Il cambiamento del personaggio

Il cambiamento del personaggio
Sono cambiati i personaggi della vostra storia dall’incipit al finale?

Quale percorso facciamo compiere al protagonista della nostra storia? Oggi rifletto su quello che comunemente viene chiamato arco di trasformazione del personaggio, ma non mi interessa fornire una guida su come realizzare quest’arco – non ne sarei capace – piuttosto far capire che è necessario che in una storia si assista a questa trasformazione.

Perché un personaggio deve cambiare?

Sono in molti a sostenere l’importanza di un cambiamento nel personaggio principale di una storia. Quando ho letto un corso di scrittura gratuita, ideato da Fabio Bonifacci, ho capito molti “trucchi” del mestiere, che poi trucchi non sono.

Uno di questi è che il personaggio, anzi il protagonista, deve subire un cambiamento nel suo modo di essere: acquisire nuove idee, nuove filosofie, nuovi comportamenti. Perché è così importante che il nostro protagonista cambi?

È la storia a cambiare il personaggio

Ecco la risposta. Non c’è storia senza cambiamento. Perché una storia non è solo un semplice susseguirsi di eventi, ma anche un insieme di stimoli e ostacoli che spingono il nostro personaggio a prendere decisioni anche fatali, decisioni che comunque cambiano il corso stesso della sua vita.

Se il nostro protagonista non cambia, non c’è storia, allora. Ma questo, purtroppo, non viene capito da molti, perché forse non si comprende il vero significato di storia, su cui tornerò più avanti.

Perché la storia cambia il protagonista? Perché nella realtà è quanto accade: noi non siamo gli stessi di 20 anni fa. Ma neanche gli stessi dello scorso anno. Ci sono eventi nella nostra vita che ci hanno segnato e che hanno fatto prendere alla nostra mente altre strade di pensiero.

Conoscete tutti la storia di Bruce Wayne, il ragazzino che da adulto divenne Batman. Non importa che sia letteratura fumettistica supereroistica: è comunque una storia con un personaggio che cambia in conseguenza di un evento.

Ma esistono tanti esempi, in teoria quanti sono i romanzi che avete letto. Dico in teoria, perché non si sa mai. Il cambiamento non sempre è macroscopico o comunque radicale, ma credo che ci debba essere per rendere la storia più forte e sensata.

Avventure seriali

Uno dei motivi per cui non leggo più fumetti è perché non sopporto più storie con un personaggio sempre identico. D’accordo, è l’anima del fumetto quella del personaggio, dell’eroe sempre uguale e vestito alla stessa maniera. Ma io sono fissato con la credibilità e della sospensione del dubbio non mi curo per niente.

Esistono anche serie di avventure nei romanzi, come per esempio Tarzan, Sherlock Holmes, per citare i più famosi, ma anche Hap e Leonard di Lansdale. In un certo senso la sensazione che ho avuto è stata la stessa dei fumetti, perché non ho visto cambiamenti in questi personaggi.

È anche vero che uno scrittore non può sentirsi troppo legato a regole rigide nella narrativa. E sappiamo, da lettori, che un personaggio seriale deve mantenere una sua identità, quanto meno nelle linee generali.

Il cambiamento del personaggio in Pinocchio

Secondo me la storia che ha creato Collodi è la più completa che esista. C’è tutto. E non pensate che sia una semplice favola per bambini, ché sappiamo tutti che non è così. E in Pinocchio il cambiamento del protagonista è… più che evidente! Da legno a carne e ossa non è mica uno scherzo.

Ma non è certo questo a cui mi riferisco e spero l’abbiate capito: Pinocchio era un lavativo, non amava studiare, disobbediva e alla fine desiderò diventare un bambino reale, ma prima cambiò e proprio per quel cambiamento diventò in carne e ossa.

Ma pensate a Pinocchio.

Come cambiano i vostri personaggi?

In che modo rendete il protagonista diverso da come era apparso all’inizio della storia?

Risorse

Potete leggere altre riflessioni su questo tema ne L’arco di trasformazione del personaggio nel blog di Anima di Carta.

Categoria postPublicato in Scrittura - Data post3 dicembre 2013 - Commenti17 commenti

DanieleDaniele Imperi

Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.

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Commenti
  • Salvatore 3 dicembre 2013 at 10:01

    Ho sempre trovato molto inquietante il romanzo di Collodi, proprio perché Pinocchio non è una favola, ma aderisce così bene alla realtà da sembrare una storia molto più realistica del “Verismo” di Verga; per di più nei panni di un burattino. Inquietante, senza dubbio.

    Per quanto riguarda il cambiamento del personaggio, è senz’altro vero. Possono essere cambiamenti radicali o minimi, dipende dalla storia. C’è però anche un’altra opportunità per lo scrittore, quella del non cambiamento. Non come nei fumetti, dove senz’altro hai ragione, ma prendendo in considerazione una certa idea di ciclicità della sotira dove, pur sembrando che tutto cambia, non c’è nessun reale cambiamento, perché la “storia” è ciclica in eterno. Anche in questo caso però i personaggi devono evolvere per scoprire che nulla cambia mai. Quindi un certo “percorso” ci deve forzatamente essere. Infatti, più che parlare di cambiamento io parlerei di percorso. Rende meglio anche l’idea di storia. :)

    • Daniele Imperi 3 dicembre 2013 at 11:29

      Pinocchio è inquietante, infatti.

      Non credo di aver capito la storia del non cambiamento. Hai esempi di qualche romanzo che hai letto in cui si è verificato questo?

      Percorso è meglio, hai ragione :)

      • Salvatore 3 dicembre 2013 at 18:52

        Certo, te ne regalerò una copia appena l’avrò pubblicato… :P (cioè tra molto tempo…) Non è uno scherzo, ci sto lavorando sul serio.

  • MikiMoz 3 dicembre 2013 at 12:08

    Ovviamente sono gli eventi a cambiare il personaggio.
    Unica cosa a cui non credo sono i cambiamenti drastici*
    Se un personaggio di colpo impazzisce, c’erano già delle avvisaglie sottotraccia, per come la vedo io.
    Insomma, odio quando si verifica lo stravolgimento denominato “out of character”, ossia che un qualcosa non è in linea con quanto narrato, o non è tipico del personaggio fino ad allora messo in scena.

    *certo ci sono i casi limite tipo appunto Bruce Banner che diventa Hulk, però diciamo la verità: è sempre meglio se “il mostro” che esce fuori è semplicemente l’amplificazione del lato negativo già lasciato intuire in stato di normalità.

    Moz-

    • Daniele Imperi 3 dicembre 2013 at 12:24

      Ai cambiamenti drastici non credo neanche io. Non conoscevo questo “out of character”, ma vale la pena ragionarci su, grazie dell’informazione :)

  • Attilio Nania 3 dicembre 2013 at 12:37

    Secondo me e’ inevitabile che il personaggio cambi durante la storia, se si tratta di un romanzo lungo.
    Se lo scrittore impiega un anno a scrivere il libro, durante questo tempo la sua percezione del protagonista cambia a dunque cambia anche il modo in cui lo fa agire.

    Si’, in un certo senso e’ la storia a cambiare il personaggio, ma comunque la storia e’ scritta dallo scrittore, e quest’ultimo la cambia a seconda delle sue esigenze e delle esigenze del pubblico.

    In ogni caso, si tratta di cambiamenti graduali e non di stravolgimenti completi. Questi ultimi non sempre mi piacciono, ma talvolta sono dei veri capolavori. Un esempio su tutti: il ravvedimento finale di Darth Vader in Star Wars. Va beh, si tratta di un film, ma il concetto e’ lo stesso.

    • Daniele Imperi 3 dicembre 2013 at 12:52

      L’esempio di Star Wars va bene, perché comunque sono anche romanzi, ma non cambia se fossero stati solo un film. Quel cambiamento repentino è un bell’esempio e l’ho visto anche altrove, anche se ora non ricordo in quale storia.

      Concordo che va studiato per bene, perché comunque il lettore deve avere una minima preparazione.

  • Tenar 3 dicembre 2013 at 12:41

    Concordo con quello che hai scritto, un po’ meno sugli esempi.
    Non conosco bene Tarzan e di Hap e Leonard ho letto un romanzo solo, ma Sherlock Holmes cambia tantissimo. Il cocainomane autodistruttivo de “Il segno dei quattro” non è l’apicultore (relativamente) sereno dei racconti ambientati nell’ultimo periodo (es. La criniera di Leone). In questo specifico caso la narrazione non è focalizzata sul cambiamento del personaggio, ma esso c’è comunque e, aggiungo da appassionata, è uno sei segreti del fascino del personaggio. Tutti i buoni personaggi cambiano nel tempo, non sempre è necessario che questo cambiamento sia in primo piano, ma ci deve essere.
    Anche nei fumetti il discorso è complicato. Alcuni personaggi (tipo tex) sono cristallizzati in un presente che presuppone, però, un passato in cui il personaggio è cambiato. Altri sono in perenne cambiamento. Il mio fumetto italiano preferito è Magico Vento, i cui personaggi cambiano tantissimo nel corso della narrazione.

    • Daniele Imperi 3 dicembre 2013 at 12:54

      Il cambiamento di Holmes è stato graduale, infatti neanche l’avevo notato.

      Sì, Tex presuppone – non tanto – un passato differente, ma resta il fatto che tu lo conosci in quel presente e lui è sempre quello.

      • MikiMoz 3 dicembre 2013 at 13:01

        Questo è un altro caso, secondo me.
        Perché nel fumetto popolare i personaggi DEVONO essere sempre uguali, è proprio parte di quel grande gioco. Il lettore sa già come funziona, ogni mese, sa già cosa aspettarsi. Le evoluzioni ci sono (vedi Diabolik) ma sono impercettibili e vanno di pari passo con l’evoluzione del mondo.
        Nei fumetti popolari tipo Diabolik o Dylan Dog io stesso non vorrei personaggi che mutano sensibilmente.
        Li amo per questo, perché so che ogni mese è così! :)

        Moz-

        • Daniele Imperi 3 dicembre 2013 at 14:53

          Sì, concordo che nel fumetto debba essere così, però è anche vero a me hanno stufato da parecchio. Mi spiego: io sono fissato col realismo, ognuno ha le sue manie.

          Se Paperino non cambia, mi sta bene. Se non cambia Alan Ford, pure. Ma un personaggio realistico perde di fascino e credibilità ai miei occhi (ai miei, sottolineo) se per anni – decenni! – resta sempre quello. Le case editrici dovrebbero avere la buona creanza di chiudere una serie, anche perché a lungo andare le storie si ripetono.

          • MikiMoz 3 dicembre 2013 at 18:53

            Dipende da che tipo di fumetto si tratta, innanzitutto.
            Se nasce per essere un fumetto popolare classico, può durare in eterno fino a che non si esaurisce, e sempre uguale a se stesso.
            Ovvio che si deve sempre garantire qualità nelle storie, anche dopo 50 anni: è il caso di Diabolik, in cui non esistono ripetizioni in oltre 800 storie.

            Poi altri fumetti invece sono scritti per essere una parabola, inizio e fine.
            Ce ne sono tantissimi che durano anche pochi volumi…

            Moz-

  • Laura Tentolini 3 dicembre 2013 at 14:14

    Alla fine della storia anche il lettore dovrebbe cambiare. Quando leggiamo viviamo le esperienze dei personaggi, condividiamo sentimenti e stati d’animo, arriviamo all’ultima pagina arricchiti.
    La buona narrativa consente al lettore di raggiungere un livello di maggiore consapevolezza e serenità.

    Personalmente non amo le storie senza catarsi, cupe o violente ma fini a se stesse.
    Quando chiudo le pagine di un libro mi piace avere la sensazione che mi rimanga qualcosa, valori positivi, speranza e rinnovata forza interiore.

  • animadicarta 3 dicembre 2013 at 16:23

    Ciao Daniele, grazie per aver citato il mio post.
    L’arco di trasformazione dei personaggi è un argomento davvero affascinante. Credo che i cambiamenti più interessanti e coinvolgenti siano quelli più sofferti, dovuti a elementi esterni ma che portano il protagonista a mettere in dubbio se stesso e ciò in cui crede.
    Forse non è del tutto vero che nei fumetti non ci siano cambiamenti, magari sono più sottili perché non abbracciano un arco narrativo definito.
    E sono d’accordo con Laura, quando un libro spinge anche noi lettore a cambiare è davvero il massimo… ma libri così sono rari.

    • Daniele Imperi 3 dicembre 2013 at 16:29

      Sì, quei cambiamenti sono migliori e ne userò in una storia che sto progettando. Danno modo di suscitare meglio l’interesse del lettore.

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