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Come il cinema aiuta la scrittura creativa

Birdman
Il cinema è nato dopo la narrativa, come il fumetto, ma abbiamo già visto come una storia a fumetti possa aiutare la scrittura creativa. Ora facciamo lo stesso discorso per un film, anche se questo nasce prima come soggetto, come storia scritta, e poi come pellicola.

Ci sono alcuni elementi propri dei film che secondo me tornano utili nella scrittura:

  1. le scene secondarie
  2. i dialoghi
  3. il piano sequenza
  4. le storie personali
  5. la suspense

Gestire le scene di raccordo

In molti film è pratica comune usare una tecnica per mostrare episodi necessari ma non fondamentali alla storia. Di cosa parlo? Provate a pensare a tutti quei film in cui cʼè un pugile o un combattente che si allena (non solo Rocky, ma anche Million Dollar Baby, se non ricordo male, come pure Real Steel). Anche nel film Il ragazzo dal kimono dʼoro cʼera la stessa tecnica, credo.

Ma la troviamo anche in altri film, quando ci sono lunghi e laboriosi preparativi per fare qualcosa – come costruire unʼarma (La preda, con Tommy Lee Jones e Benicio del Toro), una trappola o altro – o quando il personaggio deve compiere un lungo viaggio, specialmente a piedi.

Queste sono quelle che ho chiamato scene di raccordo, perché collegano due scene principali della storia. Non possiamo far vedere una mammoletta rachitica che nella scena successiva è tutta muscoli sul ring, così come sarebbe poco credibile che un robot scassato e arrugginito si ritrovi nella scena seguente lucente e funzionante.

Tutto quello che sta nel mezzo va mostrato agli spettatori, per evitare un salto temporale di giorni o perfino mesi, un salto che sottintende una graduale trasformazione di un personaggio, di un oggetto o lʼevolversi di un evento.

Che cosa usa il cinema – o, meglio, il regista – in questi casi?

  • Pochi minuti di pellicola: non sono scene principali, quindi non bisogna tediare il pubblico sprecando metri di pellicola
  • Poco spazio agli eventi delle scene: sono molto veloci, ricordate? Pochissimi fotogrammi dove tutto è ridotto allʼessenziale

Gestire le scene di raccordo in narrativa

Il cinema ci ha suggerito come fare.

  • Pochi paragrafi o pagine: in funzione della lunghezza del romanzo, ma soprattutto di ciò che dobbiamo raccontare. Non serve dilungarsi su scene che sia noi sia i lettori sappiamo non essere importanti. Utili sì, ma non importanti. Non sono scene che possiamo evitare, ma dobbiamo liquidarle in poco spazio.
  • Sintesi dei fatti: ridurre al minimo la narrazione. Se il nostro personaggio esce di casa, prende lʼautobus e entra in ufficio, non occorre descrivere ogni sua mossa come se un drone lo seguisse dallʼalto per tutto il percorso.

Colloquialità dei dialoghi

Non vedo più film italiani, lʼho detto varie volte, quelli odierni mi deprimono. Ma ho visto parecchi film dei grandi Totò, Fabrizi, Sordi, Tognazzi, che rivedo sempre volentieri. Se li avete visti anche voi – altrimenti vi siete persi il vero cinema italiano, secondo me – avrete notato come parlavano i personaggi.

Parlavano come noi. Totò in dialetto napoletano, Sordi e Fabrizi in quello romano, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia in quello siciliano. Carlo Delle Piane parlava in romanesco, anzi.

Guardando, ora, quasi sempre film americani – anche se doppiati – noto più o meno la stessa cosa: lʼuso del gergo quando necessario. Ossia un avvicinamento al linguaggio colloquiale, anche di strada a volte, per dare maggiore realismo alla storia.

Non sempre, però, i dialoghi dei film possono essere presi come esempio per migliorare quelli in narrativa. Se mi fai parlare un bambino di 4 anni rispettando tutti i congiuntivi, hai qualche problema e io, spettatore, ne resto infastidito. Lo stesso discorso vale per il delinquente di strada senza istruzione e il contadino analfabeta.

Piano sequenza per creare coinvolgimento

Per chi non sapesse di cosa parlo, il piano sequenza è unʼinquadratura unica, senza stacco della cinepresa, una lunga scena girata senza interruzioni, quindi. Il primo a farne uso fu Orson Wells e lʼultimo film in cui è stata usata questa tecnica è Birdman – che a me non è piaciuto, ma sulla regia nulla da dire.

In un piano sequenza lo spettatore è costretto a concentrarsi sulla scena, proprio perché lʼassenza degli stacchi potrebbe causare distrazione, quindi perdita di immagini e porzioni di storia. Cʼè forse più partecipazione – e immersione, anche – perché il pubblico segue passo passo i personaggi.

Come creare una sorta di piano sequenza in narrativa?

Non credo sia cosa facile, ma di certo i continui cambi di scena o di punto di vista non creano molto coinvolgimento. Focalizzarsi su un personaggio, però, mantenerlo in azione senza mai staccare possono rendere più partecipe il lettore.

Riprodurre un piano sequenza con la scrittura vi sembra impossibile? Mostrare due persone che parlano non significa imitare un piano sequenza. Lo scrittore deve trovare altri stratagemmi, o avere particolari abilità, per dare la stessa sensazione di un piano sequenza al lettore.

Storie personali

Tutti i personaggi hanno un loro passato, che in qualche modo deve emergere nella storia. Ma prima di tutto non esiste storia se non esiste il passato dei personaggi. In Birdman quel passato è preponderante, tanto che diventa parte integrante della storia.

Ma ci sono altri film attuali in cui sono evidenti sia il passato sia le storie personali dei personaggi, come American Sniper, The Imitation Game, La teoria del tutto. Noi non vediamo soltanto il film, ma parallelamente conosciamo alcuni segreti dei personaggi.

Tutte queste storie personali vanno a creare quelle sottotrame che aiutano lo spettatore – e in narrativa il lettore – a immergersi con più trasporto nelle vicende narrate.

In ogni film non assistiamo soltanto alla storia principale, ma anche a tante storie parallele, sia del protagonista sia dei comprimari. Tutto questo arricchisce il film, come arricchisce il romanzo.

Suspense: come tenere uno spettatore in poltrona per due ore

Quando ho visto la prima volta Il favoloso mondo di Amélie, mi sono addormentato svariate volte in meno di venti minuti. Anche la colonna sonora, tremenda per le mie orecchie – eccetto Comptine dʼUn Autre Été, che invece adoro – ha giocato un ruolo determinante.

Ok, non è il mio genere. Non è colpa del film, quindi. Credo, almeno. Quello che voglio dire è che un film deve riuscire a tenere fermo uno spettatore per due ore. Quando leggiamo un libro, se ci annoia, lo chiudiamo. Ma al cinema quanti se ne vanno a film iniziato?

Gusti a parte, la suspense serve a tenere il lettore in tensione, a farlo smaniare per sapere come va a finire quella scena e quindi la storia. In un film questo, secondo me, è ancora più utile, proprio per la modalità in cui si fruisce della storia: seduti in una sala chiusa, gomito a gomito con sconosciuti, fermi al buio per due ore.

Devo dire che raramente mi sono annoiato al cinema, anche perché mi conosco bene e vado sul sicuro. Che ogni tanto sbagli mira ci può stare. Birdman, però, tanto per fare un esempio, non mi sono pentito dʼaverlo visto. A chi scrive narrativa è molto utile.

In un romanzo il discorso però è identico: dobbiamo riuscire a tenere il lettore fermo, chiuso in una stanza o dove gli pare, a leggere la nostra storia. Anzi, in un romanzo abbiamo una responsabilità maggiore, perché un libro cartaceo costa di più di un film al cinema (io pago 5-6 euro di media).

Conclusione

Quali altri elementi del cinema vi sembrano utili per la scrittura creativa? E che ne pensate di quelli elencati?

18 Commenti

  1. Serena
    11 marzo 2015 alle 07:36 Rispondi

    Ti dico solo questo: che al laboratorio abbiamo usato anche “Save the Cat” di Snyder e che io mi sto leggendo, con grande piacere e curiosità, “Story” di Robert McKee.
    Ho lì anche Syd Field che mi aspetta. Poiché NON sto scrivendo sceneggiature, credo sia chiaro che sono più che convinta che il cinema aiuta la scrittura. E scrivo “vedendo” le scene come in un film ;-)

    • Daniele Imperi
      11 marzo 2015 alle 13:20 Rispondi

      Non conosco quelle opere. Ma anche io cerco di immaginare le scene come se fossero in un film :)

      • Serena
        11 marzo 2015 alle 23:27 Rispondi

        Nuuuuuuuuu, O_O allora devi recuperare! Comincia da “Save the Cat” che è piccolo, carinissimo e si divora! McKee è più spesso, in tutti i sensi, ma anche quello credo ti piacerebbe, sai?

  2. LiveALive
    11 marzo 2015 alle 08:38 Rispondi

    I raccordi esistono in narrativa (transazioni), ma sono della lunghezza di una singola frase (non-proustiana), non di pagine. Certo si può decidere di fare la cosa diversamente: magari si possono fare piccoli flash che mostrano, a grandi salti, il progredire della cosa: anche McCarthy l’ho visto fare così.

    Il piano sequenza mi ha ricordato un’altra cosa… Il regista Majevski non solo può tenere ferma la telecamera anche per 15 minuti (c’è a chi piace e a chi non piace; io lo adoro), ma a volte la tiene letteralmente ferma in un punto, con personaggi che magari stanno mezzi dentro e mezzi fuori, e rumori e dialoghi che si svolgono fuori campo non si sa dove, e le scene che letteralmente scivolano via davanti la telecamera e vengono sostituite da altre. Provo a spiegarmi meglio… Io metto la telecamera proprio davanti alla uscita di un supermercato, e la tengo la ferma. Fuori c’è un barbone che questua. La gente gli passa davanti indolente. Esce un militante della lega nord e, visto quello sporco extracomunitario, gli tira un calcio. La telecamera rimane ferma. Il leghista scappa fuori dall’inquadratura, poi si vede gente del vecchio PCI che lo insegue passando di corsa davanti alla telecamera. E non si sa che succederà. Intanto la gente si raduna attorno al barbone, fuori inquadratura si sente arrivare l’ambulanza, entra nell’inquadratura la barella e lo portano via. Intanto la folla si dissipa. Rimangono lì però due tipi. Si sente che uno dice all’altro di avere il sospetto che la moglie lo tradisca con un grillino, poiché va sempre negli hotel a cinque stelle – e così siamo passati a una nuova scena. …sai che credi che sarebbe molto interessante sperimentare qualcosa del genere in narrativa?

    • Daniele Imperi
      11 marzo 2015 alle 13:22 Rispondi

      Non so davvero come si possa tenere ferma la telecamera in narrativa. Scrivendo hai certe limitazioni e magari rischi di annoiare per imitare quella tecnica cinematografica.

      • LiveALive
        11 marzo 2015 alle 13:54 Rispondi

        Come nell’esempio che ho fatto XD certo, finisce per essere non solo tecnica di scrittura, ma proprio strutturale. Una volta svevo ipotizzato una cosa simile: non la storia di un personaggio, ma la storia di un luogo. Non la storia del luogo tramite i personaggi, eh! Proprio del luogo.

  3. Banshee Miller
    11 marzo 2015 alle 08:56 Rispondi

    Tutto molto vero. Dove però si può asportare di più credo sia la parte dei dialoghi. in un film i dialoghi sono veri, nel senso che sono proprio come sono nella realtà, e, spesso, fatti ad arte. Sono una scuola molto formativa per riprodurre dialoghi convincenti anche nello scritto. Per esempio, da quando Tarantino ha fatto la sua comparsa, il mondo del cinema ovviamente, ma anche la narrativa, sono cambiati. Con il suo stile Tarantino ha influenzato tutti i dialoghi successivi al suo successo. Il film ha un impatto maggiore di un libro, è più concentrato, breve, narrativo e visivo, e s’imprime di più nella mente. Certo, se uno guarda solo film e non legge mai i niente dubito che diventerà mai uno scrittore passabile, ma la forza del film è indiscutibile, ed è giusto approfittarne.

    • Daniele Imperi
      11 marzo 2015 alle 13:24 Rispondi

      Ascoltando i trailer dei film italiani a me viene la pelle d’oca, veramente. Sugli altri, doppiati, non ho nulla da dire. Tarantino ha influenzato molto, è vero, ci ho anche scritto un post su come possa essere utile a uno scrittore.

  4. LiveALive
    11 marzo 2015 alle 09:08 Rispondi

    Una cosa sui dialoghi volevo aggiungere: naturalmente dipende da che film guardi XD Molto spesso i dialoghi dei film a me paiono troppo affettati, manieristici, banali. Le fiction italiane proprio non si possono guardare. Poi ogni tanto capita il grande film che ha anche grandi dialoghi, e allora va bene.
    Penso anche questo: che in passato il cinema ha cercato di replicare i mezzi della letteratura, ma poi ha trovato la sua via autonoma. La letteratura poteva essere autonoma (per quanto il legame significato-significante non le permette di rinunciare completamente al legame col reale), ma ora sta iniziando a voler emulare i mezzi del cinema, cioè il cane si sta mordendo la coda. Non dico che non si possano fare giochi di sintesi di questo tipo: io stesso mi diverto a trovare un equivalenza tra musica e letteratura per esempio, basandomi sui toni, sulle atmosfere, eccetera (non è forse vero che il Faust è la Nona di Beethoven? E la colonna sonora di Guerra e Pace non è l’Overture 1812?). Prendere una tecnica dal cinema e vedere come si può applicare alla letteratura può effettivamente ispirare una tecnica nuova, una nuova retorica, un nuovo modo di comunicare: e tutto questo va sicuramente bene. Non bisogna mai dimenticare, però, che la letteratura non può usare i mezzi delle altre arti così come sono per il semplice fatto che funziona in modo diverso Quello che può fare, la letteratura lo deve trovare in sé stessa; ogni arte deve, non potrebbe essere diversamente. Chiediamoci per esempio: che senso ha fare questa cosa, se il cinema di suo può farla meglio? Cosa posso fare io, con la mia letteratura, che nessun altro artista, con tutte le altre arti, può fare?
    Una delle cose che la letteratura può fare e le altre no è sfruttare quella parte comunicativa delle parole che non è propriamente sensibile. Intendo che la parola non si limita a comunicare un dato sensibile come una immagine, né comunica solo il suono del suo significante, ma comunica anche un ritmo, e comunica una atmosfera, un tono, un “gusto” che con altri mezzi non si può rendere. Le possibilità comunicative portate dalla rottura della sintassi, dalle licenze poetiche, dall’uso connotativo del linguaggio, sono proprio uniche della letteratura.
    Altra cosa riguarda il punto di vista: anche quando il protagonista commenta la storia, nel cinema non esiste mai una fusione tra la mente del protagonista e i fatti: non c’è mai un vero filtro, quello che si mostra, per quanto ci si sforzi, è sempre troppo vicino all’oggettività. La letteratura invece può comunicare non solo che c’è “una agenda” scrivania, ma che c’è “la schifosa agenda regalatagli dalla sua ex”. Certo il cinema può comunicare la stessa cosa in altri modi, ma non così, che è cosa specificamente letteraria.

  5. Chiara
    11 marzo 2015 alle 14:16 Rispondi

    Tutti gli elementi che hai citato sono utilissimi. In particolare, ho letto con grande interesse la parte relativa alle scene di raccordo, in quanto io ho un po’ di difficoltà nel gestirle.

    Io faccio spesso riferimento al cinema nel gestire il punto di vista. Dal momento che narro in terza persona limitata, mi immagino una bella telecamera negli occhi del protagonista, visualizzo la scena e mi chiarisco le idee su cosa lui possa o non possa vedere. Stessa cosa faccio quando il narratore è un osservatore esterno. Mi piacerebbe provare a trasferire in qualche racconto la stessa sensazione che può dare una scena con inquadratura oggettiva irreale. :)

    • Daniele Imperi
      11 marzo 2015 alle 14:21 Rispondi

      Anche io ho difficoltà a gestire quelle scene, perché le ritengo noiose, utili ma noiose da scrivere :D
      Bisogna quindi trovare un modo per essere creatiivi scrivendole.
      Vale anche per me il discorso della telecamera per gestire le scene.
      Inquadratura oggettiva irreale? Cioè?

      • Chiara
        12 marzo 2015 alle 10:12 Rispondi

        È un’inquadratura in cui la macchina da presa rende un punto di vista che nessuna persona potrebbe assumere nella realtà. Se io e te parliamo seduti a un tavolo e la macchina è davanti a noi come se ci fosse una terza persona é un’oggettiva. Se è sul lampadario é un’oggettiva irreale :D
        mi viene in mente la scena di un film (mi sembra che il titolo fosse “la febbre) in cui la mdp mostrava il caffè bollire dall’interno di una caffettiera… :)

        • Daniele Imperi
          12 marzo 2015 alle 10:37 Rispondi

          Ah, ho capito. Sì, è irrreale, a meno che non sia il caso di un personaggio che spia dall’altro.
          A me vengono in mente invece le scene assurde – e inutili, secondo me – di CSI, in cui si vedono i globuli rossi, la saliva scende dall’esofago e altre amenità del corpo umano.

  6. Tenar
    11 marzo 2015 alle 15:43 Rispondi

    Avevo scritto un post, tempo fa, su alcuni film che mi avevano colpito e sugli elementi che vi avrei voluto rubare per applicarli alla narrativa: http://inchiostrofusaedraghi.blogspot.it/2014/07/fonti-dispirazione-cinema.html

    • Daniele Imperi
      11 marzo 2015 alle 15:48 Rispondi

      Dei film che citi ho visto e apprezzato Gran Torino e ho visto ma non m’è piaciuto per niente A history of violence. Ma non sono così informato sul cinema per poterne trarre insegnamenti.

  7. Lisa Agosti
    15 marzo 2015 alle 22:03 Rispondi

    Ho in previsione di guardare Birdman una di queste sere e terrò a mente questo post per vederlo con occhio critico. So già che non mi piacerà, ho visto il trailer e non è il tipo di film che fa per me, ma per qualche motivo sento di doverlo vedere, anche solo per avere una mia opinione a riguardo, visto che se ne parla molto in questi giorni.

    • Daniele Imperi
      16 marzo 2015 alle 07:51 Rispondi

      Allora ti piacerà di sicuro, visto che a me non è piaciuto :)
      Oppure abbiamo trovato un terreno comune…

  8. Alessandro
    31 marzo 2016 alle 12:02 Rispondi

    Mi ispio sempre al cinenema nelle mi scene, tipo la scena erotica nella doccia l’ho scritta perché scenecsimili dompaiono nei film anche se le faccio più esplicite oppure ci sono film come conan, 300, matrix reloaded, per i fumetti mi ispiro agli hentai doujinshi giapponesi

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