Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

L’azione secondaria in narrativa

Azione secondariaÈ uno dei principi dell’animazione, la tecnica per creare cartoni animati a partire da disegni statici. Quando ho scoperto questo principio, qualche giorno fa, ho subito pensato alla sua utilità in narrativa.

Perché si usa l’azione secondaria nell’animazione? Per rendere la storia più realistica, la scena più completa, viva. L’azione secondaria è quindi un supporto all’azione primaria, quella dove è concentrata l’attenzione dello spettatore – come un personaggio che parla, che spara, che corre, ecc. Le azioni secondarie sono tutte quelle che intervengono nel personaggio come conseguenza diretta delle primarie.

Facciamo qualche esempio. Un soldato spara riparandosi dietro l’angolo di un palazzo. L’azione principale è quindi il personaggio che spara con un fucile, quelle secondarie possono essere molte: smorfie di dolore, cambi di espressione, movimenti della testa, caricamento dell’arma, movimenti del corpo per evitare di essere colpito, ecc. È facile capire che inserire in un cartone animato un personaggio che spari immobile come un soldatino di plastica sia poco realistico e, anche, poco “animato”.

Una storia non è fatta di manichini in esposizione

Ogni cosa e persona deve essere dotata di vita propria. Mi è capitato, per pura disgrazia, di vedere spezzoni in televisione di qualche telenovela, dove i personaggi sono fermi, inchiodati al pavimento della scena. Zero recitazione e zero animazione.

In narrativa facciamo attenzione alle azioni secondarie dei nostri personaggi? Oppure sono tutti statici, fissi, adimensionali?

Se questi dettagli sono stati introdotti nell’animazione, è perché è stata posta una cura particolare alla storia: poter creare storie più verosimili, credibili, anche se si tratta di Tom e Jerry, di Gatto Silvestro, di Betty Boop (sono un nostalgico dei vecchi cartoni, sì).

Quanto sarebbe stato credibile Wile E. Coyote che insegue Road Runner con coda e orecchie perfettamente immobili e quanto Road Runner che fugge con ciuffo e coda perfettamente immobili?

Il sistema-personaggio

Chi spiega l’azione secondaria in animazione parla del corpo come un sistema che lavora in ogni sua parte. Ecco perché in narrativa dobbiamo considerare non tanto un personaggio, quanto un sistema-personaggio, in cui lavori ogni sua componente.

Chiariamoci: i nostri personaggi non devono avere il ballo di San Vito, ma devono recitare, anzi devono vivere la scena. Le azioni secondarie devono essere sottili, visibili al lettore, ma quel tanto che basta per farle percepire.

In questo video c’è una serie di azioni secondarie che si ripete, in modo che possano essere colte tutte. Il gatto che si addormenta è un sistema che lavora in simbiosi con il letto. Si muovono la coperta, il cuscino, il lenzuolo, i piedi, i baffi, perfino le dita. Tutto concorre a rendere la scena viva, anche se in modo esagerato, ma è un cartone animato per bambini e così dev’esser fatto.

Caratteristiche dell’azione secondaria

  • Non deve competere con l’azione principale: deve quindi mantenere la sua natura sussidiaria, di supporto alle azioni principali della scena. Deve aggiungere realismo a un personaggi o anche a un oggetto, non prevaricare sull’azione primaria.
  • Non deve distrarre il lettore. Va colta, certo, ma con la coda dell’occhio, anzi quasi inconsciamente. Nell’animazione è più facile: la coda di Gatto Silvestro che ondeggia accompagnando l’avvicinamento del gatto alla gabbia di Titì è un tutt’uno del sistema-personaggio, viene vista, sì, ma non ci distrae. La nostra attenzione è focalizzata sul drammatico avvicinamento.
  • Non deve essere un’azione superflua, ma di utilità concreta. In narrativa sprecheremmo parole, allungando il brodo.

I vantaggi delle azioni secondarie

  1. Rafforzano la personalità del personaggio: la gestualità di una persona dice molto sul suo carattere e sul suo stato d’animo, i tick eventuali sulla sua situazione psicologica.
  2. Rendono più tridimensionale la scena: perché il movimento è completo, i personaggi non sono statici, ma vivi dentro la scena.
  3. Danno maggiore credibilità alla storia: perché nella realtà noi ci muoviamo e cambiamo espressione, ma soprattutto compiamo altre azioni quando, per esempio, parliamo con un amico o sediamo a pranzo.

Come usare l’azione secondaria in narrativa

Prima di tutto dobbiamo identificare quelle scene che ci appaiono meno complete, che hanno davvero bisogno di un sussidio per renderle più realistiche. Non si tratta di inserire dettagli senza una vera utilità.

  • Dialoghi: non devono sembrare due persone al telefono né una sequela di battute come in un dramma teatrale. In questo caso non credo che basti scrivere qualcosa come “disse sorridendo” per cavarcela, ma immaginare o osservare un nostro dialogo con amici e prendere spunto.
  • Movimenti: tutto partecipa al movimento, come sappiamo. Sono tante le scene di azione, anche un semplice viaggio in auto, quindi è impossibile elencarle tutte. Rileggere la scena e immaginarla come nella realtà ci farà capire se siamo riusciti a ricreare quel movimento, se tutti gli oggetti e i personaggi coinvolti partecipano al movimento.

Le vostre azioni secondarie

Conoscevate questo principio? Lo avete mai applicato nelle vostre storie?

29 Commenti

  1. LiveALive
    21 ottobre 2014 alle 09:13 Rispondi

    Come dimostra Genette (contraddicendo Aristotele), la letteratura può fare molto, ma non può mostrare azioni contemporanee. In fondo le parole si susseguono, una dopo l’altra, ed è chiaro che anche se scrivo “tizio aprì la bocca e contemporaneamente si passò la mano tra i capelli”, in realtà, sto descrivendo azioni in successione.
    Nel cinema l’azione secondaria si rende facilmente perché, appunto, è possibile mostrare più cose in contemporanea. È possibile mostrare il Coyote che corre e il pelo che si muove in contemporanea.
    Ma come posso rendere la cosa in letteratura? La prima idea sarebbe quella di indicare solo l’azione primaria, lasciando che il lettore crei istintivamente le sue conseguenze: se un tipo coi capelli lungi come Daniele inciampa, è chiaro che i capelli ondeggeranno anche se non lo scrivo.
    La seconda idea è quella di rendere l’azione secondaria successiva alla primaria. Il punto è che facendolo (“Daniele inciampa. La folta chioma ondeggia nell’aria”…) io non posso fare a meno di spostare l’attenzione del lettore sul dettaglio secondario, perché di quello si occupa la frase. Ciò nonostante, credo sia comunque possibile mantenere la natura secondaria dell’azione. Infatti anche se dico che ondeggiano i capelli il lettore capisce che l’azione centrale è la caduta.

    Detto questo, Tolstoj (che un neurologo ha definito “allucinogeno”) è stato tra i primi a descrivere le emozioni dei personaggi dall’esterno, tramite i loro movimenti. Tolstoj aveva una attenzione fuori dal comune per certi movimenti, con un gesto ti fa capire tutto.
    Come sai oggi si consiglia, infatti, di aggiungere sempre dinamicità alla scena, e di far capire ciò che si deve capire dei personaggi tramite le loro azioni.
    A tal proposito, ti segnalo che ultimamente si cerca anche di eliminare qualsiasi istanza di enunciazione (come il “disse”) in quanto se io descrivo un’azione del personaggio capisco già che è lui a parlare, e una azione dovrebbe essere meglio del generico “disse”.

    P.S.: ti ho beccato sul vecchio forum di XII. Che nick usavi? Magister Ludus? Qualcosa di simile? Comunque da quel disegno ti ho riconosciuto XD e non sapevo che avessi un account anche su forumfree…

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2014 alle 13:53 Rispondi

      Sì, vero, in un filmato queste azioni sono veramente in contemporanea. In narrativa non credo sia necessario specificare che si muovono i capelli, ma che il personaggio sta magari facendo altro.

      Non sapevo che si tende a eliminare il “disse”, ma lo ritengo utile per far capire chi parla.

      Sì, nel forum di XII ero Magister Ludus. Anzi, quello è il nick su forumfree.

  2. Chiara
    21 ottobre 2014 alle 09:15 Rispondi

    Articolo veramente interessante!
    Non avevo mai concettualizzato l’azione secondaria, sebbene ne faccia abbondantemente uso per rendere le scene più complete. La mia scrittura è molto “visiva”: capita sovente di arricchire l’azione primaria con gesti o espressioni del volto. Certo, vorrei ampliare un po’ il mio repertorio, perché a volte sono un po’ ripetitiva, però il dizionario delle emozioni è un gran supporto!

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2014 alle 13:54 Rispondi

      Grazie :)
      Secondo me dovresti concentrarti sull’ambiente, sulla scena, per creare delle variazioni.

  3. Grazia Gironella
    21 ottobre 2014 alle 10:36 Rispondi

    Molto interessante questo argomento. Qualche giorno fa stavo guardando Dragon Trainer 2 con mio figlio ed entrambi ci siamo stupiti in simultanea dell’espressione assolutamente, perfettamente umana che aveva avuto in quel momento il protagonista. Era una contrazione quasi impercettibile della guancia che creava una smorfia davvero naturale, tanto da risultare tutt’altro che impercettibile nel contesto della scena. In quel momento il personaggio sembrava vivo. Credo che tu abbia individuato uno di quegli aspetti della storia che lavorano nell’ombra ma hanno più ripercussioni di altri elementi al centro dell’attenzione.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2014 alle 13:59 Rispondi

      Ho visto ora il trailer di quel cartone e nei primi secondi si vede bene l’effetto dell’azione secondaria.

      Ho scritto che sono poco visibili intendendo che non sono le azioni principali, ma ovviamente devono essere percepiti questi movimenti nell’insieme.

  4. Luciano Dal Pont
    21 ottobre 2014 alle 10:41 Rispondi

    Anch’io, proprio come Chiara, ho sempre usato l’azione secondaria a livello istintivo, perché mi è sempre venuto naturale e spontaneo, senza però mai focalizzare la mia attenzione su questo aspetto. Questo utilissimo post ha fatto emergere in superficie a livello tecnico/razionale ciò che io già adottavo in pratica quasi senza rendermene conto.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2014 alle 14:01 Rispondi

      Infatti credo che molti la usino senza rendersene conto. Ora che ci penso non so se anche io l’abbia usata, ma non credo molto. Nelle storie future, e in quella che sto scrivendo, ne terrò conto meglio.

  5. Alessandro Cassano
    21 ottobre 2014 alle 11:01 Rispondi

    Ottimo post, urge post-illa: la caratterizzazione del personaggio avido che consiste nello sfregarsi le mani al sentir parlare di denaro ha un po’ rotto le balle.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2014 alle 14:01 Rispondi

      Grazie :)

      Quella caratterizzazione io la vedo solo nei cartoni animati, però. Dici che si trova anche nei romanzi?

  6. Salvatore
    21 ottobre 2014 alle 11:33 Rispondi

    Non ho mai riflettuto su questo particolare aspetto, più che altro perché mi sembra abbastanza scontato. Io, ad esempio, quando scrivo immagino una scena “viva”, quindi in movimento come fosse una sequenza di un film. Tanto più viva riesco a immaginare la scena – e nitida nella mia perversa fantasia – tanto più facile è per me narrarla. Tuttavia bisogna evitare di dire troppo, di aggiungere troppi dettagli che, anche se corretti, finirebbero per annoiare il lettore. Più proficuo invece, è creare una situazione, delineare caratterialmente e caratteristicamente bene i personaggi che vi partecipano e poi farli agire, sulla base delle premesse date, lasciando che sia il lettore a completare il quadro con la sua fantasia. In questo modo egli partecipa attivamente, azinché sentirsi escluso come se guardasse un quadro in un museo.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2014 alle 14:03 Rispondi

      Inserire troppi dettagli è esagerato, è vero. L’azione secondaria va calibrata.

  7. Fabio Amadei
    21 ottobre 2014 alle 11:53 Rispondi

    Caro Daniele, un post molto interessante.
    A volte, può succedere che in alcuni racconti, i personaggi secondari acquistino un’importanza superiore a quelli principali. Prendo ad esempio il racconto breve “Il mantello” di Dino Buzzati dove un giovane (protagonista) torna dalla guerra. Lo accolgono con grande gioia la madre e i fratelli più piccoli. La madre scopre, quasi per caso che il figlio ha una ferita grave sotto il mantello che non vuole togliersi; fuori lo aspetta un uomo che va avanti e indietro nervosamente è che lui non vuole far entrare in casa dietro anche le insistenze della madre. Si scopre che il personaggio misterioso è la morte. Quindi un personaggio secondario che diventa principale per il grande significato che Buzzati gli fa “indossare”.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2014 alle 14:05 Rispondi

      Grazie, Fabio :)

      Tu parli però di personaggi secondari, non di azioni secondarie. Sono due cose differenti.

      • Fabio Amadei
        21 ottobre 2014 alle 14:18 Rispondi

        In modo grossolano ho quasi sempre mischiato le due cose e dal post ho capito la differenza. Grazie ancora.

  8. Carlo Armanni
    21 ottobre 2014 alle 12:20 Rispondi

    Credo anch’io che le azioni secondarie,
    a completamento della caratterizzazione di scene, personaggi e quant’altro, sia naturalmente intrinseca in alcuni individui, che in maniera automatica la utilizzano anche inconsapevolmente. Tuttavia è il saperla utilizzare con sapienza che fa la differenza, in base anche al contesto di cui si narra: in un racconto brevissimo ovviamente se ne dovrà fare poco uso, diciamo il minimo indispensabile; in un romanzo invece si rivela l’arma fondamentale.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2014 alle 14:06 Rispondi

      Non avevo pensato alla lunghezza del testo, ma hai ragione: in un racconto, specie se breve, l’azione secondaria va usata poco o per niente.

  9. Gianluigi
    21 ottobre 2014 alle 13:41 Rispondi

    Io utilizzo spesso le azioni secondarie, appunto perché non si deve mai descrivere un personaggio, bensì mostrarlo. A volte le uso come piccoli segnali per anticipare qualcosa che succederá più avanti nella storia: piccole prolessi narrative.
    Mi sono chiesto però altrettanto spesso se le mie azioni secondarie fossero superflue: adesso ho le idee molto più chiare. Il personaggio deve essere Realistico!

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2014 alle 14:08 Rispondi

      Sì, le azioni secondarie possono anche essere usate per anticipare qualcosa. E è poi importante appunto capire se ne abbiamo inserito di superflue.

  10. animadicarta
    21 ottobre 2014 alle 16:00 Rispondi

    Bellissimo il paragone con i cartoni animati del passato, hai reso proprio l’idea :D
    Sì, lì le espressioni sono enfatizzate, però è giusto che siano ben “visibili” anche in un brano di narrativa. Quanto è brutto quando non ci sono movimenti dei personaggi o non è chiaro dove si trovino. Senza esagerare, per non distrarre, come dici.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2014 alle 19:20 Rispondi

      Nei vecchi cartoni regnava l’enfasi, ma calcoliamo che erano anche brevi, quindi bisognava condensare tutto e accelerare il messaggio.

      Ben visibili senza strafare, questo è il modo migliore.

  11. franco zoccheddu
    21 ottobre 2014 alle 17:33 Rispondi

    Voglio provare a rileggere il mio romanzo alla luce delle tue considerazioni. Perchè se è vero che in fondo è qualcosa cui inconsciamente tutti badiamo, però la mia impressione è che una lucida consapevolezza dei fenomeni ci fornisce le armi migliori. Ti ho sicuramente già detto quanta ispirazione traggo dai tuoi articoli, grazie!

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2014 alle 19:22 Rispondi

      Buona rilettura, allora, e speriamo che non dovrai riscrivere tutto per colpa mia :D

  12. Banshee Miller
    21 ottobre 2014 alle 17:39 Rispondi

    Molto interessante. Si può abbondare o risparmiare, ma un po’ d’azione secondaria ci vuole. A suffragio del parallelismo tra immagini e letteratura, io uso questo sistema: mi immagino una foto o un disegno di quello che sta facendo il personaggio e lo descrivo come se descrivessi quel disegno a qualcuno che non lo sta vedendo. Sembra scontato ma forse non lo è.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2014 alle 19:24 Rispondi

      Tendo anche io a visualizzare la scena come se fosse un film, ma ora cercherò di vederla alla luce delle azioni secondarie che dovrebbero esserci.

  13. Lisa Agosti
    21 ottobre 2014 alle 20:14 Rispondi

    Sono un po’ confusa perché i manuali di scrittura creativa insistono tanto sul “tagliare, tagliare, tagliare” e qui invece si dice che giustamente è importante dare spazio ai dettagli secondari che arricchiscono la scena.
    Immagino che si debba cercare di infilare informazioni nel discorso senza appesantirlo e senza cadere nell’ovvio.
    Mi aiuterebbe molto vedere il principio applicato ad un esempio pratico, per esempio:

    Liz stava aspettando al bancone del bar, continuava a guardare fuori sorseggiando il suo martini.

    Liz tamburellava le dita sul bancone del bar, ogni tre secondi il suo sguardo si dirigeva automaticamente verso la porta girevole in continuo movimento dell’ingresso, mentre lei continuava a sorseggiare il suo terzo martini seduta tra una coppietta felice e una vecchia televisione dal volume troppo alto sintonizzata sul canale sportivo.

    Nella seconda frase ho cercato di concentrarmi sulle azioni secondarie, ho interpretato correttamente il principio?
    Se sì, le informazioni aggiunte sono superflue in quanto ovvie? Sono superflue in quanto inutili all’avanzamento della trama? Appesantiscono la lettura?

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2014 alle 20:36 Rispondi

      Tagliare farà pure bene, ma non deve diventare un’abitudine forzata e soprattutto si taglia dove serve.

      Domani penso a quello che hai scritto e magari scrivo anche io un pezzo. Con degli esempi pratici si capisce meglio :)

    • LiveALive
      21 ottobre 2014 alle 21:46 Rispondi

      Ho avuto modo di discuterne con Marco Candida, qualche giorno fa.
      La questione non è tanto il tagliare il superfluo quanto capire cosa è superfluo. È superfluo ciò che non manda avanti la trama? Ma nessun buon libro si limita a questo. È superfluo ciò che non contribuisce all’effetto complessivo? Ma tutto ha un effetto!
      …non è facile capire cosa lasciare e cosa tagliare. Se i manuali lo consigliano è perché gli scrittori inesperti si sbrodolano con kilometri di testo inutile, insistendo su azioni non interessanti o indulgendo in descrizioni che si potevano saltare. Ma io credo che tu ormai sia nella posizione di poter capire da sola quando un taglio è utile all’effetto che vuoi dare nel passaggio e quando invece ne riduce l’intensità.

      Per i tuoi esempi, anzitutto hai cambiato “stava aspettando al bancone…” con “Lia tamburellava le dita sul bancone…”: come avrebbe fatto Tolstoj, comunicando l’attesa nel concretò. Poi però hai cambiato con “continuava a guardare fuori…” Con “ogni tre secondi il suo sguardo si dirigeva automaticamente verso la porta girevole…”, peggiorando la cosa sia perché l’avverbio lì è inutilmente pesante, sia perché hai preso a parlare del tempo in astratto. Lo hai fatto per inserire il movimento della porta, ma non è utile nel contesto, nel senso che non è un particolare che sottolinea l’emozione della situazione. Subito dopo aggiungi la doppietta felice e il vecchi che ascolta la TV troppo alta. Poteva andare bene se inserivi la cosa in un contesto più dinamico, come avevi fatto con la porta: il vecchi che martella col pollice sul tasto del volume che non aumenta ulteriormente, il ragazzo che poggia la mano sulla coscia della ragazza…
      Queste non sono azioni secondarie, sono semplicemente eventi di contorno. Ora provo a farti due esempi.

      Anzitutto, vediamo la base:
      “Liz tamburellava con la mano sul bancone del bar.”

      Ora aggiungo delle azioni secondarie:

      “Liz tamburellava con una mano sul bancone del bar, e con l’altra ondeggiava il bicchiere di Martini”

      Meglio ancora sarebbe stato se l’azione secondaria era conseguenza della primaria. Qui non ci riesco, ma potrei fare così:
      “Liz si voltò di scatto verso il vecchio, i lunghi capelli le ondeggiarono davanti agli occhi”

      Se dovessi rifare la tua ultima frase, invece, scriverei così:
      “Liz tamburellava le dita sul bancone del bar. La porta girevole cigolava alle sue spalle, spinta dal vento che entrava da ogni spiffero e le alitava gelido sul collo. Buttò giù l’ultimo Martini e impilò il bicchiere sugli altri. In TV c’era Joe di Maggio che si stava mettendo in posizione di tiro, mentre il vecchio Daniele Imperi sbatteva il telecomando sul tavolo “non alza, non si sente niente!””

  14. Lisa Agosti
    23 ottobre 2014 alle 00:13 Rispondi

    He he he mi piace moto questo finale a sorpresa :) Grazie mille per l’ottima analisi condotta sul mio esempio, mi ha fatto venire in mente nuove domande e altri dubbi, ci devo riflettere, magari ci scriverò un post.

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.