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La bara

Un racconto di 300 parole

Adesso che aveva completato la sua opera d’arte, l’uomo si concesse il tempo per ammirarla. Il legno era dei migliori, intagliato a creare una fantasia di foglie e fiori, e le rifiniture di ottone l’impreziosivano. La bara che aveva costruito era sprecata per accogliere un cadavere, pensò. Non avrebbe voluto venderla. Persino il rivestimento interno, foderato col raso, era un gioiello. Cuscini di seta avrebbero accolto le spoglie del marchese De Fabi… immonda carne in putrefazione che avrebbe oltraggiato il suo capolavoro!

Nel silenzio dello studio, quella notte, accarezzò il legno, seguendone gli intarsi con le dita, come a volerli imprimere nella sua mente. Il coperchio massiccio era diviso in due, con cerniere che avrebbero permesso di tenere la cassa semiaperta, per l’ultimo saluto nella camera ardente. Una volta chiuso, avrebbe suggellato per sempre il suo macabro contenuto. Non poteva accettare che quell’opera marcisse in una fossa assieme ai vermi sazi delle membra decomposte del marchese. Non poteva permettere che un corpo senza vita si adagiasse in quel morbido abbraccio che aveva ideato, che il suo tanfo di morte inquinasse il profumo dei tessuti adoperati. Il marchese non avrebbe avuto una bara nuova, pensò convinto l’uomo, non sarebbe stato lui il primo a godere di quel tesoro. Spettava al creatore il primo tocco, una sorta di ius primae noctis a cui neanche un nobile poteva sottrarsi.

Così si adagiò al suo interno, chiudendo la metà inferiore del coperchio. Sotto di lui sentiva la morbidezza accoglierlo, baciare il suo corpo. Era un omaggio al feretro provare quelle sensazioni. Si sdraiò, chiudendo anche la seconda metà, a gustare il buio della morte.

Quando cercò di aprirlo, non ci riuscì. Lottò invano. Nessuno lo sentì urlare, né udì i colpi ovattati dal rivestimento.

Fu sepolto in quella stessa bara una settimana più tardi.

7 Commenti

  1. Frank Spada
    17 aprile 2011 alle 09:23 Rispondi

    365 storie e l’amicizia coinvolse quattro tizi: # 160, # 178, # 315, # 321 – poi, molti anni dopo che non so dire quanti, ciascuno s’involò in una bara.

  2. Michela
    17 aprile 2011 alle 10:27 Rispondi

    Wow… molto Poe :)

  3. Gian_74
    18 aprile 2011 alle 09:33 Rispondi

    Volevo dirlo io, Edgar Daniel Poe! ;)
    Bella davvero, complimenti.

  4. Daniele Imperi
    18 aprile 2011 alle 09:51 Rispondi

    Ma siete impazziti? :D

    Grazie, va…

  5. Frank Spada
    18 aprile 2011 alle 10:07 Rispondi

    Citando Krauss… “Il mio (nostro di tutti) inconscio si ritrova molto meglio nella coscienza di uno psicologo di quanto la sua coscienza si ritrovi nel mio (nostro di tutti) inconscio”. (:-)

  6. Daniele Imperi
    18 aprile 2011 alle 10:09 Rispondi

    Una frase che richiede concentrazione per essere compresa, Frank :)

  7. Lucia Donati
    10 maggio 2012 alle 11:20 Rispondi

    Questo racconto mi ricorda qualcosa…non so esattamente cosa…
    Ma come…l’artigiano amava così tanto il suo manufatto… quello stesso che ha voluto accoglierlo per sempre, che ha voluto tenerlo sempre con sé… La bara che ha voluto ricambiare il suo omaggio! E lui non ha apprezzato! E’ proprio vero, quando si è ingrati…

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