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Le D cacofoniche

D eufonicheSi chiamano “d” eufoniche, le “d” dal bel suono, come suggerisce l’etimologia greca. Sono le “d” che vanno aggiunte a congiunzioni e preposizioni quando la parola che segue inizia con la stessa vocale, o anche con un’altra.

Così leggiamo “ed era”, “ad Anna”, “od ovest”, “ed anche, “ad olio”, “od essere”, ecc.

Col tempo, però, le consuetudini sono cambiate e adesso quelle “d” eufoniche non sono più ben viste, anzi ben ascoltate. Diciamo pure che alcune sono quasi illeggibili.

Ricordo che quando mi regalarono La spada di Shannara, la prima edizione del 1977, notai che non esisteva nessuna “d” eufonica, neanche quando sarebbe servita. E non ci rimasi bene. Poi, leggendo il libro qualche anno dopo, mi abituai e pensai che fosse un modo per rendere il romanzo un po’ unico, diverso dal solito. O forse era semplicemente lo stile della traduttrice.

Io ho sempre usato le “d” eufoniche, almeno fino a un paio di anni fa. Poi, non so perché, forse leggendo qualcosa a proposito su un forum di scrittura, ho smesso di usarle, salvo in casi dove sia davvero necessario.

I tempi cambiano e le “d” che prima allietavano l’orecchio del lettore, adesso fanno inorridire gli occhi di un editore. Ma anche i miei. Non è più un suono dolce, pulito, ma è divenuto una cacofonia. Sinonimo di scarso esercizio nella scrittura e poca attenzione all’attualità letteraria.

E voi usate ancora le “d” cacofoniche quando scrivete?

53 Commenti

  1. Mauro
    31 marzo 2011 alle 07:43 Rispondi

    In generale non le uso, salvo quando ancora servano; usarle sempre ormai non ha più senso (“Dissi a Luca eb ad Elisa”?) e spesso quando si vedono sono messe a caso: a volte sì, a volte no, senza un vero criterio, diventando quindi segno di superficialità, invece che di conoscenza. Quando correggo un testo uno dei controlli standard è diventato la ricerca ed eliminazione sistematica di ogni D in eccesso.
    Ormai quelle D stanno facendo la fine della I prostetica: sempre meno usate, si avviano alla sparizione.

  2. Max novelli
    31 marzo 2011 alle 09:04 Rispondi

    Mi limito a qualche comparsata qua e là, soprattutto con il verbo essere(Ed era, ed è). Le altre sono cadute in disuso, un pò come le “i” eufoniche (in Ispagna).

  3. Michela
    31 marzo 2011 alle 09:24 Rispondi

    Se anche le usassi, dopo come le hai descritte mi guarderei bene dall’ammetterlo… :) Comunque no, mi pare di no tranne in pochissime occasioni (davanti al verbo essere come dice Max è una di quelle).
    Ma scusa, tu dici che sono orribili “salvo dove sia davvero necessario”. Io vado aD orecchio: ma dov’è che è davvero necessario?

  4. Daniele Imperi
    31 marzo 2011 alle 13:02 Rispondi

    @Max: è vero, avevamo anche la “i” eufonica :)

    @Michela: è necessario quando la frase scorre lo stesso senza, secondo me. “Ad orecchio” e “Ad esempio”, per esempio :) , vedo che continuano a essere usate, anche se scrivendo “a orecchio” (io dico e scrivo sempre così) la lettura scorre.

  5. ferruccio
    31 marzo 2011 alle 17:20 Rispondi

    Neanche morto XD
    Il resto è ancora tutto da migliorare, ma con le d eufoniche ho capito la lezione.

  6. Daniele Imperi
    31 marzo 2011 alle 18:32 Rispondi

    T’hanno fatto penare in qualche gara? :D

  7. ferruccio
    1 aprile 2011 alle 15:12 Rispondi

    No, però, leggendo qua e là ho intuito che era meglio evitare di usarle :-)

  8. Gianluca Santini
    2 aprile 2011 alle 09:18 Rispondi

    Le uso solo se la parola seguente inizia con la stessa vocale, altrimenti non metto la “d”. Eccezione alla regola “ad esempio” :P

    Ciao!

  9. Daniele Imperi
    3 aprile 2011 alle 17:17 Rispondi

    Grazie del commento, Mauro, approvato solo ora perché eri finito nello spam :)

  10. Mauro
    8 aprile 2011 alle 01:41 Rispondi

    Gianluca: ci sono dei testi che consigliano di evitare “ad esempio”, preferendogli “per esempio”, proprio per evitare quell’eccezione. Comunque non è un errore usarla.

    Daniele: nessun problema.

  11. Roby
    12 giugno 2011 alle 19:01 Rispondi

    E dell’uso di “ED ha capito” che ne pensate?

    • Daniele Imperi
      12 giugno 2011 alle 20:41 Rispondi

      Ciao Roby,

      è sempre una D eufonica, che ormai stona. Veniva messa perché la lettera H è muta e quindi non veniva considerata al pari di una normale consonante.

  12. salvo
    13 giugno 2011 alle 17:57 Rispondi

    Sinceramente non saprei. Le usavo, le uso sempre di meno, tranne che nell’incontro di due vocali uguali, ma non CRIMINALIZZEREI chi le adopera. Nel parlato vanno bene, nella scrittura un po’ meno. Non vedo tutto questo grande problema. Se è vero che la lingua si evolve, lasciamola evolvere come ognuno la sente. Nella musica per esempio, o AD esempio, ci sono dei suoni che per alcuni sono melodia, per altri un po’ meno. Se per me va bene un passaggio in 5a, per un altro musicista può non essere necessario. Si parla in fondo di EUFONIA e CAFOFONIA, non di EUGRAFIA(o CALLIGRAFIA), o no?

    • Daniele Imperi
      13 giugno 2011 alle 18:09 Rispondi

      Ciao Salvo,

      le case editrici le stanno togliendo e molte non guardano di buon occhio gli autori che ne fanno uso. A me danno l’impressione di una lingua vecchia, perché appunto si usavano tanto tempo fa.

  13. Mauro
    13 giugno 2011 alle 19:16 Rispondi

    Attenti a una cosa: forme come “ad esempio” si trovano nonostante la tendenza a togliere la D perché si sono cristallizzate (un po’ come “per lo piú”, che seguendo le regole odierne dovrebbe essere “per il piú”); c’è anche chi consiglia, proprio per evitare una forma cristallizzata che va contro la tendenza attuale, di usare al posto “per esempio”.
    Di per sé, comunque, non è il primo caso di lettera eufonica che sparisce; un altro esempio: la I in “in Ispagna”.

  14. Daniele Imperi
    13 giugno 2011 alle 20:12 Rispondi

    @Mauro: hai ragione, non avevo mai fatto caso a “per lo più” :)

    Le “i” eufoniche credo siano sparite ormai.

  15. vito
    24 luglio 2011 alle 16:57 Rispondi

    Credo che il motivo per cui queste lettere eufoniche non sono più usate, sia dovuto principalmente al fatto che sempre più la società moderna tende a semplificare e velocizzare.
    Ritengo che sia un errore, perchè in questo modo le parole non vengono più scandite singolarmente e nel modo giusto, e gruppi di vocali si uniscono fra loro impastandosi in modo cacofonico.
    La nostra lingua (quella che sta in bocca) non è più abituata a scandire bene le parole, a parlare chiaramente.
    Un po come succede anche per alcuni accenti ed apostrofi.
    Io comunque le uso sempre, sia nel linguaggio scritto che verbale.

    • Daniele Imperi
      24 luglio 2011 alle 18:52 Rispondi

      Molti editori non le vogliono e a me hanno stancato, anche se fino a due anni fa le usavo. Non credo sia per una semplificazione, ma perché in molti casi stonano.

  16. Mauro
    25 luglio 2011 alle 10:59 Rispondi

    Questione di abitudine, se non altro; per esempio, io non trovo cacofonica la mancanza.
    Volendole mantenere, oltre ai già citati problemi (“E a Elisa”, “Ed a Elisa”, “Ed a Elisa” o “Ed ad Elisa”? Strettamente parlando, l’ultimo; che però trovo molto piú cacofonico di “E a Elisa”), se ne aggiunge un altro: perché solo quelle D? Anche tralasciando la I (“In istrada”), in passato si usava anche “ned” (D eufonica su “né”, vedi Monti: “presso a queste navi ned or né poscia più ti colga io mai”); per coerenza si dovrebbero usare anche quelle forme.
    Inoltre, nel parlato le parole non sono scandite singolarmente (almeno, non sempre), ma si legano le une alle altre anche modificandosi; per esempio, pronunciare “a Roma” /ar”roma/ è giusto (ad Roma → arroma).

  17. vito
    25 luglio 2011 alle 22:48 Rispondi

    Io penso che nel linguaggio parlato, effettivamente alcune persone tendono a legare le parole fra di loro.
    Ritengo tuttavia che molto spesso non sia un aspetto positivo.
    Quando andavo a scuola, spesso sentivo gli insegnanti dire ai giovani scolari: “non mangiarti le parole! ”
    La D, secondo me non è assolutamente cacofonica, ma serve per poter pronunciare in modo chiaro e distaccato due vocali appartenenti a due parole diverse, migliorando sensibilmente la chiara pronuncia delle parole.
    Poi, possiamo trovare anche qualche caso particolare, del tipo: “Ed ad Elisa”, che oggettivamente è desueto.
    Altro e diverso caso, secondo me, è quello delle parlate del borgo, fatte di un mezzo dialetto mescolato a qualche parola italiana, molto spesso storpiata. (in questo senso è sufficiente ascoltare un telegiornale qualsiasi …)
    “arroma” ad esempio non so cosa significhi, mentre so cosa è l’ “aroma”
    ad esempio, io “sono di Ravenna” non “sòddirravenna…”
    “sòscinquescènto l’amichi suoi !” “aoddecquà …aoddellà …”
    è certamente un tipo di linguaggio parlato ed usuale, ma non per questo corretto, pulito, elegante, signorile.
    Le parole del linguaggio parlato, non devono unirsi fra di loro, ed addirittura cambiare.
    Tutti i corsi per imparare a parlare in pubblico, fra i tanti suggerimenti utili, chiedono di scandire e staccare bene le parole fra di loro, al fine di poter avere il massimo della comprensione e quindi della attenzione della assemblea.
    Ciao, Vito, Ravenna.
    Mauro,

  18. Mauro
    26 luglio 2011 alle 21:00 Rispondi

    Non è questione di aspetto positivo o no: leggevo – ma posso sbagliare, non è un campo che conosco molto – che foneticamente è piú giusto /ar”roma/ che /a roma/, proprio perché la D presente nel Latino e scomparsa nell’Italiano torna a farsi sentire, quando seguita da una consonante.
    Questo non è assolutamente paragonabile con /dir”ravenna/, perché mentre “a(d) Roma” > /ar”roma/ ha una base etimologica, “de Ravenna” non ha modo di portare a /dir”ravenna/.
    Poi il discorso è piú complesso e non tocca solo casi come quello di “a(d)”, ma non si tratta di parlate popolari, quanto di effetti normali – e, ripeto, se ben ricordo giustissimi (di certo ne parla nelle grammatiche), insegnati in scuole di dizione dizione – che derivano dalle origini stesse della nostra lingua. Nota che si vede tutt’oggi, per esempio in parole come “soprattutto” (< sopra + tutto).

    Sul fatto che l'unica pronuncia giusta sia con le parole scandite, non posso concordare: il fatto che la insegnino in corsi non significa che tutte le altre siano sbagliate. Anzi:

    Nella realtà della comunicazione orale quotidiana, noi non pronunciamo le parole che compongono i nostri discorsi staccandole le une dalle altre, ma le pronunciamo l’una dietro l’altra collegandole piú o meno strettamente in gruppi abbastanza compatti. Cosí, il nostro discorso orale risulta costituito da una catena fonica in cui, anziché singole parole, si individuano gruppi di parole ciascuno dei quali gravita sulla sillaba tonica di una parola particolarmente significativa

    Da La Grammatica della Lingua Italiana, di Marcello Sensini.

    Sulla D: la D eufonica serve a evitare l’incontro di suoni che insieme potrebbero essere cacofonici (esattamente come l’analoga I), a prescindere dalla distinzione delle parole; del resto, in Italiano abbiamo altri fenomeni che puntano nella stessa direzione, ma che fondono le parole. Per esempio, “l’albero” invece di “lo albero”.
    Inoltre, se la D “serve serve per poter pronunciare in modo chiaro e distaccato due vocali appartenenti a due parole diverse, migliorando sensibilmente la chiara pronuncia delle parole”, a che pro usarla nello scritto? La motivazione che dai andrebbe bene quando il testo venga pronunciato a voce, ma in un libro che plausibilmente sarà letto mentalmente non ha senso.
    E a che pro usare l’elisione, che va esattamente nella direzione opposta?
    Né capisco perché “Ed ancora” sarebbe talmente odierno da classificare come errore l’uso di “E ancora”; ma “Ed ad Elisa” invece sarebbe talmente desueto da meritare un’eccezione (quale? Ed a? E a? E ad?). Questo, ovviamente, senza entrare nel ginepraio di decidere quando fare un’eccezione.
    Inoltre, torno a dire: perché non usare la D sulla E sarebbe errore, ma questo non varrebbe per la I eufonica e per “ned”? Il concetto è lo stesso: evitare incontri di determinate lettere (e, nel caso di “ned”, anche staccare le parole). Se si usa “Ed Andrea”, si dovrebbe usare “Ned Andrea”.

  19. Daniele Imperi
    26 luglio 2011 alle 21:07 Rispondi

    Il “ned” credo sia solo poetico, anche se io non l’ho mai incontrato.

    Il fatto è che “E Andrea” scorre di più rispetto a “Ed Andrea”.

  20. Mauro
    26 luglio 2011 alle 21:38 Rispondi

    In origine, “ned” era analogo a “ed”; poi è caduto in disuso, diventando forma poetica. E non è l’unico caso: «L’uso della d detta eufonica […] era anticamente piú esteso, sia come frequenza, sia come parole interessate: per es. ched è? “che è”, mad “ma”, sed “se”, ned “né”» (La Crusca per Voi 7, Giovanni Nencioni). Perse tutte quelle D, perché solo nel caso di E e A (e O?) dovrebbe essere intoccabile, ed errato il non usarla?
    Da notare che tale modalità d’uso della D – solo quando segue vocale uguale – trova il suo primo promotore in Migliorini; quindi ha padri illustri.
    Interessante comunque che la D eufonica – almeno per “ad”, “ed” e “od” – ha origine etimologica: la D in “ad Andrea” è esattamente quella che genera il rafforzamento in “ad Roma” > /ar”roma/.

  21. vito
    27 luglio 2011 alle 22:33 Rispondi

    Non ho citato Ravenna per la sua etimo, ma per un altro motivo.
    Sono d’accordo sul fatto che effettivamente la moda condiziona il modo.
    Credo che le scelte degli editori non siano dettate dal puro amore per il bello scrivere italiano, ma per più prosaiche motivazioni economiche.
    Non sono d’accordo sul fatto che un testo debba essere scritto in un modo, mentre se fosse parlato lo si potrebbe pronunciare in un altro: ciò che si scrive, poi si legge, ed è sempre un testo, che sia letto ad alta voce o meno.
    Così come, (ma questo forse è un mio vecchi retaggio culturale) non vedo il motivo logico di usare una congiunzione come prima parola di una frase: cosa congiunge?
    Altro discorso sono le licenze che si possono permettere alcuni scrittori.
    In altre parole, il linguaggio sta evidentemente cambiando,(soprattutto quello parlato) così come è decisamente cambiato il modo di porgerlo assieme ai suoi strumenti, ma questo forte cambiamento non è solo portatore di novità positive, che ci sono e sono evidenti, ma anche di distorsioni, linguistiche ma anche sociali.
    Per ciò che riguarda l’intervento di Sensini, non posso che essere d’accordo, io mi sono riferito ad un’altro aspetto: “Tutti i corsi per imparare a parlare in pubblico, fra i tanti suggerimenti utili, chiedono di scandire e staccare bene le parole fra di loro, al fine di poter avere il massimo della comprensione e quindi della attenzione della assemblea “.

  22. vito
    27 luglio 2011 alle 22:38 Rispondi

    Come non ricordare i famosi discorsi di Bettino Craxi in Parlamento? Ed ancora, per chi ha qualche anno in più, di Almirante? quando parlava lui, tutta l’Italia si fermava per ascoltarlo.

  23. Mauro
    28 luglio 2011 alle 08:47 Rispondi

    Non aver citato Ravenna per l’etimo non cambia che la differenza tra /ar”roma/ (giusto e presente) e /dir”ravenna/ (credo sbagliato e non presente) è proprio etimologica: vista una simile differenza non mi pare un esempio contrario adeguato.
    Comunque, non è questione che si debba scrivere in un modo e parlare in un altro (anche se la realtà dei fatti è che l’Italiano scritto e quello parlato sono diversi, e non solo oggi), ma che se si sostiene l’erroneità di “E Andrea” perché la D permette di staccare le parole durante la pronuncia, allora in un testo scritto quella D è perfettamente inutile e la causa d’errore additata non esiste.
    Poi, non discuto che nei corsi per imparare a parlare in pubblico dicano quello; ma – a parte che appunto sono corsi per parlare, oltretutto in una specifica situazione – quello su cui non concordo è che “Le parole del linguaggio parlato, non devono unirsi fra di loro, ed addirittura cambiare”, e non capisco come puoi sostenere quello e dirti d’accordo con Sensini, che non condanna – anzi – la catena fonica, che è proprio l’unione di parole. Ti dici d’accordo ne senso che ammetti essere un fenomeno presente, ma che consideri errato?
    Restano inoltre aperte tutte le domande fatte (uso di “sed” e simili, forma di “E(d) a(d) Elisa”, ecc.).

    Sulla congiunzione a inizio parola (purtroppo non ho sottomano quel numero di La Crusca per Voi).
    Però posso citare alcuni pezzi da La Crusca per Voi 1: «[il ma a inizio frase] non è la solita congiunzione avversativa […]: ha un valore che qualcuno definisce “enfatico”, qualcun altro “esplicito”, e… Il di piú lasciamolo dire all’ineguagliabile Tommaseo:
    «”Anco nel principio, rincalza; e sottintende molte e molte parole e idee preced[enti] […]”» (enfasi aggiunta).
    Uno dei motivi per cui si può usare una congiunzione a inizio frase è che richiama concetti detti in precedenza; appunto, congiunge: dire: “Ma finiamola!” e molto diverso da dire: “Finiamola!”
    Sul fatto che il non usarle sia un vecchio retaggio culturale: «L’uso della lingua italiana tutta, antica e moderna, parlata e scritta, forbita e familiare, accoglie questo ma con tale larghezza da farci domandare come possa esser nato un dubbio sulla sua legittimità» (ibid.).

  24. Mauro
    28 luglio 2011 alle 09:00 Rispondi

    Giusto per evitare equivoci:

    Non aver citato Ravenna per l’etimo non cambia che la differenza tra /ar”roma/ (giusto e presente) e /dir”ravenna/ (credo sbagliato e non presente) è proprio etimologica: vista una simile differenza non mi pare un esempio contrario adeguato

    Può sembrare brusco/scocciato, ma non lo è; volevo solo sottolineare la differenza – per me non trascurabile – intercorrente tra i due esempi.

  25. vito
    28 luglio 2011 alle 12:52 Rispondi

    Va bene. Hai ragione tu.

  26. Mauro
    18 agosto 2011 alle 12:36 Rispondi

    Trovata la fonte per una cosa che avevo detto:

    leggevo […] che foneticamente è piú giusto /ar"roma/ che /a roma/ […].
    Questo non è assolutamente paragonabile con /dir"ravenna/, perché mentre “a(d) Roma” > /ar"roma/ ha una base etimologica, “de Ravenna” non ha modo di portare a /dir"ravenna/

    Trovo conferma di quel raddoppio nel Dizionario d’Ortografia e Pronunzia, che indica appunto la “a” preposizione come parola che “vuole dopo di sé il raddoppiamento sintattico”; un altro esempio è “come” (ibid.): “come credi” da pronunciarsi con la C di “credi” raddoppiata.
    “Di” preposizione, invece, non vuole raddoppiamento sintattico (ibid.).

  27. Carlo
    1 novembre 2011 alle 23:48 Rispondi

    Mi inserico (in ritardo). Personalmente le “d” eu-cacofoniche non mi piacciono, salvorarissimi casi: le trovo pedanti e dal suono fastidioso. Al di là delle regole: è una questione di suono, appunto.

  28. Mauro
    8 novembre 2011 alle 21:15 Rispondi

    Il problema è che il suono, quello che piace, varia da persona a persona e con l’abitudine: anni fa pronunciavo Eldalië (nome di un sito e associazione) con l’accento sulla I, poi ho notato che andrebbe pronunciato accentato sulla A. All’inizio la seconda pronuncia non mi piaceva, ora – dopo aver iniziato a usarla – non mi piace la prima.
    Giusto poco tempo fa ne parlavo con un conoscente: gli facevo notare che in un suo testo non si vedeva un criterio per l’uso delle D eufoniche, al che mi ha replicato che il criterio in realtà c’era: applicava la regola di non so chi, secondo cui si pronuncia ad alta voce il testo e si vede se suona bene con o senza D. Proprio per quanto detto sopra, questo ha una serie di problemi:

    • a qualcuno potrà suonare bene, ad altri no;
    • anche a soli pochi giorni, se non meno, di distanza, non si metterebbero quelle D esattamente nello stesso modo.

    A riprova di quanto sopra, ai tempi in quel testo avevo trovato “e a” ed “ed a”, e giusto oggi un “a occidente” seguito a poca distanza da un “ad occidente”.
    Scegliersi un criterio oggettivo e seguirlo serve a evitare problemi come quelli.

  29. Daniele Imperi
    9 novembre 2011 alle 08:58 Rispondi

    Hai ragione, bisogna seguire un criterio con le D eufoniche. Criterio che comunque dovrebbe stabilire l’editore.

  30. Mauro
    9 novembre 2011 alle 17:21 Rispondi

    Vero, facevo riferimento all’autore perché i testi di cui parlavo sono autoprodotti.
    Nel caso di un editore, sì, dovrebbe essere lui a stabilire un criterio, per dare uniformità alla collana (o quello che è); e a quel punto dovrebbe entrare il revisore, per far sì che il criterio sia rispettato.

  31. Isobel Gowdie
    12 gennaio 2012 alle 20:57 Rispondi

    Io le uso, in ciò che scrivo è facile trovarle. Forse sono legata troppo al passato, o a quei suoni che a me appaiono familiari. Diverse persone mi hanno fatto notare che dovrei evitarle…chissà, forse accadrà.

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2012 alle 08:59 Rispondi

      Benvenuta Isobel :)

      Diciamo che nei dialoghi di storie ambientate al passato ci devono essere, ma nella narrazione io non le uso più.

  32. Neri Fondi
    29 ottobre 2012 alle 01:19 Rispondi

    Io continuo ad usarle, a sensazione. In fase di correzione cerco di eliminare quelle veramente di troppo, ma mi piace scrivere in italiano, non in editorialese.
    Fondamentalmente l’unico motivo per cui non si usa più (nello scritto, perché nel parlato la usiamo senza nemmeno rendercene conto) è che per qualche arcana ragione agli editori non piace.
    Stessa cosa che sta accadendo con le enumerazioni separate da punto e virgola, poi.
    È una questione di stile e nulla più, in fin dei conti, e per quel che mi riguarda, dove “mi suona bene” ce la lascio. Vado a sensazione, tant’è che potrei usarla o non usarla nella stessa situazione, ma in due proposizioni diverse :)

    • Daniele Imperi
      29 ottobre 2012 alle 09:32 Rispondi

      Sullo stile mi trovi d’accordo. Non sul fatto di usarle o meno a sensazione all’interno dello stesso testo, perchè un testo deve avere una sua omogeneità.

      Non ho però capito la questione del punto e virgola sulle enumerazioni.

  33. Vanessa
    30 novembre 2013 alle 19:26 Rispondi

    A noi la prof ha spiegato che la d eufonica va usata soltanto se la parola dopo inizia con la stessa vocale della congiunzione. Per esempio: ed ero; ad andare; od oro.

    • Daniele Imperi
      30 novembre 2013 alle 19:46 Rispondi

      Ciao Vanessa, benvenuta nel blog.

      In alcuni casi, però, risulta brutto il suono, come nell’esempio che hai fatto: “od oro”. Se dici “argento o oro”, i suoni delle due “o” sono diversi, il primo è chiuso e l’altro aperto. Quindi dire “argento o oro” è più piacevole come suono e scorre anche meglio. Stesso discorso per “ed ero”, dove la prima “e” è chiusa e la seconda aperta.

  34. Paola
    28 marzo 2014 alle 15:50 Rispondi

    rigorosamente sì. All’orecchio mi suonano meglio e credendo nel motto” è sbagliato tutto ciò che suona male”….

    • Daniele Imperi
      28 marzo 2014 alle 18:58 Rispondi

      Ciao Paola, benvenuta nel blog. Ti suonano meglio le d eufoniche? Io le trovo fastidiose, a dire la verità, e tendo a non usarle anche in caso di vocali uguali.

  35. Filippo
    19 novembre 2014 alle 13:48 Rispondi

    Qualche tempo fa la mia ragazza mi pose la questione in quanto si era vista rimproverare un uso eccessivo delle “d” eufoniche e pertanto avevo fatto una ricerca al riguardo.

    Se a un certo punto questo espediente è stato introdotto evidentemente qualcuno ne traeva giovamento; se a un certo punto qualcuno ha ritenuto eccessivo l’utilizzo evidentemente aveva riscontrato elementi di cacofonia oppure ravvisato gli estremi per un minore consumo di materiale (carta e inchiostro).
    Poiché ritengo che una posizione radicale in qualunque di questi due estremi sarebbe una violazione al princìpio che la lingua deve essere prima di tutto uno strumento pratico e soprattutto democratico, mi piace pensare che un punto fermo debba collocarsi necessariamente nel mezzo.

    Per formare la mia opinione mi sono chiesto perché fosse stata scelta proprio la “d” e non un’altra lettera. Nella lingua parlata un momento di silenzio non ha la stessa efficacia che ha nello scritto uno spazio vuoto: nello scritto uno spazio vuoto implica la separazione tra due parole, nel parlato potrebbe anche essere un attimo di smarrimento, o una dimenticanza, o incertezza. Per questo la lingua parlata ha prediletto l’uso di un suono che nei casi di continuità fonetica tra due parole valesse come elemento di separazione e che fosse “economico” nella pronuncia, come per l’appunto la lettera “d”.
    Nell’ottica di una convergenza tra lingua parlata e scritta, afferendo entrambe a un’unica grammatica, e al fine di salvaguardare anche l’eloquio rapido senza necessariamente doverlo far soggiacere a virate vocali o forzose interruzioni, ritengo che vada salvaguardata la possibilità anche nello scritto di conservare questa utile possibilità.
    L’unica regola a mio avviso applicabile è quella del buon senso.

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2014 alle 13:58 Rispondi

      Ciao Filippo e benvenuto.
      Io non le ho eliminate del tutto, in effetti. In alcuni casi le trovo utili. Le elimino anche quando ci sono due vocali uguali successive, ma se queste hanno pronunce diverse, per esempio “e è”, a me scorre bene la lettura in quel caso. Mentre invece “a andare” la fa scorrere meno e ci metto la “d”.

      Del perché sia stata scelta proprio quella lettera non saprei dirlo. Forse perché in latino c’è la congiunzione et e la preposizione ad.

  36. Stefy
    19 novembre 2014 alle 14:22 Rispondi

    Ooooops.
    Traduco: io le uso. Mi suonano ancora bene. Sarà perché le uso anche parlando??!! mah.
    Sei consapevole Daniele che passerò il resto della giornata a rileggere ad alta voce il libro che sto scrivendo ora, ripetendo con diversi toni e dizioni regionali ogni “ad, ed” che incontrerò e in tutto ciò sarò assalita da dubbi atroci? E sei consapevole che tutto ciò mi farà sembrare un po’ stupida?
    Od non lo uso nemmeno se mi pagassero milioni.
    Facciamo migliaia.
    Facciamo centinaia.
    “Ciao o addio, ancor non ho idea e a esempio di ciò”,
    no basta! mi manca la letterina D.
    Tra l’altro poverina, lei regala immensi sorrisi se la uniamo a due semplici punti :

    Tralasciando le battute, grazie per il suggerimento.

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2014 alle 18:17 Rispondi

      Quindi è colpa mia se passerai la serata a rileggere il tuo libro? :D

      “Od” è il peggiore…

  37. Giulio F.
    6 agosto 2015 alle 22:32 Rispondi

    Io le uso solo quando la vocale è la stessa:
    -Ed era, ad Adele
    -E anche, a Ernesto
    Anche perché “e era” e “a Adele” sono praticamemte impronunciabili!

    • Daniele Imperi
      7 agosto 2015 alle 07:29 Rispondi

      Io invece non trovo impronunciabile “e era”, perché la prima “e” è chiusa e la seconda è aperta, quindi hanno suoni diversi. In un romanzo non ho trovato nessuna d eufonica, era strano all’inizio, ma poi mi sono abituato.

  38. Daniele Fosi
    4 gennaio 2016 alle 19:19 Rispondi

    Io, sarà che magari sono un po’ all’antica, ancora vicino ad un discorrere quasi manzoniano, puntiglioso nel dettaglio ( magari anche data la scuola che frequento), ma doverosamente io inserisco queste “d” ogni volta che ci debbano stare, salvo delle eccezioni che, proprio a livello musicale, siano inaudibili ( “od andare” ad esempio).

    • Daniele Imperi
      5 gennaio 2016 alle 09:46 Rispondi

      Ciao Daniele, benvenuto nel blog. Io le sto usando ora soltanto in casi rari (come per esempio “e editoria”, perché le due “e” hanno lo stesso accebto), ma comunque non è sbagliato usarle, specialmente nel tuo caso, che hai scelto uno stile all’antica.

  39. alessandro
    10 gennaio 2016 alle 21:20 Rispondi

    Io veramente sono dell’opinione che la D euforica sia indispensabile anche quando la parola non inizia con la vocale della priposizione ( eccetto alcuni casi come “od essere”, “ed ieri” e simili).

    • Daniele Imperi
      11 gennaio 2016 alle 08:42 Rispondi

      Quindi tu diresti e scriveresti “ed ancora”, “ad oltranza”, ecc?
      Non è che sia sbagliato, ma oggi suona un po’ arcaico.

      • alessandro
        11 gennaio 2016 alle 13:10 Rispondi

        Negli esempi che hai appena fatto, la considero possibile ma evitabile. Invece la metterei per “ad olio”, “ad evitare “. Va considerato che è un’eredità ineliminabile dell’etimologia di queste parole ( et, aut, ad) e che più che regolabile, dipende dai gusti personali, e può essere davvero proibita solo in alcune combinazioni.

        • Daniele Imperi
          11 gennaio 2016 alle 14:10 Rispondi

          Sì, è un’eredtità di quelle parole. Penso che dipenda dai gusti, l’importante è che se scegli di inserire le “d” eufoniche tu lo faccia con criterio, in modo che il testo sia uniforme.

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