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Il tempo della comunicazione interattiva

Comunicazione interattiva
C’era un tempo in cui le storie erano narrate oralmente e un altro in cui erano scritte per esser lette su carta. Quei tempi sono finiti con l’avvento dell’era digitale. È cambiato il modo di fare storytelling e quello in cui noi ci avviciniamo alle storie e ai prodotti.

Una storia, oggi, non è più sinonimo di libro cartaceo, ma assume un significato più ampio, strettamente legato alla tecnologia digitale, che, vale la pena ricordarlo, non è più limitata allo schermo di un computer, ma si è fatta responsiva per accogliere e soddisfare un pubblico sempre più ampio e esigente.

Reinventare il modo di fare storytelling

Non limitarsi più a raccontare il prodotto in modo tradizionale, ma uscire dagli schemi e considerare che oggi una storia si comunica tenendo a mente due elementi indispensabili:

  1. tecnologia: pensata nel suo complesso, senza limiti
  2. dispositivi: declinare le storie puntando su ogni strumento di fruizione adottato dal pubblico.

Non c’è quindi una reinvenzione vera e propria dello storytelling, ma il suo adattamento alla normale evoluzione degli strumenti usati per conoscere e, soprattutto, diffondere le storie.

Scomporre la storia: il transmedia storytelling

Transmedia storytelling significa raccontare storie attraverso più mezzi di comunicazione e preferibilmente, sebbene non accada sempre, con un grado di partecipazione, interazione e collaborazione del pubblico. Transmedia storyteller

È un mondo che mi affascina da quando l’ho sentito per la prima volta. E, naturalmente, ho anche comprato un paio di libri, il primo di Max Giovagnoli, Transmedia: Storytelling e comunicazione, che ho anche letto, e un altro, forse più tecnico, The Producer’s Guide to Transmedia di Nuno Bernardo.

Quanto può essere utile per un’azienda un progetto transmediale? E che cosa è realmente un transmedia?

Per rispondere alla seconda domanda io mi fermerei proprio al significato dei due termini che compongono quella parola: siamo di fronte a una comunicazione che implica un mutamento da una condizione a un’altra. E questo significa creare delle sotto-storie attorno al prodotto principale e declinarle altrove.

La sua utilità è facilmente intuibile: con il transmedia il prodotto continua a vivere in altre forme, ma soprattutto continua a vivere grazie alle persone.

Creare la storia focalizzandosi sul pubblico: partecipazione e interazione

Oggi i messaggi pubblicitari hanno stancato. Anche nel web dobbiamo comunicare pensando principalmente al pubblico, ai potenziali clienti che useranno i nostri prodotti e servizi. La comunicazione non è più incentrata sulla marca, sull’azienda, ma sulla persona che userà quei prodotti.

Ci sono due parole da non dimenticare quando comunichiamo: interazione e collaborazione. Oggi vogliamo essere in prima linea, non ci basta più osservare l’azienda che parla di sé e ci dice quanto è brava, oggi vogliamo essere noi a dirlo.

Come? Grazie a una comunicazione che permette al pubblico di essere interattivo e collaborativo. Di partecipare, quindi. Nel transmedia le storie nascono da un’idea principale, ma tutto si sviluppa poi grazie alle persone che impugneranno quelle storie, le faranno proprie e le trasformeranno.

La non-linearità delle nuove narrazioni: il concetto di narrazione interattiva

Ho osservato dei video pubblicitari realizzati da alcuni colossi. Che cosa hanno detto di nuovo? Assolutamente nulla. C’era una storia dietro? No, c’era la solita azienda che voleva stupire con un filmato ben girato, bella fotografia, bravi attori e alla fine il nome e il logo dell’azienda.

Quale messaggio è stato comunicato? La bravura di quell’azienda. Il solito spot pubblicitario lineare.

Quando leggiamo un libro, siamo ancora di fronte a una narrazione lineare, senza possibilità di interazione e partecipazione. La nostra esperienza finisce con la lettura. Il resto è affidato ai ricordi.

Oggi siamo nell’era dell’ipertesto, delle applicazioni, oggi la comunicazione diventa multimediale e sfrutta ogni mezzo per creare emozione nel pubblico. Ma soprattutto per migliorare e prolungare l’esperienza del pubblico nell’uso dei nostri prodotti e servizi.

Secondo voi è sempre possibile una comunicazione interattiva? Possiamo sempre rendere il pubblico partecipe del nostro messaggio?

2 Commenti

  1. Andre
    23 aprile 2014 alle 10:34 Rispondi

    A me sembra un vantaggio e se vuoi o meno rendere partecipe il pubblico (lettore) nel senso di partecipazione attiva, sta a te che scrivi deciderlo. E poi il libro, che sia cartaceo o meno, non si esaurisce con una lettura come uno spot pubblicitario. Gli ipertesti possono anche non funzionare dopo un po’, ma quanto hai scritto tu resta. Un libro rivive in chi lo legge e negli anni quanto appreso (letto) alle volte salta fuori prepotente. Un libro crea dinamiche diverse non è una pubblicità, nemmeno se scritto per fare pubblicità. Le storie di cui parli nell’articolo, slegate dal libro (cartaceo o meno) non sono un’invenzione recente, i filmati, i social network, quelli si, ma lo storytelling è una cosa nata con noi. Le pitture rupestri erano un’infografica (spesso migliore di quelle attuali) e le storie brevi sono sempre stare usate per insegnare o indurre un comportamento. Alle volte anche brevissime. cambia solo il modo di diffonderle.

    • Daniele
      24 aprile 2014 alle 17:10 Rispondi

      Certo, lo storytelling non è recente, anzi, ma cross e transmedia sì. E se è vero che un libro rivive nei tuoi ricordi, creando storie parallele – non necessariamente del libro, di un prodotto in genere – farai rivivere quel prodotto a un’intera comunità. Non resta insomma una tua esperienza personale.

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