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Lʼautore che non voglio essere

Autore

Ero indeciso sul titolo di questo post, che riprende il gioco-non gioco lanciato da Tenar qualche giorno fa. Nel suo post “Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” ci chiedeva che scrittori non vogliamo essere, che cosa non vogliamo scrivere.

Ha ragione: talvolta capire ciò che non siamo e soprattutto ciò che non vogliamo diventare ci aiuta a comprendere meglio la nostra natura e a definire il nostro percorso, artistico in questo caso.

Non ho voluto usare la parola “scrittore” nel titolo per due motivi.

  1. È una parola che continua a sembrarmi enorme, come se indicasse unʼelite o comunque una meta irraggiungibile.
  2. Preferisco il termine più generico “autore”, perché credo mi calzi meglio.

Il mio primo libro pubblicato è un saggio sul blogging, in fondo, quando invece pensavo sarebbe stato un romanzo. Scrivo racconti, progetto romanzi. Scrivo articoli per il mio blog e anche per qualche cliente. Sono tornato a lavorare a una mia striscia a fumetti che spero vedrà presto la luce online.

Non posso definirmi scrittore. È più corretto autore.

Lʼautore che non voglio essere

Non è facile pensare al negativo, cosa strana per una persona così negativa come me. Però il gioco si sta facendo interessante e ci sto prendendo gusto, quindi mi arrovello il cervello per capire e scoprire che tipo di autore voglio davvero essere.

Non voglio essere un autore imprigionato in un genere

Ma voglio scrivere quello che mi pare, quello che mi salta in testa, la storia a cui sono affezionato. Che sia un fantasy, un giallo, un saggio, un western, un romanzo di fantascienza, un manuale tecnico, una striscia a fumetti, un thriller: scrivo quello che in quel momento vuole uscire dalla mia testa.

Non voglio essere legato allʼeditoria tradizionale o al self-publishing

Ma essere libero di pubblicare come voglio. Ci sono libri che vorrei proporre a editori e altri che voglio autopubblicare. Lʼho sempre detto: non schifo né lʼuna né lʼaltra editoria, a me interessano entrambe.

Non voglio cedere alla pubblicazione…

… se lʼeditore mi impone correzioni al mio testo che io non condivido. Non pubblicherò mai un libro pieno di “dài”, “dèi”, “subìto” e oscenità del genere. Piuttosto, straccio il contratto e mi autopubblico il libro senza inutili accenti. La pubblicazione a tutti i costi a me non piace. E oggi la casa editrice non è più lʼunica strada per pubblicare.

Non voglio cedere ai futuri lettori…

… e scrivere un seguito se la mia storia non deve averne uno. Oggi cʼè troppa immaturità, specialmente fra i lettori. Accontentatevi di leggere un romanzo per quello che è.

Non voglio scrivere per fare soldi

Non è questo il mio obiettivo con la scrittura. Il mio sogno è sempre stato di vedere un mio libro sugli scaffali di una libreria: quella sarà la mia soddisfazione, non le royalty. E se quei libri saranno sugli scaffali virtuali, la soddisfazione sarà identica: sapere che cʼè gente disposta a spendere soldi e tempo per leggere quello che ho scritto.

Non voglio accontentare tutti

Ogni cosa che scrivo ha i suoi lettori, che non sono sempre gli stessi. Se do uno sguardo ai racconti pubblicati nel blog, cʼè quasi di tutto. Il racconto che sto scrivendo per il self-publishing è qualcosa che non è ancora apparso qui. E lʼunico libro che ho pubblicato non è un romanzo.

A me piace così: sapere che ciò che scrivo accontenterà qualcuno e non interesserà a qualcun altro. Ma non per dispetto, per indole.

Non voglio autocensurarmi

Ma voglio scrivere quello che ho dentro, anche se dovesse far storcere il naso a qualcuno. Ci sono storie scomode, una mi è venuta in mente nei giorni scorsi, storie che innescano malumori, polemiche, critiche pesanti.

La mia risposta a tutto ciò è: chi se ne frega. Un autore deve essere libero di scrivere ciò che vuole. Siamo nel XXI secolo.

Io credo di aver finito. E passo la palla a voi.

42 Commenti

  1. Serena
    2 dicembre 2015 alle 07:35 Rispondi

    Non voglio essere un autore che comincia e non finisce. Non voglio essere un autore che nessuno legge. Non voglio essere un autore che scrive in prima persona singolare al presente, mi fa schifo XD Non voglio essere un autore che chiede il permesso a qualcun altro per pubblicare. Non voglio morire con delle storie dentro, le voglio raccontare tutte. E non voglio un macho muscoloso sulle mie copertine, piuttosto mi sparo!

    • sandra
      2 dicembre 2015 alle 08:56 Rispondi

      Urca! Perchè no la prima persona presente?

      • Serena
        2 dicembre 2015 alle 12:54 Rispondi

        Non mi piace scriverla, la trovo claustrofobica e autocompiacente, nonché difficile da gestire. Come lettrice, in realtà la leggo qualche volta, se la voce narrante mi è simpatica, non troppo egocentrica, se la storia mi prende da un punto di vista emotivo. Hunger Games è scritto così, per esempio. In alcuni punti è gestito orrendamente (io ho letto sia la versione inglese che quella italiana) ma la storia mi ha acchiappato, e quindi sono arrivata in fondo. Ho un paio di amiche che scrivono così, ma hanno voci così simpatiche che “mi portano via” senza problemi.
        Purtroppo è il tipo di voce scelto per certa robaccia di grande successo che mi rifiuto di nominare, quindi mi va in antipatia subito e dopo il recupero è difficile.

        • Daniele Imperi
          8 dicembre 2015 alle 17:32 Rispondi

          Ho comprato la serie da poco e devo ancora leggerla. Spero di non abbandonarla.
          Io trovo la prima persona al presente innaturale.

    • monia74
      2 dicembre 2015 alle 09:33 Rispondi

      perchè no al maschio muscoloso? :lol:

      • Serena
        2 dicembre 2015 alle 12:56 Rispondi

        Guarda, i bei figlioli piacciono anche a me XD Ma diciamo che il 99% delle copertine con il maschione è ridicolo. A essere buoni.

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:31 Rispondi

      La prima persona al presente non piace nemmeno a me :D
      Non ho capito perché dovresti chiedere il permesso a qualcun altro per pubblicare…

  2. Grilloz
    2 dicembre 2015 alle 08:04 Rispondi

    “Ma voglio scrivere quello che ho dentro, anche se dovesse far storcere il naso a qualcuno. Ci sono storie scomode, una mi è venuta in mente nei giorni scorsi, storie che innescano malumori, polemiche, critiche pesanti.
    La mia risposta a tutto ciò è: chi se ne frega. Un autore deve essere libero di scrivere ciò che vuole. Siamo nel XXI secolo.”

    Da sottoscrivere in toto, non sopporto il “politicaly correct” soprattutto in letteratura!

    • Salvatore
      2 dicembre 2015 alle 10:27 Rispondi

      Proprio così. ;)

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:33 Rispondi

      E poi dobbiamo rassegnarci che l’Italia è un paese di polemici :)

      • Grilloz
        8 dicembre 2015 alle 21:18 Rispondi

        Moriremo di polemica :P
        P.S. cominciavo a preoccuparmi, tanto lavoro negli ultimi giorni?

        • Daniele Imperi
          9 dicembre 2015 alle 11:03 Rispondi

          Tanto lavoro sì… ma a cogliere le olive! :D

  3. silvia
    2 dicembre 2015 alle 08:35 Rispondi

    Condivido la scelta di usare il termine autore e non scrittore, anche se a mio giudizio tu potresti anche farlo, io di certo no.
    Non voglio essere un’autrice che non sa che cosa scrivere ma lo fa lo stesso. Non voglio essere un’autrice che cede alle lusinghe del mercato solo perché un certo tipo di narrativa vende di più che un altro.
    Non voglio essere un’autrice che non si stima o che non si piace. Piuttosto non scrivo proprio. Infine non voglio essere un’autrice che pensa troppo a come scrivere e alla fine non scrive niente. E quest’ultima cosa un po’ sta già succedendo. :(

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:34 Rispondi

      Mah, secondo me non posso farlo neanche io.
      L’ultima cosa è comprensibile. Scrivi, finisci e poi revisiona :)

  4. sandra
    2 dicembre 2015 alle 08:55 Rispondi

    Non voglio cedere alla pubblicazione, è esattamente ciò che ho appena fatto, non ho ceduto agli interventi proposti al testo, non li sentivo miei e ho rifiutato.

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:35 Rispondi

      E cosa è successo? Che interventi erano?

  5. Luciano Dal Pont
    2 dicembre 2015 alle 09:39 Rispondi

    Non posso fare altro che sottoscrivere in pieno tutti i punti elencati nell’articolo, li sento davvero come miei, tranne uno: “non voglio scrivere per fare soldi”. Ecco, io non miro alla ricchezza fine a se stessa, odio il lusso spocchioso, specie se ostentato per far vedere agli altri quanto si è ricchi, odio il tipico atteggiamento affettato e spesso arrogante di chi crede che il valore di una persona si misuri in base all’ammontare del suo conto in banca, però, fatte queste debite premesse, non posso certo dire che i soldi mi facciano schifo, anzi, li desidero non tanto per averli, non per accumularli, ma per spenderli per fare le cose che mi piacciono, per divertirmi, per godermi la vita come piace a me e, perché no, per fare della beneficenza mirata. E la mia ambizione, il mio sogno, il mio desiderio, è quello di affermarmi come scrittore (ebbene si, a me piace usare questo termine, senza voler peccare di presunzione o di spocchia, ma lo sento davvero mio) e di guadagnarmi da vivere (e bene) proprio attraverso la scrittura, perché non ho mai potuto accettare in tutta la mia vita di fare un lavoro qualunque che magari detesto soltanto per portare a casa uno stipendio, e relegare invece le mie vere passioni allo status di hobby. Voglio guadagnarmi da vivere facendo ciò che mi piace, come ho sempre fatto, sebbene in settori diversi, e oggi, a 59 anni, per me la scrittura rappresenta una sorta di ultima spiaggia.
    Ma fra i punti elencati da Daniele e che, come ripeto, faccio miei in toto, quello al quale mi sento più vicino è l’ultimo: niente censura, di nessun tipo, per nessun motivo, è una cosa che rifiuterei persino se la contropartita fosse rappresentata dalla possibilità di pubblicare con Mondadori, assolutamente. Uno scrittore deve poter esprimere completamente e fino in fondo tutto quello che ha dentro, tutto quello che vuole esprimere. I due romanzi horror che sto scrivendo rappresentano una sorta di sublimazione proprio di questo concetto, si tratta di due storie torbide, morbose, mostruose, oscene, depravate oltre ogni limite dell’immaginabile, e che fanno emergere tematiche scomodissime e molto delicate, ma sono così perché devono essere così, se fossero edulcorate non avrebbero più alcun senso.
    Quello che non vorrei essere? Diciamo che l’immagine di me che mai e poi mai vorrei dare come scrittore è quella dell’intellettuale, alla Umberto Eco tanto per intenderci, a prescindere dal fatto che non ho certo i suoi titoli accademici né la sua cultura né la sua preparazione, ma dico proprio come impatto. Io in effetti credo di essere uno dei pochi scrittori, se non l’unico, ad avere la licenza media, anche se ho frequentato 3 anni di superiori, senza però arrivare al diploma. Sono quindi un autodidatta e la mia immagine deve essere quella del semplice romanziere che vive di narrativa, un’immagine, diciamo, alla Stephen King. E che ciò mi sia di buon auspicio… ;-)

    • Grilloz
      2 dicembre 2015 alle 09:48 Rispondi

      Ne parli così tanto che ormai mi hai incuriosito, quando escono questi due horror? :D

      Quanto agli studi, Scerbanenco non raggiunse neanche la licenza elementare ;)

      • Luciano Dal Pont
        2 dicembre 2015 alle 09:55 Rispondi

        Ah ah ah… :-) Grazie. Usciranno entrambi in self publishing su Amazon, il primo a gennaio, il secondo a giugno.

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:36 Rispondi

      L’intellettuale non posso farlo nemmeno io e nemmeno mi interessa. Preferisco la figura dello scrittore maledetto :D

  6. monia74
    2 dicembre 2015 alle 10:01 Rispondi

    Io mi limito a dire che l’unica cosa che non voglio è che il lettore rimanga deluso da uno stile immaturo o da una storia che fa acqua. Se la CE dà consigli costruttivi come un editor, non ci vedo il problema. Loro hanno una loro profesionalità e conoscono il mercato, per cui se mi rivolgo a una CE devo anche fidarmi di lei. Al momento i consigli mi hanno portato sempre e solo a migliorare.
    E pure io vorrei arrivare a vivere scrivendo, senza necessariamente arricchirmi. Per cui, detta al negativo, non vorrei che rimanesse un hobby a tempo perso.

    • Luciano Dal Pont
      2 dicembre 2015 alle 10:15 Rispondi

      Ciao Monia, concordo con te per quanto riguarda l’editing, purché, appunto, si tratti di editing, cioè, come dici tu, di consigli costruttivi, ma quando l’editor pretende di stravolgere del tutto il tuo lavoro, sebbene magari in buona fede da parte sua, allora no, allora io rifiuterei, persino, come ripeto, se la casa editrice fosse una delle maggiori. Piccole correzioni, piccoli adattamenti, piccoli migliora,menti qua e là mi stanno bene, del resto credo sia questo il lavoro dell’editor, a meno che non ci si trovi di fronte a una sorta di ciofeca illeggibile, ma stravolgimento completo dell’opera, magari perché si eccepisce sui suoi contenuti giudicati troppo estremi, questo no, mai.

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:38 Rispondi

      I consigli costruttivi mi stanno bene. Non sono sicuro di voler vivere guadagnando come scrittore. Di sicuro morirei di fame :D

  7. Chiara
    2 dicembre 2015 alle 11:21 Rispondi

    Ho già provato a fare questo gioco e non ci sono riuscita perché mi veniva l’ansia, l’ho trasformato nel post sui “vorrei”. Però devo ammettere che condivido pienamente tutti i tuoi punti. Credo sia la prima volta che mi sento in piena sintonia con il tuo punto di vista, specialmente per quel che riguarda il diktat dell’editore: nemmeno io accetterei restrizioni ai contenuti, già accetto questo compromesso ogni giorno sul lavoro e non ci posso fare nulla, ma sulle mie opere non voglio censure, solo accordi. Piuttosto mi autopubblico.

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:38 Rispondi

      L’ansia per certi versi viene anche a me, forse per via dell’età ch’avanza…
      Accordi e non censure, hai detto bene.

  8. Simona C.
    2 dicembre 2015 alle 11:43 Rispondi

    Tutti i tuoi punti e in più: non voglio adattarmi alle regole di mercato, ma scrivere ciò che piace a me, coincida o meno con le mode del momento; non voglio smettere di sperimentare anche una volta trovata una formula di successo; non voglio perdere la curiosità che mi spinge a imparare e migliorare.

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:39 Rispondi

      Le regole di mercato non mi interessano, anche se vorrei sperimentare qualche opera che “vende”, per vedere come va a finire.

  9. Loredana
    2 dicembre 2015 alle 12:11 Rispondi

    …applausi. Sono d’accordo con te sul fatto che oggi c’è parecchia immaturità, e che i lettori si aspettino seguiti anche quando non sarebbe necessario, forse perché non sanno staccarsi da una storia e passare ad un’altra, magari completamente diversa.
    E’ incoraggiante il ritratto dell’autore che non vuoi essere, ma di quello che vuoi fare: scrivere quello che hai dentro, a prescindere da qualunque aspettativa altrui.

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:42 Rispondi

      Grazie :)
      Vero, non sanno staccarsi da una storia, ma là fuori è pieno di storie. Ce ne sono anche troppe.

  10. Darius Tred
    2 dicembre 2015 alle 12:45 Rispondi

    Niente da aggiungere: condivido tutto-in-toto ! :-)

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:42 Rispondi

      Grazie Darius :)

  11. Tenar
    2 dicembre 2015 alle 14:16 Rispondi

    Innanzi tutti tu ringrazio per aver aver partecipato al “gioco dei NON” e averlo riproposto così bene.
    Anch’io non mi sento “scrittrice” che sa di grande della letteratura. Sa di qualcosa che è troppo lontano dalla mia realtà di scribacchina.
    Apprezzo molto i tuoi non, li trovo molto coerenti con la tua personalità. Ecco, sui compromessi con le case editrici io certo non contendo per un accento. Lotterei (ho lottato e, spero, lotterò) per il contenuto, ma poi, purché sia leggibile e corretto, che impagino come meglio credano e, se ci tengano, mettano anche gli accenti che desiderano!

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:44 Rispondi

      Io sono più puntiglioso e anche più rompipalle su certi dettagli :)

  12. CogitoErgoLeggo
    2 dicembre 2015 alle 22:36 Rispondi

    Leggendo il tuo articolo ho notato un punto, per me molto importante, che ho scordato nel rispondere al post di Tenar: “non voglio cedere alla pubblicazione se lʼeditore mi impone correzioni al mio testo che io non condivido”.
    Ecco, questo non voglio proprio farlo. Al di là delle questioni puramente linguistiche, non sono disposta ad accettare che vengano tagliate scene solo perché scomode o inadatte a un pubblico sensibile. Ho superato l’ostacolo dell’auto-censura con notevole difficoltà, pertanto non posso firmare un contratto che tolga parti fondamentali della storia, nemmeno se queste sono potenziali fonti di problemi.

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:45 Rispondi

      Se diamo retta alla sensibilità dei lettori, allora non dovremmo scrivere nulla.

  13. Laura
    3 dicembre 2015 alle 19:23 Rispondi

    Che dire? Concordo in pratica su tutto :)

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:46 Rispondi

      Bene, ho sto accontentando tutti, a quanto pare :)

  14. poli72
    3 dicembre 2015 alle 23:03 Rispondi

    Flessibile,disponibile ma non prostituta.L’autore che voglio essere e’ disposto a mettere in discussione la trama ,i personaggi ,a tagliare parti o a modificarne altre, se le esigenze editoriali lo richiedessero, ma mai e poi mai acconsentirebbe a snaturare l’opera nel suo “core”.
    Un autore deve difendere il proprio marchio personale,con le unghie e con i denti anche a costo di perdere delle occasioni.

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:47 Rispondi

      Giusto, mai snaturare l’opera. Parlo di tagli in quel senso, che potrebbero compromettere la vera natura della storia.

  15. Amanda Melling
    4 dicembre 2015 alle 09:33 Rispondi

    La paura dell’editing sembra essere una paura comune :) da editor trovo la cosa molto buffa…

    • poli72
      5 dicembre 2015 alle 13:13 Rispondi

      La tua riga di commento mi ha fatto riflettere molto.Nelle prefazioni di moltissimi romanzi gli autori non dimenticano mai di ringraziare l’editor.Lo stesso King scrive che l’editor e’ sacro. Non credo sia paura dell’editor .Anzi l’editor e’ sempre una figura benedetta per l’autore.Corregge errori,mette ordine nel caos ,da consigli sulla sintassi,sulla logica ed anche sull’estetica dello scritto.Credo la paura si riferisca ad un istinto ancestrale che risiede nell’animo umano.Il timore della privazione,del distacco.Simile a certi patemi di cui soffrono le madri quando il primo giorno di asilo lasciano il loro bambino in mani altrui.La sensazione che la loro creatura possa soffrire o peggio possa venire condizionata nell’animo le fa stare in pena tutto il giorno.All’ora d’uscita , con imbarazzante stupore , ritrovano il bimbo felice e impaziente di raccontare le novita’ che ha appreso.L’editor non e’ certo pagato per peggiorare il prodotto , altrimenti che senso avrebbe il suo lavoro.Il significato del post di Daniele e’ in fondo quello di rivendicare la propria totale liberta’ come autore,svincolato da tutti quelle coercizioni che invece sembrano affliggere molti autori.Parliamoci chiaro! E’ il denaro l’unica vera e anche sola
      forzatura alla liberta’.E’ per denaro ,che certi autori rimangono vincolati ad un genere,se non addirittura ad un protagonista,e’ per denaro che sottostanno alle richieste di sequel che i lettori inviano,e’ per denaro che si vincolano alle scadenze con le case editrici.

    • Daniele Imperi
      8 dicembre 2015 alle 17:48 Rispondi

      Ahahah, è che ho sentito brutte storie su alcuni editor :D

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