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Come coinvolgere il lettore

Come coinvolgere il lettore

Questo guest post è stato scritto da Alessio Montagner.

Nel mio articolo sul punto di vista ho spiegato come il mantenersi fissi sulla mente di un singolo personaggio, riportando solo i suoi pensieri e sensazioni, permetta al lettore di immergersi con maggior facilità nell’opera.

Si può discutere su questa posizione: l’immersione intesa come perfetta concentrazione sull’opera infatti potrebbe essere possibile solo in condizioni controllate, e il coinvolgimento emotivo essere solo frutto della coerenza della visione.

Ciò nonostante, non si può negare che date tecniche di scrittura permettano una migliore trasmissione dell’emozione. Prendiamo questi esempi:

Tizio entra in casa, fradicio per quel fottuto temporale. Caia corre incontro al suo pulcino bagnato e lo porta in soggiorno, a scaldarsi davanti al camino. Lì Sempronio lancia un’occhiata a sua figlia Caia e a quello scansafatiche di Tizio.

Tizio entra in casa, fradicio per quel fottuto temporale. Caia gli corre in contro, donna dannata, con le sue finte premure, e lo trascina a forza in soggiorno. Lì, Sempronio se ne sta a gozzovigliare sul divano come suo solito, tanto è sempre Tizio a dover lavorare.

È chiaro che i continui balzi di pov del primo esempio danneggiano l’emozione, proponendo visioni troppo diverse. Nel secondo esempio la focalizzazione non è perfetta (perché potrebbero comunque essere i pensieri di un narratore), ma il tono sempre in linea con quello di Tizio crea un effetto migliore.

Come sempre, la validità di una tecnica dipende dallo scopo: un pov che balza di testa in testa potrebbe comunque essere utile, per esempio, nella narrazione di una partita a scacchi. In generale, però, coinvolgere il lettore e immergerlo in un singolo personaggio pov può portarvi grosse soddisfazioni.

Vediamo ora una tecnica per aiutare l’immersione: come dice Palahniuk, “submerge the I”.

Immergere l’io

Palahniuk, nel 2008, ha tenuto una serie di lezioni di scrittura, e tra tutte quelle che hanno fatto più discutere sono quelle che parlano dell’immersione dell’io.

Palahniuk spiega che la narrazione in prima persona è più “autorevole” di quella in terza in quanto dà l’illusione di essere una testimonianza reale. L’uso della parola “io”, però, tende ad infastidire alcuni lettori. I motivi sono vari, ma il principale è: tiene alla lontana il lettore. Non è il lettore che vive le vicende in prima persona, ma si limita ad ascoltare la vicende altrui.

La cosa però non riguarda solo l’Io in prima persona, e volendo si può applicare anche al personaggio nella terza persona. In particolare l’immersione dell’io si riflette sulla gestione dei verbi e della narrazione per sensazioni, dando principi applicabili tanto in prima quanto in terza.

Verbi di pensiero e percezione

Esco. Sento il borbottio di una macchina che si avvicina. Prendo un gran respiro, e sento lo smog bruciarmi nelle narici. Ricordo che cinque anni fa l’aria era molto più pulita.

Esco. Un motore borbotta in lontananza, e si avvicina. Prendo un gran respiro, lo smog mi brucia nelle narici. Cinque anni fa l’aria era molto più pulita…

Come si può vedere la seconda frase, oltre a essere più sintetica e a scorrere meglio, è anche più coinvolgente: non ci parlano di un’altra persona che “sente”, ma possiamo essere noi a sentire in prima persona. Nella prima infatti, anche se sottintesi, ci sono cinque “io”, nella seconda solo due.

Oltre a questo, si può dire che il verbo di pensiero o percezione è semplicemente inutile, perché con un punto di vista fisso sappiamo già che può essere solo il personaggio scelto a percepire.

Ciò nonostante, ci sono dei casi in cui il verbo di percezione si può usare comunque:

Mario se ne sta seduto in soggiorno. Giulia è in cucina che prepara da mangiare. Rumore di piatti che cadono a terra.

Che è successo? Dove sono caduti i piatti? Ipoteticamente in cucina, ma non è detto. In questo caso sarebbe stato meglio mettere un “Mario sente” visto che il punto di vista non è fisso.

Giulia, i gomiti sul parapetto del balcone, guarda la macchina di Mario allontanarsi nel tramonto.

In alcune circostanze, il verbo di percezione può sottolineare la presenza del personaggio in scena e la sua distanza rispetto ad altri elementi. In genere, inoltre, permette di spostare la concentrazione sull’esteriorità del personaggio in questione (nello specifico, dovrebbe essere più semplice vedere dall’esterno Giulia poggiata al parapetto). Questi effetti però sono molto personali, e non funzionano con tutti: io, per esempio, ho sempre una visione esterna del personaggio, anche nella narrazione in prima persona, mentre molta gente si immerge a tal punto da condividere la visione del personaggio come in un first person shooting. Pure, io trovo che il verbo di percezione sottolinei la presenza del personaggio, ma ad alcuni dà solo fastidio.

“La folla urla e si torce per generare il suo destino. Di là dal davanzale coperto di piombo, vedo mille e mille volti, e un volto solo…” (D’Annunzio, Notturno)

Nella frase della folla D’Annunzio non ha detto “vedo la folla che urla…”, ma nella frase successiva invece ha usato il verbo di percezione “vedo”. Perché? Perché crea un’allitterazione di V e una curiosa alternanza di vocali aperte e chiuse. Che piaccia o meno, anche il suono e il ritmo delle frasi comunicano e generano emozione, e lo scrittore consapevole può decidere di usare un verbo di percezione per sfruttare questo meccanismo.

Una narrazione di pure sensazioni

Se è il lettore a dover vivere in prima persona la vicenda, allora la narrazione non dovrebbe concentrarsi nell’esporre sensazioni e pensieri del personaggio, ma bisognerebbe sforzarsi per trasformare il lettore nel personaggio. Vediamo questo esempio:

La bambina desidera la biglia.

Un raggio di sole abbraccia la biglia sul tavolo: il vetro liscissimo s’illumina come una stella, la striscia rossa al suo interno luccica sinuosa come una morbida sciarpa.

Non sarò mai il nuovo Shakespeare, ma l’idea è quella: non dire che il personaggio desidera la biglia, ma descrivere la biglia in modo che il lettore la desideri. Per questo nell’esempio ho provato a descrivere la biglia richiamando sensazioni piacevoli (anche se i paragoni non sono più di moda).

A questo si collega l’idea di non descrivere le azioni del personaggio, ma di concentrarsi sui loro effetti sensoriali.

Tizio stringe la maniglia liscia e fredda e apre la porta.

La maniglia liscia e fredda sotto i polpastrelli. I cardini della porta cigolano.

Si tratta di un esempio estremo, e con tutta probabilità molti preferiranno fondere i due esempi, narrando sia l’azione che le sensazioni causate; è importante però sapere della possibilità di una narrazione di pure sensazioni come quella del secondo esempio, che in teoria dovrebbe essere la forma di narrazione più coinvolgente.

Chiudiamo come al solito: dimmi che ne pensi

Già, che ne pensi? Sfrutterai le tecniche illustrate?

Il guest blogger

Sono uno studente, mi interesso alla letteratura da alcuni anni, e dall’anno scorso ho iniziato a buttare su carta, con scarsi risultati, qualche prosa. Il mio autore preferito è, nonostante tutto, D’Annunzio; il mio libro preferito, l’Eneide.

16 Commenti

  1. Salvatore
    28 luglio 2014 alle 10:08 Rispondi

    Mentre leggevo mi stavo chiedendo quanto fosse opportuno svelare i trucchi del mestiere. L’ho pensato perché l’articolo è buono e fa gli esempi giusti.
    Palahniuk è tra i miei scrittori preferiti. La narrazione in prima persona la uso spesso. Tuttavia quello che andrebbe detto è che scrivere in prima persona, come fa Palahniuk ad esempio, è molto, molto più difficile che scrivere in terza. Più possibilità di incappare nell’incoerenza. Più dettagli nel raccontare l’azione. Maggiore introspezione e non è detto che tutti ci riescano. La prima persona non è raccontare una storia, ma viverla. Lui, Palahniuk, ci riesce bene, ma non è per tutti.

    • LiveALive
      28 luglio 2014 alle 10:35 Rispondi

      Mah, io ho sempre trovato la prima persona più facile, anche se molti dicono che è più difficile. È vero che ha diverse insidie, ma almeno con la prima persona dovrebbe essere impossibile sbagliare il punto di vista, ed è più facile inserire un linguaggio personale senza stonare. Se poi si narra al presente non c’è neppure il problema della suspense. Ma forse sono io, e per altri è davvero più difficile.

      • Salvatore
        28 luglio 2014 alle 11:48 Rispondi

        No, non sei tu. Quello che dici è giusto. Però, proprio perché la prima persona diventa molto più personale, quello che scrivi deve colpire. Se non hai nulla da dire (tu come persona), ma vuoi solo raccontare una storia, secondo me, è più facile e proficuo usare la terza. Lo sta dicendo uno che ha iniziato a scrivere in terza persona e poi si è spostato in prima.

        • Severance
          29 luglio 2014 alle 01:47 Rispondi

          Hai perfettamente ragione.

      • Alessandro Zuddas
        30 luglio 2014 alle 16:30 Rispondi

        La terza persona è più potente dal punto di vista narrativo, mentre la prima predilige l’aspetto introspettivo.
        Se da un lato la prima persona permette un flusso di pensiero più lineare, infarcendo la narrazione con pareri personali o con il linguaggio particolare della persona che racconta, la terza persona permette di mostrare al lettore quello che il personaggio non può vedere.

        Tanto per fare un esempio, sapendo che stiamo seguendo le azioni di Tizio:
        “Tizio seguì Caio lungo il marciapiede affollato, stando ben attento a mescolarsi tra i passanti per non farsi scoprire. Lo vide estrarre il cellulare dalla tasca interna della giacca e guardarsi intorno con circospezione. Dopo qualche secondo, Caio puntò direttamente al numero 13 di via Marco Polo, spinse il portone ed entrò. Tizio attese mezzo minuto e poi, con fare disinvolto, si avvicinò ai citofoni per leggere i cognomi dei residenti e farsi un’idea del motivo per cui suo fratello si fosse recato lì. Intento com’era nella sua indagine, Tizio non si accorse di una piccola telecamera di sorveglianza che lo stava inquadrando”

        È ovvio che l’ultima frase non è concessa a chi utilizza la prima persona per raccontare e nemmeno a chi applica in senso stretto la regola di non cambiare punto di vista.
        Personalmente invece ritengo che un dettaglio del genere conceda al lettore un vantaggio sui personaggi e permette di creare un po’ di suspance (vuoi vedere che ora Caio lo ha scoperto?) o dubbi (chissà chi è che lo sta osservando) oppure ancora deviare l’attenzione da qualche altro dettaglio che sembra insignificante ma poi si rivelerà fondamentale (chi avrà telefonato a Caio?).

        È anche vero che la terza persona permette di cambiare il personaggio di riferimento, permettendo al lettore di seguire le vicende che accadono a due persone separate che non si trovano nello stesso posto. Così però si introducono una serie di problemi legati a rapporti controversi tra i personaggi. Se ad esempio vogliamo far credere che Caio stia tradendo Tizio, mentre in realtà è tutta una messa in scena, non potremo entrare nella testa di Caio, altrimenti il lettore capirà all’istante che si tratta di un finto tradimento.

        In definitiva quindi, secondo me, la terza persona sembra più complessa in quanto inserisce molti aspetti in più da dover gestire.

        • LiveALive
          30 luglio 2014 alle 18:23 Rispondi

          Curiosità: parente di Gianluigi?

  2. Manu
    28 luglio 2014 alle 18:41 Rispondi

    Bellissimo articolo, anche se dal titolo non mi aspettavo che si parlasse di punti di vista, ma di tecniche per creare suspense, cosa dire o cosa tacere… Penso che scrivere in prima persona sia molto più facile che scrivere in terza, ma che in questo modo si rischi di annoiare un po’ il lettore. I suggerimenti fatti mi sembrano ottimi, soprattutto quello di eliminare i verbi in prima persona e lasciare tutto un po’ più “sfumato”. Credo che lo metterò presto in pratica.

  3. Severance
    29 luglio 2014 alle 02:01 Rispondi

    Le userò? Forse lo faccio e non me ne rendo conto. D’altra parte coniugo i verbi senza eccessivi errori e non ho mai aperto una grammatica in vita mia.

    L’esempio della biglia non mi convince. Credo sia necessario invece investigare ed esprimere la sensazione. Desiderio, o paura, o voglia… quale che sia. In questo modo coinvolgi: la pura descrizione dell’oggetto terzo è solo didascalica (così come un mostro lo puoi descrivere schifoso quanto vuoi, è la paura della vittima a coinvolgerti).

    “La biglia stava sul tavolo. Bellissima. Luccicante. La bambina desiderava tanto averla”.

    Mentre si potrebbe scrivere così:
    “Chiara si voltò più e più volte, aspettando di non essere sotto lo sguardo dei parenti. Le ginocchia serrate, come quando le scappava e non c’erano bagni vicini. Si immaginava già in cameretta, a guardare il sole attraverso quella magnifica biglia. Impaziente, come mai prima di quel giorno”.
    Credo sia questo il modo migliore, probabilmente quello che intendevi anche tu.

  4. Daniele Imperi
    29 luglio 2014 alle 07:48 Rispondi

    Il primo esempio che hai fatto, su Tizio e il temporale, sembra una trama, però. Non riesce a coinvolgermi.

    Sui verbi di percezione scriverò qualcosa, perché secondo me non vanno eliminati del tutto.

    Esempio della bambina e la biglia: nel primo caso viene espresso ciò che vuole la bambina, ma nel secondo no. Non è il lettore che deve desiderare la biglia, ma la bambina. Sono due cose differenti.

  5. LiveALive
    29 luglio 2014 alle 12:25 Rispondi

    Non è proprio così, con la biglia: in teoria il lettore si immerge nel personaggio, è vero, ma proprio per questo non bisognerebbe dire che è il personaggio a provare qualcosa, ma farglielo provare. Posso fare un esempio più semplice:

    “al ragazzo fa schifo la biglia”

    “il ragazzo osserva la biglia: ha la superfice liscia come la testa di una medusa. La striscia al suo interno, rossa come la diarrea emorragica, si contorce come l’intestino di una gallina tra le dita.”

    è evidente che la biglia gli fa schifo, ma senza dirlo direttamente. Non è un principio nuovo, lo ho già spiegato nella penetrazione profonda: la voce del personaggio diventa la stessa della narrazione anche in terza.

    • Severance
      29 luglio 2014 alle 22:38 Rispondi

      No, non è evidente. E’ questo il problema.

      • LiveALive
        29 luglio 2014 alle 23:21 Rispondi

        Secondo me è evidente XD al massimo potrei dire che non automatico che faccia schifo al lettore, in effetti, perché se sente l’artificio non ci casca…

    • Daniele Imperi
      30 luglio 2014 alle 07:40 Rispondi

      Neanche a me coinvolge, ma c’è da dire che hai scritto di getto. In quel modo, secondo me, la biglia sta facendo schifo al narratore. Mentre bisognerebbe far capire al lettore che fa schifo al ragazzo. Io scriverei:

      “Il ragazzo osserva la biglia. La sua superficie liscia gli ricorda la testa viscida di una medusa e ricordi di bambino gli tornano alla mente assieme ai pianti e al piede che si gonfia sulla battigia e alla madre che cerca di consolarlo. La striscia al suo interno, rossa e contorta come interiora d’una bestia macellata, è una spirale di altri ricordi in altri luoghi, del nonno che gli mostra come si ammazza e pulisce una gallina, là, sorridente con le sue mani insanguinate e il puzzo delle frattaglie che s’insinuano fra le dita che appesta l’aria. Ma è solo una biglia, quella, pensa, una schifosa biglia che non ha neanche coraggio di toccare.”

      Ma non sono per niente sicuro che questo pezzo possa dare l’idea. Credo sia abbastanza difficile far capire un sentimento e bisognerebbe lavorarci parecchio.

      • enzo sorbera
        31 luglio 2014 alle 14:31 Rispondi

        Però l’idea dichiarata nel post è di suscitare l’emozione nel lettore, non descrivere ciò che passa in testa alla bimba o al ragazzo. Sono troppo poche righe, probabilmente un lavoro più lungo di “irretimento” del lettore riuscirebbe nell’intento. Quanto al narrare in prima o in terza non credo ci sia facilità o difficoltà: è sempre difficile. Il problema della terza persona che mi pongo io è sempre quello di un narratore che conosce i fatti ma non è l’autore. Quindi, è un narratore che, se ne sa più dei personaggi, è comunque personaggio a sua volta. Altrimenti, rifacciamo Zola, o no?

        • LiveALive
          31 luglio 2014 alle 15:59 Rispondi

          Oggi si tende a preferire un narratore immerso, cioè un personaggio che, anche in terza persona, è narratore (c’è una perfetta fusione tra il carattere del personaggio e lo stile del narratore). Ciò nonostante, hai assolutamente ragione a dire che anche un narratore onnisciente e magari pure intrusivo è un personaggio, anzi, mi pare di averlo letto da qualche parte: il narratore è sempre un personaggio, anche quando pare un dio che osserva tutto. Negli ultimi anni, in particolare, abbiamo avuto “narratori mascherati” cioè narratori che commentano ma lo fanno in un modo talmente estremo da essere evidente che non è l’autore a pensare certe cose; oppure abbiamo il caso particolarissimo della Ladra di Libri: il narratore è la Morte. La Morte è onnisciente, sa cosa pensano tutti i personaggi e cosa provano, ma a volte usa pure l’io per parlare di sé.

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