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Il branco

Giorno 1

Eravamo in piedi dalle 5. Colazione di fretta alla foresteria e poi sul sentiero, zaini in spalla e ciaspole ai piedi. 300 chilometri per arrivare su questo buco nell’Appennino centrale, un gruppo di case sparse qui e là per la campagna innevata, baracche di pastori, silenzio totale. Il tempo minacciava neve, ma decidemmo di andare ugualmente. Nessuno di noi aveva fatto tutta quella strada per tornarsene indietro.

Seguimmo il sentiero finché incontrammo il bosco, per poi abbandonarlo e proseguire là dove era più probabile un avvistamento. Speravamo di trovare tracce entro il primo pomeriggio. Eravamo lì per loro.

I lupi.

 

La notte non aveva nevicato e si camminava abbastanza bene, senza affondare. A piedi, senza ciaspole, sarebbe stata dura. Misurai con uno dei miei bastoni lo spessore di neve: oltre un metro.

Dopo due ore la prima pausa. Mandorle, qualche fico secco, acqua. Mancini addentò un panino, Braschi della cioccolata fondente.

Andammo avanti.

 

Sosta per il pranzo in mezzo al bosco, tronchi neri che sfilavano contro il cielo disegnando una ragnatela di rami sul grigio delle nuvole. Ero sudato. Mi tolsi la giacca a vento e rimasi col maglione. Sulla neve stendemmo un paio di teli termici e sedemmo a mangiare.

«Non li becchiamo, stavolta», disse Braschi.

«Siamo appena partiti», gli feci notare.

«Mah.» Era difficile fargli capire le cose.

«Si va?»

Mancini ci riportò sulla retta via. Retta per modo di dire, si camminava sul pendio a zig zag, evitando rami e tronchi, alcuni piegati fino a terra dalla neve, saldati al suolo formando archi innaturali.

 

Verso le quattro Mancini trovò le prime tracce.

Stavamo avanzando verso est, stanchi e un po’ accaldati, silenziose forme di vita nel candido nulla appenninico.

«Guardate qua», disse, indicando a terra.

Ci avvicinammo.

«Merda di lupo», sentenziò Braschi.

«Già», confermò Mancini.

Erano tutte là le nostre tracce: escrementi scuri, come fasci di capelli usciti da una fogna, che spiccavano nella neve. Braschi staccò un rametto secco e pungolò la nostra scoperta.

«Non è secca», disse. «Sono vicini.»

Di nuovo in marcia.

 

Alle 17,30 ci fu l’alt. Il sole stava sparendo dietro i crinali occidentali, il cielo era sempre coperto e la temperatura stava scendendo. Trovammo un posto pianeggiante e montammo la tenda. Contro la legge che vieta bivacchi e campeggi.

«Chi vuoi che ci veda lassù?», aveva detto Braschi giorni addietro, quando si pianificava il viaggio.

«La Forestale, per esempio.»

«Mai vista in quindici anni di trekking in montagna.»

«Magari è la volta buona che qualcuno ti arresta.»

Avevamo continuato su quel tono finché il viaggio fu definito in tutti i particolari.

E adesso ce ne stavamo nella nostra tenda a preparare la cena.

«Fuori col fornello.» Mancini aveva sempre paura che la tenda prendesse fuoco.

Braschi lo mandò a quel paese e uscì.

Lo sentimmo urinare a pochi metri da noi e Mancini imprecò. «Ma non poteva andare più lontano?»

«Dai, la ricoprirà con la neve.»

«Come no?»

Cenammo. Restammo a parlare fino alle 22, poi ognuno si infilò nel suo sacco a pelo. Ci addormentammo subito.

 

Giorno 2

Ore 6,30, sveglia. Ore 7,10, in cammino. Nella speranza di trovare orme.

Il tempo era migliorato, appena poche nuvole che sporcavano l’azzurro. Il freddo, a quell’ora, si faceva sentire.

L’ora di pranzo giunse e passò. Bosco, bosco, ancora bosco. Sembrava infinito. Il paesaggio sempre uguale ovunque ci voltassimo. Niente più sentiero dal giorno prima. Niente più civiltà. Nelle prime ore di marcia, ieri, di tanto in tanto tornava la strada, lontana striscia d’asfalto perduta fra le montagne. Costruzioni isolate ci dicevano che là qualcuno andava, lavorava. Ma adesso c’eravamo solo noi e la montagna.

E chi l’abitava.

 

«Cosa sono queste?»

Corremmo a vedere, io e Braschi. Mancini guidava come al solito, sempre primo, sempre avanti. Montano per passione, cittadino per obbligo. Non distinguevi, però, incontrandolo per strada, se stava andando al lavoro o partiva per un’escursione. Era uomo operativo sempre.

«Zampe», dissi.

«Di lupo?», chiese Braschi.

«Sì», confermò Mancini.

Una linea retta che si perdeva nel cuore del bosco.

E noi appresso.

 

Erano le 15 quando mi fermai a riprendere fiato. O le 16? Non oltre, però. Le orme erano scomparse da ore. Stavamo costeggiando il bosco, come se avessimo bisogno di spazi più ampi. La neve scricchiolava sotto di noi, cristallina, lucida all’ultimo sole del giorno.

Alle mie spalle cime innevate e silenti. Una cartolina da spedire, mancava solo la scritta “Tanti saluti da…”. Sotto, la vallata. Bosco, radure, rocce.

E qualcosa che si muoveva.

Stavo per chiamare gli amici, mi fermai in tempo. Stupidità bloccata sul nascere.

Le contai, sei forme in movimento, una dietro l’altra come soldatini in fila indiana.

Cani? Ci voleva Mancini, se non fosse spedito come un razzo. Forse Braschi, più indietro, poteva andarlo a chiamare, se fossi riuscito ad attirare la sua attenzione.

Feci una palla di neve e la lanciai verso di lui. Tiro troppo corto e Braschi ancora più avanti. Ne lanciai una seconda. La vide. Si voltò, nello sguardo la domanda inespressa. Troppo stanco per insultarmi. Gli feci cenno di stare zitto e capì. Indicai Mancini, capì ancora. Si mosse a passo svelto, ma silenzioso, lupo umano sulla neve.

 

Li osservammo sparire nel bosco sotto di noi. Sei lupi, il branco che speravamo di trovare. Mancini scattò qualche foto con la reflex, il povero Braschi col suo cellulare. Io mi gustai lo spettacolo con l’obiettivo dei miei occhi.

Ci alzammo e ci accampammo lì vicino. Quella sera dormimmo stranamente rilassati.

 

Giorno 3

Di nuovo in marcia poco dopo le 7. M’ero addormentato tardi, fantasticando sul branco di lupi e sulle foto ravvicinate che avremmo scattato. Una mostra nel cuore di Roma, un libro fotografico, magari. Il solito album online, più probabile. Dimenticato dopo due giorni.

Il tempo manteneva la sua stabilità, ritirò il grigiore delle nuvole e restituì alla vista l’azzurro. Tornammo al punto dell’avvistamento del giorno prima. Braschi tirò fuori il binocolo.

«Vedo ancora le orme.»

Decidemmo di seguirle dall’alto, non era possibile scendere a fondo valle. Costeggiare il bosco, alberi a sinistra, lupi a destra. Finché sarebbe stato agevole. Poi altri piani d’attacco.

 

Pausa.

Camminavamo da tre ore e dei lupi nulla. Risucchiati dalla montagna, dalla neve, delusi dalla caccia infruttuosa, stavano cercando altre piste, fiutando il terreno gelato. Sedemmo sfiniti.

«Non si arriva da nessuna parte.»

Braschi parlò a se stesso. O al silenzio.

«Forza», ci spronò Mancini, alzandosi. Era provato, lo leggevo nel volto stanco, nello sguardo aggrottato.

In marcia.

 

Li vedemmo dopo un’altra ora.

Erano sotto di noi e avanzavano sulla neve. Troppo lontani per identificarli.

«Chi saranno?», chiese Braschi.

«Non posso certo chiederglielo», risposi.

Cinque escursionisti. E forse anche loro sulle tracce dei lupi.

«Magari li beccano prima di noi, li fotografano e li fanno scappare.»

Guardai giù, poi tornai a rivolgermi a Braschi. C’era qualcosa che non quadrava.

«Non credo che siano sulle orme del branco», dissi. «Né che siano escursionisti.»

«Dammi il binocolo», disse Mancini e Braschi glielo passò. «Non hanno zaini né ciaspole, niente», aggiunse dopo qualche secondo.

«E allora che fanno?»

La domanda di Braschi restò senza risposta. Restammo lì a guardare i cinque sparire dietro un costone di neve, poi continuammo a camminare.

 

Incrociammo gli sconosciuti qualche minuto dopo. Sempre nella vallata, sempre lontani per capire chi fossero e che facessero sulla neve senza attrezzatura.

«Magari è qualche pastore», tirò a indovinare Braschi.

«Può essere», dissi.

«Se è così, allora deve esserci un casolare o qualcosa del genere non lontano, ma non è segnato sulla carta.»

«Quella è gente che ti tira su baracche in un attimo.»

Braschi aveva ragione.

«Dai, andiamo», ci incitò Mancini.

 

Fu poco più tardi che vedemmo qualcosa che ci lasciò nello sconcerto. Ancora oggi, a quasi un anno da quell’incredibile avventura, non riesco a togliermi dalla mente quelle immagini e a dare un senso all’accaduto. Torniamo ancora a parlarne, io, Braschi e Mancini, nelle nostre bevute al pub o in montagna. Senza trovare risposte.

Non avvertimmo mai le autorità. D’altronde, che avrebbero potuto fare?

 

Entravamo e uscivamo dal bosco: a tratti si faceva fitto, si aprivano buche dove c’erano dislivelli, rocce, così avanzavamo allo scoperto su pendii sicuri. E quando aggirammo un piccolo versante loro erano lì.

Il branco e gli uomini che lo seguivano. O almeno così pareva.

I lupi erano ancora troppo lontani e nascosti da un boschetto. I cinque uomini non potevano vederli.

Braschi prese il binocolo e guardò. «Vedo le orme dei lupi», disse.

Allora era chiaro che stavano andando dietro al branco.

«Se non hanno macchine fotografiche, se non sono neanche escursionisti», dissi, «perché li seguono?»

«Sono pastori, come avevo detto», rispose Braschi. «Magari gli hanno fatto fuori qualche pecora.»

«E come vogliono ammazzarli?», chiesi. «Non hanno armi, fucili almeno. Non credo che vogliano sparare ai lupi con una pistola.»

«Hai ragione», disse Mancini. «Allora sono pazzi, finiranno per farsi sbranare.»

«Che facciamo?», chiese Braschi.

Decidemmo di scendere a valle appena possibile. Seguire gli uomini che seguivano il branco. Quell’escursione stava diventando una storia di spionaggio.

 

Le urla giunsero poco prima di mezzogiorno. Ci fermammo, non sapendo cosa dire né fare.

«Li hanno presi», disse Braschi.

Grida, lontane ma chiaramente umane, ringhi. Ecco cosa sentimmo. Gli uomini si erano avvicinati troppo e il branco li aveva assaliti? Che potevamo fare, se non chiamare i soccorsi? Ma cosa avrebbero trovato, una volta sul posto?

«Che facciamo?», chiese di nuovo Braschi. Indeciso, ma pronto ad agire.

«Andiamo a vedere», disse Mancini, «ma teniamoci il più possibile dentro il bosco.»

Ci muovemmo.

 

Quando gli alberi si diradarono la scena ai nostri occhi fu drammatica: eravamo ancora lontani, non potevamo distinguere bene ciò che vedevamo. Tronchi e rami non rendevano la visuale perfetta, però capimmo quello che stava accadendo.

I lupi, in qualche modo, erano arrivati alle spalle del gruppetto che prima li seguiva.

E lo stavano attaccando.

Fu questione di pochi attimi.

Vedemmo quelle forme scure correre sulla neve come se fosse stato terreno solido e spazzare via gli uomini. Un caos di sangue e brandelli di carne. Urla, ringhi. Rumori di ossa frantumate, di mandibole in azione, di carni lacerate e strappate.

Accelerammo il passo, mentre la visione della carneficina non abbandonò i nostri pensieri. Non pronunciammo parola. Eravamo scioccati.

E avevamo paura.

 

«Il mio cellulare non prende», dissi dopo qualche minuto, prima di affrontare la discesa.

«Neanche il mio», aggiunse Braschi.

Come quello di Mancini.

Iniziammo a scendere nella vallata, il pendio una lastra di neve semi-ghiacciata, gli alberi che spuntavano da terra come morti in una reviviscenza bloccata dal gelo o come pali anonimi infilati a caso da un dio stanco.

Le urla proseguivano, flebili.

E il sangue, poi. Lo vide Braschi col binocolo, la neve arrossata e qualcosa di scuro vicino. Era scosso. Lo incitai a muoversi, ad andare avanti e a malincuore si riprese.

Mancini si fermò. Staccò un robusto ramo e fissò i bastoni da montagna allo zaino. «Fate lo stesso, se dovessero attaccarci.»

Preoccupante invito. Obbedimmo, nervosi.

 

Impiegammo quaranta minuti per scendere a valle. Da lì, in breve vedemmo le orme del gruppetto che seguiva il branco. Chiare, sulla neve. Due file distinte di tracce, umane e lupine.

Da qualche minuto le urla e i ringhi erano cessati del tutto. Avevamo ben poche speranze di trovarli vivi. Immaginai il massacro, i corpi sbranati e ricacciai tutto indietro. Magari, mi dissi, ce l’avevano fatta, erano riusciti a salire su un albero e mettersi in salvo. E noi avevamo pur sempre i bastoni. Tre contro sei lupi indiavolati e affamati. Mi concentrai sul cammino.

La valle era una sorta di ampio canalone chiuso da entrambi i lati dai pendii. Andava giù, scendendo di quota con poco dislivello. Più avanti curvava.

«È là dietro», disse Mancini. «Togliamoci le ciaspole, la neve qui è solida e cammineremo meglio. E lasciamo gli zaini.»

«Sì, ma non in terra», dissi. «Appendiamoli a qualche ramo.»

Quello che volevo evitare era di restare senza più nulla, tenda, cibo, nel caso qualche lupo, dopo averci messo in fuga, fosse andato a rovistare fra la nostra roba.

«Bene», disse Mancini, quando fummo pronti. Serviva anche a lui un po’ di coraggio. «Avanti.»

 

A pochi passi da noi c’era tutto ciò che restava del gruppo. Il sangue non riusciva a penetrare nella neve, l’arrossava formando chiazze scure su cui galleggiavano brandelli di carne. Il terreno innevato era in subbuglio, come se vi fosse stata combattuta una battaglia d’altri tempi. Buche, orme profonde, mucchi di neve, membra sanguinanti, ossa sporgenti.

Li avevano ammazzati tutti.

Braschi bestemmiò.

Ci guardammo intorno, i bastoni davanti a noi pronti a mettere un’esile difesa contro il branco. Silenzio.

«Dite che se ne sono andati?», azzardai a chiedere.

«Forse», rispose Mancini.

«Che facciamo?», la solita nota di Braschi.

Presi a girare in mezzo a quel macello, con la vana speranza di trovare qualcosa di ancora vivo. Nulla era riconoscibile. Nulla di umano.

E fu proprio quel pensiero a paralizzarmi. Mi fermai, lo sguardo fisso a terra, davanti a un mucchio di carne scura e rossa di sangue. Non sentii Mancini chiamarmi se non dopo la quarta volta.

Quando mi girai, gli altri lessero qualcosa nel mio volto, perché li vidi venirmi incontro a passo svelto.

Sentii Braschi urlare, lo guardai cadere a terra, rialzarsi a fatica, indietreggiare sconvolto. Mancini mi tirò via, senza dire nulla, gli occhi accigliati, l’espressione incredula e inorridita.

E allora guardammo meglio la strage, le chiazze di sangue, i brandelli e le membra.

La pelliccia insanguinata che le ricopriva.

E la testa di lupo davanti a me.

E le orme, orme umane, cinque file che s’allontanavano.

6 Commenti

  1. Cristiana Tumedei
    7 aprile 2013 alle 11:35 Rispondi

    Questo racconto mi è piaciuto particolarmente. Soprattutto il finale, inaspettato e sorprendente al punto giusto :)

  2. Andrea
    7 aprile 2013 alle 13:11 Rispondi

    C’avrei scommesso l’anima che a banchettare erano stati gli uomini!

  3. Antonella
    8 aprile 2013 alle 00:24 Rispondi

    Ciao Daniele,
    complimenti per questo “avvincente ed emozionante racconto” sei grande, pensa mi sembrava di essere anch’io in quel cammino!
    Grazie da Antonella.

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