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Il cancello

Un racconto breve

Il cancello

Quando il sole andò a nascondersi dietro le colline a ovest del campo e il cielo fu invaso da una luce rossa e rosata, Giaco tornò verso casa. Ripose gli attrezzi e si stirò. Era stanco e aveva fame. Si stava domandando cosa avesse preparato di buono sua madre, per cena, quando la voce di suo padre tuonò dal piano superiore.

«È il tramonto, Giaco!»

Il cancello!

Giaco l’aveva dimenticato. Quella sera toccava a lui chiudere il cancello di servizio da cui si arrivava ai terreni coltivati. Lo chiudevano sempre molto prima del tramonto, perché d’inverno la luce svaniva presto oltre le colline e la campagna si oscurava in pochi minuti.

E con le ombre arrivavano anche i cani.

Erano un branco di bestie inferocite che imperversava per le campagne da anni. Nessuno era mai riuscito a ucciderli o cacciarli. Avevano già ammazzato alcuni contadini, decimato greggi e pollai. La gente era terrorizzata da quegli animali. La notte teneva ben chiuse porte e finestre, anche d’estate. E prima che il sole tramontasse si rintanava in casa.

Giaco corse verso il cancello. Era ancora spalancato, come l’aveva lasciato pochi minuti prima rientrando dal lavoro. Si guardò in giro. Non era entrato nessuno. Nessun cane. Ogni volta che chiudeva quel cancello aveva sempre paura che l’orda indemoniata di quei cagnacci sbucasse fuori all’improvviso e l’assalisse prima che riuscisse a barricarsi dentro al sicuro.

Afferrò la pesante catena che penzolava dall’anta fissa del cancello e la passò in un primo anello di metallo. Poi tirò verso di sé l’altra anta, ma non riuscì a chiuderla.

Il muso nero e sbavante di un enorme cane si era infilato fra le due ante e forzava quella debole difesa per entrare. I denti scattavano per tentare di azzannare le mani del ragazzo e un ringhio di rabbia repressa e selvaggia gorgogliava dalle fauci tremende.

Giaco fu preso dal panico. Gli occhi corsero su per il cancello di legno rinforzato in ferro e si fermarono sul piccolo gancio fermaporta in alto. Doveva riuscire a inserirlo, ma prima avrebbe dovuto allontanare il muso del cane.

Nel frattempo il branco era uscito allo scoperto e almeno quindici cani, che sembravano appena fuggiti dall’inferno, si ammassavano attorno al loro capo, ringhiando, abbaiando, spingendo coi loro corpi per penetrare all’interno.

Giaco tirava a sé l’anta con forza, ma il cane nero guadagnava centimetro dopo centimetro e adesso tutta la testa e parte del collo erano dentro. Colpì quel muso con un ginocchio, ma si ferì coi denti aguzzi della bestia e adesso sui pantaloni strappati si era formata una rosa di sangue che andava allargandosi. Girò lo sguardo verso casa, ma i genitori pareva non si fossero accorti di ciò che stava accadendo laggiù.

Un secondo cane stava salendo sulla groppa del primo per infilare il suo muso nello spazio precario fra le due ante e Giaco lo colpì con un calcio. Il cane uggiolò e indietreggiò.

Il ragazzo tirava l’anta con entrambe le mani. Poi si ricordò della catena. Aumentò la forza nel braccio destro e con la mano sinistra afferrò la catena e cominciò a frustare il muso del cane con quel pesante metallo. Il cane ringhiava per il dolore e la rabbia e sembrava non voler mollare. Giaco continuò a colpire e gli anelli della catena si abbatterono sui denti, sul naso, sugli occhi, sulla fronte della bestia. Schegge di denti si staccarono dalle fauci aperte e le gengive del cane cominciarono a sanguinare. Il naso era ridotto a un mucchio nero di cartilagine umida e senza più forma e sul muso dell’animale si erano aperte diverse ferite.

Il cagnaccio sembrò voler indietreggiare, ma i corpi dei suoi compagni che spingevano per entrare gli impedivano di sottrarsi a quella tortura. Giaco non diminuì quel supplizio e colpì con più forza il muso del cane, che adesso era una maschera di sangue e carne smembrata. Sentì ossa che si rompevano quando la catena si abbatté sulla fronte e gli occhi dell’animale si velarono e persero luce. Il ringhio si affievolì a una sorta di lamento e le zampe anteriori cedettero e non fecero più presa sulla terra.

Gli altri cani intuirono la fine del loro capo e qualcuno cominciò a morderlo sui glutei e sulle zampe posteriori. L’animale era attaccato ora su due fronti. Giaco che lo assaliva davanti e il branco che mordeva da dietro. Infine si arrese a quella doppia furia e crollò a terra, sopraffatto dal dolore e dalle forze che scemavano definitivamente.

Il ragazzo approfittò di quella situazione e abbandonò la catena. Afferrò con tutte e due le mani l’anta e la tirò a sé, facendola combaciare con l’altra. Poi attaccò il gancio superiore e si concesse un minimo di riposo.

Il cancello era chiuso, anche se mancava di fissare la catena e un chiavistello con due lucchetti. Ma i cani non potevano entrare. Non subito, almeno.

Inspirò e si massaggiò il ginocchio ferito. Diede un’occhiata al taglio, ma non era nulla di grave. Poi prese la catena, la fece passare nell’anello della seconda anta, infilò il lucchetto nelle due maglie e lo chiuse. Quindi fece scorrere il chiavistello nel supporto e chiuse anche quello con un altro lucchetto, mentre i cani fuori si azzannavano per avere la priorità di divorare il loro ex capo, ormai morente.

Che si sbranino a vicenda!

Giaco si lasciò andare sull’erba, sudato e sfinito da quella lotta per la salvezza. Ansimava. Non era mai stato, prima di allora, così vicino alla morte. Né aveva mai visto il branco da una distanza così ravvicinata. Ma li aveva battuti, pensò con fierezza. Aveva vinto quei demoni a quattro zampe.

«Bel lavoro, figliolo».

Il ragazzo si riscosse e si voltò. Dietro di lui suo padre gli stava sorridendo compiaciuto.

«Non ti ho sentito arrivare, padre», disse Giaco alzandosi.

«Io, invece, ti ho visto affrontare il pericolo con coraggio», rispose l’uomo. «Oggi hai dimostrato di poter difendere la tua famiglia e la tua terra. Oggi sei diventato un adulto».

«Tu… sapevi!» Giaco era senza parole. Aveva rischiato di essere fatto a pezzi da quei cani rabbiosi e suo padre se ne era rimasto in casa a godersi lo spettacolo!

«So cosa stai pensando, ragazzo mio. Toccò anche a me, quando avevo la tua età. E anche io, come te, me la cavai bene. Anzi», aggiunse poi guardandosi la mano mutilata. «A te è andata meglio».

«Già», rispose Giaco con un filo di voce, fissando la mano sinistra di suo padre, a cui mancavano tre dita.

«Rientriamo, ora», disse l’uomo, circondando con un braccio le spalle del ragazzo. «Ti sei guadagnato una cena da re!»

E, insieme, si incamminarono verso casa, non badando al macabro festino dietro di loro. In breve, quel sinistro rumore di ossa spezzate e carne smembrata si ridusse a un suono di sottofondo e infine svanì del tutto.

15 Commenti

  1. Romina Tamerici
    4 novembre 2012 alle 11:10 Rispondi

    Ok, troppo cruento questa volta per i miei gusti… però scritto bene.

    • Daniele Imperi
      4 novembre 2012 alle 11:26 Rispondi

      Eh, sì, è un po’ cruento. Grazie :)

      PS: ehi, hai appena pubblicato il tuo 500° commento nel blog :)

      • Romina Tamerici
        5 novembre 2012 alle 00:39 Rispondi

        Wow! Non me n’ero accorta! Ho vinto qualcosa? Scherzo…
        E ora sono 501. Complimenti per la tua sopportazione! Ah ah ah!

  2. salvo
    4 novembre 2012 alle 11:45 Rispondi

    Molto bello. DOveva essere così cruento o avrebbe perso forza espressiva.
    Salvo

  3. Lucia Donati
    4 novembre 2012 alle 11:49 Rispondi

    La narrazione è ben fatta per quello che doveva rendere: doveva far sentire al lettore che la situazione era serrata e di pericolo imminente. E non solo, sei stato capace di dilungare la cosa senza renderla diluita. Poi, c’è anche la sorpresa finale del ragazzo che viene a sapere che anche il padre aveva dovuto affrontare in gioventù un simile pericolo.

    • Daniele Imperi
      4 novembre 2012 alle 11:54 Rispondi

      Grazie :)
      In realtà, questa è una storia vera… esiste veramente quel cancello, che io chiudo quando smetto di lavorare nell’altro terreno. E quando lo chiudo fantastico su immaginari cani che vogliono entrare… alla fine ho deciso di scriverci un racconto :D

      • salvo
        5 novembre 2012 alle 12:04 Rispondi

        Sai… per un momento mi hai ricordato la mia infanzia in campagna, d’estate a scuola finita. Anche là c’era un cancello molto grande e pesante. Non lo chiudevamo mai con la catena(altri tempi… siamo negli anni ’50), ma nel mio fantasticare o perché ascoltavo i racconti degli spettri di campagna(i VARCACARNI… SICILIANI), temevo che sarebbero entrati di là.
        Bravo, ha raqgione chi mi ha preceduto dicendo che ti sei saputo ben dilungare senza stancare. Che scrivi bene lo sai già!)

  4. Lucia Donati
    4 novembre 2012 alle 16:19 Rispondi

    Mi risulta che per l’inconscio i cani significano qualcosa di particolare…forse lo saprai…
    Classifica su tredici (13!) post di questa settimana! Più o meno a pari merito:”L’ambientazione nella narrativa fantastica”; “Come e quando creare parole in narrativa”; “Cosa mi piace di E. Salgari”; “Il cancello”-racconto;le recensioni di settembre e ottobre;”Perché leggo romanzi storici”.

  5. Lucia Donati
    4 novembre 2012 alle 17:51 Rispondi

    Nel sogno i cani che attaccano (o forse anche animali feroci) simboleggiano (se ricordo bene) le pulsioni che non si è sicuri di riuscire a controllare…(l’animale che vuole mordere…)

  6. Daniele Imperi
    5 novembre 2012 alle 12:13 Rispondi

    salvo

    Bravo, ha ragione chi mi ha preceduto dicendo che ti sei saputo ben dilungare senza stancare. Che scrivi bene lo sai già!)

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    Beh, questo non lo so! Ma se lo dici tu, mi fido :D

  7. salvo figura
    18 novembre 2014 alle 12:35 Rispondi

    L’ho riletto a due anni di distanza e mi ha preso ancor di più della prima volta. Soprattutto lo “Shoiw don’t tell è messo in atto con maestria. Ho rivisto la campagna della mia infanzia, stesso cancello, stessa trazzera stessi cani.
    Davvero emozionato.

    • Daniele Imperi
      18 novembre 2014 alle 14:09 Rispondi

      Ciao Salvo,
      grazie della rilettura e dei complimenti :)
      L’ho riletto anche io ora e ho trovato pure un refuso :P
      A me piace ancora questo racconto, devo dire, a differenza di molti altri. Come trama non è nulla di che, ma per quel poco che racconta mi piace ancora.

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