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Non traducete i cognomi

Thomas MoreRicordo ancora i tempi del liceo, quando l’insegnante ci presentò un certo “Tommaso Moro”. Adesso, a distanza di tanti anni, so che Tommaso Moro non è mai esistito. O, almeno, non è esistito nella forma e nelle sembianze del filosofo, scrittore e politico inglese vissuto nel medioevo. Quello si chiamava Thomas More, da non confondersi con Thomas Moore, il poeta irlandese nato trecento anni dopo.

L’Italia ha sempre avuto il vizio di tradurre, italianizzare, nomi e soprattutto cognomi. Ricorderete anche il povero René Descartes diventato Renato Cartesio. O perfino il ridicolo Giulio Verne, anziché Jules Verne. L’attributo “ridicolo” è naturalmente riferito alla traduzione.

In una piccola raccolta di racconti di Edgar Allan Poe del 1911, lo scrittore americano è stato presentato come Edgardo Allan Pöe. Non solo la traduzione del nome, ma anche la storpiatura del cognome con quella dieresi in realtà mancante, che forse voleva essere un collegamento alle radici nordiche della famiglia Poe.

Più recentemente mi sono imbattuto nelle traduzioni dei nomi dei personaggi e delle case della saga di Harry Potter. Ma anche ne Il Signore degli Anelli ci sono state traduzioni. Purtroppo, non avendo copie in lingua originale delle suddette opere, non so quali e quanti danni abbiano commesso gli editori nostrani.

Forse, nel caso di romanzi fantasy, alcune traduzioni vanno fatte. Il personaggio di Aragorn, per esempio, assume il nome di Strider, nella versione originale. Strider viene dal verbo to stride, che significa camminare a grandi passi. Dunque, l’italiano Grampasso mi sembra indovinato, anche se perde un po’ della forza che un nome come Strider possiede.

Passi, quindi, per i soprannomi, come la Signora Grassa, Fat Lady nella versione inglese dei romanzi di Harry Potter. Ma per tutto il resto, perché tradurre un cognome?

Posso accettare che venga tradotto un cognome inventato dall’autore, nel caso in cui abbia utilizzato parole esistenti che ricalchino la personalità del personaggio. Altrimenti non ne vedo la necessità.

Tradurre, invece, nomi e cognomi di figure storiche, reali, è semplicemente sbagliato. Il nome e il cognome sono personali, sono quelli e non altri, e una loro traduzione è una pura mancanza di rispetto nei confronti di quelle persone.

Quali altri personaggi storici vi vengono in mente i cui nomi e cognomi sono stati tradotti in italiano?

10 Commenti

  1. Marco
    8 aprile 2011 alle 08:07 Rispondi

    Adesso giustizia è stata fatta (nel senso che non si dice più). Una volta però si invitava la gente a leggere le opere di Leone Tolstoj.

  2. Gian_74
    8 aprile 2011 alle 09:01 Rispondi

    Che bestialità! Non ci avevo mai fatto caso in effetti…

  3. zeros
    8 aprile 2011 alle 10:19 Rispondi

    Harry Potter per i nomi di persona tradotti è un vero cimitero del buonsenso! =_= Hanno sentito la necessità di cambiare il nome del famiglio di Neville Longbottom (che tra l’altro da noi è diventato Neville Paciock, perché sì) da Trevor a Oscar. Why?! @_@ Non è dato saperlo. Ma almeno è rimasto un rospo, in Francia è diventato una tartaruga O_ò
    Ci avevo fatto anche un post, tre anni fa (già tre anni? Come scappa il tempo!). Se ti interessa è qui: http://spaceofentropy.splinder.com/post/15460016/harry-potter-e-le-traduzioni-folli

  4. Sekhemty
    8 aprile 2011 alle 12:08 Rispondi

    Beh in effetti si tratta di una pratica piuttosto ottusa.
    Durante l’epoca fascista era la prassi, poi fortunatamente col tempo questa abitudine ha iniziato ad andare in disuso.

    Anche durante il medioevo venivano fatte queste “traduzioni”, ma in quel caso si trattava forse di ignoranza nei confronti delle lingue straniere. C’era il latino a fare da lingua universale, come l’inglese oggi, le altre erano lingue regionali.

    Ad esempio, il capitano di ventura inglese John Hawkwood era conosciuto in Italia come Giovanni Acuto; oppure il figlio bastardo dell’Imperatore Federico II di Svevia: Heinz, diminutivo di Heinrich, era chiamato Enzo o Enzio.
    O ancora, “guelfi” e “ghibellini”: i primi erano la casata dei Welfen, i secondi gli Hohenstaufen, che avevano uno dei loro castelli nella località chiamata Weiblingen.

    Devo dire però che riferendosi ai tempi medievali questa pratica mi dà meno fastidio, mentre al giorno d’oggi proprio non la sopporto.

  5. Michela
    8 aprile 2011 alle 13:57 Rispondi

    In effetti quel che è stato fatto a certi cognomi è imperdonabile. E come fa notare Marco, altrettanto irritante è l’abitudine di tradurre il nome proprio…
    Comunque una signora mi ha raccontato di quando, agli inizi della sua carriera, in Italia si sentiva parlare di un certo Luigi Armstrongi… un indizio: suonava la tromba -.-

  6. Daniele Imperi
    8 aprile 2011 alle 18:29 Rispondi

    @Marco: del povero Tolstoj non avevo saputo…

    @Zeros: su HP hanno davvero fatto un macello… mi andrò a leggere il tuo articolo.

    @Sekhemty: dei guelfi e ghibellini, confesso la mia ignoranza – appellandomi al socratico “vero sapere è sapere di non sapere” – ignoravo completamente la cosa, ma a scuola odiavo storia, quindi sono scusato.

    @Michela: oddio, anche lui avevano ammazzato?

  7. Gargaros
    20 aprile 2011 alle 22:47 Rispondi

    Certo, una volta tradurre era sbagliato. Oggi invece è correttissimo fare uso indiscriminato di stranierismi… Preferirei tornare ai vecchi tempi, allora.

  8. Daniele Imperi
    21 aprile 2011 alle 12:07 Rispondi

    A parte il fatto che non ho parlato di fare un uso indiscriminato di stranierismi, lasciare invariato un cognome non significa usare uno stranierismo. Significa usare la logica. Scrivere “location” è fare un uso indiscriminato di stranierismi. Ma un cognome è un cognome e basta. Intraducibile.

  9. Gargaros
    22 aprile 2011 alle 02:33 Rispondi

    Infatti non ho detto che sei tu a consigliare gli stranierismi.

    Volevo solo far notare lo strano contrasto. Una volta si italianizzava, oggi avviene il contrario. Ho sentito parlare di “living”, “apple cake” e altre stronzatelle varie dove si potrebbe usare benissimo l’italiano. Il bello è che ci parla “straniero” lo fa credendosi un fico. E’ questo che mi deprime…

    Quindi molto meglio i vecchi tempi. Certo sbagliavano pure allora, ma spagliavano in buona fede.

  10. Daniele Imperi
    22 aprile 2011 alle 09:07 Rispondi

    Su questo anche io la penso così, ma il post era diretto solo ai cognomi. Per le altre parole straniere che si usano spesso oggi, quando se ne potrebbe fare a meno, ho in mente un altro articolo.

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