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5 consigli di buona scrittura

5 consigli di buona scrittura

Giorni fa abbiamo letto alcuni consigli per migliorare la scrittura, ma si parlava di riletture, di correzione di bozze e editing, di subordinate e significati di parole. Oggi il discorso è diverso, perché più inerente alla scrittura, possiamo dire.

Questi consigli provengono direttamente dalle revisioni effettuate agli ultimi testi che ho scritto, sia di narrativa sia di saggistica.

La coerenza nella scrittura

Che significa essere coerenti quando scriviamo? La scrittura non è fatta solo di parole, ma anche di convenzioni. Quando ne scegliamo una, dobbiamo continuare con quella. La convenzione scelta diventa una sorta di regola personale.

Sapete che la parola “alce” è sia maschile sia femminile? Quindi è corretto scrivere “gli alci” e anche “le alci”. Questo è solo un esempio, dʼaccordo, non credo che ci capiti spesso di usare questo animale in una storia, ma se capitasse? Allora bisogna scegliere la nostra convenzione: se decidiamo per “le alci”, nella storia dobbiamo lasciare la parola al femminile.

Cʼè poi la questione delle d eufoniche. Le usate o no? E quando? E come? Io tendo a eliminarle dove possibile, lasciandole soltanto se a contatto ci sono due vocali uguali e con lo stesso accento. Per me è scorrevole leggere “e era”, ma non lo è “e esatto”. Queste sono le mie convenzioni con le d eufoniche.

Come vi comportate con le preposizioni articolate? Nel linguaggio parlato siamo abituati a dire “col cavolo”, dove quel “col” è una fusione tra “con” e “il”. Il problema, se vogliamo chiamarlo così, è che non è molto coerente usare vicendevolmente una forma e lʼaltra. Devo dire che a me questa fusione non fa impazzire e ho deciso di usarla soltanto nei dialoghi, ma nel testo cerco di evitarla.

Lʼabuso degli aggettivi

Io tendo a usarne molti, ma andrebbero dosati nel testo. Alle volte una frase mi sembra spoglia o perfino inconclusa se manca un aggettivo. In realtà il problema risiede altrove, il difficile è capire cosa davvero manca in quella frase.

Nella scrittura creativa lʼaggettivo, specialmente nel fantasy, dona un che di poetico al testo. È facile cadere in questa trappola, lasciarsi andare a un lungo elenco di aggettivi che descrivono lʼambiente o il personaggio con gli occhi del narratore, quando dovrebbe essere invece lʼabilità dellʼautore a farli descrivere al lettore.

Sì, in questo caso vale la regola dello show, donʼt tell, mostrare ciò che accade nella scena e non raccontarlo al lettore. Un buon autore, che sia uno scrittore o un blogger o un copywriter, non deve dare la pappa pronta al suo pubblico, ma innescare con la sua scrittura lʼimmaginativa dei lettori.

Quando in una frase iniziano a comparire troppi aggettivi, bisogna eliminarli, riscrivere la frase e cambiare punto di vista.

Nel suo libro The Copywriterʼs Handbook Robert Bly spiega di concentrarsi nei benefici di un prodotto e non sulla sua descrizione (ancora la regola dello show, donʼt tell). Tutti sappiamo come è fatta una matita, ma far notare al cliente che la sua forma esagonale impedisce di rotolare sui banchi inclinati di scuola ne esalta una delle qualità.

In rete ho letto questo testo – uno dei tanti – che fa abuso di aggettivi:

XXX unisce un’eccezionale affidabilità ad un servizio di prima classe: dall’iniziale richiesta di informazioni, fino al completamento di un progetto. I prodotti innovativi ad alte prestazioni sono costantemente testati e potenziati in laboratori dedicati, per garantire l’elevato standard di qualità XXX.

A parte il fatto che se la cantano da soli, qui lʼaggettivo ha la funzione di stupire il potenziale cliente, incantandolo con un elenco delle qualità dellʼazienda. Gli aggettivi sono quindi un aggancio, come ami in un lago in attesa che qualcuno abbocchi.

Lʼabuso di aggettivi e pronomi possessivi

Quante volte vi capita di usare a profusione “vostro/a”, “suo/a”, ecc.? Mentre scrivo non me ne rendo conto, ma in rilettura i miei testi spesso sono pieni di “vostro”, “vostre”, “sue”, “suoi” e così via. Unʼalta densità di aggettivi e pronomi possessivi in una piccola porzione di testo.

Aggettivi e pronomi possessivi

Il risultato? Per me sono ripetizioni. Sono parole che creano sensazioni di già sentito. Sono spesso inutili.

Rileggendo, mi accorgo che ne posso eliminare alcuni e rendere la scrittura più pulita, senza far perdere nulla alle frasi. Nellʼesempio sono riuscito a dimezzarli, ma si può fare di meglio.

Aggettivi e pronomi possessivi

Aggettivi e pronomi possessivi ci semplificano la vita, ecco perché sono unʼaltra trappola in cui non cadere. Forse è unʼabitudine che ci portiamo dietro dal linguaggio parlato, quindi ci risulta immediato usarli. Ma le parole volano, mentre gli scritti restano.

La giungla delle forme verbali

I verbi possono complicare la comprensione di un testo, così come possono rivelarsi inutili, come alcuni verbi servili. Sì, spesso i verbi servili non servono a niente, specialmente il verbo “potere”, che anche io tendo a usare troppo. Ecco alcune frasi prese dallo stesso racconto:

  • avrebbe aggiunto delle scale esterne per poter entrare: avrebbe aggiunto delle scale esterne per entrare
  • E se ci hanno messo una porta, è per poter bussare: E se ci hanno messo una porta, è per bussare
  • tanto che fosse impossibile poterli incollare per ricomporla: tanto che fosse impossibile incollarli per ricomporla
  • costretto a lavorare anche il sabato per poter accontentare tutti: costretto a lavorare anche il sabato per accontentare tutti

Il senso di queste frasi, togliendo il verbo servile, resta invariato.

Di solito, quando per esprimere un concetto usiamo quattro o cinque verbi, cʼè un problema. Io mi chiedo: davvero mi servono tutti quei verbi per la frase? E se ne togliessi qualcuno, che accadrebbe?

  • pensò di riuscire a poter arrivare alla pistola: pensò di riuscire a prendere la pistola o pensò di poter arrivare alla pistola o, meglio, poteva arrivare alla pistola
  • capì di essere stato costretto a fuggire: capì di aver dovuto fuggire o, meglio, aveva dovuto fuggire

Lʼimprecisione e lʼabuso degli avverbi

Giorni fa ho letto un post interessante di Luisa Carrada, sullʼassolutezza degli aggettivi, a cui finora non avevo pensato. Un aggettivo esprime un attributo, che non sempre ha bisogno di un avverbio per essere migliorato. Anzi, a volte lʼavverbio causa lʼeffetto opposto.

Se in un ristorante leggiamo “La nostra cucina è molto tradizionale”, significa che non è tradizionale al 100%, lo è molto, certo, ma non del tutto. Cosa manca a quella cucina per essere tradizionale?

Dopo la lettura di quel post mi sono venute in mente decine di esempi. Ecco cosa si trova online:

  • I prodotti sono tutti realizzati con la massima cura e sono soprattutto molto molto affidabili: “molto molto” affidabili quanto? Non sono quindi affidabili al 100%.
  • I controlli di qualità che attuiamo sono stretti e molto rigorosi: molto rigorosi quanto? Perché non sono totalmente rigorosi?
  • Lʼanalisi è molto approfondita: approfondita quanto?

Ma si può davvero continuare allʼinfinito. La comunicazione delle aziende italiane fa ridere.

Un altro problema che si riscontra nella scrittura è il gran numero di avverbi in -mente. Nel racconto pubblicato la settimana scorsa, dopo la revisione, ho voluto controllare la densità degli avverbi col solito metodo: “Cerca e sostituisci” del programma Writer, digito “mente”, clicco su “Cerca tutto”, poi su grassetto e colore rosso.

Cʼerano pagine e pagine senza avverbi, ma ne ho trovata qualcuna che ne aveva troppi. In oltre 9000 parole ho usato una ventina di avverbi in -mente. Una prima epurazione ne ha lasciati in vita 9, ma una seconda ne ha salvati soltanto due. Non immaginate quanti modi esistano per evitare un avverbio.

In alcuni casi li ho eliminati, in altri li ho sostituiti con dei sinonimi: “perfettamente”, per esempio, significa “alla perfezione”, come “completamente” significa “del tutto”.

Nella storia, però, ho usato anche la parola “mente”, credo in tutto 5 o 6 volte, che va a scontrarsi con gli avverbi creando brutte rime e ripetizioni. Nuova epurazione, quindi.

Ecco un esempio preso dal racconto, che dimostra lʼinutilità dellʼavverbio:

Una dopo lʼaltra le spie dei piani si accesero e spensero esattamente settantadue volte.

Si possono forse accendere e spegnere settantadue volte in modo inesatto? O forse quellʼavverbio voleva solo rafforzare il numero settantadue? Il settantaduesimo piano contiene già in sé tutti gli elementi per meravigliare il lettore o comunque per dargli unʼidea ben precisa di dove stesse andando il personaggio.

Conclusione

Coerenza, aggettivi, pronomi possessivi, verbi e avverbi: in quali di questi elementi vi siete riconosciuti? Quale errore commettete più spesso? E che soluzioni avete per evitarli?

30 Commenti

  1. Banshee Miller
    9 marzo 2015 alle 07:32 Rispondi

    L’articolo è molto corposo (molto quanto? no in questo caso mi pare che il molto ci possa stare) e istruttivo. La parte su verbi servili è da tenere sul tavolo ogni volta che si scrive. Penso che queste dritte siano da prendere in considerazione solo dopo la prima stesura, in fase di rilettura, e su questo sarai d’accordo. Tuttavia, non credi che in certi casi l’autore possa cercare una scrittura più “colloquiale” o volutamente terra terra, vicina alla lingua parlata, ad esempio se chi narra è un individuo terra terra appunto. Intendo questo: l’italiano corretto è l’italiano corretto, non si scappa, però mi capita di leggere storie dove si avverte una forte incongruenza tra il linguaggio usato e la tipologia di personaggio. Non parlo del discorso diretto, lì è ancora peggio, ma delle parti narrative. Insomma, se il mio personaggio è un bulletto di periferia non potrà mai parlare, pensare, fare niente come un docente universitario, e la cosa dovrà essere chiara anche grazie alla scrittura. Ecco, solo per dire che in alcuni casi queste regole possono essere infrante.

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2015 alle 13:23 Rispondi

      Sì, anche secondo me sono tutte cose da controllare in revisione. Ho scritto varie volte che i personaggi devono parlare in base alla loro classe sociale, al loro livello culturale, ecc. Quindi sì al linguaggio sgrammatico, se è un analfabeta o un bambino a parlare.

  2. Salvatore
    9 marzo 2015 alle 08:56 Rispondi

    Impiegherei troppo tempo a dare una risposta coerente alla tua domanda e questa mattina non ne ho proprio. Diciamo solo che ultimamente tendo a concentrarmi più sui contenuti che sulla forma. Lo stile ormai è acquisito. Quando non hai più troppi dubbi su come scrivere una cosa, arriva allora il momento di concentrarsi su cosa scrivere. Non sto dicendo di essere perfetto o di non commettere una grandinata di errori e ripetizioni. Quelli, però, si sistemano in revisione senza troppi problemi.

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2015 alle 13:25 Rispondi

      I contenuti sono senz’altro importanti, ma secondo me la forma va curata sempre, anche in prima stresura, altrimenti rischi di riscrivere la storia da capo.

      • Salvatore
        9 marzo 2015 alle 14:16 Rispondi

        Ultimamente la mia idea è proprio questa: riscrivere la storia da capo, in revisione. Mi sono accorto che quando faccio così, i miei racconti escono fuori meglio. Non so per i romanzi però, potrebbe essere un’operazione eccessivamente lunga…

        • Daniele Imperi
          9 marzo 2015 alle 15:01 Rispondi

          Sì, per un romanzo non ti passa più a riscriverlo da capo. Ma comunque io non sono d’accordo, se non necessario, con una riscrittura completa.

  3. LiveALive
    9 marzo 2015 alle 09:39 Rispondi

    Dici che l’abilità dell’autore deve spingere il lettore a descrivere lui, a sfruttare la sua capacità immaginativa. Dici che è show don’t tell, ma in realtà è proprio il contrario: l’SDT tenta di stimolare l’immaginazione sì, ma dicendoti cosa immaginare, descrivendo concretamente, non lasciando libera interpretazione. Chiaramente qui ci sono diverse idee: da un lato uno può dirsi “perché l’autore dovrebbe lasciarmi immaginare le cose a me, se guidare l’immaginazione è il suo lavoro?”, dall’altro ugualmente può dirsi “perché vuole descrivermi tutto l’autore, se il legame tra una immagine e la sua emozione è personale? Perché non lascia che l’emozione del testo susciti una immagine, invece di credere erroneamente che sia possibile forzare una emozione tramite immagini imposte?”. Io sono a mezza via, comunque.

    Nella scrittura creativa non bisogna mai fare il ragionamento: “se tolgo questa parola il significato rimane uguale, quindi conviene toglierla”. Ricorda che il significato può rimanere uguale, ma il contenuto informativo è unico. Anche i verbi servili aggiungono una sfumatura, vuoi per il suono, vuoi per il ritmo, vuoi per la sottolineatura teleologica: basta solo sapere quando usarli è una buona retorica, e quando no.

    Sostituire “perfettamente” con “alla perfezione” non cambia nulla. Se gli avverbi non piacciono generalmente è perché sono “riassuntivi”: più che “mangiare avidamente” tu “ti ficchi in bocca una forchettata da chilo”.
    Credo comunque nella bontà di certi avverbi: a volte hanno un bel suono, e comunicano sfumature non comunicabili altrimenti, come quell’uomo “ridicolmente calvo”.

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2015 alle 13:29 Rispondi

      Lo show, don’t tell può essere interpretato.
      La sfumatura dei verbi servili c’è senz’altro, ma non sempre è necessaria, secondo me.
      Io non condanno gli avverbi, ma ho detto che creano rime involontarie, quindi suoni ripetitivi.

  4. Chiara
    9 marzo 2015 alle 10:25 Rispondi

    Brutta roba le d eufoniche!
    Io tendo a ragionare come te, e a(d) utilizzarle solo quando riguardano due parole che iniziano con la stessa vocale. Il problema è che a volte sviluppo degli automatismi, qui al lavoro, che mi condizionano nella scrittura creativa. Ad esempio, l’altro giorno ho redatto un documento e il mio capo mi ha fatto aggiungere tutte le “d”. So che lui vuole così, quindi mi faccio violenza per scrivere seguendo uno stile che non mi appartiene. Il problema è che poi, quando scrivo di getto, mi trovo ad aggiungerle quasi inconsciamente… e quando rileggo il foglio diventa un cimitero, con tutte quelle croci! :)

    Altre fissazioni?
    Non sopporto quando compaiono due complementi di specificazione o di termine consecutivi.
    Esempio: “non è riuscito ad andare al mare” così come “mi sono dimenticata di dirti di comprare il pane”. Di solito, cerco altri modi per esprimere il concetto.
    Allo stesso modo, quando ci esistono due varianti della stessa parola (vedi “assomigliare” e “somigliare”) tengo a scegliere quella più breve. Non mi piacere scrivere “la lettera viene spedita” e preferisco usare “la lettera è spedita”. Cerco di evitare quelle forme della lingua italiana troppo legate al parlato, e quindi grossolane.

    Gli aggettivi mi piacciono perché do molta attenzione ai dettagli visivi e, in generale, sto cercando di conferire maggior specificità al mio linguaggio. Per esempio, ieri mi sono trovata a correggere una frase in cui un personaggio diceva a un altro “so che sei arrabbiato per questa cosa”. Ma cosa? Non fa un altro effetto scrivere “So che sei arrabbiato perché …” ecc. Insomma, oggetti e situazioni devono essere chiamati con il proprio nome.

    Per quel che riguarda gli avverbi, sono riuscita a limitarne l’utilizzo. Invece devo imparare a epurare i gerundi. In linea di massima, come Salvatore, anche io ho trovato il mio stile. Determinate scelte sono ormai spontanee e tendo a concentrarmi più sul contenuto. :)

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2015 alle 13:33 Rispondi

      Era un documento ufficiale? In quel caso ci può stare, anche se io avrei detto al capo che sono oscene le d eufoniche.
      Neanche a me piacciono i complementi consecutivi, ma neanche quando compaiono due “che” consecutivi, per esempio: “Disse che le dispiaceva che era stata male”.
      Io allora cambio in: “Disse che le dispiaceva di esser stata male”.
      “Viene” al posto di “è” tendo a usarlo spesso, ma non piace neanche a me.

      • Chiara
        9 marzo 2015 alle 14:42 Rispondi

        Anche io scriverei così. Nemmeno a me piacciono due “che” consecutivi..
        il documento era ufficiale, ma questo significa poco. Anche nei processi aziendali l’uso della lingua va svecchiato. A me invece sembra che alcuni abbiano preso l’italiano per metterlo in una teca di vetro. Mentre gli altri non vanno oltre il dialetto. Qualche giorno fa ho ricevuto un’email in cui mi era chiesto di “ritornare il documento firmato” … voglio morire !!! :D

        • Daniele Imperi
          9 marzo 2015 alle 15:02 Rispondi

          Se è per questo, tutti i testi istituzionali andrebbero riscritti da capo :)
          Ritornare con quel significato l’ho sentito anche io… senza parole.

  5. Marina
    9 marzo 2015 alle 13:42 Rispondi

    Per me il testo funziona quando leggi e senti dei suoni librarsi nell’aria. Visione poetica? Forse, ma intendo dire che le parole devono combinarsi fra loro in modo musicale, non creare stonature. Quando revisiono ciò che scrivo mi capita di fare delle smorfie se trovo frasi che fermano il ritmo del discorso, periodi troppo lunghi dove finisci per perdere il soggetto dell’azione perché ci sono molti incisi, subordinate, parentesi. Il mio difetto era (dico era perché adesso che me ne sono accorta faccio più attenzione) inserire un mare di puntini di sospensione; l’errore consiste nel concentrarsi troppo sul pensiero che scorre: “Quest’anno sarò sola la notte del trentuno dicembre, non mi importa granché, sono abituata alla solitudine… Ieri ho visto Sandro, era con l’altra; quasi mi stupisco della mia indifferenza; del resto, troppo a lungo sono stata vittima, ignara, di un tradimento che probabilmente avrei potuto prevedere…”.Questo era l’incipit del mio romanzo: “era” perché durante la revisione ho eliminato tutti quei puntini sospensivi. Non servivano a niente, se non a registrare un flusso di pensieri che comunque resta immutato anche senza quei “sospiri”!
    Ma quant’è difficile scrivere!

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2015 alle 13:51 Rispondi

      Il suono delle parole è importante anche per me. I puntini di sospensione io invece tendo a usarli molto raramente, anzi quasi per niente. Il fatto è che esiste l’errata convinzione che comunichino determinate sensazioni al lettore, ma non è così.

  6. Michè
    9 marzo 2015 alle 15:05 Rispondi

    Ciao Daniele, ovviamente l’azienda di cui hai citato il testo è leader nel suo settore. xD

    Non so da dove cominciare, e neanche se hai ragione o meno. Sono solo certo che molto di quello che a te da fastidio a me non lo da. E forse questo dimostra che alcune, o molte, regole della scrittura sono tutt’altro che oggettive e indiscutibili.

    Ora per ordine chiarisco su cosa siamo d’accordo e su cosa no.

    1. NO. Sulle d eufoniche la penso diversamente. Non so spiegarti il motivo, però leggere “e era” oppure “e esatto”, mi infastidisce parecchio.

    2. SI’NO. Sull’uso degli aggettivi concordiamo ma in parte. Per quanto lo scrittore possa usarne in abbondanza, l’immagine che lui ha, che so?, di un sottomarino giallo, non combacerà mai perfettamente con quella che io ho dello stesso sottomarino. Però, convengo che se usati come nell’esempio che hai riportato, sono un tantino insopportabili. Come hai ben detto: se la cantano e se la suonano. Ridicoli.
    Comunque sia, se ti va, potresti leggere questo articolo sugli aggettivi dal titolo: “Libri best seller: La chiave sono gli aggettivi.”
    http://www.angolopsicologia.com/2014/03/libri-best-seller-la-chiave-sono-gli.html

    3. SI’. Sui pronomi possessivi concordo. Assolutamente. Anche se da qualche parte ho letto che il pronome in seconda persona singolare è utilissimo nell’email marketing. Tant’è vero che nell’ultima email che mi ha inviato Zalando, in una manciata di frasi ne avrò contati 8. D:
    Ma con i pronomi personali bisogna andarci ugualmente piano o no? Perché sempre nella stessa email, anche questi erano abusatissimi.

    4. SI’. Concordo anche sui verbi servili. Mi provocano la stessa sensazione di fastidio che provo quando mancano le d eufoniche.

    5. SI’. Concordo! In questi casi, non ha senso asserire “La nostra cucina molto tradizionale”. Lo è e basta. Stop! “I controlli sono rigorosi”. Stop! Anche se in quest’ultimo caso un dubbio mi viene, l’avverbio non da enfasi all’aggettivo? Cioè, io non mi domando cosa ci sta dentro a quell’avverbio, ma piuttosto penso:”Wow, i controlli sono molto rigorosi. Allora vado sul sicuro.” Sono confuso. D:
    Curiosità: Lo psichiatra Milton Erickson, faceva grande uso di avverbi(e aggettivi) per mandare in trance ipnotica i suoi pazienti. A te non piacerebbe mandarci i tuoi lettori? xD Se è sì, dovresti dare una possibilità a “Opere. Vol. 1: La natura dell’Ipnosi e della suggestione.”, “Opere. Vol. 2: L’Alterazione ipnotica dei processi sensoriali, percettivi e psicofisiologici.”, “Tecniche di suggestione ipnotica. Induzione dell’ipnosi clinica e forme di suggestione indiretta”, “Le nuove vie dell’ipnosi. Induzione della trance. Ricerca sperimentale. Tecniche di psicoterapia”. Costicchiano, però fanno fare il salto. Anche agli scrittori.

    Hasta presto.

    • Michè
      9 marzo 2015 alle 15:07 Rispondi

      Hasta pronto, ovviamente. U_U Ri-ciao! xD

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2015 alle 15:22 Rispondi

      Il linguaggio dell’email marketing è diverso da quello del blog o della narrativa :)
      Sì, anche coi pronomi personali bisogna stare attenti, secondo me.
      Non mi piace suggestionare e ipnotizzare i lettori :)
      I lettori devono leggermi, ma restando padroni del loro pensiero e delle loro azioni.

      • Michè
        9 marzo 2015 alle 15:55 Rispondi

        Certo, è che mi premeva dirlo. xD
        Come sospettavo.
        Anche non volendolo, con le tue parole suggestioni, ipnotizzi, influenzi già pensiero e azioni dei tuoi lettori. Basta poco. Ne basta una (di parola).

        Vedi per es. il priming: “Il Priming è un effetto psicologico per il quale l’esposizione ad uno stimolo influenza la risposta a stimoli successivi. L’influenza dello stimolo può esercitarsi a livello percettivo, semantico o concettuale. Ad esempio, la ripetizione di una certa parola aumenterà la probabilità che una parola simile sia fornita come risposta ad una domanda, benché non sia la risposta corretta.”.

        Non c’è nulla di male a massimizzare quello che fai già.

  7. Grazia Gironella
    9 marzo 2015 alle 15:16 Rispondi

    I problemi che sollevi sono tutti fondati. C’è un margine di discrezionalità sull’uso di aggettivi e avverbi, legato allo stile personale dell’autore, ma i principi generali restano validi. Gli avverbi sono modificatori della parola che accompagnano, perciò il possibile danno è implicito nella loro funzione. Perché devo modificare ciò che esprimo con il verbo? E’ necessario, oppure lo è diventato perché ho scelto un verbo generico? Controllato questo, non mi metto problemi a usare avverbi quando mi piace il suono. Gli avverbi che esprimono indeterminatezza, invece, cerco di evitarli (molto, poco, forse), così come gli aggettivi vaghi che mirano a suscitare emozione (splendido, terrificante, incredibile). Tutto questo per quanto riguarda la narrativa. Scrivere saggistica è diverso, scrivere per il blog ancora diverso. Inserisco le “d” eufoniche quando si trovano accostate due vocali uguali, a prescindere dall’accento.

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2015 alle 15:25 Rispondi

      Giusta osservazione sul verbo: bisogna partire da lì per vedere se l’avverbio va usato o no.
      Gli aggettivi che suscitano emozione si trovano spesso in alcuni autori del passato, come Lovecraft. Ne ricordo molti, usati forse per evocare meraviglia, orrorre e simili.

  8. Tenar
    9 marzo 2015 alle 15:24 Rispondi

    In linea teorica, in un testo ogni parola dovrebbe essere necessaria. Ogni storia dovrebbe essere raccontata con il minor numero di parole possibili per quella storia. Questo vuol dire che si dovrebbe arrivare al punto in cui togliendo una qualsiasi parola si perde qualcosa, perché tutto il superfluo è già stato tolto.
    Però ho usato il verso servile “dovere” e il condizionale, perché nella prassi non riesco ad avere un controllo totale sui miei testi, ci devo ancora lavorare…
    Verbi servili, aggettivi, pronomi e avverbi in -mente? Vanno usati quando sono indispensabili né più né meno. L’abilità dello scrittore sta proprio nel determinare questa indispensabilità. Io tendo ad eccedere con “suo” e dimenticare “proprio” e non ne saprei dire il motivo. Gli avverbi in -mente mi stanno simpatici, ma, ad esempio, nei racconti brevi non li metto quasi mai, in una prosa lunga dal ritmo più rilassato non mi faccio troppi problemi.

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2015 alle 15:29 Rispondi

      Hai ragione sul numero di parole per una storia: questo è un lavoro da fare con revisione prima e editing poi.
      Anche a me capita di usare più spesso “suo” e non “proprio”.
      Quando usi gli avverbi, prova a fare la ricerca che ho mostrato io nel post e poi dimmi che esce fuori :)

  9. Lisa Agosti
    9 marzo 2015 alle 17:07 Rispondi

    Tra le trappole elencate quella che mi trovo più spesso tra i piedi è la ripetizione dei pronomi possessivi. Il romanzo che sto scrivendo è in terza persona ed è un ammasso di “suo”, “suoi”, “suo”, “suoi”. Per migliorarlo cerco di ragionare proprio come hai fatto anche tu nell’esempio, riga per riga, cercando di eliminare i pronomi superflui e cambiando la forma della frase quando possibile.

    Per quanto riguarda gli avverbi, invece, ho deciso di non prestare preoccuparmene perché alcuni dei miei autori preferiti ne usano a palate e sono famosi lo stesso.

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2015 alle 18:31 Rispondi

      Quella dei pronomi forse è la più frequente.
      Quali autori usano a palate gli avverbi?

  10. helgaldo
    9 marzo 2015 alle 17:41 Rispondi

    Hai scritto: per me è scorrevole leggere “e era”, ma non lo è “e esatto”. Non capisco quale sia la differenza. Quindi scrivi “e era” e “ed esatto”?

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2015 alle 18:33 Rispondi

      La differenza è nell’accento delle parole. Ho scritto che uso la d eufonica “se a contatto ci sono due vocali uguali e con lo stesso accento”. “E era” sono formate da una “e” chiusa e da una aperta, in “esatto” invece sono entrambe chiuse.
      In genere osservo questa mia regola.

  11. Marco
    10 marzo 2015 alle 07:54 Rispondi

    Ho imparato (o almeno mi illudo di avere imparato) a usare con più parsimonia gli aggettivi, e a limitare gli avverbi. Prima, ne facevo largo uso. Se per caso rileggo quanto scrivevo anni e anni fa, per prima cosa rabbrividisco. Poi mi rendo conto di aver “prosciugato” la mia scrittura, e spero di averla resa più potente e meno barocca. Il punto è che non basta leggere o leggere tanto, ma capire come lo scrittore affronta la scena, i dialoghi, le descrizioni. Molto utile è stata la lettura di certi libri (“On Writing” di Stephen King, tra gli altri), che spiegano soprattutto cosa evitare.

    • Daniele Imperi
      10 marzo 2015 alle 08:00 Rispondi

      Rabbrividisco anche io rileggendo vecchi racconti, ma è normale. Non lo sarebbe se ci piacessero ancora quegli scritti.
      Non credo che migliorare nella scrittura significhi per forza prosciugarla. È solo una questione di attenzione al testo e alla sua musicalità e funzionalità, anche.

  12. Giordana
    11 marzo 2015 alle 11:38 Rispondi

    Di solito quando parli con un aspirante autore di riduzione di aggettivi e avverbi la risposta che ti senti dare è sempre: “ma fanno parte della lingua italiana!”
    I più colti ti accusano anche di uccidere la varietà della nostra lingua per copiare il modello ‘sterile e povero’ della lingua inglese.
    Ridurre aggettivi e avverbi al minimo indispensabile significa ottenere frasi precise, corrette ed evocative utilizzando il verbo giusto e perché ciò avvenga occorre padroneggiare un buon vocabolario. Tutto ciò non ha niente a che vedere con l’impoverimento della lingua.

    • Daniele Imperi
      11 marzo 2015 alle 13:17 Rispondi

      Tutte le parole fanno parte della lingua italiana, ma bisogna vedere come si usano :)
      Neanche io penso che venga impoverita la lingua: spesso l’abuso di avverbi e aggettivi vuole soltanto gonfiare il poco che c’è.

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