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I tre criteri con cui viene scelto un manoscritto

I tre criteri con cui viene scelto un manoscritto

Questo è un guest post scritto da Amanda Melling.

Scrivo questo guest post per provare a rispondere alle curiosità più comuni della maggior parte degli aspiranti autori. Mi riferisco a quelli che sognano ovviamente di veder pubblicato il proprio manoscritto in maniera tradizionale, da una casa editrice; chi opta per il self-publishing salta questo passaggio, risparmiandosi mesi di attesa snervante.

Inizio con le brutte notizie: decidere di non pubblicare un testo solamente dopo essere stato letto in maniera accurata, fino all’ultima riga, è una pretesa improponibile. Perché?

È più semplice rispondere con un esempio concreto: immaginate un talent dedicato ai cantanti. Ce ne sono di famosi, quindi sapete di che tipo di format si possa trattare. Ora, se all’audizione un aspirante cantante stona in maniera vistosa, per farvi un parere non necessitate di ascoltare tutta la canzone, giusto? Visto che non può che durare pochi minuti, forse si può decidere di ascoltarla tutta, però voi già sapete che quella persona non verrà presa dal talent in questione.

Potete trasferire questa immagine anche alla letteratura. Solo che per leggere un intero manoscritto purtroppo non ci vogliono una manciata di minuti. Quindi, come si può fare per farsi un’idea del manoscritto che è arrivato?

Ognuno utilizza una tecnica del tutto individuale, in base alle proprie preferenze. Io inizio leggendo il finale, poi passo al centro, e infine all’incipit. Per decidere se pubblicare un libro ci vuole in seguito un’attenta lettura, a cui ne seguiranno altre. Bisogna ponderare la scelta, rivedere i vari passaggi all’interno della trama, valutando diversi fattori che elencherò successivamente.

Al contrario, per decidere che il manoscritto non corrisponde alla propria linea editoriale, il tempo utilizzato è ragionevolmente breve. Lo so, è antipatico, ma questo è un guest post sincero.

Quali sono dunque i criteri di scelta più comuni? Eccoli di seguito:

1) Biografia dell’autore e sinossi

Parto con un criterio che non incide direttamente sulla pubblicazione, ma certamente sul grado di interesse: la presentazione dell’autore e la sinossi che accompagnano il file. Considerateli l’aperitivo che precede un’ottima cena. Se crea il giusto mood, potete predisporre alla lettura in modo più positivo.

Alcune case editrici decidono di prendere in visione il testo basandosi esclusivamente sulla sinossi, e capita che un manoscritto non venga nemmeno aperto per errori gravi nella biografia, quindi è evidente che la vostra introduzione al testo debba essere fatta a regola d’arte.

La sinossi non è solo un riassunto del vostro romanzo, è il biglietto da visita, la pubblicità che stimola l’immaginazione di chi dovrà decidere le sorti di ciò che avete mandato da valutare.

2) Scorrevolezza e intensità del testo

Il testo deve essere scorrevole e intenso. Ci sono libri scritti benissimo, curati in ogni minimo dettaglio, che non danno nessuna emozione, e viceversa, libri con uno stile semplice, che conquistano migliaia (a volte milioni, chiaramente) di lettori.

Questo perché l’estetica della forma può non essere sufficiente per decidere se pubblicare o meno un manoscritto. Non è il caso che controlliate ossessivamente di non aver lasciato nemmeno una manciata di refusi prima di spedire. Se una storia è buona, è buona.

3) Vendibilità del libro

Il libro deve essere vendibile. Questo è un punto che odiano gran parte degli aspiranti autori (e non solo). Viene vissuto come un’ingiustizia, un affronto alla bellezza di un’opera, che dovrebbe vivere nel mondo fregandosene del mero commercio.

Approfondisco il discorso con un esempio, così risulta più semplice: se i vampiri buoni hanno fatto il loro corso, e mi arriva da leggere la storia di un vampiro che si innamora di una ragazza che sembra tale e quale a un romanzo che ormai fa sbadigliare chiunque, può essere emozionante, interessante, ma rimane un argomento trito e ritrito che per la sua bassa vendibilità potrebbe essere escluso dalla pubblicazione.

Insomma, è vero che ciò che conta è che un libro sia bello, ma deve anche avere un riscontro da parte dei lettori, necessariamente. Un libro pubblicato deve trovare la sua strada nel mondo.

E dopo tutto ciò, per concludere, è fondamentale non demoralizzarsi. Il fatto che il vostro romanzo possa non piacere a una casa editrice non significa che non possa essere pubblicato da un’altra.

Io considero lo scouting editoriale in questo modo: mi piace pensare che scelgo una pietra che reputo preziosa e creo un gioiello intorno, rendendo la sua anima indossabile. Magari, amando lo smeraldo, la labradorite e il rubino, perdo una bellissima ametista a pochi centimetri dalla mia mano, che forse, però, verrà presa da qualcun altro, attratto dal suo viola cangiante. Quindi non disperate, anzi, proponete, mettetevi alla prova. Sempre.

La guest blogger

Mi chiamo Amanda, sono scrittrice e direttrice editoriale della collana Amaranta di Antonio Tombolini Editore. Il mio ultimo romanzo, Il peso sul cuore, è stato pubblicato nella stessa casa editrice nel mese di novembre 2015. A febbraio inaugurerò la mia collana con un giallo al femminile che ho ambientato in Valsesia, in Piemonte. Vivo in un cottage irlandese nella contea di Mayo, ho tre figli, una passione smodata per la cucina, il cibo biologico, la saggistica esoterica e i corvi. Se volete conoscermi meglio potete visitare il mio sito ufficiale.

95 Commenti

  1. Grilloz
    11 gennaio 2016 alle 07:30 Rispondi

    Grazie Amanda, molto interessante, terrò presenti questi consigli, anche se non come scrittore, ma stando dall’altra parte della barricata :P Faccio valutazioni (in modo amatoriale) per una piccola casa editrice e per un forum.
    Interessante il tuo metro di lettura, partendo dal finale. Commentando un post su un altro blogo avevo detto che a mio parere l’incipit è sopravvalutato, non poco importante, non fraintendermi, ma alla fine quel che resta al lettore, quello che lo spingerà a comprare il tuo prossimo libro è il finale, il tuo metodo un po’ lo conferma ;)
    Io per “contratto” (nessuno mi paga) leggo il manoscritto dall’inizio alla fine, in modo integrale, ma per esperienza ho visto che se un manoscritto non parte nelle prime 20 pagine non parte più, fin’ora non ho trovato eccezioni. A volte però ci sono idee o spunti che se sviluppati potrebbero essere interessanti e spero sempre che l’autore ad un certo punto li sfrutti.
    Alla fine penso che avesse ragione Roberta Rambelli a dire che ” gli scrittori fantascientifici si dividono in tre categorie: quelli che sanno scrivere ma non hanno idee, quelli che hanno idee ma non sanno scrivere e quelli che non sanno scrivere e non hanno idee, e sono il famigerato novanta per cento della legge di Sturgeon.” Penso che questa massima si possa estendere a tutta la narrativa.
    Dove ho sempre dubbi però è sulla “vendibilità di un opera”, nelle valutazioni cerco di andare oltre il mio gusto personale e valutare se un testo possa essere appetibile ad altri lettori, ma temo che questo non basta. Come si fa a dire se un’opera è vendibile? è più una questione di fiuto o di analisi di mercato? tu come la valuti, se hai un criterio?
    Un’altra cosa che vorrei chiederti e quanto pesa in una valutazione la struttura e il bilanciamento della trama: spesso mi trovo a leggere opere sbilanciate, in genere verso la parte iniziale o centrale e affrettate nel finale, opere insomma che hanno un problema di equilibrio tra levarie parti: quanto conta nella valutazione?
    Grazie.

    • Amanda Melling
      11 gennaio 2016 alle 11:17 Rispondi

      Ciao Grilloz…secondo me il cambio di velocità ha un’importanza limitata, perché è uno di quei punti in cui si può lavorare essendo abbastanza certi sul risultato. Anch’io credo che ci siano bravissimi scrittori senza idee, e spesso fanno i giornalisti, proprio perché hanno un approccio più razionale. Anche senza idee, se sai scrivere bene, puoi trovare la tua strada, scrivendo biografie, facendo reportage di viaggio o manuali di settore. Credo invece che il contrario sia molto difficile: avere tante idee ma non saperle scrivere, rende una buona storia quasi inutile. A meno che tu la faccia scrivere da qualcun altro. Una buona storia in fondo è tale perché è stata scritta bene, quindi ci vogliono entrambi i fattori. Vero che non si trovano quasi mai. Ogni momento storico ha delle peculiarità, dipende dalla cronaca, l’economia, la moda. Noon so, per dirti un titolo: Autobiografia di un immigrato, ora funzionerebbe alla grande, tre anni fa, chi lo sa…i lettori sono molto condizionati da ciò che vedono intorno. Io però mi occupo di una collana rosa, i miei criteri sono ancora diversi, nel senso che una bella storia d’amore può essere antiquata come moderna.

      • Grilloz
        11 gennaio 2016 alle 12:05 Rispondi

        Più che di velocità mi riferivo proprio alla struttura. Sicuramente se cè materiale si può intervenire, ma quanto è disposta ad investire una casa editrice in un romanzo da riscrivere in parte?
        Al di la di opere che si allacciano al filone del momento ci sono storie che sono vendibili in qualsiasi epoca (metro stilistico permettendo) di queste opere cosa ti fa dire “questa venderà”? Feeleing? Sensazioni? O si possono individuare dei parametri oggettivi?
        Ancora grazie :)

        • Amanda Melling
          11 gennaio 2016 alle 12:18 Rispondi

          La verità è che se un libro venderà o meno non lo può sapere nessuno. Però se hai letto tanti libri, nella tua vita, hai imparato a capire che quelli che funzionano hanno quel non so che in più. Il che non vuol dire necessariamente che saranno fortunati. Anche perché poi entrano in gioco altri fattori, come il passaparola, le strategie di marketing, la facile reperibilità del romanzo ecc…potrebbero esserci altri parametri, solo che io non li uso. Ho un approccio meno razionale. Quanto editing si è disposti a fare dipende molto da chi ci sta lavorando. Io ad esempio, in un romanzo in cui credo tamtissimo che uscirà presto, ho dimezzato il testo e scritto personalmente le ultime righe del finale. Però adoro quel romanzo, per me ha una potenzialità enorme. Molti altri li scarto per molto meno, perché ne rimango poco coinvolta.

          • Grilloz
            11 gennaio 2016 alle 13:38 Rispondi

            Il problema è appunto il “non so che” che appunto non so che :D
            Insomma, scartare è facile, ma scegliere tra quelli più o meno buoni è un po’ più complicato. Mi è capitato il caso di un manoscritto che era oggettivamente lento e noioso, ma aveva qualcosa, una certa originalità, forse solo un’idea, e mi sono domandato fino alla fine se fossi io a non averlo capito o fosse solo un libro lento e noioso.

  2. Vanda Teodonno
    11 gennaio 2016 alle 08:06 Rispondi

    Mi piace ciò che scrivi e spesso ti leggo anche se in questo caso sono meno d’accordo soprattutto per quanto riguarda la pubblicazione dei libri. Il libro che ho scritto, infatti, è stato accettato da tutte e tre le case editrici a cui l’ho spedito, case editrici buone, tra le quali due molto conosciute. Secondo me però, scusa se sono così malfidata, quando una casa editrice accetta di pubblicare un testo, lo fa per farsi pagare visto che la pubblicazione costa un bel po’ di soldi. Forse tu parli di case editrici che pubblicano senza far pagare? Non so sono ancora inesperta e mi farebbe piacere ricevere una tua risposta sull’argomento.

    • Luciano Dal Pont
      11 gennaio 2016 alle 09:38 Rispondi

      Ciao Vanda, chiedo scusa se mi intrometto, non spetta a me dare risposte alle domande poste dai frequentatori del blog visto che sono io stesso un frequentatore che commenta spesso su queste pagine, e sono certo che ti risponderà anche l’autrice del post, ma quando ho letto il tuo commento non ho potuto tenere ferme le mie dita che si sono messe subito a digitare sulla tastiera per conto loro, senza che il mio cervello potesse far nulla per fermarle.
      Guarda, non fraintendermi, io non ho dubbi sula qualità del tuo romanzo, ma il fatto che sia stato subito accettato così facilmente da tre case editrici in contemporanea mi fa supporre che si sia verificata la circostanza che tu stessa lasci trasparire, e cioè che si tratti di case editrici a pagamento, quindo di non – case editrici.
      Le vere case editrici, grosse o piccole, famose o sconosciute non ha importanza, non si fanno pagare per pubblicare, se credono in un libro lo pubblicano a loro spese e non chiedono assolutamente niente all’autore, né in termini di soldi né in termini di acquisto preventivo di un certo numero di copie. Poi ovviamente si trattengono la maggior parte dei ricavi delle vendite, e questo è ovvio visto che hanno investito per produrre il libro, ma riconoscono all’autore quelli che vengono definiti proprio come diritti d’autore, che in genere vanno dal 7 al 10% del prezzo di copertina per ogni copia venduta. Quella delle case editrici a pagamento purtroppo è una grossa piaga che inquina il mondo dell’editoria facendo leva sull’ambizione e sull’inesperienza di molti aspiranti autori, che non esitano a scendere a questo tipo di compromessi pur di vedere il proprio libro stampato.
      Questo tipo di “editori” (virgolette non a caso) pubblicano qualsiasi cosa, anche la più scadente (sono certo che non è il tuo caso) perché comunque, grazie al contributo chiesto all’autore, hanno già realizzato in partenza il loro guadagno. Ma non è questa la vera editoria. Ripeto: le vere case editrici, anche quelle più piccole, non si fanno pagare per pubblicare.

      • Amanda Melling
        11 gennaio 2016 alle 13:54 Rispondi

        Luciano, infatti è già bello se se ne trova una interessata :)

    • Amanda Melling
      11 gennaio 2016 alle 11:22 Rispondi

      Vanda, non esistono case editrici conosciute che chiedono soldi per pubblicare. Esistono case editrici famigerate. Che vanno anche alle fiere, si mostrano come case editrici normali con pibblicità altisonanti, ma sappiamo tutti quello che fanno. Esistono tante tipografie che, visto che la legge lo permette, si definiscono case editrici fingendo di voler pubblicare gli esordienti, poi ti presenttano il conto della tipografia. Usano solo nomi diverrsi, come “contributo” invece di “preventivo”. Purtroppo la scelta delle parole è legale e ha un suo diritto di esistere.

    • Daniele Imperi
      11 gennaio 2016 alle 14:12 Rispondi

      Se sono case editrici a pagamento, allora non c’è da meravigliarsi che abbiano accettato tutte il manoscritto.

  3. sandra
    11 gennaio 2016 alle 08:54 Rispondi

    Mi sembra tutto piuttosto condivisibile. Grazie.

  4. Andrea Torti
    11 gennaio 2016 alle 10:02 Rispondi

    Un’analisi sincera ma garbata :)

    Condivido soprattutto l’ultimo punto: se un manoscritto non è considerato da una data Casa editrice, non è detto che un’altra non lo possa apprezzare; vale sempre la pena di ritentare.

    • Amanda Melling
      11 gennaio 2016 alle 11:24 Rispondi

      L’ho scritto perché succede anche a me!

      • alessandro
        12 gennaio 2016 alle 20:39 Rispondi

        Basti pensare che Harry Potter era stato rifiutato da 2 o 3 case edittici

        • Amanda Melling
          12 gennaio 2016 alle 22:17 Rispondi

          Dietro alle scelte ci sono persone, che spesso mettono in mezzo i propri gusti personali. Io ad esempio non ho mai letto Harry Potter, e mai lo leggerei :)

    • Valentina
      20 maggio 2016 alle 17:14 Rispondi

      io dico che se se non è considerato da dieci case editrici, non è detto che non sia buono. Anzi, forse è buono :D

  5. Danilo (IlFabbricanteDiSpade)
    11 gennaio 2016 alle 10:58 Rispondi

    È chiaro che sarebbe improponibile leggere per intero ogni opera che arriva all’editore, spesso ci si deve basare sul “fiuto” di chi esamina il quale, essendo un uomo, può sbagliare. Di autori è pieno il mondo e capita spesso che, anche per diverse scelte editoriali, un bravo scrittore non venga pubblicato.
    Un caso eclatante, verificato con i miei occhi, è quello di un amico ed autore in selfP tra i primi su Amazon per numero di lettori ma clamorosamente bocciato dalle case editrici tradizionali: non serve un profiler dell’FBI per capire che ha grande potenziale (i download lo confermano) ma resta fuori dai giochi…

    • Amanda Melling
      11 gennaio 2016 alle 11:29 Rispondi

      Danilo, lo scouting si è adeguato alle tecnologie moderne ma è vero che i talent scout spesso non sono giovani, quindi un po’ tradizionalisti. Non posso parlare per gli altri, ma io ho scelto, ad esempio, una scrittrice andando a leggere tutto quello che c’era su wattpad. E dico tutto perché intendo tutto. Se questo autore è bravo, arriverà prima o poi ad essere pubblicato. Dipende anche da noi che dobbiamo farci strada.

      • Danilo (IlFabbricanteDiSpade)
        11 gennaio 2016 alle 11:52 Rispondi

        Ciao Amanda, grazie della risposta e complimenti: sei già avanti rispetto alla maggior parte dei tuoi colleghi che, come giustamente tu dici, hanno davvero poca dimestichezza con i moderni metodi di analisi.
        Mi piacerebbe una tua opinione su un altro argomento abbastanza dibattuto su questo blog: sei d’accordo sul fatto che un esordiente abbia maggiori probabilità di essere pubblicato con un’opera autoconclusiva? Come ti comporti quando ti capita di esaminare proposte relative a saghe? Credi che ciò influisca negativamente sulla vendibilità?

        • Amanda Melling
          11 gennaio 2016 alle 12:08 Rispondi

          Io credo proprio di si. Ma poi, perché scrivere un libro pensando di scriverne tre (ad esempio)? Ha più senso che sia autoconclusivo, anche perché il finale si può modificare per renderlo aperto successivamente, nel caso che la casa editrice decida che è così strabiliante da necessitare di un seguito senza dubbio. Non ci vuole niente a modificarlo in fase di editing.

  6. Amanda Melling
    11 gennaio 2016 alle 11:47 Rispondi

    Volevo aggiungere un parere del tutto personale riguardo agli autori autopubblicati che ceercano di paassare all’editoria tradizionale. Secondo me (lo ribadisco perché veramente pottrei pensarlo solo io) il fatto che oggi si sia alzato incredibilmente il livello della grafica e delle pubbliche relazioni, oltre che dell’utilizzo dei social, ci sono molti aspiranti autori che ccreano siti internet dedicati all’opera autopubblicata complessi e strutturati come se fossero il trailer di Guerre Stellari, e il risultato, a mio avviso, è che si finisce per essere controproducenti, magari riuscendo a conquistare qualche centinaio di lettori in più, faticosamente conquistati su fb o con recensioni elaborate su Amazon. Però danno una strana sensazione di pretenziosità. È un po’ come se al provino per fare l’attrice invece che presentarti acqua e sapone e stupire con le tue doti recitative ti presentassi con un boa di struzzo e l’ariia da diva. Sappiamo tutti che l’effetto sorpresa, dove si respira una bella dose di umiltà, ha un effetto strabiliante. Invece un aspirante scrittore costruito graficamente ancor prima di essere arrivato da qualche parte, a me non piace. Questo il mio parere, e vedo che ormai è la prassi.

    • Ulisse Di Bartolomei
      11 gennaio 2016 alle 19:33 Rispondi

      Salve Amanda Melling

      Solitamente un autore autopubblicante, cerca in rete le soluzioni che gli abbisognano. I suggerimenti che “io” ho trovato, consistono perlopiù nell’aprire un sito per ogni libro e sfruttare al massimo i motori di ricerca per attirarvi navigatori indotti da un interesse spesso casuale. Scrivo saggi e nel mio caso l’argomento è un pochino differente. Per farla breve però la questione può assere diversa: cosa dire di sé e del libro per indurre qualcuno ad acquistarlo? Il rischio sta che se si dice troppo, può convincersi che non gli serve o quell’atmosfera, che una sinossi seppure copiosa gli trasmette, non fa per lui. Sino a due decenni fa, l’interesse per un testo impegnativo non preceduto da una conoscenza scolastica, si valutava quasi sempre sulla sinossi nel libro. Oggi la si valuta o la si “perde” nel mare magnum di internet dove, non soltanto la saturazione dell’informazione ivi presente può indurre nel pensare che di un libro non ce ne stia il bisogno, ma rende anche complicato scegliere per l’offerta gigantesca che si è venuta a creare. Proprio per sfondare questo muro, si cerca di elevare la propria “voce” sopra alle altre… La mia scelta è stata di blog tematici ridotti all’osso e senza alcuna cura grafica. Risultati? Credo di essermi risparmiato soltanto un “mare” di lavoro, ma che nel calderone di internet una scelta o l’altra poco contino.

      • Amanda Melling
        11 gennaio 2016 alle 19:44 Rispondi

        Anche secondo me le poche righe che presentano il libro al lettore sono fondamentali, devono incuriosire senza svelare troppo. Ho scritto anch’io un paio di saggi, e chiaramente è vero che i parametri di scelta per la saggistica sono molto diversi. È più facile essere pubblicati se si è competenti, mentre per la narrativa è molto più complesso trovare un editore.

  7. Amanda Melling
    11 gennaio 2016 alle 11:57 Rispondi

    Scusate il mio bimbo mi ha fatto l’invio e alla quarta riga manca un pezzo :) il fatto che ci sia stato questo miglioramento nella gestione estetica ha creato diffidenza!

    • Grilloz
      11 gennaio 2016 alle 11:59 Rispondi

      Il bimbo ha un futuro da editor :D

  8. Barbara
    12 gennaio 2016 alle 09:41 Rispondi

    Mumble Mumble
    Tutto bene, tutto condivisibile. Fino a che non ho letto le note biografiche. “… e direttrice editoriale della collana Amaranta di Antonio Tombolini Editore. Il mio ultimo romanzo, Il peso sul cuore, è stato pubblicato nella stessa casa editrice…”
    Tempo fa, in un altro blog, si discuteva infatti di come le case editrici ultimamente pubblichino facilmente i testi scritti dagli stessi dipendenti e collaboratori (editor, traduttori, segretarie, grafici, ecc). Perchè probabilmente questi già conoscono il mestiere, già sanno cosa aspettarsi (e cosa non pretendere), la casa editrice si sente le spalle più coperte. Personalmente, da fuori, mi sembra un conflitto d’interessi. Se ci si lavora in quella casa editrice, preferirei che il libro fosse pubblicato con un’altra, che la valutazione fosse scevra da qualsiasi pre-giudizio. E che i pubblicati non fossero quelli che a loro volta devono giudicare altri testi. Ma è ovviamente un’opinione personale.

    • Grilloz
      12 gennaio 2016 alle 09:50 Rispondi

      Pensa che quando Nicola Lagioia (editor di Minimum Fax) pubblicò con Einaudi un utente commento: “perchè non con minimumfax? la cosa puzza” :D

      • Amanda Melling
        12 gennaio 2016 alle 15:21 Rispondi

        Diciamo che la cosa più probabile è che la situazione cambi in base ai progetti letterari, non tutti prendono la stessa strada!

        • Grilloz
          12 gennaio 2016 alle 15:31 Rispondi

          A me aveva fatto ridere il commento dell’utente :D
          Poi ovvio le possibilità sono infinite e le case editrici hanno le loro linee editoriali che magari non si sposano con ciò che scrivono i loro collaboratori.
          Penso che, come in ogni ambiente, la conoscenza dell’ambiente e delle persone che ci ruotano attorno e dei meccanismi che le governano aiuti, non lo considero un male, anzi.

    • Amanda Melling
      12 gennaio 2016 alle 13:16 Rispondi

      Barbara sicuramente è abbastanza comune. È appena stata inaugurata una collana erotica, ad esempio, dal suo direttore editoriale, e direttore anche nel passato di Playboy :) e io stessa inaugurerò la mia collana a febbraio. Ma quello che verrà dopo sarà molto diverso dal mio stile, non scelgo i manoscritti basandomi sui miei gusti, ogni romanzo sarà completamente diverso dal precedente.

  9. sandra
    12 gennaio 2016 alle 16:57 Rispondi

    Quali sono i tempi e le modalità di risposta ai manoscritti che riceve? Il classico e un po’ fastidioso “se non ci facciamo vivi entro 6 mesi significa che non siamo interessati” :D o un cenno di riscontro comunque, o un tempo più umano? Insomma, cosa succede dopo l’invio?
    Grazie!

  10. Amanda Melling
    12 gennaio 2016 alle 19:30 Rispondi

    Io personalmente per una risposta negativa faccio attendere massimo 15 giorni, per quella positiva massimo due mesi. Ma in realtà hanno ragione gli altri, ad uniformarsi tutti sui tre mesi e rispondere solo in caso che sia pubblicabile. Il motivo è molto semplice: se non lo pibblichi e ci hai messo due giorni a deciderlo, gli autori si offendono. Se ti mostri entusiasta, diventano diffidenti.

  11. sandra
    12 gennaio 2016 alle 22:56 Rispondi

    Un rifiuto che arriva in pochi giorni per me è una benedizione, almeno si tira una riga e si passa oltre. E’ successo e ho pure risposto per ringraziare per la velocità. Però io sono strana!

    • Amanda Melling
      12 gennaio 2016 alle 23:11 Rispondi

      Si anch’io ho ricevuto rifiuti velocissimi nella vita che ho apprezzato :)

  12. Eli Sunday Siyabi
    14 gennaio 2016 alle 12:16 Rispondi

    Molto bello, grazie!

  13. Valentina
    23 gennaio 2016 alle 22:10 Rispondi

    Buonasera ad Amanda e a tutti i lettori-commentatori: sono sempre alla ricerca di post simili poichè avendo anch’io pubblicato sono stata toccata e lo sono tutt’ora dalla problematica. Un’idea mia me la sono fatta anche se, trattandosi nel mio caso di poesia, posso azzardarmi a dire che si colloca proprio al confine, quando non fuori delle suddette regole, che valgono per altri generi letterari. La quantità di case editrici in Italia è tale da far perdere la bussola e il criterio secondo cui chi pubblica a pagamento (poi bisognerebbe anche intendersi sul concetto stesso di pagamento; per esempio anche un self-publishing prevede ovviamente un pagamento ed in tal caso prediligere una casa editrice che garantisce un minimo di identità e di sostegno potrebbe non essere sbagliato) sia solo e soltanto una tipografia travestita da casa editrice, credo sia da sfumare un po’. Poi mi rendo conto che il discorso rischia di essere sconfinato perciò è utilissimo parlarne, soprattutto confrontando esperienze reali e di chi ne sa abbastanza da condividerle. Grazie e alla prossima. Valentina

  14. Luisa
    19 maggio 2016 alle 02:49 Rispondi

    Leggo con attenzione i vostri commenti,ed ognuno mi dà un qualcosa, ringrazio Luciano Dal Pont che mi ha fornito delle buone info. Da molti anni scrivo frasi, riflessioni, aforismi ,non è una scelta ragionata bensì un “gioco” nato per caso… mentre faccio le mansioni pratiche (noiose e ripetitive) la mia mente mi “manda” cose che sento il bisogno di scriverle. Mai avrei immaginato di poter scrivere un romanzo, conosco i miei limiti letterari ma.. nonostante ciò, un evento ha fatto emergere un’altra necessità ,così ho iniziato a scrivere questa storia, poi mi sono recata in alcune librerie e con mio grande stupore mi è stato detto che non c’è nessun libro (ancora) che parla di quell’argomento da me citato. Come si può intuire non conosco l’ambiente letterario e non so a chi proporre il manoscritto. Mi è stato detto che ci sono vari passaggi prima di cercare un editore. Grazie anche a questo blog sto apprendendo qualcosa in più, ma quali agenzie contattare per far fare tutte quelle fasi che precedono la publicazione? Amanda quanto è frequente il “furto” dell’idea? Grazie

  15. Luisa
    19 maggio 2016 alle 03:01 Rispondi

    Amanda dopo la pubblicazione dove viene divulgato il libro, quali sono le fasi successive? Ah molto bella la storia del libro segreto che ti è stato regalato
    Grazie

  16. Amanda Melling
    19 maggio 2016 alle 12:50 Rispondi

    Luisa, non ci sono necessariamente passaggi da fare prima di contattare un editore. Si può migliorare il testo con un editor, però è un’arma a doppio taglio. Perché poi hai poca voglia di rimetterci mano quando l’editor della casa editrice ti chiede di apportare delle modifiche e tu le avevi già fatte, magari nella direzione opposta, pagando. Puoi proporlo a me, se vuoi. Dove finisce il libro dipende, nelle librerie fisiche, negli store on line, dipende dalla casa editrice.

  17. Amanda Melling
    19 maggio 2016 alle 12:53 Rispondi

    Riguardo al marketing anche quello varia moltissimo dalla casa editrice, alcune scelgono dei titoli su cui concentrarsi economicamente, altre lasciano l’autore ad autogestire la pubblicità. Di solito le case editrici medio-piccole non producono booktrailer e non pagano spazi pubblicitari. Il marketing è una brutta bestia.

  18. Luisa
    20 maggio 2016 alle 13:58 Rispondi

    Grazie Amanda- Non mi piacciono le regole imposte purtroppo…oh per fortuna. L’idea di un editor che mi stravolge il racconto rendendolo forse tecnicamente più preciso togliendo quella spontaneità che vorrei trasmettere al lettore non è interessante per me. L’ideale sarebbe seguire insieme da vicino eventuali piccoli cambiamenti. Mi rendo conto che ho aperto un “mondo” che fino a poco tempo fa mi era completamente sconosciuto. Per adesso sono su una zattera nell’oceano …vediamo cosa scopro in questo mare.

    • Amanda Melling
      20 maggio 2016 alle 14:58 Rispondi

      Allora dovresti auto pubblicarti. Con un vero editore non decidi né titolo né copertina, e il lavoro viene corretto. Io ho già cambiato nomi, finali e dimezzato libri, fa parte dell’essere pubblicati.

      • Daniele Imperi
        20 maggio 2016 alle 15:00 Rispondi

        In che senso hai cambiato nomi, finali e dimezzato libri? Lo hai deciso insieme all’autore, immagino.

        • Amanda Melling
          20 maggio 2016 alle 15:07 Rispondi

          No. Se ci sono delle cose da cambiare ne parlo prima di passare al contratto. Se un autore (nel mio caso più che altro autrice) vuole pubblicare, deve accettare i cambiamenti necessari. Che poi, sono discussi a grandi linee, perché poi ci metto mano sul serio dopo la firma. La maggior parte delle persone rifiuta, e capita anche che trovi un altro editore che se lo fa andare bene così. Punti di vista.

          • Daniele Imperi
            20 maggio 2016 alle 15:19 Rispondi

            Be’, dipende dai cambiamenti, almeno per come la vedo io. Un editor non può decidere di cambiare il nome di un personaggio o un finale senza dirmelo, anche se ho firmato il contratto, ma comunque resto dell’idea che è l’autore che deve apportare modifiche su suggerimento dell’editor, e non l’editor che mette mano al testo.

          • Amanda Melling
            20 maggio 2016 alle 16:14 Rispondi

            No, se il nome non va bene, perché ad esempio si è chiamata una modella russa figlia di un militare Concettina, semplicemente dichiaro immediatamente che il nome è improponibile. Poi di solito una buona parte scappa, chi rimane può aprire un dialogo sulle alternative. Sulle soluzioni personalmente non sono rigida, però bisogna ammettere che esiste un problema. E non è così scontato, perché capita che gli aspiranti autori vogliano poter avere un potere decisionale troppo alto negando anche le evidenze.

            • Daniele Imperi
              20 maggio 2016 alle 16:30 Rispondi

              In casi estremi come quello manca una certa maturità nella scrittura :)

          • Amanda Melling
            20 maggio 2016 alle 16:47 Rispondi

            Si! Infatti essendo ancora giovane nel campo, piena di ottimismo spesso apro un dialogo per velocizzare il percorso verso la scrittura più matura, e succede che alla fine facevo prima a rifiutare il manoscritto :)

        • Luisa
          20 maggio 2016 alle 17:17 Rispondi

          Daniele Imperi- Be’, dipende dai cambiamenti, almeno per come la vedo io. Un editor non può decidere di cambiare il nome di un personaggio o un finale senza dirmelo, anche se ho firmato il contratto, ma comunque resto dell’idea che è l’autore che deve apportare modifiche su suggerimento dell’editor, e non l’editor che mette mano al testo
          Questa risposta mi piace molto- suggerimenti intelligenti sono sempre una vittoria di entrambi i collaboratori di un’opera editoriale quello che non va (secondo me) è quando chi lavora intorno ad un libro crea una sorta di “potere” sovrastando il vero autore. di recente ho letto -Il diario- di Anna frank di una bella semplicità eppure di un grande valore

          • Valentina
            20 maggio 2016 alle 17:26 Rispondi

            Ciao Luisa, piacere :)
            Cosa intendi per “collaboratori di un’opera editoriale”? Per me non ci sono collaboratori (a meno che non sia un’opera scritta a mani multiple), c’è l’autore, punto. Tutto il resto va a seguire, ma la collaborazione è un’altra cosa. No? :D

          • Amanda Melling
            20 maggio 2016 alle 17:34 Rispondi

            Beh ma Luisa è proprio questo il punto: l’autore è SOLO l’autore. È normale che venga sovrastato dalle figure successive. È il primo della lunga lista di lavoratori: grafici, impaginatori, editor, correttori di bozze, addetti stampa, tutti quelli che sono pagati per portare avanti il il libro al meglio, per quello uno deve decidere solo se vuole fidarsi delle competenze degli altri o no.

          • Barbara
            20 maggio 2016 alle 18:36 Rispondi

            “l’autore è SOLO l’autore.”
            Questa frase mi fa venire i brividi lungo la schiena.
            Che ci siano figure professionali come editor, correttori di bozze, grafici, addetti stampa, social marketing, nonchè poi tutta la filiera della distribuzione, mi sta bene. Sono un professionista del mio settore e il pizzaiolo con l’ecdl non può avere i miei 20 anni d’esperienza. Ma se l’editor è un professionista, dovrebbe saper tirar fuori il buono dall’autore e dal suo testo senza mettersi a scrivere. E non sto parlando di un cambio del nome, ma sopra si è scritto di cambio di finali (solo nella sintassi o anche nell’intento?) e del dimezzo delle pagine.
            Altrimenti mi spiego come mai certe collane siano costituite da libri che sembrano fatti con lo stampino.
            Cito (non me ne voglia Daniele) un articolo di questa settimana di Chiara Beretta Mazzotta di BookBlister, editor professionista, di quelle che vanno in onda in radio nazionale per capirci: “Un editor non scrive al posto dell’autore. Se lo fa, i casi sono due: vorrebbe fare l’autore (male), l’autore non è in grado di fare da solo (malissimo!). Un editor a mio avviso migliora ciò che c’è e segnala all’autore ciò che ancora manca. E lo accompagna nel percorso, perché scrivere è un mestiere per chi osserva con attenzione la vita e il mondo.” “Si pone il problema dell’efficacia di una storia, valuta la sua struttura innanzitutto e poi le parti che la compongono: azione, dialoghi, descrizioni… e i personaggi? Anche loro, ovvio. Prima guarda allo scheletro – suggerisce migliorie, ipotizza soluzioni – poi pensa ai muscoli e alla pelle: si preoccupa cioè della forma e della voce dell’autore (sperando ne possieda una).”
            E voglio evidenziare: “suggerisce migliorie, ipotizza soluzioni”.
            Beh, mi trovo più in linea con questo pensiero, sinceramente.

      • Valentina
        20 maggio 2016 alle 17:07 Rispondi

        Ciao Amanda. Molto piacere di conoscerti :) Ho letto con attenzione il tuo post, e con altrettanta attenzione mi sono spostata nel tuo blog e ho letto il tuo “percorso” negli anni. Sicuramente oltre all’amore per i libri condividiamo il Mal d’Irlanda (se hai deciso di viverci non ho dubbi su questo) e visto che ci capito tutti gli anni di solito a Settembre il poter fare una chiacchierata con te sarebbe per me molto interessante e ricco di spunti. Ma a parte questo, volevo farti una domanda: secondo te, a quali compromessi “deve” scendere un autore di fronte al lavoro di editing? Perché, a parte il caso che descrivi che secondo me non riguarda un problema di editing ma di buonsenso, cambiare un nome, per esempio, non è accettabile. I nomi hanno un senso e se l’autore ha scelto quel nome c’è un perché. Certo può nascerne una discussione. Ma da quello che scrivi sembra quasi che l’editor abbia il pieno controllo di tutto. Con i finali poi, lo reputo proprio improponibile: io credo che il finale sia una delle parti più difficili di un libro da scrivere. Quando l’hai trovato, scelto, sudato, cambiarlo è impensabile :D
        No? (Lo chiedo a te che scrivi :) )

      • sandra
        20 maggio 2016 alle 21:00 Rispondi

        Fa parte, cara Amanda, del voler essere pubblicati a tutti i costi. Gli editori che non usano il trinciapolli e lasciano un buon margine di scelta all’autore esistono e vanno cercati; se vuoi cambiare così tanto di un testo forse, semplicemente, vuoi un altro testo, ma in qualche modo ti affascina qualcosa di quel manoscritto che intendi stravolgere. Sono solo un autore, ma il libro sulla copertina è il mio, quello dell’editor di solito sta dentro e/o nei ringraziamenti se ha fatto un buon lavoro e l’autore, sempre lui, decide di ringraziarlo.

  19. Amanda Melling
    20 maggio 2016 alle 17:28 Rispondi

    Ciao. Si vivo in Irlanda perché mio marito è irlandese, mi sono trasferita definitivamente. Pensa che i miei figli purtroppo non parlano nemmeno italiano! Valentina, la mia opinione è che un nome deve essere liscio ciò che c’è scritto intorno, uguale il finale, e anche l’incipit. A volte si inciampa in piccole cose che si possono aggiustare in cinque minuti.

    • Valentina
      20 maggio 2016 alle 17:43 Rispondi

      Certo, capisco. Grazie per la risposta. :)

  20. Luisa
    20 maggio 2016 alle 18:10 Rispondi

    Ciao Valentina per collaborazione intendo chi poi materialmente provvede al risultato finale dell’opera che sono tutte quelle figure professionali (chi corregge le bozze-editor-stampatore-ecc.forse ne ho dimenticata qualcuna?)…per le altre decisioni come anche la scelta della copertina che ha un’immediato impatto visivo con il probabile lettore, secondo me l’autore deve essere sempre libero di esprimersi e non sentirsi obbligato ad accettare scelte che non piacciono

  21. Amanda Melling
    20 maggio 2016 alle 18:51 Rispondi

    Barbara io non sono un editor, sono un autore, proprio come voi, e curo una collana. Per fare un esempio che non è per niente un mistero, almeno tra i suoi fan wattpad, un’autrice della mia collana aveva creato un romanzo che era esattamente il doppio, e poi io l’ho dimezzato, passandoci decine di ore, perché ci volevo mettere le mani. Per far capire cosa intendevo e cosa togliere, ci avremmo messo mesi, tra email, incomprensioni. Io lavoro tac-tac. Anche i miei libri li scrivo così, due mesi di lavoro compresa la revisione. Questo è il mio modo, odio ciondolare e perdere tempo.

    • Daniele Imperi
      23 maggio 2016 alle 08:22 Rispondi

      Quindi tu hai tagliato senza dire nulla all’autrice? Il fatto che questo richieda più tempo è normale, ma è in questo modo che si dovrebbe svolgere l’editing. Un libro non si può curare e migliorare di fretta.

  22. Amanda Melling
    20 maggio 2016 alle 19:09 Rispondi

    Ci sono poi dei lavori dove non ho toccato nemmeno una virgola. Di solito se un libro è già stato curato da una agenzia letteraria facilmente c’è poco da modificare. O é si o è no! Il caso più curioso è stato quello di un manoscritto dove volevo eliminare solo l’eccesso di un determinato ambiente lavorativo, e dopo mesi di tira e molla, l’autrice mi ha svelato che aveva deciso che era meglio non pubblicare con un editore, nel caso Julia Roberts volesse i diritti per farne eventualmente un film XD. È stato “il caso strano” anche perché i diritti cinematografici sono una cosa a cui di solito si pensa dopo :) ma con il tempo che ho perso, ho imparato che se l’autrice non ha una completa disponibilità a seguire le esigenze della collana e subito, è meglio non continuare. Che poi alcuni aspiranti autori siano un tantino presuntuosi non si può negare. La frase che mi ha più scioccato nella vita l’ho sentita tanti anni fa… una tizia, alla domanda su quale fosse il suo film preferito, rispose: quello che faranno con i miei libri.

    • Valentina
      20 maggio 2016 alle 20:05 Rispondi

      Ciao Amanda. :) Beh, ci troveremo in disaccordo, ma il modo in cui tu descrivi il processo di editing assomiglia a una macelleria dove si tirano fuori gli scarti. Come può un libro essere dimezzato?? Voglio dire, qualche pagina si capisce. infodump, chiamiamole come vogliamo. Ma addirittura togliere la metà?
      Forse non sono una lettrice accanita come Daniele che vanta quasi 2000 libri di carta; ma di tutto quello che ho letto, anzi di tutto di quello che (a parer mio) di buono o letto, non si sarebbe mai potuta togliere una metà. Questo per me non è editing, è snaturare completamente una storia.

      • Barbara
        20 maggio 2016 alle 20:45 Rispondi

        Sono d’accordo con Valentina. Quel che viene descritto è editing, editare un testo, mentre un curatore editoriale dovrebbe solo decidere qualche romanzo sia pubblicabile all’interno della collana. Scouting è un’altra cosa attività ancora: reperire nuove voci, che magari hanno bisogno di editing, e dopo averli “maturati” mandarli in pubblicazione. Da quel che so, l’agenzia letteraria fa scouting, avvalendosi di editor professionisti, e proponendo il testo editato alle CE. Solo che il tipo di editing di cui si parla ha sì il sapore della macelleria. Se si arriva a dimezzare un testo, non sarà perchè quel testo è a livello elementare, mancante di una primissima revisione, una fanfiction agli esordi? Un editing di questo tipo mi ricorda di più il ghost writing, alla fine.
        Io comunque non sono un autore, sono uno scribacchino, scrivo per diletto e, se e quando e forse, mi rivolgerò ad un editor di tipo “life coach”. Che suggerisca, che inneschi, che proponga, che ragioni con me il tempo che serve. Costa di più? I professionisti si pagano, l’hai detto anche tu poco sopra.

        • Barbara
          20 maggio 2016 alle 20:47 Rispondi

          (risposto dal cellulare…chiedo venia per gli orrori)

  23. Valentina
    20 maggio 2016 alle 20:06 Rispondi

    di buono ho letto.

  24. Amanda Melling
    20 maggio 2016 alle 23:27 Rispondi

    Ma quindi, andando al sodo, non ho capito la sostanza di questi ultimi commenti. Nel senso che mi avete chiesto come funzionano le cose sia in generale che come lavoro io, a me sembra di averlo spiegato, non capisco più il filo del discorso. Vakentina, di quello che hai letto magari è stata tolta la metà, mica si toglie dopo che sono pubblicati! Comunque ci sono romanzi da 1000 pagine e altri da 150, io non amo i romanzi lunghi, e nella mia collana difficilmente li metterò. I romanzi all’interno sono scelti da me. In ogni caso prima dovreste leggerli e poi farmi degli appunti :) su come lavoro…

    • Valentina
      21 maggio 2016 alle 17:13 Rispondi

      Ci sono romanzi di 1000 pagine che ho divorato in pochi giorni e altri di 100 per cui ho impiegato più di un mese. Credo che la lunghezza di un romanzo non sia minimamente rilevante per decretare se sia buono o meno. Il senso dei nostri commenti comunque, era semplicemente un confronto, ci si può confrontare anche quando si è in disaccordo (anzi, soprattutto!) Ciao :)

      • Amanda Melling
        21 maggio 2016 alle 17:23 Rispondi

        Valentina, il confronto è tra persone che scelgono una posizione neutrale. Non ti puoi confrontare con il fatto che io non pubblico generalmente romanzi lunghi. Se tu sei veramente così, ovvero se domani uno per strada ti dice di farti bionda e tu lo fai, è un po’ atipico. Non pubblico generalmente romanzi lunghi. Difficilmente anche se sono ambientati a New York. Bevo solo vino francese e spagnolo. Non sono vegana. Non ti puoi confrontare.

        • Valentina
          21 maggio 2016 alle 20:35 Rispondi

          Non capisco cosa c’entri il farmi bionda o meno. Io parto proprio da un presupposto per cui non può esserci preconcetto. Per cui che un romanzo sia breve e lungo non mi interessa, mi interessa che sia buono, e non valuto il numero di pagine. Stando a quello che dici gli esseri umani non possono confrontarsi, se il confronto può esistere solo tra persone che bevono vino francese, non parlano spagnolo, e mangiano carne. O meglio il confronto sembra non possa esistere con chi non ti dice quello che vorresti sentirti dire.

  25. Amanda Melling
    21 maggio 2016 alle 17:26 Rispondi

    Puoi invece scrivere quali sono i tuoi criteri di pubblicazione o quali sarebbero.

    • Valentina
      21 maggio 2016 alle 20:46 Rispondi

      I miei criteri di pubblicazione si baserebbero sullo stile, la forma, la trama, la ricchezza del vocabolario, l’originalità, la capacità di saper evocare le immagini, la capacità di farmi vedere quello che succede, la fluidità, la forza dei personaggi. Non certo se è ambientato in India o in Patagonia (per quanto possa avere delle personali preferenze.)

  26. sandra
    21 maggio 2016 alle 21:31 Rispondi

    Amanda, davvero, la lunghezza di un testo non può essere la linea di confine tra pubblicazione sì/pubblicazione no. Neppure io ho capito la faccenda dei capelli in risposta a Valentina. Poi è chiaro la collana la gestisci tu e scegli tu cosa pubblicare, ma tu stravolgi i romanzi che ricevi in valutazione.

    • Valentina
      21 maggio 2016 alle 22:01 Rispondi

      Ciao Sandra e piacere di conoscerti :)
      Con la questione dei capelli credo che Amanda volesse dire che se si è convinti di qualcosa non possiamo cambiare idea. A parte che non è così, essere convinti che il numero di pagine sia un criterio di valutazione è una scelta sua, ma di certo non condivisibile.

  27. Amanda Melling
    21 maggio 2016 alle 22:55 Rispondi

    Non è condivisibile? Allora non dovreste più fare le scrittrici. Perché c’è anche un sacco di gente cattivona che mette pure il numero di caratteri massimi o minimi, per esempio 200.000 caratteri spazi inclusi, e c’è gente anche peggiore. Pensate che inventano concorsi letterari tipo “I sapori di Sicilia”. Nel senso, che hanno fatto di male quelli che vogliono scrivere del pesto genovese per essere esclusi da un concorso?
    La lunghezza non è una linea di confine obbligata, infatti io ho scritto, verificabile sopra, “generalmente”. Se tutto quello che c’è è indispensabile può rimanere anche lungo, ma spesso ci sono cose che appesantiscono e che rimangono virtuosismo personale ma fanno dormire, per me la scorrevolezza è la cosa più importante. Non lo scrivo con presunzione ma non potete avere a che fare spesso con editori o concorsi se avete questo accanimento, perché persino le regole per l’invio del manoscritto cambiano da una casa editrice all’altra. Valentina, i tuoi criteri son oquelli basilari che hanno tutti, poi pgnuno ha il suo tocco personale.

    • Valentina
      22 maggio 2016 alle 13:01 Rispondi

      Le regole per partecipare ai concorsi sono un’altra cosa. Sta all’autore decidere se il suo lavoro è adatto o meno a quel determinato concorso. Non si scrive su misura, per partecipare a un concorso. Non sono una scrittrice, ma se lo fossi frasi come “non dovreste fare le scrittrici” o “l’autore è solo l’autore” mi farebbero solo sorridere.

    • Daniele Imperi
      23 maggio 2016 alle 08:27 Rispondi

      Il discorso sui concorsi letterari è diverso, il limite in quei casi è normale, perché ci sono tempi ristretti per la scadenza e persone che devono leggere e giudicare i racconti in gara e lo fanno gratis, di solito, quindi è più che lecito fissare un limite massimo di caratteri.
      Nei romanzi, invece, dipende dalle case editrici. Nel sito di un piccolo editore ho letto nella pagina sull’invio di manoscritti un limite di caratteri per i romanzi che accettavano e spiegavano anche il perché: non potevano permettersi di pubblicare libri di 1000 pagine, costavano troppo per loro. In questo caso il discorso regge, se non hai soldi per stampare tutte quelle pagine, non puoi pubblicare libri voluminosi.
      Altrimenti non vedo motivi validi per non accettare romanzi lunghi.

      • Amanda Melling
        23 maggio 2016 alle 09:26 Rispondi

        Io non ho mai scritto che non accetto romanzi lunghi, ho scritto che “generalmente” non li pubblico.

  28. sandra
    22 maggio 2016 alle 11:18 Rispondi

    Ho appena pubblicato un romanzo – editoria tradizionale – di 510 mila battute, e la scrittrice la faccio eccome quindi, il libro sta andando anche molto bene.

    • Amanda Melling
      22 maggio 2016 alle 18:19 Rispondi

      Sandra, si stava parlando del sottostare alle regole, se creano così tanti problemi, in base alla discussione in corso. Valentina, non posso continuare a ripete lo stesso tipo di risposta, valgono tutte quelle che ho dato prima, non ha più senso che io risponda. Purtroppo continuerò a fare come voglio fare, mi spiace se è un problema. Saluti

  29. sandra
    22 maggio 2016 alle 20:40 Rispondi

    non è un problema, il mondo è pieno di editori, però quando ricevi un manoscritto fuori lunghezza, scartarlo senza tanti giri di proposte di modifiche trovo sarebbe meglio.

    • Amanda Melling
      22 maggio 2016 alle 22:10 Rispondi

      Sandra, la lunghezza non centrava nulla, se stiamo parlando di un caso specifico. In un certo caso mi sono ritrovata, dopo aver snellito, con un personaggio tipico da romanzo rosa in stile newyorkese, dove però mancavano tutti gli altri elementi propri di quello stile, che doveva essere leggermente smussato ancora perché per me era fuori posto… si era già lavorato troppo sul manoscritto prima ancora che lo avessi in mano e quella era la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ci ho ripensato molte volte a quel manoscritto, anche scoprendo che poi era stato pubblicato. Il caso è chiuso, ma a me quello stile piaceva, e direi a quella persona, se potessi, di riprovarci la prossima volta.

  30. Luisa
    23 maggio 2016 alle 00:13 Rispondi

    Essendo entrata in questo guest post scritto da Amanda Melling , secondo me è un pò come entrare in “casa” altrui, sono poco pratica di blog, ogni qualvolta mi “perdo” nei vari labirinti, ciò che ho percepito da parte di Amanda è poca flessibilità,dalle sue parole (scritte) emerge qualcosa che mi allontana, però mi rendo anche conto che la sua esperienza la porta a selezionare tutto ciò che potrebbe portargli via tempo che potrebbe dedicare ad altri/e

  31. Luisa
    23 maggio 2016 alle 00:20 Rispondi

    Grazie Barbara, mi hai dato vari spunti

  32. Luisa
    23 maggio 2016 alle 00:27 Rispondi

    Ciao Valentina dal tuo scritto emerge una bella grinta.
    Ps,Puoi dirmi come si può inserire la foto,ho provato a mandare un’email ma non mi ha risporto.
    Grazie

    • Daniele Imperi
      23 maggio 2016 alle 08:16 Rispondi

      Luisa, non mi hai mandato un’email, ma lo hai chiesto in un commento, a cui ho risposto: http://pennablu.it/senso-aspettativa-blog/#comment-38615

    • Valentina
      23 maggio 2016 alle 09:22 Rispondi

      Ciao Luisa vedo che ti ha già risposto Daniele (anche me, che sono un’imbranata, l’ha insegnato lui :) )
      Non so se è grinta: so che se una persona mi dice “dovresti smettere di fare la scrittrice” ottiene che invece di scrivere 5 ore al giorno ne scrivo otto. :D

  33. Amanda Melling
    23 maggio 2016 alle 09:30 Rispondi

    Valentina puoi scrivere quanto ti pare, ma se poi hai questo atteggiamento con tutti i manoscritti che arrivano se fai quello che hai fatto con me con un altro curatore di collana di certo non è che ti aiuti. TUTTE le case editrici hanno delle regole del tutto personali, che tu educatamente non dovresti contestare.

    • Valentina
      23 maggio 2016 alle 09:37 Rispondi

      Io non dovrei contestare??? Ah già scusa, sono solo l’autrice :D
      Ps. Tu che parli di educazione dopo l’aggressività che manifesti mi pare un paradosso. Questo è un blog e qui ognuno è libero di dire con educazione e rispetto quello che pensa. Ti ho già detto (e anche io non posso ripetere la stessa risposta dieci volte), che qui ci si confronta. Siamo tutti sullo stesso piano. Nessuno si mette un piedistallo cercando di impartire lezioni, o di asserire che il proprio punto di vista primeggia sugli altri. Nemmeno Daniele che crea i contenuti ha questo atteggiamento. Ma emerge che ci sei proprio poco abituata.

  34. Amanda Melling
    23 maggio 2016 alle 09:41 Rispondi

    Allora ho capito tutto. Mi scuso per le risposte. Spero che vi sia piaciuto questo piccolo articolo, reputo questo blog un dei migliori sul mondo della scrittura e continuerò a leggerlo. Questo però è il mio ultimo intervento all’interno di questo blog. Scusate ancora per le risposte politicamente scorrette, in effetti è tutta colpa mia. Grazie per aver seguito con interesse la discussione, un saluto a tutti e buon proseguimento.

  35. Luisa
    23 maggio 2016 alle 16:35 Rispondi

    Ciao Daniele Imperi è vero hai ragione,ho girato un pò quà un pò là,poi mi sono persa… :-) grazie per il link adesso provo…

  36. Luisa
    23 maggio 2016 alle 17:30 Rispondi

    Ciao Daniele mi sono registrata sul link che mi hai mandato , ho messo la foto ma… da voi non viene visualizza perchè?

    • Daniele Imperi
      23 maggio 2016 alle 17:38 Rispondi

      Non so, quando commenti qui usi la stessa email con cui ti sei registrata su Gravatar?

  37. Luisa
    23 maggio 2016 alle 21:23 Rispondi

    Sono tornata su Gravatar ho riguardato i vari passaggi ed ecco fatto come per magia… grazie

  38. maddalena
    12 febbraio 2017 alle 10:36 Rispondi

    Interessante articolo… dopo tutto qualunque scrittore si chiede, incuriosito e intimorito, quali logiche stiano davvero dietro un silenzio di mesi o anni. Sbirciare dietro le quinte è utile. Quanto alla sinossi, scopro che a volte, a dispetto del significato originario del termine, alcuni chiamano così quella che invece è una semplice presentazione. Nel dubbio, normalmente invio una sinossi vera e propria, quando questa è richiesta, ma, come molti, preferisco il fascino di una presentazione ben scritta. Dici che la sinossi “stimola l’immaginazione”, ma purtroppo, per com’è fatta, è il risultato quasi scientifico di fatti emotivi, un po’ come una radiografia…

    • Daniele Imperi
      13 febbraio 2017 alle 08:17 Rispondi

      Ciao Maddalena, benvenuta nel blog. Ho letto diversi articoli su come scrivere una sinossi, ma ancora non ne so scrivere una. Poi c’è chi dice che non vada svelato il finale, chi invece che bisogna dire tutto.

      • maddalena
        13 febbraio 2017 alle 08:41 Rispondi

        La sinossi vera e propria per regola deve includere il finale, ma comunque, al di là di questo terrificante particolare, dovendo essere priva di stile e solamente un rendiconto della trama, si spolpa. Personalmente mi ritengo forte nello stile, più che nella trama, quindi con la sinossi così nuda non offro certo il mio migliore biglietto da visita! Grazie a te, Daniele, ero già venuta qui in passato, ma ora comincerò a stabilirmici :)

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