apprezzate solo in seguito. Così come tanti valori di tempi che furono che oggi sono sorpassati ed acquisiscono connotazioni negative.

Avete mai letto Tom Sawyer di Mark Twain? E Le avventure di Huckleberry Finn? Se non l’avete ancora fatto, allora leggete quei romanzi. Risate assicurate.

Tempo fa negli Stati Uniti qualche genio del momento aveva deciso di purgare il Tom Sawyer, sì, di togliere, in pratica, la parola “negro” dal romanzo, perché ritenuta offensiva.

Il genio, evidentemente, non aveva considerato il periodo storico in cui Twain ha scritto e ambientato il suo romanzo. A quel tempo gli afroamericani erano chiamati così.

Avete mai letto Lansdale? E Philip K. Dick? Anche loro hanno usato la stessa parola. Vogliamo purgare anche quei romanzi?

In alcuni periodi storici c’erano determinati valori, positivi e negativi (anche sulla positività e negatività di quei valori dobbiamo affidarci al nostro personale metro di giudizio). Non possiamo giudicare male un romanzo di Twain perché fa passare messaggi razzisti – non fa questo, secondo me, ma per alcuni geni sì.

Non possiamo, in generale, censurare alcuna opera.

Come definire la qualità di un’opera?

La storia, come viene raccontata, la sua validità per il singolo lettore.

Questo è un pensiero che condivido ma, se ci pensate bene, può diventare anche un parametro in grado di stroncare o innalzare un’opera qualsiasi. Ma chi la stronca e chi la innalza? Il lettore, in fondo. E lettori siamo anche noi, lo siamo tutti (dovremmo esserlo tutti, almeno).

Come definire la qualità delle nostre opere?

Prendiamo la nostra storia e osserviamo come viene raccontata, come l’abbiamo raccontata: riusciremmo a leggerla in modo scorrevole e appassionato? O ci verrebbe la nausea dopo le prime righe?

La validità per il singolo lettore non ci compete. O, meglio, ci compete sotto un altro punto di vista.

Ma di questo parleremo domani.

Come definite la qualità di un’opera?

Che parametri usate per giudicare e criticate un romanzo letto? Siete d’accordo con le mie riflessioni o le ritenete azzardate e spicce?

37 Commenti

  1. Fabrizio Urdis
    18 ottobre 2013 alle 07:38 Rispondi

    Per quanto riguarda lo scandalizzarsi consiglio a tutti di guardare l’intervista di Pasolini a Moravia che penso si chiami proprio “Lo scandalo”, spiega perfettamente la mente di chi cerca di preservare la nostra sanità mentale con la censura.
    Si arriva a eccessi per cui in Francia ci sono state manifestazioni per boicottare il film “Ghost writer” di Polansky. Perché?
    Perché in francese il ghost writer viene chiamato “negro”, quindi invece di cercare di cambiare una mentalità razzista si cerca di bloccare l’uscita di un film.
    Il mio metro di misura per giudicare un libro è una mistura tra lo stile dell’autore, e la capacità di guardare il mondo nella sua interezza (uno scrittore che ad esempio dipinge il mondo come un posto magnifico non è un bravo scrittore)
    Detesto i lanciatori di messaggi e ideali, che a mio parere servono a coprire libri mediocri e a venderli alla massa.

    ps: ho letto l’inizio de “Il vecchio e il mare” e mi è piaciuto talmente tanto che ho deciso di dargli la priorità su tutti gli altri libri che sto leggendo. Comunque è vero che i premi, per quanto rinomati possano essere, non vogliono dir nulla.

    • Daniele Imperi
      18 ottobre 2013 alle 07:44 Rispondi

      Non sapevo della manifestazione contro quel film… né che veniva chiamato a quel modo il ghost writer.

      “uno scrittore che ad esempio dipinge il mondo come un posto magnifico non è un bravo scrittore”: beh, questo allora lo prendo come un complimento a me :D

      A quanto pare Il vecchio e il mare non è piaciuto solo a me… pazienza :)

      • Salvatore
        18 ottobre 2013 alle 09:11 Rispondi

        Non è piaciuto neanche a me, ma ho anche letto tutto ciò che Hemingway ha scritto e ho apprezzato molte sue opere. Non tutte, ma molte. Forse c’è anche un’altra riflessione da fare: i gusti col tempo cambiano e, ad esempio, molte delle opere che mi erano piaciute proprio di Hemingway oggi non sono sicuro che le rileggerei…

        • Daniele Imperi
          18 ottobre 2013 alle 10:17 Rispondi

          Anche a me è capitato di non apprezzare più alcuni autori letti nel passato. Credo sia normale, conosci altri scrittori, maturi come lettore, magari diventi più esigente o semplicemente, appunto, i gusti cambiano.

  2. Ryo
    18 ottobre 2013 alle 08:08 Rispondi

    Confermo che anche per me IVEIM è un’opera fondamentale. In genere mi trovo d’accordo con molto di ciò che scrivi, questa volta invece non lo sono praticamente con nulla :-)

  3. Salvatore
    18 ottobre 2013 alle 09:05 Rispondi

    Una domanda che mi sono sempre posto, in effetti. Sia verso quello che scrivo io, che è poca cosa, sia verso i romanzi pubblicati. Benché abbia studiato letteratura all’Università di Torino, non posso definirmi un critico letterario e me ne guarderei. Quali sono i parametri che utilizzano gli addetti ai lavori non li conosco, perché non faccio parte degli addetti ai lavori. Però una risposta ce l’ho lo stesso: il valore di un opera scritta si giudica sulla base esclusivamente del gusto personale. Se ti piace leggerlo, se arrivi fino alla fine, se lo rileggeresti (mi capita…), allora è un buon prodotto. In quel caso lo consiglierai. In un mondo ideale il numero di copie vendute corrisponderebbe al valore del libro. Il nostro non è un mondo perfetto… Che sia ben inteso, io sono uno di quelli che consiglierebbe di eliminare Manzoni dalle scuole. A mio giudizio, certo. Se Manzoni oggi fosse uno sconosciuto esordiente il suo libro: “I promessi sposi”, benché scritto benissimo, troverebbe difficoltà ad essere pubblicato. Credo. Poi magari mi sbaglio. Quindi come può qualcuno arrogarsi il diritto di dire “I promessi sposi” li devi leggere per forza, oppure il suo contrario? Non ci dovrebbe essere questa opzione, se ti è piaciuto per te ha valore e quindi lo consigli; altrimenti no. Questo dovrebbe valere anche a scuola! Sono sicuro che se nelle scuole non si obbligasse a leggere determinate opere, ma l’insegnante fosse “libero” di suggerire una sua selezione, motivandola, allora avremmo in futuro più lettori…
    Come al solito mi dilungo. Bel post!

    • Daniele Imperi
      18 ottobre 2013 alle 10:24 Rispondi

      Riguardo a Manzoni la questione è diversa: fa parte della storia della nostra letteratura, è il primo esempio di romanzo storico, se non sbaglio. Quindi non puoi toglierlo solo perché adesso, forse, quel romanzo non verrebbe pubblicato.

      Riguardo alla selezione fatta dai professori ho moltissime riserve: sai perché? Perché sono capitato con un’insegnante estremista al liceo, che avevi gusti, non solo letterari, opposti ai miei e, come tutti gli estremisti, non tollerava idee contrarie alle sue.

      Una volta a scuola vennero dei “poeti”. Fra virgolette, perché non meritano certo quell’appellattivo. “Poesie” fatte solo di parole messe una dietro l’altra, poesia moderna su cui nutro solo dubbi. Ebbene, io e un mio amico, stanchi di sentire quella roba, ci siamo alzati e ce ne siamo andati dall’aula delle assemblee. In classe l’insegnante si è risentita, minacciando di far fare un tema su quei “poeti”.

      Sulla base di questa mia esperienza, dunque, dico no categorico alle scelte arbitrarie degli insegnanti.

      Per avere più lettori, a scuola ci deve essere un dialogo ragionato fra studenti e insegnanti. Compito dell’insegnante, secondo me, non è solo insegnare, ma anche e soprattutto far apprezzare la materia. Altrimenti ha fallito.

      • Salvatore
        18 ottobre 2013 alle 12:37 Rispondi

        Si certo, sono d’accordo con il tuo punto di vista. Io parlo sempre di un mondo ideale. E poi ho avuto la fortuna di avere un buon professore di letteratura che mi ha insegnato molto e, guarda caso, era anche proprietario di una piccola casa editrice a Torino. Non so se esiste ancora. Era già anziano quando ho iniziato le scuole io… Percui, si certo, dipende da molti fattori. In fondo non diciamo due cose differenti. Io parlo di letture imposte istuzionalmente e tu di letture imposte arbitraziamente. Ma alla fine è lo stesso punto di vista. La letteratura, ma potrei allargare il discorso anche all’arte in generale, non vuole regole né imposizioni. All’Università ad esempio ho maturato una buona esperienza nel teatro. Ebbene, quando ero giovane il “teatro” era visto come un’arte espressiva per vecchie signore con la erre moscia e il cappello piumato. Almeno, dalle mie parti. Invece è un’arte assolutamente giovane e all’avanguardia, solo che va svecchiata. Cioè va liberata da certe dicotomie proprie della “vecchia” classe intellettuale e resa libera di essere usufruita anche in modo caotico da chiunque. Poi i gusti vengono da se. Ecco da dove parte la mia voluta critica verso Manzoni. Certo, Manzoni è la storia del romanzo italiano. Il primo romanzo di casa nostra, quindi ha un valore storico. Ma se ci arrivi a leggerlo da solo, attraverso una tua strada personale, magari lo apprezzi di più. Quindi certamente hai ragione a dire che il compito dell’insegnante è aiutare lo studente a maturare una cerca conoscenza è un certo gusto verso la letteratura. Ma senza imposizioni, sia istituzionali sia personali.

  4. MikiMoz
    18 ottobre 2013 alle 11:22 Rispondi

    Né azzardo né… spiccio, però temo che -tolto un sentore universale abbastanza vago, peraltro- la qualità di un’opera sia sempre derivata da una visione soggettiva.
    Questo vale persino per i capolavori, figurarsi.

    Magari un parametro potrebbe essere la resistenza nel tempo. Ma quanto vale, oggi, in quest’epoca frenetica e consumistica?
    Non saprei…

    Una riflessione: sono d’accordissimo con te sul paragrafo riguardante la parola “negro”. Distogliendoci dai libri, sai che hanno eliminato dal corpus dell’intera opera animata diversi episodi di Tom & Jerry perché … “offendevano” la comunità negroamericana? In pratica, le scene tipo Tom che si brucia e diventa nero coi labbroni, ricciolini e quant’altro, giocavano troppo con un cliché del negro d’epoca.
    Beh, io non sono per nulla d’accordo sulla censura.
    Ho sempre visto quegli episodi e non sono certo razzista.
    Oddio, sì, lo sono, ma non penso che gli afroamericani siano tutti così standardizzati.
    Fino a quando non mi imbatto in un moderno video musicale dei rapper :p

    Moz-

    • Daniele Imperi
      18 ottobre 2013 alle 11:49 Rispondi

      Concordo pienamente. Sai, allora, che esistono dei cartoni animati di quei tempi che sono censurati. Volevo prendere il DVD su Amazon, ma è regionale e qui non si vedrebbe. Parlo di quelli della Warner Bors, c’era Duffy Duck nazista, per esempio, e altri con appunto “stereotipi” degli afroamericani. Ma cacchio sono cartoni d’epoca.

      Sai che penso? Che più andiamo avanti e più vedo sempre meno libertà d’espressione: come apri bocca finisci per offendere la “sensibilità” di qualcuno.

      • MikiMoz
        18 ottobre 2013 alle 13:30 Rispondi

        Vero, verissimo… tra poco, anche dire -chessò- “gattaro” sarà considerato politicamente scorretto.
        Io, dal mio canto, siccome (non) sono sessista, razzista e tutto il resto, parlo e scrivo come mi pare.
        Suvvia, non siamo mica zulù :p

        P.s. visto? Pare che il post dove ti ho omaggiato/scimmiottato (ma sempre con cuore e rispetto) sia andato bene :)

        Moz-

        • Daniele Imperi
          18 ottobre 2013 alle 14:04 Rispondi

          Fai bene, anche io parlo come mi pare, nonostante i tanti “non puoi dire così” che ricevo.

          PS: visto, quasi 90 commenti… olé! ;)

          • MikiMoz
            18 ottobre 2013 alle 14:44

            Ahaha, “non puoi dire così”… santo dio, manco all’asilo! Fai bene, io lo farei per sfregio XD

            P.s. non per il numero dei commenti, ma per la qualità degli stessi :)

            Moz-

  5. Gioia
    18 ottobre 2013 alle 11:28 Rispondi

    Io parlo da lettrice e non da scrittrice (mai dovessi scrivere, poveri lettori!).
    Non so per quale ragione ho sempre schivato ciò che viene acclamato con tanta frenesia, per ciò, ho sempre preferito leggere per istinto, autori poco conosciuti e che hanno saputo darmi molto più dei grandi classici. Credo che come accade nella realtà, tra scrittore, opera e lettore, nasca un certo feeling, che non si può stabilire dal principio, è troppo soggettivo. Troppo personale. Una scrittura controllata, revisionata, che segue determinati schemi, personalmente non mi coinvolge, anche se la storia può essere tra e migliori.
    Solo opinione, la mia da ignorante in materia ;)

    • Daniele Imperi
      18 ottobre 2013 alle 11:50 Rispondi

      Anche io rifuggo le opere osannate. Ho commesso lo sbaglio di leggere Il codice Da Vinci e infatti non ho più letto nulal poi di Brown :)

  6. Lucia Donati
    18 ottobre 2013 alle 11:53 Rispondi

    Ogni lettore può dire “mi piace” o no. Il “mi piace” e la validità sono cose completamente diverse. Per giudicare la validità di un’opera ci vogliono conoscenze (spiego più sotto) che vanno ben al di là di quelle possedute dal lettore di cultura medio/bassa che imperversa in giro. I presenti sono ovviamente esclusi in questa definizione. :) . Non capisco cosa voglia dire la frase (é estrapolata da altro testo?) “La storia, come viene raccontata”, riferita alla validità di un’opera. Cosa s’intende “come viene raccontata”? Vuol dire tutto e niente: si può specificare?
    La connessione fra lettore e autore, come ho detto in un vecchio post, è un incontro. In questo mi pare diciamo la stessa cosa.
    Esistono autori intoccabili semplicemente perché essi “sono”, prima di “essere autori” e, dunque, si avvalgono di conoscenze superiori e le trasferiscono nelle opere che fanno. Non è che “gli altri” siano inferiori; quello che intendo è che ognuno deve valutare quali sono le sue attuali limitazioni e porvi rimedio perché il bello è che ognuno può realmente migliorare! Non bisogna essere invidiosi dell’intelligenza altrui, ma cercare di essere più capaci noi (è l’unico modo per non essere invidiosi), magari prendere ad esempio grandi personaggi non per imitarli, ma come sprone a migliorare la propria individualità. Chi non capisce ( e non vuole capire) che ci sono conoscenze diverse da quello che la quotidianeità suggerisce, non arriverà mai a fare un’analisi giusta di nessuna cosa. Cercare di accedere ad una visione meno limitante è tutto di guadagnato. Ma mi sembra che in generale ci si accontenti di cose già viste e sentite e che si rigirino quelle, invece di cercare di vedere oltre.
    Per i messaggi: ci possono essere e non essere. Dipende sempre dall’incontro che c’è fra lettore e autore: se entrambi si capiscono (sono sulla stessa lunghezza d’onda), si vede se c’è un messaggio o no.
    Il problema nel dare connotazioni positive o negative ad un qualcosa, in questo caso ad un’opera, è che non si hanno chiari i punti di riferimento. Per questo molte cose non si comprendono o si comprendono parzialmente o in modo del tutto sbagliato Non sono d’accordo sul fatto che la qualità di un’opera possa essere la validità che ha per il singolo lettore, per i motivi spiegati sopra: il singolo lettore può dire solo “mi piace” o no, a meno che non sia in possesso di conoscenze che non sono parziali.
    Per valutare con sicurezza, dunque, ci vogliono parametri che non siano parziali. Le tue riflessioni tentano di dare una forma a qualcosa che è difficile ingabbiare. Anche io, scrivendo queste righe, sto riflettendo su questo, ma mi guardo bene da dare una formula codificata, perché non ho la formula magica, e neanche la bacchetta magica. :) Se non si hanno punti di riferimento precisi, come si può valutare? Sto riflettendo, e posso dire questo, per ora: so solo che facili giudizi indicano persone superficiali. Giudizi parziali indicano persone di “scarso giudizio” che significa precisamente questo: essi non hanno una visione generale e, dunque, alcun tipo di potere (tantomeno di potere giudicare l’operato altrui) con imparzialità, riuscendone veramente a vederne il vero valore. Disse la scrittrice Anais Nin: “Non vediamo le cose come esse sono, bensì come siamo noi”. Esatto. Questa frase la dice lunga e spiega anche molti giudizi che possiamo dare. Infatti, spesso un giudizio è un giudizio sulle nostre stesse carenze, che riconosciamo e vediamo riflesse nell’altro. In questa visione, se si giudica in modo violento (può capitare che qualcuno lo faccia), è esattamente prendere a calci sé stessi. Quello che indichiamo come un limite dell’altro è quello che riconosciamo in noi. E si è nell’esatta situazione rilevata nell’altro. Ma si può sempre rinsavire dal proprio giudizio parziale, riscattando così sé stessi, migliorando, acquisendo maggior potere su noi stessi, conoscenze più ampie che ci rendono veramente più capaci e “di valore”. Spero di non essere stata troppo lunga… :) e che il mio intervento ti sia gradito (forse dovevo scrivere un post da me…). Spero solo di essere riuscita a suggerire un’altra prospettiva…

    • Daniele Imperi
      18 ottobre 2013 alle 12:19 Rispondi

      “La storia, come viene raccontata” è presa dal commento che ho citato a inizio post.

      Nessuno ha parlato di invidia, poi.

      Riguardo a come valutare un’opera e alle conoscenze limitate che può avere il lettore, ho scritto infatti:

      “Non sono esperto di letteratura né dell’autore, ma per me quella è stata una storia noiosa.”

      Questo per dire che non posso né voglio studiare letteratura e biografie di scrittori prima di leggere un libro. Io sono un lettore e valuto l’opera per quello che mi ha offerto nella lettura. Non sono un critico e non devo giudicare quell’opera per proporla a un premio o meno.

      Se giudico male un’opera, poi, non sto ponendo dei limiti a quell’opera. Almeno io non faccio così. Se giudico un romanzo noioso, significa che lo stile adottato dall’autore e la storia in sé sono risultati per me noiosi.

      Quindi la tua prospettiva non è sbagliata, ma è comunque utopistica, perchè comporterebbe da parte di ogni lettore un enorme lavoro di documentazione da fare per tutti i libri da leggere e questo non è possibile per mancanza di tempo. E voglia, anche.

    • Gioia
      18 ottobre 2013 alle 12:26 Rispondi

      Da ignorante ti chiedo: ma in fin dei conti, i “Grandi” della letteratura, chi li ha resi grandi, inizialmente, se non lettori comuni medio-bassi? Chi ci dice che il primo giudizio non fosse imparziale e che poi a ruota, come spesso accade sono giunti gli applausi degli altri, spesso pecoroni, facendone Grandi scrittori? Quanti altrettanto bravi lasciati nel dimenticatoio semplicemente perché non hanno avuto la fortuna di incontrare chi li elogiasse? Non posso essere gelosa di chi non mi appartiene, ribadisco, NON SONO SCRITTRICE.

      • Daniele Imperi
        18 ottobre 2013 alle 14:06 Rispondi

        I grandi della letteratura li ha resi grandi il pubblico, gente che non si è messa certo a studiare letteratura o a informarsi della vita degli autori. Forse per qualcuno è anche come dici tu. Però guarda Poe: era criticato parecchio. E adesso vive e vende ancora. E come lui tanti altri.

        • Gioia
          18 ottobre 2013 alle 17:21 Rispondi

          Chiediti perché, non per come! ;)

          • Daniele Imperi
            18 ottobre 2013 alle 17:51

            Poe era criticato per i temi trattati e perché era avanti per i suoi tempi. Ecco elementi che rendono valida un’opera, secondo me.

    • Salvatore
      18 ottobre 2013 alle 13:13 Rispondi

      Ciao Lucia, mi scuso se intervengo su un tuo “intervento” anche se non ci conosciamo. Ma approfitto di quello che hai espresso per dire una cosa che ritengo valida all’interno discorso che si sta facendo. L’arte non nasce nella classe alta, quasi mai, l’arte nasce nella strada, nel ceto popolare che la utilizza per esprimere se stesso. Si prenda ad esempio generi musicali come l’hiphop, ma anche altri. Senza confondere con la letteratura, ma parlando di arte, quindi di espressività, in senso lato, esse nascono dal basso. Poi, quando sono abbastanza mature e diffuse, vengono raccolte dalla classe intellettuale che le fa proprie cristallizzandole in tecniche ed espressioni che, si, servono ad identificarle nel loro genere, ma finiscono inevitabilmente per impoverirle. L’arte, cioè la rappresentazione creativa della realtà, nasce dal basso ed è lì che deve tornare. Quello è il suo posto più congeniale, in cui può crescere ed evolvere (diversamente dalla scienza). Estrapolarla dal suo contesto significa danneggiarla. Quindi chiediamoci, cos’è la “classe intellettuale” e perchè si arroga il diritto di prendere a se l’arte? La classe intellettuale è composta da persone normali che in virtù del fatto di aver maturato una certa “esperienza” e quindi un certo “gusto” (vedi come si ritorna alla chiave soggettiva?), è più adeguata a giudicare una certa cosa, una certa opera, perché ne conosce il contesto e le tecniche. Prende a se l’arte per il bisogno istintivo umano di catalogare, etichettare e definire. Una sorta di insicurezza cronica insomma. In un mondo ideale questo meccanismo dovrebbe servire ad aiutare chi non fa parte della classe intellettuale, cioè non ha avuto il tempo di maturare una certa esperienza e quindi un certo gusto in un determinato campo, a orientarsi all’interno delle opere di quel campo. Ma come ho già scritto non viviamo in un mondo ideale e troppo spesso la classe intellettuale fa scelte arbitrarie che da un lato non aiutano chi ha una “cultura medio/bassa” come dici tu, dall’altro danneggia l’espressività dell’arte perchè la incesella in confini che invece non sono propri dell’arte. L’arte non vuole confini, etichette, ecc.
      Mi sono dilungato anch’io.. di nuovo! Sintomo che l’argomento è interessante e le opinioni di chi partecipa lo sono altrettanto. Ci tengo a precisare che quello che dici non è sbagliato, la mia non vuole essere una critica, ma un punto di partenza per ragionare. La letteratura va vissuta come animali selvaggi, cannibalizzando ogni libro in base a gusti assolutamente soggettifi fino a quando questi gusti non si definiscono. E saranno, anche a quel punto a livelli più alti che in partenza, pur sempre soggettivi, com’è giusto che sia. Secondo me…

      • Lucia Donati
        18 ottobre 2013 alle 15:01 Rispondi

        Io non ho parlato di classi. Non ho parlato di intellettuali. Non ho detto che l’arte viene dall’alto. Non ho detto nulla di tutto questo. Ti pregherei di rileggere il mio intervento, Salvatore. Ho parlato di conoscenza. Chi sta nel medio/basso per me è quella persona che non vede altro che il suo naso e non vuole che essere così: limitato. Non ho parlato di classi. Non ho neanche pensato alle classi: non farmi dire cose che non ho detto. Le parole hanno il loro significato e va inteso correttamente. Comunque grazie per le tue osservazioni.
        Il tema del post è la qualità dello scritto: io qui ho fatto le debite distinzioni fra opinione e valutazione. Tu mi parli di arte in generale… Ho detto quello che potrei fare io in una valutazione e quali sono le cose da considerare. Poi ho anche detto alcuni pensieri sul mio modo di esprimere un’opinione su un libro o uno scritto. Se vuoi la mia opinione su arte e artisti vai sull’altro mio blog e troverai il mio pensiero. (qui sarebbe troppo lungo scriverne!). Ciao.

        • Lucia Donati
          18 ottobre 2013 alle 15:14 Rispondi

          Comunque sono d’accordo quando dici che l’umano ha necessità di catalogare e definire in “una sorta di insicurezza cronica”. In effetti è così. ;)

        • Salvatore
          18 ottobre 2013 alle 16:06 Rispondi

          Già visto, anche se non ho potuto dedicargli il tempo necessario. Ci tornerò.
          Credo di non essermi espresso bene, nel senso che non ho detto che tu abbia detto quello che pensi io abbia detto. E’ più chiaro così? A parte gli scherzi, La premesa che ho fatto al commento mi sembrava chiara: “[…] approfitto di quello che hai espresso per dire una cosa che ritengo valida all’interno discorso che si sta facendo.” Come vedi non dico che citi le classi, o gli intellettuali, ecc, nel tuo commento, ma che il tuo commento mi ha fatto venire in mente e quindi dato lo spunto per dire… tutto quello che ho detto. :) Comunque, visto che la mia era una risposta al tuo commento, immagino si possa interpretare male. Scusami.

          • Lucia Donati
            18 ottobre 2013 alle 18:06

            Infatti, Salvatore, l’ho presa come risposta al mio commento (ma tu mi dici ora che in effetti non lo era). Ma non c’è problema. L’importante quando si scrive è capirsi. Purtroppo molti problemi che non ci sarebbero derivano solo dal fatto che a volte non ci si comprende appieno. Per esempio, nei commenti ai post ho notato che proprio il fatto di non potere sentire il tono di voce con cui l’interlocutore risponde, è fonte di alcune incomprensioni (qualcuno pensa che un commento sia negativo o che sia rivolto a lui, o che uno abbia voluto dire qualcosa in tono negativo, ecc.) In molti casi si può rimediare. Comunque ho dato un occhiata al tuo blog e tornerò a guardar meglio. :)
            (però se hai preso spunto… quello che ho scritto ti ha portato a pensare alle classi ecc. Ho ritenuto di dover chiarire…) :)

  7. Lucia Donati
    18 ottobre 2013 alle 12:44 Rispondi

    La mia è una prospettiva generale. Anche il discorso è generale.
    Ma parte dal titolo del tuo post nel quale l’argomento da affrontare è a proposito della valutazione della qualità di uno scritto (infatti non c’è scritto “come definite” la qualità (voi) ma “come definire”, il che lascia intendere un discorso oggettivo (come valutare, oggettivamente) anche se dopo, nel post si parla più soggettivamente che altro (quindi di opinioni o pareri). E di questo ho parlato: di una valutazione generale. Non della valutazione soggettiva. Per essere più chiara; ho indicato il parere personale come insufficiente e non veritiero della qualità di un’opera proprio perché a volte “talmente” soggettivo da non costituire un riferimento per nessuno (solo per chi lo legge, che sicuramente ha diritto a farsi piacere o no qualcosa, ma che non ha sempre la reale capacità di darne una valutazione obiettiva).
    Questo. Poi ho parlato dei vari punti, nell’ordine. Soprattutto faccio una doverosa distinzione fra “gusto, parere, opinione” e “valutazione”(distinzione che è da farsi, perché fondamentale). Non si richiede una preparazione altamente specialistica a nessuno. Si dice della possibilità di ognuno di migliorare le proprie capacità di giudizio, valutando meno il proprio ego e un personale ristretto punto di vista, a favore di un’ampliamento delle proprie vedute. Ho ampliato il tema… Comunque niente di utopistico, credimi.

  8. franco zoccheddu
    18 ottobre 2013 alle 17:27 Rispondi

    Inizio a leggere un romanzo e so qusi subito se mi piacerà o no. Un misto di coerenza tra le situazioni, il fluire delle frasi, la capacità di spingere la mia mente a formare immagini, la semplicità nelle descrizioni delle cose complesse, la capacità dell’autrice/ore di mantenere una certa leggerezza formale quando affronta la pesantezza dell’esistenza. Ma tutto ciò insieme, senza distinzione netta, e la mia mente automaticamente dice “mi piace”.
    Mi sento un lettore, non un critico. A dire la verità non distinguo tra Tex, “Il nome della rosa”e, per dire “Hunger Games”. Apprezzo di tutto.
    Non potrei mai essere uno di quei critici con la stroncatura facile che spaccano il capello in quattro, uno di quelli che leggono con “la puzza sotto il naso”. Come per i film: mi piace, non mi piace. Sono un semplice, non ci posso far niente.

    • Lucia Donati
      18 ottobre 2013 alle 18:24 Rispondi

      Franco, va bene essere semplici, fai benissimo! Anzi, a volte la semplicità è la cosa migliore in assoluto. Non credere che io non lo sia solo perché amo la precisione. La precisione è importante, ma anche a volte si deve fare a meno di essere troppo pignoli. Purtroppo se non sei preciso succede che qualcuno intende qualcosa di diverso da quello che volevi dire. Ma se sei preciso dicono che sei pignolo. Io preferisco la precisione, ma mi rendo conto che a molti qualcuno questo suona come “so tutto io”: non è così, è solo questione di definire bene quello che uno deve dire. Altrimenti come ci si capisce? Sono sempre stata precisa e non abdico a questo solo perché a qualcuno non piace. Preciso (è meglio) che sto solo facendo un discorso generale, che non è rivolto a nessuno in particolare.
      Nell’opinione soggettiva ognuno pensa quello che vuole. Mi capita spesso di dire che qualcosa mi piace e basta. Perché ci dovrebbero sempre essere spiegazioni? Ma in una valutazione seria o eventualmente professionale, questo non può bastare. Ed è anche questo che cercavo di dire nel mio primo intervento, facendo le distinzioni fra opinione e valutazione. :)
      Io cerco sempre di dare il mio apporto ai post facendolo in modo serio e, se riesco, articolato. Magari, però ci scappa anche una battuta (spezziamo tutta questa serietà, suvvia…) :)

  9. franco zoccheddu
    18 ottobre 2013 alle 17:29 Rispondi

    Qusi? Ehm: quasi.

  10. franco zoccheddu
    18 ottobre 2013 alle 20:45 Rispondi

    Ciao Lucia, ho appena riletto con più attenzione il tuo primo intervento sulla questione, e, soprattutto, l’ho messo in relazione alla risposta di Daniele e a quella di Salvatore che seguiva alcuni brevi interventi.
    Ragazzi, ve lo devo dire: mi sento d’accordo quasi con tutto e con tutti!
    In questo periodo della vita, lavoro, figli che crescono, tanti pensieri per la testa, ebbene sì: cerco semplicità, ho bisogno di letture e film non troppo elaborati. E’ come se la mia mente si fosse un po’ arresa e mi avesse detto: “Franco, per piacere, mi usi troppo a fondo per la tua passione preferita (mat e fis!), non pretendere ora anche di avermi del tutto per altre cose!”. Io, umilmente, accetto di non poter avere tutto. Sapessi, gentile Lucia, da quanto sogno di leggere “Il maestro e margherita”, rileggere “La montagna incantata”, buttarmi su qualcosa di più storico o, comunque, che mi parli del mondo in modo profondo.
    Il tempo, il tempo è diventato il peggiore nemico della mia mente. Leggo, leggo, un pezzo qui, un trafiletto là, qualcosa su internet, ma cos’è rispetto a trascorrere delle ore a scoprire cos’è stata davvero una guerra tra esseri umani, per le semplici persone che l’hanno combattuta? Io vorrei leggere TUTTI I LIBRI DEL MONDO! Ma sai perchè? Per un solo motivo, che non c’entra con i libri: io sono piccolo e limitato, vedo solo a poche decine di metri intorno a me, il mondo è enorme rispetto a me. Ma voglio disperatamente capire tutto il mondo prima di andarmene, sono troppo curioso di sapere dove sono arrivato e da dove andrò via un giorno, perchè è l’unica realtà che ho. Ma non posso vedere tutto, parlare con tutti gli esseri umani, posso però apprendere di loro dai libri.
    Ora chiudo. Volevo solo dire che ho trovato scritte benissimo le tue considerazioni. Hai un mondo di ragioni! Sai cosa sono riuscito a fare dopo pranzo, per i dieci minuti liberi, mentre i miei guardavano un po’ la tv? Sono sgattaiolato in camera di mio figlio sedicenne con un vangelo, io che sono un ateo con la mente ma un disperato credente col cuore, e ho letto per la prima volta l’inizio del vangelo di Giovanni.
    Una meraviglia. E sai che ti dico? Lo è stata per quello che tu hai detto: perchè la mia mente era preparata allo spessore di quella lettura. Ho trascorso decenni a sparlare del vangelo, ma forse era tutta una preparazione per quei meravigliosi dieci minuti.

    • Lucia Donati
      19 ottobre 2013 alle 11:05 Rispondi

      Che dirti, Franco? Sei sempre molto gentile. Io credo che non sia mio il merito del fatto che hai visto con occhi nuovi una lettura impegnativa come quella del vangelo. Credo che tu fossi pronto semplicemente per farlo. Se sono stata io ne sono ben felice, però :) Quando scatta qualcosa di positivo nelle persone è sempre bello. Io mi sento meglio quando qualcuno è contento grazie a qualcosa che ho fatto o detto. Forse le persone dovrebbero considerare maggiormente il bene da fare (e la buonafede), piuttosto che il male e la malafede. Sono quei momenti in cui scatta qualcosa che trasformano in una cosa bella quello che prima poteva esserci indifferente o insignificante o fors’anche brutto. Ma io credo tu sia una brava persona, che cerca sinceramente e penso avrai delle buone risposte… :)
      Non approfitto oltre dello spazio di questo blog. Magari ti contatto nel tuo… :)

  11. Tenar
    18 ottobre 2013 alle 21:39 Rispondi

    Anni fa ho frequentato un corso di critica cinematografica, il prof. Bruno Fornara (che ho adorato) diceva in sostanza che un film è un buon film quando tutti gli elementi usati sono funzionali al messaggio che il regista vuole comunicare. Non importa quale sia il messaggio, può anche essere “non c’è nessun senso”, l’importante è che sceneggiatura, inquadrature, fotografia, musiche etc. etc aiutino a rafforzare il messaggio narrativo. Un film diventa un capolavoro quando una o più delle componenti, oltre a essere coerente col messaggio è usata in modo innovativo, mai visto prima.
    Questo mi ha aiutato a capire che un conto sono i gusti personali (io ho trovato di una noia abissale un film come Elephant, che pure era coerente e innovativo) e un conto è l’effettivo valore di una pellicola.
    Allo stesso modo credo che un’opera letteraria sia buona quando trama, stile e ritmo sono in sintonia con quanto si intende raccontare. Che poi piaccia o meno a me è una questione di gusti.
    Io mi sono arenata su Addio alle Armi, ma so comunque riconoscere nel romanzo un gran libro, che tuttavia non fa per me.

    • Daniele Imperi
      19 ottobre 2013 alle 07:38 Rispondi

      Condivido la questione del messaggio. Riferendomi ancora a Il vecchio e il mare: qual è il messaggio? Io non l’ho capito e l’unica cosa che ricordo di quelle 80 pagine sono un vecchio e il mare. E mi sembra un po’ poco. Sui premi Nobel in generale, poi, nutro parecchie riserve.

  12. LiveALive
    12 giugno 2014 alle 09:19 Rispondi

    Ci sono dei bei commenti qua, mi spiace sempre l’essere arrivato in ritardo.
    Come giudicare l’opera? Il problema non è certo del lettore: lui legge,percepisce, e poi dice ciò che sente. Il problema è del critico che, teoricamente, dovrebbe dare un giudizio oggettivo, al di là del suo gusto.
    Ma giudizio di che tipo? Estetico? Vien da dire di sì… Ma ragioniamoci un attimo. Qual è la condizione d’esistenza dell’estetica? Non essendo un oggetto fisico, è la percezione: la bellezza esiste se qualcuno può percepirla. Il punto è che ognuno percepisce a modo suo, e di conseguenza, non è possibile parlare di una percezione se non in modo soggettivo. Non è un caso allora se più spesso i critici letterari si mettono a parlare di filosofia, sociologia, e dimenticano che dovrebbero parlare del libro!
    Ci sono due possibilità. La prima è affidarsi all’autorità: posso ipotizzare che il professore emerito vincitore di Pulitzer e Nobel se ne intenda più di me, e quindi se lui mi dice che l’ultimo libro di Moccia è superiore a Guerra e Pace ho buon motivo di credergli. Ma ciò è sbagliato, poiché sì, le conoscenze influenzano il proprio modo di percepire, e un professore percepisce l’opera in modo diverso da un bambino; ma non esiste una percezione migliore di un’altra: ognuna viene soddisfatta da requisiti diversi.
    Allora bisogna scegliere la seconda possibilità: stabilire un canone. Decidiamo a priori: una buona opera ha una trama avvincente, una buona gestione della tensione, personaggi interessanti, situazioni originali, stile semplice e immaginifico con pochi aggettivi e avverbi, dialoghi realistici e appassionanti, eccetera. Non bisogna far altro che applicare il canone: il suo rispetto o meno è cosa oggettiva, e quindi il giudizio, in relazione al canone, sarà indiscutibile.
    Ma, problema… Anzitutto, chi soddisferà davvero quel canone? Certo, se io decido di applicare un canone come “è bello tutto ciò che fa apologia del fascismo” finirò per soddisfare due o tre persone, mentre se applico un canone che prevede “stile semplice, scorrevole, sintetico” magari non accontenterò tutti ma comunque una buona fetta della popolazione leggente.
    Ciò non toglie, però, che un giudizio del genere non è assoluto. Non dico che non si possa fare, anzi, un critico è costretto a fare così; ma dico che per il singolo lettore non è un giudizio utile. Il lettore singolo ha un suo gusto, ha cioè un suo canone interno diverso da tutti gli altri, e in base a questo giudica. Alla fine si può dire che la Divina Commedia è più brutta dell’ultimo numero di Topolino? Se sto scegliendo le opere per un bambino delle elementari, per forza! Tutto deve essere messo in relazione al lettore, non può esistere un giudizio assoluto, perché ciò che il lettore cerca non è un oggetto fisico.

    N.B.: al limite, posso accettare un “canone neurologico”, cioè un giudizio basato sulle reazioni cerebrali di un gruppo di lettori. Neanche questo però è un assoluto, perché è già stato dimostrato che davanti a una medesima opera diversi cervelli hanno reazioni diverse. Un “base comune neurologica”, nel l’individuazione della bellezza, esiste, ma è così piccola che da sola non può soddisfare alcun lettore.

  13. LiveALive
    12 giugno 2014 alle 09:35 Rispondi

    Aggiungo una cosa…
    – esistono scrittori intoccabili?
    Fanno alti e bassi. Un tempo Alfieri si studiava a scuola, e ora no. Anche Carducci stanno togliendo. Dante oggi è un grande ma in passato l’avevano quasi dimenticato, così come Boccaccio. La Némirovsky (Daniele, leggiti Il Ballo, e se ti piace leggi Suite Francaise) non è stata riscoperta fino al 2002. D’Annunzio era una divinità in vita, poi è stato dimenticato negli anni 60, negli 80 è stato magicamente ripescato…
    In genere, comunque, ritengo che la scuola non possa far leggere opere basandosi sul valore estetico. La scuola non è fatta per insegnare a scrivere un romanzo, quella è roba per pochi e per la quale ci sono corsi appositi. Cosa deve fare allora? Insegnare ad esprimersi? …mah! Sinceramente, non credo che si studi letteratura per quello. Si studia letteratura per lo stesso motivo per cui si studia storia dell’arte: per vedere che hanno fatto e come hanno ragionato gli uomini lungo i secoli. In verità, se posso dirla tutta, ci si potrebbe limitare allo studio della saggistica (poiché è un mezzo per esprimersi che serve sempre, anche in ambito lavorativo, al contrario del romanzo o della poesia), e lasciare i testi narrativi a chi ha interesse: in fondo, non c’è modo migliore per allontanare i giovani dalla letteratura che obbligarli a studiarla.

    – il vecchio e il mare e il nobel
    Hemingway scrive così, o piace o non piace. A me piace, la storia è piaciuta e anche lo stile l’ho accettato.
    Il suo messaggio è “l’uomo può essere distrutto ma non sconfitto”. È vero, rigira sempre la stessa cosa, ma lo fa per comunicare l’attesa e la pazienza che richiedono la pesca. Io non credo sia cosa spiacevole.
    Il nobel, ma un po’ tutti i premi letterari, sono ormai per lo più premi “politici”. Dicono sempre: “lo diamo a McCarthy”, “lo diamo a Philip Roth”, e poi lo danno a gente che nessuno ha mai sentito, magari solo perché scrivono in una lingua minore o solo perché parlano della guerra e dei poveri. Vabbeh che un giudizio assoluto non è possibile, ma in tal caso l’applicazione di un canone non guasterebbe.

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