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Il candidato

Un racconto noir

Il candidato

Per un capriccio del destino qualcuno aveva affisso, proprio sotto l’edificio della sede del partito di Sullivan, un manifesto che ritraeva il candidato alla Presidenza degli Stati Uniti al centro di una corona di fiori. La scritta “VOTE SULLIVAN FOR PRESIDENT” campeggiava a caratteri eleganti e dorati in un cartiglio blu notte posto sotto la corona.

Chi fosse passato davanti al palazzo avrebbe visto il manifesto ma, anche se avesse alzato gli occhi al cielo, non avrebbe potuto notare lo sguardo preoccupato di Timothy Sullivan, all’interno del suo ufficio al terzo piano.

«Qual è la situazione, Sanders?»

«Stiamo aspettando i risultati da New York, signore», rispose l’assistente, rigirando un foglio fra le mani. «A Manhattan siete molto popolare…»

«Non ti pago per leccarmi il culo, Sanders, ma per darmi dei numeri! A quanto mi danno?»

«Al venti per cento, signore…»

Sullivan sbatté un pugno sul tavolo. «Maledizione!», urlò. «Organizzami un incontro con lo Scuro e al più presto!»

Sanders sbiancò. Aprì la bocca per ribattere, la chiuse, l’aprì di nuovo, poi deglutì.

«Lo… lo Scuro, signore?»

«Sì, Sanders, lo Scuro! È l’unica chance che mi resta per vincere le elezioni.»

 

Esterno notte. Il Dark Side, uno dei locali più malfamati della città, si presentava come una costruzione cupa, scalcinata, imbrattata dalle firme più o meno artistiche di writers di passaggio. Un unico secchio per la spazzatura, ammaccato e lurido, traboccava di robaccia, ma il gatto nero e spelacchiato che ci stava sopra come una sentinella muta sembrava gradirne l’odore e i rifiuti che gli offriva.

La figura con la valigetta che apparve dall’angolo opposto si fermò a osservare il locale in prospettiva d’angolo.

Il posto dev’essere quello, pensò Sullivan. Sembra una bettola.

L’uomo si guardò con circospezione a destra e sinistra. Nessuno in giro. Raggiunse il locale e aprì la porta.

Bah, ormai siamo in ballo…

 

All’interno il fumo delle sigarette riempiva l’atmosfera. In fondo, sulla destra, Sullivan scorse un uomo coi capelli scuri legati a coda e il pizzetto, vestito con un cappotto di pelle nero e occhiali da sole scuri anch’essi. Gli tornò in mente la descrizione che fin troppo bene conosceva. Una sorta di quadretto divenuto ormai un’icona nei bassifondi della città e fra tutti i politici e i benestanti che si servivano dei servigi del killer.

 

Sedeva da solo, sorseggiando una birra e fumando una sigaretta. Era nero come l’inchiostro, brutto come la peste, silenzioso come una tomba, eppure emanava lo stesso fascino del più sporco dei peccati.

Parlava a monosillabi ed era schietto come una frustata. Non scendeva mai a compromessi. Gli davi l’incarico e lui ti sparava il prezzo. Potevi accettarlo o pagargli cinquemila dollari per il disturbo.

Lo Scuro non aveva tempo da perdere.

 

Parrebbe quel tipo laggiù, pensò Sullivan.

Si avvicinò cautamente al tavolo. Lo Scuro sorseggiava una birra e non lo degnò di uno sguardo. Sullivan afferrò lo schienale di una sedia di legno.

«Posso sedermi?», chiese.

«Non è mia la sedia», fu la risposta.

Cominciamo bene, pensò Sullivan sedendosi. «Ho voluto incontrarvi per»

«L’unico motivo per cui un disperato vorrebbe incontrare me.»

Lo Scuro si concesse una tirata, aspirò il fumo, lo lasciò decantare nei polmoni, avvertì la nicotina che entrava in circolo, poi lo sputò fuori in nuvolette irregolari.

«Chi è il feretro?», aggiunse infine.

«Loffa», rispose Sullivan. «Conoscete il candidato Loffa…»

«Sì», rispose lo Scuro. «Una brava persona.»

Decisamente antipatico, questo Scuro, pensò Sullivan. «Quanto volete?»

«Per chi m’avete preso?», domando l’uomo, irritato. «Per una delle battone che vi portate in ufficio?»

Sullivan arrossì. Il suo braccio destro, Sanders, una volta al mese gli procurava una ventenne raccattata in strada, la ripuliva un po’ coi soldi del partito e la assumeva come segretaria per una settimana o due, il tempo che occorreva a Sullivan per stancarsi del giocattolo e richiederne un altro. Come faceva quell’uomo a sapere tutto questo era un mistero, disse fra sé Sullivan.

«Io ho delle tariffe», aggiunse infine lo Scuro sollevando il boccale di birra, «e la tariffa per questo incarico è cinquecentomila dollari sull’unghia.»

Al diavolo! Sullivan avvicinò la valigetta. «E va bene, accetto», disse indicando la ventiquattrore. «Qui dentro troverete trecentomila dollari come acconto. Il resto a lavoro finito.»

Si consentì uno sguardo prolungato all’uomo spettrale che aveva di fronte, tentando di penetrare attraverso le lenti scure. Poi si alzò ma, prima di andarsene, si rivolse di nuovo al killer.

«Ditemi una cosa», disse, «vi chiamano lo Scuro perché vestite sempre di nero?»

«No», rispose l’altro.

Ci fu una pausa, durante la quale lo Scuro finì la sua sigaretta, ne accese un’altra, bevve due tre volte dal boccale. Nessuna cameriera arrivò al tavolo e Sullivan comprese che quel tavolo, al Dark Side, era l’ufficio dell’assassino che aveva di fronte.

«È per i lutti che mi porto dietro.»

 

Esterno notte. Alcuni giorni dopo.

La pioggia scendeva ormai da ore, allagando le strade e traboccando dai tombini. Quando l’uomo emerse dalle tenebre umide il palazzo sullo sfondo apparve offuscato dall’acqua e dalla luce opaca dei lampioni.

All’interno, in un ufficio al terzo piano, Sullivan stava sicuramente controllando gli ultimi dati della sua campagna elettorale, prima di tornarsene a casa da una moglie che gli era estranea ormai da diversi anni.

Piove, pensò lo Scuro mentre osservava dall’altra parte della strada l’ufficio del candidato, che dopo qualche minuto si oscurò piombando nel buio.

Tirò fuori dalla fondina ascellare la Smith & Wesson 647, vi montò il mirino a cannocchiale e il piccolo bipiede. Controllò nuovamente i colpi. Poggiò il bipiede sull’avambraccio, com’era solito sparare, e si assicurò di avere una visuale ottimale.

Tra poco dovrebbe uscire, pensò.

Due minuti più tardi il portone del palazzo si spalancò e il killer vide affacciarsi una figura conosciuta, col collo della giacca tirato su.

Eccolo.

L’uomo restò sull’uscio del palazzo, incerto se proseguire o meno. Il suo volto apparve sul mirino della Smith & Wesson, la congiunzione delle tacche che andava a combaciare con la tempia sinistra.

Quando il lampo apparve, rischiarando per un attimo la città sotto il diluvio, il killer contò mentalmente.

… 3, 2, 1.

Un tuono esplose nel cielo e il dito della mano si mosse con decisione.

Sullivan cadde all’indietro, come risucchiato dall’androne. La pioggia continuò a scrosciare e il mondo ad allagare. Un topo schizzò via dal marciapiede e lo Scuro sputò in terra. Con calma smontò il mirino e il bipiede e se li ficcò in tasca. Raccolse il bossolo e ripose il revolver nella fondina.

Prese poi da terra la valigetta con l’acconto, da cui aveva prelevato prima cinquemila dollari. Poi si volse e s’allontanò.

Lasciò la valigetta poco più avanti, dentro il carrello di un supermercato usato da un senzatetto, pieno di buste sporche e abiti consunti. Il barbone lo guardò senza capire, osservò la borsa, continuò a guardare quel demonio nero vomitato dal temporale che si allontanava sotto la pioggia senza curarsi dell’acqua che l’inzuppava.

Hai commesso uno sbaglio, Sullivan, disse fra sé lo Scuro mentre se ne tornava al suo rifugio. Dovevi chiedermi prima per chi avrei votato.

Alzò gli occhi al cielo che continuava a rovesciare acqua come se tutti gli oceani del mondo si fossero dati appuntamento sulla città.

«E piove», disse.

9 Commenti

  1. Viviana
    28 aprile 2013 alle 10:11 Rispondi

    Adoro come descrivi !! letto d’un fiato!

  2. Marcello
    28 aprile 2013 alle 18:44 Rispondi

    Allora, la trama mi piace. Ottima per un racconto corto. Perfetta: non fa una grinza. Le descrizioni sono molto vivide, molto, infatti sono una delle cose che mi piace di più del tuo stile.
    L’ambientazione (non New York, ma tutto: la pioggia, l’atmosfera) è stereotipata e fa (a mio parere) perdere un po’ di tono alla storia, così come tre personaggi (di cui uno fa solo da comparsa). Lo Scuro, però, si salva alla fine quando compie quello splendido gesto di libero arbitrio.
    Mi piacerebbe leggere un tuo racconto ambientato in un setting inesplorato in Italia, ovvero le elezioni governatoriali (si dice così?) americane, con tutti gli exit poll, gli intrighi, gli scandali giornalistici e i numeri su numeri! Sarebbe stupendo!

    Saludos!

    • Daniele Imperi
      28 aprile 2013 alle 19:08 Rispondi

      Grazie della lettura.
      Gli stereotipi sono un po’ voluti, è un racconto di serie B :)
      Non sono preparato però per la storia che mi suggerisci, oltre al fatto che il tema politica mi disgusta e annoia.

      • Marcello
        28 aprile 2013 alle 20:08 Rispondi

        Anche a me annoiava tempo fa. disgustarmi, mai, perché l’ho trovato sempre una specie di gioco spionistico-matematico complesso. Ora lo vedo come una sponda difficile (certo) e un po’ interessante su cui approdare e scriverci qualcosina (anche se poi so che finirò a scrivere fantascienza che è il mio amore :D)
        Comunque il tuo non lo trovo un racconto di serie B, ma un racconto ben fatto ;)

        Saludos!

        • Daniele Imperi
          28 aprile 2013 alle 20:13 Rispondi

          Grazie, dico serie B perché via del personaggio stereotipato: il solito killer duro vestito di nero.

  3. Cristiana Tumedei
    28 aprile 2013 alle 23:59 Rispondi

    Rischio di ripetermi o meglio di ripetere quanto hanno già scritto altri. Il modo in cui descrivi le ambientazioni, dosando i dettagli, riesce sempre a coinvolgermi.

    Un altro racconto piacevole e intrigante, bravo :)

    • Daniele Imperi
      29 aprile 2013 alle 07:41 Rispondi

      Grazie :)
      Insomma, solo a me questo racconto sembrava niente di che. Allora anticipo che fra 3 domeniche ci sarà un altro episodio dello Scuro.

  4. Come il fumetto aiuta la scrittura creativa
    11 agosto 2014 alle 05:00 Rispondi

    […] poi di 4 e anche più. Due di queste sceneggiature divennero racconti qualche tempo fa, Il candidato e Senso inverso, un personaggio di serie B nato per una miniserie a fumetti di 4 tavole e mai […]

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