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Cosa deve offrire una storia

Cosa deve offrire una storia
Quanto sei esigente quando leggi un libro?

Giovedì ho visto al cinema l’ultimo film sugli X-Men e, rispetto ai precedenti, a me non è piaciuto. Mi sono anche addormentato una decina di volte e non è una cosa che di solito mi capita al cinema, anzi.

Qui non voglio parlare di film perché non è il luogo adatto, però posso parlare di storie e un film è fatto da questo, non da effetti speciali. Così mi sono messo a ragionare su cosa debba dare al lettore un romanzo o un racconto, prendendo come spunto quelli che, secondo me, sono stati i punti deboli del film, anche se tratto da un vecchio fumetto. Diciamo, allora, che il film sugli X-Men è solo una scusa per parlare di scrittura creativa.

Una trama unica o quanto meno originale

Che il film provenga da un fumetto del 1981 per me non ha alcuna importanza: il film è trasmesso oggi, nel 2014, e una trama come quella a me risulta scontata e abusata. Vista, soprattutto, decine e decine di volte.

Quando leggo un romanzo, io voglio leggere qualcosa che non appartiene già al mio bagaglio di ricordi. Quando leggo, voglio essere stupito con qualcosa di originale.

Intermezzo con Gabriel García Márquez

Ho appena finito di leggere Cent’anni di solitudine di Márquez e per me è stata una sofferenza nel vero senso della parola. L’ho finito perché mi sono imposto di finirlo, altrimenti lo avrei abbandonato dopo 50 pagine. Mi è sembrato di leggere non una storia vera e propria ma una trama lunga quasi 400 pagine.

Ok, è il suo stile e può piacere o meno. A me non piace e non leggerò altro di lui – come, penso, non leggerò altra letteratura latinoamericana – ma Márquez ha una proprietà di linguaggio incommensurabile. Arricchirà il mio dizionario segreto di oltre 30 parole.

Soprattutto, Cent’anni di solitudine è una storia originale, è unica, è talmente piena zeppa di ministorie una collegata all’altra che renderlo al cinema sarebbe impossibile. Forse ci riuscirebbero con una telenovela, ma lo rovinerebbero. Certo, per me non è stata una bella pensata chiamare almeno 4 o 5 personaggi Aureliano Buendia e altri 3 o 4 Arcadio Buendia, ché alla fine non capivo più chi fosse uno e chi l’altro. Ma credo questa sia un’altra sua caratteristica.

Soluzioni credibili e non banali

Una storia è fatta di ostacoli e soluzioni. La loro entità dipende dalla storia in sé. C’è un nemico e dobbiamo combatterlo e il “come” è la nostra soluzione. Nel film X-Men la soluzione adottata io l’ho già vista non so più quante volte. Ripeto: sto parlando della storia del film a prescindere dal fumetto dell’81.

Tratto o meno da un vecchio fumetto, quindi, nel 2014 quella soluzione a me non dà più alcuno stimolo, alcun divertimento, alcuno stupore.

Intermezzo con Haruki Murakami

Quando ho letto 1Q84 di Murakami, ho trovato diverse soluzioni interessanti. Alcune, come ho contestato nell’articolo, erano troppo semplicistiche, ma non parlo di soluzioni ai veri ostacoli che incontrano i personaggi.

Nella scelta di risolvere la storia Murakami ha confezionato bei capitoli. E, soprattutto, io lettore non mi aspettavo nulla, non riuscivo a intuire cosa sarebbe accaduto e non ho visto in quelle soluzioni qualcosa di già vissuto.

Divertimento

Una storia si legge anche per puro piacere, no? Per passare il tempo, per evadere, come si dice spesso. Quella degli X-Men non pecca qui, perché il film è godibile e si vede senza problemi, nonostante io mi ci sia addormentato varie volte per qualche secondo.

Ma comunque diverte, bisogna dirlo. C’è azione, c’è tutto quello che volete per un film supereroistico.

E un romanzo deve anche fare questo: non sempre divertire, certo, dipende dalla storia. Ma intendo la parola divertimento come dall’etimologia di divertire, ossia di volgere altrove. Allontanare dalla quotidianità.

Questo, forse, è uno dei grandi traguardi della narrativa.

Cosa deve offrirvi una storia?

Rappresaglie a parte per il mio giudizio sull’ultimo film degli X-Men – su Twitter ho rischiato il linciaggio :) – che pensate di questo mio ragionamento?

36 Commenti

  1. franco battaglia
    1 giugno 2014 alle 07:55 Rispondi

    Se riesce in un gran bel finale, può permettersi anche pause e parziali sbraghi intermedi (certo non tali da farti abbandonare la presa prima dell’epilogo…).

  2. Fabio Amadei
    1 giugno 2014 alle 10:27 Rispondi

    Mi domando come hai fatto ad addormentarti se dici che il film e’ divertente e d’azione ?

    • Daniele Imperi
      1 giugno 2014 alle 11:04 Rispondi

      C’è azione ma non sempre. Alcuni pezzi divertono e altri mi annoiano.

  3. MikiMoz
    1 giugno 2014 alle 12:48 Rispondi

    Ti dico solo che ho la storia a fumetti, da cento anni (chi lo immaginava ne avrebbero fatto un film?).
    Ecco, forse sono stati fuoritempo.

    Comunque, una storia per me può essere anche semplice o proporre situazioni e soluzioni (ab)usate, ma dipende da come mi viene raccontata.
    Se ci pensi, KillBill è una semplice vendetta uno vs uno, di una persona sopravvissuta che giunge a fare il c*** a chi ha compiuto il massacro.
    Qualsiasi film di Swartzenegger è così.
    Eppure, KillBill è KillBill.

    Moz-

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2014 alle 18:25 Rispondi

      Anche secondo me sono stati fuori tempo. Concordo alla grande su Kill Bill ;)

  4. Grazia Gironella
    1 giugno 2014 alle 14:00 Rispondi

    Secondo me è vero che un romanzo deve divertire, in molti sensi: portare via/lontano/oltre (anche in profondità, quindi), e poi mostrare le cose sotto una luce diversa, quella che ti fa dire “ah, sì, è proprio così!”, anche se magari quella cosa ti sembrava di conoscerla a menadito. Mi sottopongo di rado a romanzi pesanti ma considerati eccezionali; per me la pesantezza è un difetto, non una caratteristica qualunque. Anche se poi tutto dipende dai gusti, perché Moby Dick mi è piaciuto, per fare un esempio.

  5. Francesca
    1 giugno 2014 alle 14:17 Rispondi

    Non è un po’ difficile stabilire se una trama sia originale o no? Spesso giudico banali storie che i miei amici trovano appassionanti…

  6. LiveALive
    1 giugno 2014 alle 15:50 Rispondi

    Ciao Daniele, sempre bellissimo leggere i tuoi post.
    Io ho sempre riflettuto tanto sullo stile e poco sulla trama: ecco la mia dannazione. Personalmente però mi piacciono tanto anche certi testi senza intreccio (il Notturno di D’Annunzio, volendo anche la Recherche). In fondo, un testo può dare tanti piaceri diversi.
    Il problema è che ora una trama voglio scriverla, e non so dove prendere!
    Cosa deve offrire una trama? L’unica cosa fondamentale affinché MI piaccia una trama è: che presenti una serie di eventi “umani”, che possa comprendere e quindi “introiettare”. Se una trama non mette l’umanità al suo centro, facci fatica a sviluppare un qualsiasi tipo di empatia. Ecco perché le trame tutte incentrate su eventi o situazioni non mi dicono niente.

    P.S.: per la trama banale, considera che per i fans duri e puri è più importante la vicinanza al fumetto originale che la qualità della trama in sé.

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2014 alle 18:30 Rispondi

      Grazie :)

      Allora: la trama è fondamentale perché è la storia. Lo stile serve ad altro. Forse mi hai suggerito un post.

      Anche a me piacciono i romanzi senza intreccio, non è necessario per forza e dipende poi dalla storia e anche dal pubblico.

      Che intendi per eventi umani? Una situazione comporta comunque la presenza dell’uomo.

      Capisco che il film sia più godibile se vicino al fumetto, ma come ha detto Miki sono fuori tempo, adesso.

      • LiveALive
        2 giugno 2014 alle 19:34 Rispondi

        Per “eventi umani”… Difficile spiegarlo XD Ti faccio un esempio: il racconto di Poe Il Cuore Rivelatore ha al suo centro la condizione di un uomo: ciò è umano. Il racconto La Storia di Jenni di Voltaire invece ha al suo centro il dibattito con gli atei: questo non è umano. Un evento “umano” cioè mi parla del personaggio, della sua psicologia, mi mostra ciò che lo emoziona… Uno non umano bada solo all’azione, al messaggio, al viaggio, senza badare all’emozione del personaggio. Naturalmente anche un testo tutto azione può avere dentro momenti di umanità.

        • Daniele Imperi
          3 giugno 2014 alle 07:50 Rispondi

          Ho capito perfettamente. In effetti, sono due modi di fare narrativa, non ci avevo pensato. Sarebbe bello poter approfondire in un articolo.

  7. Ivano Landi
    1 giugno 2014 alle 21:32 Rispondi

    Io il fumetto da cui è tratto il film l’ho letto giustappunto nell’81 quando uscì. All’epoca ero abbonato alla serie originale americana.
    Non credo che vedrò il film, anche perché io tendo ad addormentarmi proprio nei momenti di maggiore azione che su di me hanno un effetto soporifero.
    Lo stesso discorso vale per i libri. Non ho mai voluto leggere Il signore degli anelli perché me lo immagino (forse sbagliando) pieno di scene d’azione. Quindi penso anch’io, come qualcuno più sopra, che il concetto di trama interessante sia molto soggettivo.

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2014 alle 18:32 Rispondi

      Il signore degli anelli non è così pieno di scene di azione, o almeno non ne ricordo così tante.
      Ma perché ti annoiano le scene di azione? Quali preferisci nei libri?

      • Ivano Landi
        2 giugno 2014 alle 19:18 Rispondi

        Diciamo che la mia descrizione ideale di un duello in un romanzo è: “I due si affrontarono. Uno vinse, l’altro perse”.
        Nei film sono un pò più tollerante purché non si vada troppo per le lunghe e la cosa non si ripeta spesso.

        • Ivano Landi
          2 giugno 2014 alle 19:25 Rispondi

          Le scene che preferisco nei libri sono quelle immerse nel quotidiano ma in cui aleggia un senso di mistero, di qualcosa nell’ombra. Del resto è anche il modo in cui mi pongo con la scrittura.

        • Daniele Imperi
          2 giugno 2014 alle 19:35 Rispondi

          Diciamo che neanche io amo le scene d’azione troppo lunghe. In alcuni casi sono utili, ma non sempre le gradisco, specialmente quelle su lotte e battaglie, che alla fine si ripetono sempre.

  8. Nani
    2 giugno 2014 alle 05:33 Rispondi

    Cosa deve offrire una storia?
    Eh, bella domanda!
    Quale tipo di lettore hai in mente?
    A chi vuoi parlare? Alla Nani che legge D’Annunzio o a quella che legge Asimov?
    Tutte le storie sono gia’ state raccontate, dicono in molti. Per questo la trama spiccia, ormai, trova il posto che trova. Sono proprio gli effetti speciali, il linguaggio, il modo in cui i vari tasselli vengono accatastati, che fanno la differenza.
    Ma molto dipende, come dicevo prima, dal pubblico a cui pensi di parlare, secondo me. Con questo non dico che devi essere schiavo dei desideri di chi potrebbe leggerti. Quel pubblico ideale che tieni sempre davanti mentre scrivi non e’ quello che ti leggera’, ma quello che tu stesso ti scegli in base alle tue inclinazioni personali.

    Ps: a me, il film, e’ piaciuto. Certo, io non avevo aspettative. O meglio, erano le aspettative di una che apprezza il genere da una certa distanza.

    E poi ha ragione LiveALive: i fan sono molto tradizionalisti: piu’ vicino all’originale e’, piu’ ci si diverte. Ed e’ buffo, perche’ spesso e’ solo puro affetto, pura emotivita’ che ci fa dare giudizi eccelsi in merito a prodotti che, a mente lucida, sarebbero appena meritevoli di attenzione.

    • LiveALive
      2 giugno 2014 alle 08:22 Rispondi

      In neurologia si stanno facendo ricerche in merito. Così come, per il bene della società, non discutiamo mai regole morali da tutti accettate (es. se l’omicidio sia un male non si discute), ugualmente, si pensa, il cervello potrebbe rinunciare al giudizio critico davanti ad opere socialmente accettate come capolavori.
      Anche il lato emotivo è fondamentale. Pensa che hanno dimostrato che la gente preferisce la Coca o la Pepsi solo in base ai ricordi che ci lega!

      • Daniele Imperi
        2 giugno 2014 alle 18:35 Rispondi

        Ti dico che per me non esiste nessuna divinità, tanto meno in letteratura. A me ha annoiato a morte Il vecchio e il mare di Hemingway e non capisco come abbia potuto vincere il Nobel con quel romanzo.

        Quindi il mio giudizio critico non si ferma davanti a nessuno :)

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2014 alle 18:33 Rispondi

      Io quando scrivo non ho in mente un tipo preciso di lettore, a meno che non stia scrivendo una storia per bambini o ragazzi.

      • Nani
        3 giugno 2014 alle 03:47 Rispondi

        Eppure, se io dovessi scrivere, penso che un lettore ideale me lo immaginerei.
        Quando ero piccola mi divertivo a scrivere storie di futuri apocalittici e ci mettevo scene davvero raccapriccianti. Poi pensavo a chi lo avrebbe letto, ai miei amici, all’idea che avevano di me e a quello che raccontavo nelle storie e mi bloccavo :D. Certo, evidentemente non sarei mai stata una grande scrittrice. O forse, adesso che so che il mio lettore me lo posso scegliere, potrei anche fare qualcosa di buono… per compiacere quel pubblico ideale che si aspetta un alto livello di scrittura, magari con un po’ di introspezione, personaggi ben analizzati (alla D’Annunzio, forse? Sicuramente non alla Asimov, che nonostante mi sia piaciuto, mi ha trasmesso quasi antipatia per il piattume del personaggio principale) e azioni poco super-eroiche e molto umane. E gia’ so che il mio pubblico ideale sarebbe veramente esiguo, ma almeno scriverei per compiacere qualcuno che stimo, non un generico “chi mi legge”.

        Ok, farneticazioni campate in aria, primo perche’ io non scrivo, e secondo perche’ magari ogni scrittore fa un po’ come gli pare. : D

        • Daniele Imperi
          3 giugno 2014 alle 08:03 Rispondi

          Vero che ogni scrittore fa come gli pare :)
          Però è interessante questo tema che hai affrontato e magari ci scrivo un articolo, vale la pena di approfondire per sapere anche come la pensano gli altri scrittori.

  9. LiveALive
    2 giugno 2014 alle 09:40 Rispondi

    Mi sono dimenticato una cosa, scusa il doppio post. Daniele, cent’anni di solitudine è un testo molto particolare, che può piacere alla follia come annoiare a morte. Altri testi di Marquez sono ben più narrativi. Forse puoi provare a leggere l’amore ai tempi del colera, oppure il mio preferito, dell’amore e altri demoni.

    P.S.: c’è qui un articolo sul rapporto tra scrittura e neurologia? Sarebbe interessante. Se non hai info in merito, io qualcosa di neuroestetica letteraria ho studiato, se ti interessa posso inviarti qualche idea.

    • Nani
      2 giugno 2014 alle 10:45 Rispondi

      Ehm, non sono a casa mia e forse non dovrei permettermi, ma io lancio lo stesso l’idea. A me interesserebbe una cosa del genere. Perche’ non proponi un guest post o come si chiamano?

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2014 alle 18:37 Rispondi

      Per ora non credo di avvicinarmi più a Marquez.

      Qui di quel tema non c’è nulla, però, se sei preparato, puoi proporre un guest post sull’argomento, ché è interessante.

      • LiveALive
        2 giugno 2014 alle 20:43 Rispondi

        Ho provato a inviarti un messaggio sull’argomento na non so se è arrivato…

        P.S.: a me il vecchio e il mare è piaciuto un sacco. Credo che l’accusa d’essere “kitsch” sia fondata: fa di tutto per commuoverti, anche con banalità… ma per me ci riesce. Considera poi che il Nobel è anche questione politica: a Tolstoj non l’hanno dato solo perché aveva dichiarato che l’avrebbe donato… a quei religiosi di cui non ricordo il nome.

        • Daniele Imperi
          3 giugno 2014 alle 07:55 Rispondi

          Sì, email arrivata e ho anche risposto, grazie :)

          Il Nobel, dopo averlo dato a Obama per non aver fatto assolutamente nulla, per me non è più sinonimo di qualità. Quindi non lo prendo più in considerazione.

          E Tolstoj lo avrebbe meritato.

  10. Alessandra
    2 giugno 2014 alle 12:30 Rispondi

    A mio parere una storia deve sapersi distinguere da tutte le altre che già girano e che, bene o male, finiscono sempre con il ricalcarsi una con l’altra. Ormai oggigiorno è difficile inventarsi qualcosa di completamente nuovo – come ha già detto qualcuno – e allora va bene prendere ispirazione da qualcosa di già visto o già letto o già sentito, ma quello che fa la differenza è come lo scrivi e le eventuali varianti, possibilmente intriganti e originali, che riesci ad aggiungere. Parlando da lettrice vengo generalmente attirata non solo da chi sa scrivere bene, in modo interessante e forbito, ma anche e soprattutto da chi sa “differenziarsi”, vuoi per stile o per inventiva o per qualcosa in più che poi alla fine è sfuggevole, sottile, indefinibile, ma che è importante che ci sia…

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2014 alle 18:39 Rispondi

      Sì, hai ragione, oggi è molto importante differenziarsi, perché è davvero pieno di fotocopie nell’editoria. Studiare quindi varianti, come dici, e creare qualcosa di mai visto finora.

      Difficile, certo, ma scrivere è creare e la creazione non è un compito facile, no?

  11. Chiara
    3 giugno 2014 alle 09:02 Rispondi

    L’argomento è molto interessante, e Posso affermare con certezza che io in una storia cerco due cose:
    1)La capacità di sorprendermi: avendo letto moltissimo ed essendo a mia volta un’aspirante scrittrice, credo di essere diventata molto intuitiva per quanto riguarda svolte narrative e colpi di scena. Quando non riesco ad anticipare l’autore, la storia in sé acquista punti.
    2)Il messaggio: ritengo che una storia non debba essere sbattuta sulla pagina senza cognizione di causa ma debba contenere in sé degli elementi da leggersi fra le righe. Il leitmotiv e la filosofia che accompagna la narrazione, anche quando implicita, sono fondamentali per portare oppure togliere valore.

    • LiveALive
      3 giugno 2014 alle 09:40 Rispondi

      Questa è una cosa molto importante, per me ci si può fare un articolo: la componente filosofica del libro. Da un lato, è sbagliato credere, come si dice a scuola, che tutto il testo esista solo per esprimere il messaggio. Dall’altro, è ugualmente sbagliato credere che la trama sia lì solo per divertire, come se Dostoevskij fosse un menestrello. Il punto è che il messaggio di un testo non è cosa esterna all’estetica: anch’esso contribuisce.

      • Chiara
        3 giugno 2014 alle 09:50 Rispondi

        Sono d’accordo. Ritengo che una buona storia nasca dall’equilibrio di diversi elementi, da un gioco finalizzato a creare armonia, senza che aspetti secondari prevalgano su quelli primari.

        Mi sto documentando al riguardo, perché intendo pubblicare, sul mio blog, un post dedicato al messaggio contenuto in una storia… Dunque è un argomento che sto un po’ masticando :)

  12. Per quali lettori scriviamo?
    12 giugno 2014 alle 05:01 Rispondi

    […] Eppure, se io dovessi scrivere, penso che un lettore ideale me lo immaginerei. Nani su Cosa deve offrire una storia […]

  13. Storie di uomini o di eventi?
    26 giugno 2014 alle 05:00 Rispondi

    […] Se una trama non mette l’umanità al suo centro, faccio fatica a sviluppare un qualsiasi tipo di empatia. LiveAlive su Cosa deve offrire una storia. […]

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