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Cura del testo

Cura del testo

Da anni, per diletto o per lavoro, ho a che fare con testi di ogni genere. Insieme a un amico, parecchio tempo fa, ho creato un sito per la pubblicazione di comunicati stampa e un altro per lʼarticle marketing. Da quel momento il mio interesse per la parola scritta è aumentato, soprattutto dopo aver letto centinaia di articoli e comunicati scritti coi piedi.

In quei contesti specifici il web ha prodotto la peggior spazzatura mai vista: testi redatti con il solo scopo di avere uno o più link verso il proprio sito. Il lettore era relegato in un angolo, anzi non era considerato, perché il testo era rivolto soltanto ai motori di ricerca. O, meglio, a Google.

Le cose sono cambiate? Non molto. Dopo aver rovinato i comunicati stampa e lʼarticle marketing, si è deciso di rovinare anche i guest post e lʼeditoria.

Ho già parlato di come Google stia tenendo dʼocchio i guest post. E lʼeditoria? In questo caso parlo del self-publishing selvaggio, della mania di pubblicare senza un perché e senza che sussistano soprattutto le condizioni per pubblicare.

Sei scrittore nel momento in cui scrivi

Oggi possiamo fregiarci di tanti titoli relativi al mestiere di scrivere: lo scrittore vero e proprio, saggista o romanziere, il copywriter (con le varianti web copywriter e seo copywriter), il web writer, il blogger. Ma alla fine ciò che fanno tutte queste figure è scrivere.

Cambiano le finalità, cambiano i destinatari, cambiano le piattaforme di distribuzione dei contenuti creati, ma il prodotto è sempre lo stesso: il testo scritto.

Quanta cura poniamo ai testi che scriviamo?

Al di là della correttezza grammaticale

Sulla grammatica abbiamo detto tanto e ne diremo ancora. Ma è davvero sufficiente scrivere correttamente in italiano per produrre un testo curato? No, su questo sarete dʼaccordo. La grammatica rappresenta un insieme di regole create per la comprensibilità del testo. La grammatica è la parte tecnica della scrittura.

È la base da cui partire. Senza grammatica non ci sarebbe neanche il testo, ma solo unʼaccozzaglia di parole e frasi.

Le pitture murali dei nostri antenati sono un esempio di sintesi massima del testo: una sequenza di immagini che entrano subito nella testa del “lettore”. Forse dovremmo fare un grande passo indietro e reimparare a leggere, partendo proprio da quei rudimentali disegni rupestri.

Curare un testo significa anche scrivere per immagini, per arrivare nella mente di chi legge.

Oltre la rilettura e la revisione

Quando finisco di scrivere un post, lo rileggo una o due volte. La seconda sempre quando è impaginato, perché mi rendo conto meglio di come lo leggerà il lettore. Non faccio una vera e propria revisione, non ho il tempo materiale per farla.

Ho revisionato il libro scritto lo scorso anno, perché la prima stesura non basta per produrre un buon libro. Non basta neanche una seconda e forse neanche lʼediting, ma a un certo punto dobbiamo fermarci e lasciare la parola al lettore.

La cura del testo non è una rilettura e neanche una vera revisione. La rilettura ci fa scoprire refusi, errori di battitura, grassetti che mancano, ecc. La rilettura è per dettagli di poco conto.

La revisione è un lavoro che va più a fondo, perché, se fatta bene, ci restituisce un manoscritto diverso. Nella mia revisione ho cambiato molto, ho tagliato e aggiunto, ho spostato. Qualche giorno fa sono tornato nel manoscritto e ho eliminato quasi tutti gli avverbi, lasciando solo quelli necessari.

Analisi del ritmo e dellʼarmonia delle parole

Le parole in un testo devono produrre una loro musica: dovremmo scrivere proprio come se scrivessimo una canzone, adattando le parole al ritmo della musica.

È possibile? Perché no? La nostra musica è il silenzio della carta. Le parole che scriviamo devono adattarsi a quel silenzio, a quel vuoto bianco.

Scriviamo di getto. Sempre, anche se abbiamo progettato nel dettaglio il nostro romanzo o il nostro articolo: la scrittura è sempre una scrittura di getto, è un fiume di parole che escono dalla nostra mente e si riversano sulla carta.

Quanta attenzione poniamo a quelle parole? Le frasi e i periodi sono combinazioni di parole, che possono essere migliorate.

Spesso mi accorgo che una mia frase non suona bene, la lettura non scorre in modo piacevole e naturale. È in quei momenti che deve attivarsi la cura del testo: analizziamo le nostre frasi e scopriamo come migliorarne il ritmo. Osserviamo le parole usate: sono state inserite nella frase in modo armonico? O qualcuna si scontra con unʼaltra?

Le parole non sono nate per andare dʼaccordo con tutte: in alcuni casi “il matrimonio non sʼha da fare” e non certo per prepotenza.

Quanta cura avete dei vostri testi? Quanto curate il ritmo e l’armonia delle parole?

25 Commenti

  1. Marina
    19 maggio 2015 alle 08:57 Rispondi

    Beh, direi che ne sono ossessionata! Cerco sempre armonia tra le parole che scelgo per scrivere un testo, uso molto i sinonimi o altre forme per non ripetere vocaboli e concetti; quando rileggo, come forse già detto in altre occasioni commentate, deve giungermi alle orecchie come una melodia di suoni. È anche un limite, questo, perché mi trovo a perdere tempo persino quando scrivo un sms a un’amica o quando butto giù le due righe di un tweet. E se ci scappa l’errore mi sento a disagio! Sarò un po’ eccessiva?

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2015 alle 13:35 Rispondi

      Non credo che si può essere eccessivi. Su sms e tweet sono un po’ più elastico, ma essendo messaggi brevi non trovo difficoltà a scrivere testi decenti. Su un articolo o una storia, invece, il discorso è diverso e dev’esserci più attenzione.

  2. Irene Sartori (Erin)
    19 maggio 2015 alle 09:51 Rispondi

    All’inizio curavo poco i miei testi, perché non sapevo quanto fosse importante. Ora, scrivendo, mi sono resa di conto di molte cose che prima non tenevo in considerazione. Questo anche grazie ai tuoi post, perciò ti ringrazio. :)

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2015 alle 13:36 Rispondi

      Bene :)
      Man mano che scriviamo è normale considerare molti dettagli nella scrittura che in passato erano nascosti.

  3. Salvatore
    19 maggio 2015 alle 10:22 Rispondi

    “Le parole in un testo devono produrre una loro musica” – certo che è possibile; anzi, è essenziale.

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2015 alle 13:37 Rispondi

      E le note di quella musica sono lo stile dell’autore: come per la musica, può piacere o meno.

  4. LiveALive
    19 maggio 2015 alle 10:24 Rispondi

    Rilettura, revisione… E che mi dici della riscrittura? Dello scrivere da zero intere parti? Va fatto? Quando?
    E lo scrivere più versioni di una stessa parte e poi decidere?
    (chiaro che ognuno ha il proprio metodo. Ma io sono troppo poco paziente…)
    ***
    L’aspetto musicale della prosa è cosa complessa. C’è la concinnitas ciceroniana, msa lui usava una prosa clausolata, con principi metrici in chiusura. Anche Boccaccio usava nascosti nella prosa endecasillabi e settenari. A d’Annunzio a volte veniva istintivo usare endecasillabi prosastici.
    Poi abbiamo i “poemi in prosa”, come Baudelaire, ma pure Mallarmé, Rimbaud, Laforgue (provalo!), Campana, fino al moderno John Olson: sono prose, ma così evanescenti nel contenuto, e così musicali nella forma, che sono assimilabili a poesie.
    Però la musicalità non è solo questo. Non è musicale, a modo suo, pure Flaubert? Lui scriveva leggendo ad alta voce, assicurandosi che la frase si accordasse col respiro. E poi naturalmente Proust, Manzoni, e tanti altri…
    Certo esistono delle regole condivise di “eufonia”, però non è cosa totalmente oggettiva. Il punto è che leggiamo tutti con un diverso schema mentale, cercando cose diverse: così c’è chi proprio non riesce a badare al ritmo di una frase (io sono tra questi: proprio non lo sento), ma va fuori di testa se trova un aggettivo banale; di contro ci sarà chi ha un rash cutaneo se sente una frase cacofonica ma non riesce a percepire l’originalità di certe forme.
    ***
    A proposito dell’entrare nella mente del lettore scrivendo per immagini… È curioso. Da un lato, c’è chi crede che compito dell’autore sia coinvolgere potentemente tutti i sensi del lettore guidando la sua immaginazione. Di contro, c’è chi crede che uno dei mezzi a disposizione del libro è proprio la vaghezza, il lasciarsi completare dal lettore, e dovrebbe sfruttare questa caratteristica.
    Certo dei “punti di indeterminatezza” ci saranno sempre: la perfetta mimesi del reale, tramite i significanti, non è possibile. Mi pare però evidente che, se non se ne possono lasciare troppi (ché allora è un riassunto, o qualcosa di così nebbioso che il lettore si trova senza guida), pure è dannoso esagerare con la specificità (troppi vincoli possono infastidire, e possono non adattarsi all’immaginario di chi legge, che magari associa a stesse emozioni cose diverse). Questo l’ho notato nella lettura, ma lo fa notare pure Calvino nelle Lezioni Americane, anche se lo fa al contrario, sostenendo cioè che sia la natura visiva della prosa, sia la sua cecità, possono essere dei valori. Mi viene in mente (e questo è interessante) che Paul Auster ha confessato il suo fascino per la fiaba e generi affini: infatti, dice, noi sappiamo magari che una bambina viveva con la nonna in una casa nel bosco, ma non sappiamo come è fatta la casa, che aspetto ha la bambina, quanto è bella la nonna: eppure il nostro cervello non lascia buchi, e li riempie con immagini personali. Proprio perché quelle immagini sono personali, e non guidate dall’autore, però, risuonano più profondamente nel lettore, e lo fanno sentire più vicino alla storia. È curioso, no? In effetti la self-insertion non la usa solo l’autore, ma anche il lettore: che effetti ha questo?

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2015 alle 13:40 Rispondi

      Riscrivere va fatto in revisione, secondo me. Dei poemi in prosa ho letto quelli di Lovecraft.
      Nelle fiabe non esistono troppi dettagli, ecco perché non sappiamo come è fatta la casa della nonna di Cappuccetto Rosso.

  5. Tenar
    19 maggio 2015 alle 12:28 Rispondi

    Di solito leggo i soliti blog/siti, tutti ben scritti e curati e quindi l’inizio del tuo post mi avrebbe stupito se proprio ieri, cercando delle recensioni a una serie di tv non fossi capitata in un sito dalla grafica molto professionale, che si presenta come una rivista on-line e con testi da incubo. Cose che garantirebbero l’insufficienza ai miei alunni di seconda media. Si trattava del primo risultato trovato da google, quindi immagino che ci fosse stata una certa attenzione al testo, ma non certo alla scrittura!
    Io come curo i miei testi? I refusi sono una sorta di incubo ricorrente con cui ho dovuto convivere. Vincono loro. Punto. E che il dio degli editor abbia pietà di me.
    Per il resto credo che un testo debba essere composto dall’esatto numero di parole necessarie per veicolare quel contenuto/quella storia. Non una di più né una di meno. Ognuna deve essere necessaria. Quella giusta in quella frase. Lei e non un’altra.
    Questa, almeno, è la mia teoria. Metterla in pratica è altra cosa. In effetti potrei farci un post… Come sempre sei portatore di spunti interessanti.

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2015 alle 13:44 Rispondi

      Puoi mandarmi in privato quel sito? Voglio capire perché è primo nei risultati :)
      Calcola, comunque, che Google è una macchina e quindi non può sapere se un testo è grammaticalmente corretto.
      Perché vincono i refusi?
      Da una parte penso anche io che ogni post o ogni storia deve avere il giusto numero di parole e non più, ma dall’altra mi chiedo: qual è questo numero? Come fai a capire se ci sono parole in più?
      Attendo il tuo post :)

    • LiveALive
      19 maggio 2015 alle 13:50 Rispondi

      Considera però questo punto di vista: che qualsiasi combinazione di parole produce un effetto, e qualsiasi effetto in potenza può essere posto come scopo. È impossibile dunque trovare “l’esatto numero di parole” dall’esterno poiché ogni minima variazione cambia qualcosa, ma non è possibile sapere cosa esattamente si voleva causare, anche perché l’effetto di una frase su una persona non è quello su un’altra, e ciò che per uno non cambia niente per un altro è fondamentale per l’effetto.

      • Daniele Imperi
        19 maggio 2015 alle 13:53 Rispondi

        Sì, anche per questi motivi non può esistere un numero “oggettivamente” perfetto di parole.

        • Tenar
          19 maggio 2015 alle 15:11 Rispondi

          – Intendevo le parole necessarie per quella storia. Non una formula matematica, ma ci sono libri di cui a fine lettura dici “non cambierei neppure una virgola, neanche una parola”. Ecco, sono storie in cui ogni parola era necessaria. Al diavolo i numeri, è letteratura, mica algebra.
          – Sul sito posso dirti che cercavo un articolo sulle differenze tra libri e film per la quinta stagione de Il trono di spade, volevo rinfrescarmi la memoria.
          – I refusi vincono per molte ragioni, in primis perché sono dislessica, come spiego spesso

  6. Chiara
    19 maggio 2015 alle 14:09 Rispondi

    La cura che ho nei confronti dei miei testi è quasi maniacale. Pretendevo dalla mia prima stesura un livello di perfezione impensabile, per una storia ancora a livello embrionale. Questo è dipeso sia da una sorta di insicurezza individuale, sia dalla decisione (decisamente prematura) di far leggere la bozza ad alcune “cavie” prima che fosse completa. Di conseguenza sono rimasta molto indietro con i lavori, e se penso a quanto ho fatto finora mi accorgo di essere andata avanti pochissimo. Solo ora ho cambiato metodo, e sto procedendo con più velocità.

    Per i post, invece, faccio una stesura e una revisione. Mi sono sempre trovata benissimo a lavorare così. :)

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2015 alle 14:21 Rispondi

      Per i post anche io. Per il romanzo conviene lasciare la perfezione alla revisione dopo prima stesura, altrimenti non finisci mai.

  7. Ivano Landi
    19 maggio 2015 alle 16:45 Rispondi

    Anche per i miei post vale quello che hai scritto. Neanche io ho il tempo materiale per una vera e propria revisione, ma li rileggo sempre una o due volte. Può anche capitarmi di rileggere un post immediatamente dopo la pubblicazione, mettendomi nei panni nel lettore che arriva sul blog in quel momento.
    Per quanto riguarda la revisione del romanzo, sto prestando un’attenzione quasi maniacale agli accostamenti di parole, che una stessa parola non ritorni identica in uno stesso paragrafo, che non ci siano due avverbi in due periodi di fila e così via, in una continua ricerca di ritmo e armonia. Forse avere un passato da compositore di musica mi aiuta in questo :)

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2015 alle 16:47 Rispondi

      Io li rileggo dopo giorni che li ho programmati, per rendermi conto se è il caso di lasciarli o cancellarli :)
      Eh, sì, se eri compositore, sei avvantaggiato, allora.

  8. animadicarta
    19 maggio 2015 alle 18:00 Rispondi

    A me piace prendermi cura dei testi, forse in modo anche un po’ esagerato. Con i post però sono più flessibile, do una riletta e via, non ci sto troppo a rimuginare. Purtroppo essendo un po’ distratta i refusi non mancano mai. Spero che i lettori me li perdonino :)
    Sui romanzi invece rileggo un sacco di volte e mi piace cercare la parola giusta o la combinazione più armonica tra le parole, come se fosse una musica. Credo che avvertire le “note stonate” sia un fatto di orecchio anche per i testi, si sviluppa leggendo molto e sforzandosi di migliorare anche quello che a una prima occhiata sembra funzionare.

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2015 alle 18:40 Rispondi

      Il blog richiede una velocità maggiore, quindi è normale una sola rilettura, anche se alla fine ne faccio qualcuna di più. In un romanzo si tende a essere più esigenti, perché è qualcosa che deve restare nella storia, ma soprattutto perché è un’opera più lunga di un post, quindi la lettura deve procedere bene e senza intoppi.

  9. Marco
    19 maggio 2015 alle 18:11 Rispondi

    Be’, io ci provo ad avere cura dei miei testi. Come ho già detto in passato (forse), leggo ad alta voce e questo permette di capire se c’è qualcosa che non va. Soprattutto cerco (adesso più che in passato), di usare una lingua piana, sobria. Mi pare che sia anche più semplice da leggere e se qualcosa non funziona balza subito all’occhio (e all’orecchio).

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2015 alle 18:41 Rispondi

      Ecco, io ancora non leggo ad alta voce. Prima o poi dovrò provare. Alcuni autori, come McCarthy, usano una lingua tutt’altro che sobria, eppure si leggono bene lo stesso.

  10. Grazia Gironella
    20 maggio 2015 alle 22:48 Rispondi

    Cerco di curarli molto, ma posso fare di meglio. Nel tempo ho imparato a fidarmi dell’intuito quando mi mette in guardia su qualche dettaglio. Una volta tendevo a pensarci in modo esclusivamente razionale, ma mi sono accorta che la ragione riesce anche a farsi fregare: in realtà voglio scrivere quella cosa in quel determinato modo, e ci costruisco sopra un bel ragionamento che giustifichi la mia scelta. Siccome i lettori spesso mi dimostrano che l’intuizione iniziale era giusta, adesso presto più attenzione alla lucina rossa che si accende quando qualcosa nel testo non funziona.

    • Daniele Imperi
      21 maggio 2015 alle 08:01 Rispondi

      Ho capito che vuoi dire e la penso allo stesso modo. L’intuito si tende a scartare, ma è qualcosa di innato a cui dobbiamo invece dare retta. Giustificare una nostra scelta significa essere pigri, alla fine, e non volersi sforzare a migliorare quella parte.

  11. Lisa Agosti
    21 maggio 2015 alle 17:32 Rispondi

    Il ritmo e l’armonia delle parole sono nella mia lista delle cose da fare una volta che la trama del mio romanzo sarà solida. A quel punto stamperò il tutto e lo leggerò ad alta voce, segnando a lato i punti che scorrono bene, quelli che vanno velocizzati, o al contrario approfonditi, e anche le frasi “stonate”, di cui andrà cambiata la composizione grammaticale o la scelta dei vocaboli.

    • Daniele Imperi
      21 maggio 2015 alle 17:51 Rispondi

      Sì, è tutta roba de rivedere in revisione. Inutile perderci tempo prima.

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