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L’uso degli avverbi nella scrittura

Questo è un guest post scritto da Alessandro Cassano.

L'uso degli avverbi nella scritturaQualunque aspirante scrittore che abbia sfogliato un manuale di scrittura moderna avrà notato una vera e propria demonizzazione degli avverbi con suffisso -mente. Obbedire a una regola senza comprenderne la reale finalità è un po’ come allacciarsi la cintura di sicurezza solo per evitare una bella multa. Con questo articolo vorrei spingervi a una riflessione in merito all’avverbio di modo e alla sua presunta deprecabilità.

Urge fare un piccolo passo indietro. La condanna degli avverbi deriva in primis dallo “show, don’t tell”, l’abusatissima raccomandazione che dovrebbe spronarci a rivelare cose, fatti e personaggi attraverso dialoghi e azione piuttosto che con la semplice descrizione.

L’estremizzazione di questo concetto ha portato a una scrittura sempre più cinematografica, divenuta troppo spesso asettica e poco interattiva. A pensarci bene, è proprio l’interattività a costituire la più netta differenza tra il linguaggio dei libri e quello del cinema. Un libro lascia al lettore l’onere e il piacere di immaginare un personaggio sulla base delle peculiarità descritte dall’autore, mentre il cinema impone i suoi tempi, suoni e colori. È quest’ultimo – che piaccia o meno – il modello verso cui romanzi e racconti moderni si stanno evolvendo.

Fatta questa doverosa premessa, diventa facile comprendere per quale motivo i guru della scrittura moderna diffidino dall’utilizzare gli avverbi di modo. Questi sono generici, sintetici e a dirla tutta anche un po’ cacofonici. Ma siamo proprio sicuri che il male sia costituito esclusivamente dall’avverbio?

Facciamo un esempio:

Antonio camminava lentamente.

L’ingenuo divoratore di guide di stile penserà che basti sostituire il demone-avverbio con un espediente non troppo originale. Eccolo:

Antonio camminava con lentezza.

Cos’è cambiato? L’avverbio non c’è più, ma siamo sicuri che la seconda frase sia più idonea della prima? Assolutamente no. Ecco svelato il più grosso fraintendimento dei diktat del “bello scrivere”. Il problema non è insito nell’avverbio, piuttosto nel come esprimiamo il complemento di modo.

Potremmo cedere alla pigrizia e attingere a un avverbio di modo, al pari di un single svogliato che per non cucinare acquista soltanto pasti precotti. Ma se vogliamo rendere la passeggiata del nostro Antonio un po’ più memorabile di quelle di chiunque cammini lentamente dobbiamo impegnarci un po’ di più:

Antonio camminava osservando le vetrine. I passanti, come tanti automi bramosi di recarsi al più presto chissà dove, lo superavano senza risparmiargli spallate o spintoni. Lui non si era nemmeno accorto di aver dimenticato a casa l’orologio.

Di contro, parlando di una canzone vincitrice al Festival di Sanremo, potremmo scrivere:

“Al Festival venne premiata una canzone che parlava d’amore, tematica piuttosto usuale nelle manifestazioni canore”.

Ma se le mie intenzioni fossero quelle di rimarcare la banalità del solito testo a sfondo sentimentale, nulla più di un avverbio in -mente potrebbe venirmi in aiuto:

“La canzone, rigorosamente d’amore, vinse il Festival”.

Con questi esempi ho voluto semplicemente spiegarvi come l’integralismo stilistico spesso possa risultare fuorviante. I consigli dei mostri sacri della letteratura vengono troppo spesso ridotti a decaloghi approssimativi ai quali l’aspirante scrittore – bramoso di farne tesoro – rischia di ottemperare senza averne compreso appieno lo spirito.

Non è detto che un tipo di scrittura meno “raccontata” venga apprezzata da tutti. È fondamentale però che la sensibilità di chi scrive stabilisca dove ci si possa concedere un avverbio senza impoverire o imbruttire la narrazione.

La solitudine dei numeri primi, libro che ho mollato dopo mezzo capitolo trovandolo insopportabile, contiene più di trecento avverbi in -mente, tra cui ben quarantaquattro “lentamente”. Ebbene, il libro di Paolo Giordano ha vinto il Premio Strega e il Campiello.

Lo stesso Stephen King, che lancia un vero e proprio anatema contro gli avverbi di modo, ne ha utilizzati centinaia proprio nelle opere che l’hanno portato alla notorietà, alla ricchezza e… al potersi permettere di impartire lezioni di scrittura.

Il guest blogger

Sono Alessandro Cassano, autore del blog satirico “Obbrobbrio“. Appassionato di libri e scrittura, mi dedico da anni allo studio delle tecniche narrative per migliorarmi innanzitutto come lettore. Sul mio blog è presente un contro-corso di scrittura, volutamente sarcastico nei confronti dei vademecum per aspiranti scrittori più diffusi nel web.

30 Commenti

  1. gelo
    28 novembre 2012 alle 08:31 Rispondi

    sono dubbioso sul discorso di King, perché suonano in modo diverso, in lingua inglese, piuttosto che nel cacofonico italiano, e quindi non è proprio la stessa cosa e il suo anatema è piuttosto diverso, tenendo conto della lingua (sua e nostra). poi non so, ho letto troppo poco in english per giudicare, ma a melodia, la differenza sull’uso è palese.
    Comunque sì, bell’articolo :)

    • Alessandro C.
      28 novembre 2012 alle 12:20 Rispondi

      Concordo appieno. Da quanto ho capito, nella lingua inglese si demonizza maggiormente il gerundio (“elements of style” docet).
      Grazie per l’apprezzamento :)

  2. L’uso degli avverbi nella scrittura | Scrivere e leggere libri | Scoop.it
    28 novembre 2012 alle 09:18 Rispondi

    […] Qualunque aspirante scrittore che abbia sfogliato un manuale di scrittura moderna avrà notato una vera e propria demonizzazione degli avverbi con suffisso -mente.   Obbedire a una regola senza comprenderne la reale finalità è un po’ come allacciarsi la cintura di sicurezza solo per evitare una bella multa. Questo articolo vuole spingervi a una riflessione in merito all’avverbio di modo e alla sua presunta deprecabilità.   Urge fare un piccolo passo indietro. La condanna degli avverbi deriva in primis dallo “show, don’t tell”, l’abusatissima raccomandazione che dovrebbe spronarci a rivelare cose, fatti e personaggi attraverso dialoghi e azione piuttosto che con la semplice descrizione.   L’estremizzazione di questo concetto ha portato a una scrittura sempre più cinematografica, divenuta troppo spesso asettica e poco interattiva. A pensarci bene, è proprio l’interattività a costituire la più netta differenza tra il linguaggio dei libri e quello del cinema.   Un libro lascia al lettore l’onere e il piacere di immaginare un personaggio sulla base delle peculiarità descritte dall’autore, mentre il cinema impone i suoi tempi, suoni e colori. È quest’ultimo – che piaccia o meno – il modello verso cui romanzi e racconti moderni si stanno evolvendo.   Fatta questa doverosa premessa, diventa facile comprendere per quale motivo i guru della scrittura moderna diffidino dall’utilizzare gli avverbi di modo. Questi sono generici, sintetici e a dirla tutta anche un po’ cacofonici.   Ma siamo proprio sicuri che il male sia costituito esclusivamente dall’avverbio?     Leggi tutto: http://pennablu.it/avverbi/  […]

  3. Lucia Donati
    28 novembre 2012 alle 11:29 Rispondi

    A me gli avverbi piacciono, mai demonizzati, ma, come per tutte le cose, il tutto va equilibrato con buon senso. Osservazioni interessanti e utili. Bel post.

    • Alessandro C.
      28 novembre 2012 alle 12:21 Rispondi

      Grazie Lucia. D’accordo sulla ricerca dell’equilibrio. Diciamo che un ricorso troppo frequente all’avverbio di modo rappresenta un piccolo campanello d’allarme: vuol dire che forse stiamo lasciando andare un po’ troppo la storia senza particolareggiarla abbastanza.

  4. franco zoccheddu
    28 novembre 2012 alle 12:23 Rispondi

    Non vedo niente di male negli avverbi. Come con tutti gli altri elementi della proposizione non bisogna abusarne. Tutto il resto mi pare solo questione di gusti, e su quelli non c’è guro o Stephen King che tenga.

    • Alessandro C.
      28 novembre 2012 alle 12:25 Rispondi

      il problema è che “On writing” ha mandato in bad trip un sacco di gente…

      • Lucia Donati
        28 novembre 2012 alle 15:06 Rispondi

        Se uno lo prende come oro colato… La gente ha sempre bisogno di qualcuno che gli dica cosa e come fare mentre dovrebbe usare il proprio cervello.

        • Alessandro C.
          28 novembre 2012 alle 15:34 Rispondi

          Diciamo che lo scrittore alle prime armi non ha ancora sviluppato sufficienti “anticorpi” per poter interpretare la validità o meno dei consigli offerti dai professionisti.
          E’ per questo che alle guide di stile andrebbero preferiti saggi sul romanzo e sul racconto: ho apprezzato molto testi come “l’officina del racconto” e “come funzionano i romanzi”.

          • Giuliana
            22 luglio 2013 alle 01:28

            Molto interessanti l’articolo e gli spunti che propone.
            Secondo me anche le guide di stile sono valide, a patto che chi le legge cerchi di riflettere con la propria testa sui suggerimenti che propongono.
            Per quanto mi riguarda, ad esempio, la parte di On Writing che demonizza l’uso degli avverbi mi è stata in qualche modo utile, perché mi ha spinto a riflettere sul fatto di non esagerare nel loro utilizzo. Ma non per questo li evito del tutto, anzi.
            Concordo sul fatto che il -mente degli avverbi di modo italiani non sia così gradevole all’orecchio, mentre molto meno fastidiosi risultano gli avverbi di modo in lingua inglese, più corti e ritmicamente digeribili: vuoi mettere un “Slowly, he opened the door” con un “Lentamente, aprì la porta?”… Molto più dinamico e musicale il primo, a mio parere.
            Anch’io ho apprezzato “L’officina del racconto”.

  5. Daniele Imperi
    28 novembre 2012 alle 12:29 Rispondi

    Neanche io li demonizzo, incluso il tanto odiato “improvvisamente”. Dipende dalle situazioni.

  6. Alessandro C.
    28 novembre 2012 alle 12:32 Rispondi

    credo che “improvvisamente” sia il termine più usato nelle mie scene di pseudo-suspense. Se me ne vietassero l’uso mi incatenerei davanti alla sede dell’Accademia della Crusca.

  7. Salomon Xeno
    28 novembre 2012 alle 12:45 Rispondi

    Il problema in italiano è che il suffisso -mente, ripetuto, suona involontariamente ridicolo. Poi io sono contro gli integralismi e penso che lo “show don’t tell” sia una delle tecniche di scrittura meno comprese degli ultimi 150 anni. E la fregatura è che te la propinano anche nel manuale più beginner di tutti, quindi non c’è scampo!
    Del resto, una valida alternativa alla camminata lenta l’aveva scoperta il Petrarca con il suo “vo mesurando i passi”. Ma nel 99% dei casi “camminava lentamente” va più che bene. Sempre che cammini veramente (!) lentamente, ovviamente…
    Bell’articolo!

  8. Alessandro C.
    28 novembre 2012 alle 12:49 Rispondi

    Eggià!
    Sono completamente, infinitamente, nonfaunagrinzamente d’accordo con te.
    Grazie per il complimento :)

  9. L’uso degli avverbi nella scrittura | Come Fare un Editing ad un Testo | Scoop.it
    28 novembre 2012 alle 15:20 Rispondi

    […] Qualunque aspirante scrittore che abbia sfogliato un manuale di scrittura moderna avrà notato una vera e propria demonizzazione degli avverbi con suffisso -mente. Obbedire a una regola senza comprenderne la reale finalità è un po’ come allacciarsi la cintura di sicurezza solo per evitare una bella multa. Questo articolo vuole spingervi a una riflessione in merito all’avverbio di modo e alla sua presunta deprecabilità. Urge fare un piccolo passo indietro. La condanna degli avverbi deriva in primis dallo “show, don’t tell”, l’abusatissima raccomandazione che dovrebbe spronarci a rivelare cose, fatti e personaggi attraverso dialoghi e azione piuttosto che con la semplice descrizione. L’estremizzazione di questo concetto ha portato a una scrittura sempre più cinematografica, divenuta troppo spesso asettica e poco interattiva. A pensarci bene, è proprio l’interattività a costituire la più netta differenza tra il linguaggio dei libri e quello del cinema. Un libro lascia al lettore l’onere e il piacere di immaginare un personaggio sulla base delle peculiarità descritte dall’autore, mentre il cinema impone i suoi tempi, suoni e colori. È quest’ultimo – che piaccia o meno – il modello verso cui romanzi e racconti moderni si stanno evolvendo. Fatta questa doverosa premessa, diventa facile comprendere per quale motivo i guru della scrittura moderna diffidino dall’utilizzare gli avverbi di modo. Questi sono generici, sintetici e a dirla tutta anche un po’ cacofonici. Ma siamo proprio sicuri che il male sia costituito esclusivamente dall’avverbio? Leggi l'articolo originale qui:http://pennablu.it/avverbi/  […]

  10. L'uso degli avverbi nella scrittura | Autori indipendenti | Scoop.it
    29 novembre 2012 alle 00:23 Rispondi

    […] Qualunque aspirante scrittore che abbia sfogliato un manuale di scrittura moderna avrà notato una vera e propria demonizzazione degli avverbi con suffisso -mente. Obbedire a una regola senza comprenderne la reale finalità è un po' come …  […]

  11. L'uso degli avverbi nella scrittura | Scritturacreativa | Scoop.it
    29 novembre 2012 alle 21:41 Rispondi

    […] Qualunque aspirante scrittore che abbia sfogliato un manuale di scrittura moderna avrà notato una vera e propria demonizzazione degli avverbi con suffisso -mente. Obbedire a una regola senza comprenderne la reale finalità è un po' come …  […]

  12. Romina Tamerici
    30 novembre 2012 alle 00:34 Rispondi

    Ho come l’impressione che il mio post sugli avverbi non ti abbia trovato troppo d’accordo, allora! Comunque neanch’io sono dell’idea di dover demonizzare gli avverbi di modo, solo che è meglio evitarne un uso eccessivo perché creano un brutto effetto sonoro. Comunque vado a mettere subito un bel link a questo post nel mio, perché i tuoi ragionamenti sono interessanti!

    • Alessandro C.
      30 novembre 2012 alle 01:05 Rispondi

      Vedi, penso solo che il tuo post sugli avverbi tratti solo l’aspetto “cacofonico” della faccenda. Questo mi ha stimolato ad approfondire l’argomento, in quanto ritengo la questione molto più ampia. Alla fine, come ben sai, l’esporre le proprie teorie e opinioni su questo o quell’argomento deve servire da stimolo per confrontarsi e crescere, e in questo l’esperienza con il mio blog e quello altrui mi sta insegnando una marea di cose interessanti.

      • Romina Tamerici
        30 novembre 2012 alle 14:05 Rispondi

        Infatti sono proprio contenta che la discussione sia continuata e che tu abbia approfondito altri aspetti. Del resto un post non è mai in grado di completare un discorso e chiudere una questione. La cosa bella è proprio questa!

  13. L’uso degli avverbi nella scrittura | Scritturacreativa | Scoop.it
    3 dicembre 2012 alle 07:44 Rispondi

    […] Qualunque aspirante scrittore che abbia sfogliato un manuale di scrittura moderna avrà notato una vera e propria demonizzazione degli avverbi con suffisso -mente.   Obbedire a una regola senza comprenderne la reale finalità è un po’ come allacciarsi la cintura di sicurezza solo per evitare una bella multa. Questo articolo vuole spingervi a una riflessione in merito all’avverbio di modo e alla sua presunta deprecabilità.   Urge fare un piccolo passo indietro. La condanna degli avverbi deriva in primis dallo “show, don’t tell”, l’abusatissima raccomandazione che dovrebbe spronarci a rivelare cose, fatti e personaggi attraverso dialoghi e azione piuttosto che con la semplice descrizione.   L’estremizzazione di questo concetto ha portato a una scrittura sempre più cinematografica, divenuta troppo spesso asettica e poco interattiva. A pensarci bene, è proprio l’interattività a costituire la più netta differenza tra il linguaggio dei libri e quello del cinema.   Un libro lascia al lettore l’onere e il piacere di immaginare un personaggio sulla base delle peculiarità descritte dall’autore, mentre il cinema impone i suoi tempi, suoni e colori. È quest’ultimo – che piaccia o meno – il modello verso cui romanzi e racconti moderni si stanno evolvendo.   Fatta questa doverosa premessa, diventa facile comprendere per quale motivo i guru della scrittura moderna diffidino dall’utilizzare gli avverbi di modo. Questi sono generici, sintetici e a dirla tutta anche un po’ cacofonici.   Ma siamo proprio sicuri che il male sia costituito esclusivamente dall’avverbio?     Leggi tutto: http://pennablu.it/avverbi/  […]

  14. L’uso degli avverbi nella scrittura | From the translation's world | Scoop.it
    3 dicembre 2012 alle 21:59 Rispondi

    […] Qualunque aspirante scrittore che abbia sfogliato un manuale di scrittura moderna avrà notato una vera e propria demonizzazione degli avverbi con suffisso -mente.   Obbedire a una regola senza comprenderne la reale finalità è un po’ come allacciarsi la cintura di sicurezza solo per evitare una bella multa. Questo articolo vuole spingervi a una riflessione in merito all’avverbio di modo e alla sua presunta deprecabilità.   Urge fare un piccolo passo indietro. La condanna degli avverbi deriva in primis dallo “show, don’t tell”, l’abusatissima raccomandazione che dovrebbe spronarci a rivelare cose, fatti e personaggi attraverso dialoghi e azione piuttosto che con la semplice descrizione.   L’estremizzazione di questo concetto ha portato a una scrittura sempre più cinematografica, divenuta troppo spesso asettica e poco interattiva. A pensarci bene, è proprio l’interattività a costituire la più netta differenza tra il linguaggio dei libri e quello del cinema.   Un libro lascia al lettore l’onere e il piacere di immaginare un personaggio sulla base delle peculiarità descritte dall’autore, mentre il cinema impone i suoi tempi, suoni e colori. È quest’ultimo – che piaccia o meno – il modello verso cui romanzi e racconti moderni si stanno evolvendo.   Fatta questa doverosa premessa, diventa facile comprendere per quale motivo i guru della scrittura moderna diffidino dall’utilizzare gli avverbi di modo. Questi sono generici, sintetici e a dirla tutta anche un po’ cacofonici.   Ma siamo proprio sicuri che il male sia costituito esclusivamente dall’avverbio?   Leggi l'articolo originale qui:http://pennablu.it/avverbi/  […]

  15. Il meglio del 2012
    31 dicembre 2012 alle 05:02 Rispondi

    […] L’uso degli avverbi nella scrittura: un’interessante discussione su come e quando usare gli avverbi in narrativa. […]

  16. L’uso degli avverbi nella scrittura | Scritturacreativa | Scoop.it
    1 gennaio 2013 alle 11:19 Rispondi

    […] Qualunque aspirante scrittore che abbia sfogliato un manuale di scrittura moderna avrà notato una vera e propria demonizzazione degli avverbi con suffisso -mente. Obbedire a una regola senza comprenderne la reale finalità è un po’ come allacciarsi la cintura di sicurezza solo per evitare una bella multa. Questo articolo vuole spingervi a una riflessione in merito all’avverbio di modo e alla sua presunta deprecabilità. Urge fare un piccolo passo indietro. La condanna degli avverbi deriva in primis dallo “show, don’t tell”, l’abusatissima raccomandazione che dovrebbe spronarci a rivelare cose, fatti e personaggi attraverso dialoghi e azione piuttosto che con la semplice descrizione. L’estremizzazione di questo concetto ha portato a una scrittura sempre più cinematografica, divenuta troppo spesso asettica e poco interattiva. A pensarci bene, è proprio l’interattività a costituire la più netta differenza tra il linguaggio dei libri e quello del cinema. Un libro lascia al lettore l’onere e il piacere di immaginare un personaggio sulla base delle peculiarità descritte dall’autore, mentre il cinema impone i suoi tempi, suoni e colori. È quest’ultimo – che piaccia o meno – il modello verso cui romanzi e racconti moderni si stanno evolvendo. Fatta questa doverosa premessa, diventa facile comprendere per quale motivo i guru della scrittura moderna diffidino dall’utilizzare gli avverbi di modo. Questi sono generici, sintetici e a dirla tutta anche un po’ cacofonici. Ma siamo proprio sicuri che il male sia costituito esclusivamente dall’avverbio? Leggi tutto: http://pennablu.it/avverbi/  […]

  17. Enzo
    1 luglio 2013 alle 14:12 Rispondi

    Daniele,
    ti giuro, stavo risalendo alla tua homepage per individuare la tua mail e scriverti per chiedere di questo enunciato quasi sacro:
    “nello scrivere no bisogna inserire gli avverbi in …mente”.
    Ma poi la funzione “cerca” mi è apparsa, e tra lo scetttico ed il curioso, ho avviato una ricerca: ‘avverbi’.
    Ho trovato questo post, scritto egregiamente bene, ma ti forza a dire:
    “Non capisco ma mi adeguo” O_0.
    Poi, mi ha catturato un’altra dichiarazione
    (La solitudine dei numeri primi, …[cut]…il libro di Paolo Giordano ha vinto il Premio Strega e il Campiello.)

    (Lo stesso Stephen King, …[cut]…potersi permettere di impartire lezioni di scrittura.)
    Illuminante!
    Mi consenti un latinismo?
    ‘In medio stat virtus’.
    Direi che è sempre vero, no?

    • Daniele Imperi
      1 luglio 2013 alle 14:30 Rispondi

      Certo, Enzo, dipende secondo me da come li usi. Calcola che troppi avverbi in “mente” vicini causano rime antipatiche, anche.

  18. Enrico Faccini
    27 dicembre 2014 alle 13:18 Rispondi

    E’ improprio chiamare in causa Stephen King: bisognerebbe prima capire quanto il traduttore italiano sia intervenuto sul testo originale.

    • Daniele Imperi
      28 dicembre 2014 alle 09:36 Rispondi

      Ciao Enrico, benvenuto nel blog. Sì, in un certo senso è vero quello che dici, ma in teoria un traduttore non dovrebbe permettersi troppe libertà. Se c’è un avverbio, non può toglierlo a suo piacimento.

  19. Alessandro Cassano
    29 dicembre 2014 alle 11:10 Rispondi

    Ciao Enrico,

    incollo le parole di S. King (e ti assicuro che tra gli esordienti è usuale l’abuso degli avverbi):

    “Adverbs … are words that modify verbs, adjectives, or other adverbs. They’re the ones that usually end in -ly. Adverbs, like the passive voice, seem to have been created with the timid writer in mind. … With adverbs, the writer usually tells us he or she is afraid he/she isn’t expressing himself/herself clearly, that he or she is not getting the point or the picture across.

    Consider the sentence He closed the door firmly. It’s by no means a terrible sentence (at least it’s got an active verb going for it), but ask yourself if firmly really has to be there. You can argue that it expresses a degree of difference between He closed the door and He slammed the door, and you’ll get no argument from me … but what about context? What about all the enlightening (not to say emotionally moving) prose which came before He closed the door firmly? Shouldn’t this tell us how he closed the door? And if the foregoing prose does tell us, isn’t firmly an extra word? Isn’t it redundant?

    Someone out there is now accusing me of being tiresome and anal-retentive. I deny it. I believe the road to hell is paved with adverbs, and I will shout it from the rooftops. To put it another way, they’re like dandelions. If you have one on your lawn, it looks pretty and unique. If you fail to root it out, however, you find five the next day . . . fifty the day after that . . . and then, my brothers and sisters, your lawn is totally, completely, and profligately covered with dandelions. By then you see them for the weeds they really are, but by then it’s — GASP!! — too late.

    I can be a good sport about adverbs, though. Yes I can. With one exception: dialogue attribution. I insist that you use the adverb in dialogue attribution only in the rarest and most special of occasions . . . and not even then, if you can avoid it. Just to make sure we all know what we’re talking about, examine these three sentences:

    ‘Put it down!’ she shouted.
    ‘Give it back,’ he pleaded, ‘it’s mine.’
    ‘Don’t be such a fool, Jekyll,’ Utterson said.

    In these sentences, shouted, pleaded, and said are verbs of dialogue attribution. Now look at these dubious revisions:

    ‘Put it down! she shouted menacingly.
    ‘Give it back,’ he pleaded abjectly, ‘it’s mine.’
    ‘Don’t be such a fool, Jekyll,’ Utterson said contemptuously.

    The three latter sentences are all weaker than the three former ones, and most readers will see why immediately.”

  20. Luca
    14 febbraio 2015 alle 03:49 Rispondi

    Il guaio di questi decaloghi di scrittura è che non provengono dagli artisti, ma dagli esperti di marketing. Tutta questa cultura del “less is more” e queste manie di minimalismo (che tra l’altro si estendono a tutte le forme d’arte) sono solo un modo per vendere di più. Il fruitore medio è stanco, pigro, poco acculturato, non ha voglia di penetrare nel testo. Vuole i fatti, l’azione, tutto e subito, frasi telegrafiche e stringate, un lessico elementare. Tutto è sacrificato all’immediatezza. L’avverbio può essere ridondante, va calibrato, ma pensare che vada evitato come la peste è pura follia. Non parliamo poi degli aggettivi e delle metafore, che sono il sale della scrittura. Che poi qualcuno preferisca un linguaggio asciutto, va benissimo, sono gusti, ma da qui a bandire gli avverbi ce ne passa.
    Tra l’altro, ‘sto Stephen King, ma chi è? Stiamo parlando di un autore popolare, ma certo non di un virtuoso della parola. Prendiamo a modello Proust piuttosto, coi suoi interminabili periodi che occupano quasi un’intera pagina, o Virginia Woolf, o Dostoevskij, o Eco, Kundera, Calvino, Marquez… ma King insomma, ridimensioniamolo un attimo.

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