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L’autocritica nella scrittura: male necessario o sottovalutazione delle proprie capacità?

L’autocritica nella scrittura

Quando ho parlato dell’editing al mio racconto, ho scritto di non essere così sicuro di voler continuare a lavorare a quella storia, visti i vari problemi che mi sono stati segnalati. Avevo iniziato a revisionarla, accettando tutte le frasi che mi aveva cancellato l’editor (senza motivazione, va detto) e pensando a come risolvere alcune lacune. Qualche giorno dopo, però, ho deciso invece di lasciar perdere quel racconto.

Leggendo alcuni commenti all’articolo, mi sono convinto di ricominciare da capo una rilettura ragionando bene sui suggerimenti lasciati dall’editor, vedendo di volta in volta se accettare le frasi cancellate o no.

Adesso ho cambiato idea di nuovo: per me non vale la pena perdere tempo e risorse su quella storia. Non convince neanche me, sarebbe da ripensare da capo la trama e sinceramente non mi va. Così come sta non è pubblicabile e non intendo fare figuracce su Amazon pubblicando un ebook che farà solo fiasco.

Quanto pesa l’autocritica?

Io tendo a essere eccessivamente autocritico, forse solo per mancanza di autostima, forse solo per esperienza, non saprei. O per questi motivi insieme.

Quando ho inviato all’editore il mio manoscritto sul blogging, ho avuto un piccolo tentennamento, mi sono chiesto: “ma sono proprio sicuro di spedire questo testo?”. Poi l’ho fatto e basta, ma lì mi muovevo sul mio campo, vista la decennale esperienza coi blog.

La narrativa è il mio campo? No, se vogliamo essere pignoli. La narrativa è di sicuro il campo di gente come Joe Lansdale, Andrea Camilleri, Stephen King, come lo è stata di Alexandre Dumas, di Mark Twain, i primi nomi che mi vengono in mente.

È il loro campo perché ne hanno scritta, ma soprattutto pubblicata tanta. E quella narrativa continua a vendere, e qualche volta è finita al cinema. Certo, anche loro hanno iniziato con una prima opera, ma questo è un altro discorso.

Il grande salto

Arriva un momento in cui uno scrittore deve decidersi a fare il grande salto. Pubblicare racconti gratis nel blog per me non è un salto, non rappresenta una prova di coraggio, anche se molti autori hanno detto chiaramente di non avere questo coraggio.

Pubblicare racconti nel blog anche per me non è stato così facile, ma non ricordo di essermi fatto tanti problemi. C’era un progetto di scrittura collettiva, racconti horror sugli zombi, e ho deciso di partecipare. In un certo senso ero obbligato a pubblicarli, perché lo richiedeva il progetto.

No, il grande salto è quando stabilisci un prezzo di acquisto per le tue storie. Quando il lettore deve pagare per leggere ciò che hai scritto. C’è quindi una grande responsabilità da parte dell’autore: se mi faccio pagare, allora devo offrire una storia di qualità. Devo garantire che quella storia corrisponda a precisi requisiti.

Quali sono questi requisiti? Datemi il tempo di pensarci e li scriverò in un prossimo articolo. Non parlo solo di specifiche tecniche relative a una storia, di cui ho già scritto.

Questo per dire che non farò il grande salto con quel racconto, a meno che non cambi idea per l’ennesima volta e decida di studiare da capo quella storia.

L’autocritica è un male necessario

Serve a farci capire i nostri limiti, a evitarci errori, a impedirci di immettere nel mercato editoriale altra spazzatura. A scrivere un racconto ci vuole poco, ve lo garantisco: basta scriverlo.

Quando ne inizio uno, mi pongo il problema – ma solo per un attimo – se riuscirò a finirlo o meno, ma poi mi dico “tanto lo so che finirò questo racconto”. E è sempre stato così. Questa sicurezza deriva da oltre 200 racconti scritti, anche se quasi una metà sono racconti bonsai.

Questa sicurezza però non basta per farmi dire “Okay, questo racconto è vendibile”. Il racconto UDPD non è vendibile in quelle condizioni. La mia amica per ora si risparmia di fare le illustrazioni.

Il grande salto va fatto con una storia vendibile. E siamo noi autori a dover capire se la storia che abbiamo scritto sia vendibile o meno.

Come siete messi con l’autocritica? A livelli estremi come me?

51 Commenti

  1. Agnese Ciccotti
    17 marzo 2016 alle 07:20 Rispondi

    Io sono sicuramente super-autocritica….sicuramente per poca fiducia…e ancora di più probabilmente per inesperienza. Non so quanti scritti mi ritrovo nel cassetto e che non ho mai avuto il coraggio di rendere pubblici…stanno li ad ammuffire.
    Credo che comunque sia naturale se non fossimo autocritici saremmo molto più probabilmente presuntuosi!

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 13:42 Rispondi

      Sì, penso anche io che il rischio di non essere autocritici possa portare a essere presuntuosi.
      Tu però devi trovare il coraggio di pubblicare i tuoi racconti :)

  2. Marco
    17 marzo 2016 alle 07:44 Rispondi

    Be’, pure io sono molto critico. Dalla prima raccolta ho eliminato un racconto che non mi piaceva affatto. Dalla prossima già uno è fuori e forse non sarà l’unico. Cerco però di guardare a quello che ha di buono questo atteggiamento: ti costringe ad alzare l’asticella. Certo, come si fa a distinguere la volontà di migliorarsi, dall’autoflagellazione? Buona domanda: se qualcuno conosce la risposta, la condivida.

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 13:44 Rispondi

      Attento, ché la tua antologia rischia di diventare un ebook monoracconto :)
      Alzare l’asticella della qualità: un atteggiamento che dovrebbe essere comune a tutti.

  3. Salvatore
    17 marzo 2016 alle 09:20 Rispondi

    Come sai ho buttato nel cestino tanti romanzi cominciati e mai finiti. Non lo considero uno spreco. L’hai considerato un male solo se mi fossi spinto incautamente verso la pubblicazione di uno di essi. Invece così, lo considero solo una palestra necessaria alla crescita. Si scrive, si straccia, si riscrive… e via dicendo. Non bisogna avere paura di lasciarsi alle spalle quello che non convince.

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 13:45 Rispondi

      Io non ho cestinato nulla, è tutto in un archivio sparso qui e là.
      Molte cose scritte in passato anche a me sono servite come palestra.

  4. Grilloz
    17 marzo 2016 alle 09:21 Rispondi

    Secondo me l’autocritica non è un male necessario, è decisamente un bene. A patto di non cadere nella mancanza di autostima. Ma anzi, ti dirò, una buona capacità di autocritica dovrebbe accrescere l’autostima perchè qualunque cosa tu faccia saprai che una volta passato attraverso il filtro della tua autocritica sarà buono.

    P.S. ma sai che a sto punto sono proprio curioso di leggerlo quel racconto? ;)

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 13:47 Rispondi

      Male necessario voleva avere un significato positivo :)
      La mancanza di autostima è difficile da eliminare quando arriva. L’autocritica può anche essere vista come un modo per accrescerla. Se riesci a vederla così :)

  5. animadicarta
    17 marzo 2016 alle 09:26 Rispondi

    Forse dovremmo distinguere tra autocritica e mancanza di fiducia nelle nostre capacità. Però non è mai facile farlo, e in questo secondo me il giudizio degli altri può servire fino a un certo punto. Io sono molto autocritica, c’è chi dice troppo, ma secondo me è meglio frenarsi piuttosto che lanciarsi pubblicando di tutto senza un minimo di buon senso. La penso come te, bisogna buttarsi con qualcosa di valido. E per capire se qualcosa è valido, a mio avviso, serve molto distacco da parte nostra, deve passare a volte parecchio tempo.

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 13:48 Rispondi

      Sì, forse si tratta di aspettare un bel po’ di tempo e di rileggere a parecchia distanza. Vedremo.

  6. Alberto Lazzara
    17 marzo 2016 alle 10:02 Rispondi

    Se a non a convincere è l’idea originale, allora è meglio lasciar perdere. Fino a quando però si avverte la sua forza e la si sente nelle proprie corde, secondo me non bisogna mollare l’osso, anche se significa operare drastici cambiamenti. Occorre quindi chiarirsi se si intende abbandonare soltanto per stanchezza e/o sconforto (non desistere), oppure perché non siamo convinti della forza dell’idea che sta alla base della storia (meglio gettare la spugna).

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 13:49 Rispondi

      L’idea ancora mi convince. Hai ragione, bisogna capire se quella storia ha ancora una sua forza.

  7. silvia
    17 marzo 2016 alle 10:12 Rispondi

    L’autocritica è (o dovrebbe essere) una cosa ben diversa dalla mancanza di autostima. La mancanza di autostima ci confonde perché non segue delle linee guida valide ma è il risultato di una paura. Ovvero quella di non essere all’altezza di fare qualcosa.
    L’autocritica invece è un passaggio necessario, in tutti i settori della vita e del lavoro, per raggiungere dei risultati soddisfacenti. Per fare un’autocritica sana (e lo dico proprio io che non ne sono per nulla capace) credo che bisognerebbe prima superare la mancanza di autostima e poi utilizzare gli strumenti che si hanno a disposizione per saper valutare il proprio lavoro.
    Chiedersi cioè qual è l’obiettivo iniziale, come l’abbiamo portato avanti, con quali strategie e se, a lavoro ultimato, vale la pena di migliorarlo, perfezionarlo e renderlo pubblico.
    A me, sotto questo profilo, manca ancora molto. Ma penso che tu abbia tutti gli strumenti per poterlo fare.

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 13:50 Rispondi

      Penso di non avere tutti questi strumenti di cui parli, altrimenti non mi sarei posto tutti questi problemi :)

  8. monia74
    17 marzo 2016 alle 10:38 Rispondi

    Qualcuno una volta mi ha scritto: “Questi pensieri vengono anche a me, ma penso sia meglio lasciar perdere dopo aver pubblicato una serie di opere senza ottenere buoni commenti.”
    Io credo che tu sai se la storia può funzionare o meno, ma che non dovrebbe essere una serie di suggerimenti da parte dell’editor a farti cambiare idea. Credo che l’autocritica deve essere funzionale e costruttiva, dobbiamo parlare a noi stessi coi termini giusti, con l’aura giusta, come vorremmo che un padre o una madre (un editor?) parlassero con noi. Non ti deve bloccare o farti arretrare: non fa bene a noi e neppure ai lettori che non vedono l’ora di leggerci. Quindi credo che al posto di chiedersi “che cosa non va” sia meglio chiedersi “come posso fare per farlo funzionare”. :)

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 13:51 Rispondi

      Cambiare punto di vista alle volte funziona :)

  9. Simona
    17 marzo 2016 alle 11:00 Rispondi

    Ciao Daniele

    l’autocritica è sacrosanta , le incognite stanno tutte in quell’aggettivo che fa sudare sette camicie: vendibile.
    Cosa lo è? Mi viene da rispondere anche i post-.it degli youtubers.

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 13:53 Rispondi

      Ci sono parecchie opere definite vendibili, anche i libri di barzellette di certi calciatori, se è per questo. Ma non voglio scendere a quei livelli di vendibilità.

      • Simona
        17 marzo 2016 alle 15:28 Rispondi

        Ovviamente abbiamo estremizzato entrambi.
        un agente -di quelli seri- un giorno mi scrisse che l’originalità non è sempre una buona cosa: in fondo se si vendono le solite storie è perché vanno.
        Bisogna cavalcare l’onda e scegliere bene i tempi perché è un attimo perdere l’occasione giusta
        Io riscrivo tanto e mi sa che non arriverò mai in tempo

        • Daniele Imperi
          17 marzo 2016 alle 15:33 Rispondi

          Anche io penso che non serva soltanto l’originalità per scrivere una buona storia. Ci sono tante buone storie non proprio originali.

  10. la mori
    17 marzo 2016 alle 11:13 Rispondi

    Sono molto autocritica: sono un giudice più severo con me stessa che con gli altri. Non sono sempre convinta che sia una cosa buona però. Nel mio periodo universitario ho collaborato dopo una stage con un’associazione artistica e culturale: ho fatto ricerca, una piccola pubblicazione di nicchia, qualche conferenza. L’ansia da prestazione mi mandava fuori di testa: tutto doveva essere perfetto, il discorso doveva essere perfetto, “oddio ho dimenticato di dire quella cosa”. Ecco forse l’ideale sarebbe il giusto mezzo: un po’ di autocritica è necessaria ma senza affossarsi completamente. Possono essere sicuramente d’aiuto anche le opinioni, sincere, degli altri.
    Magari lasciando sedimentare ancora un po’ quella storia, ti verranno delle nuove idee per sistemarla.

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 13:59 Rispondi

      L’ansia da prestazione è normale, ma dipende dal carattere della persona. Vedremo che succede lasciando sedimentare la storia :)

  11. Pades
    17 marzo 2016 alle 11:34 Rispondi

    La mia autocritica è a livelli estremi, come i tuoi. Con il tempo ho capito che è meglio così, piuttosto che pubblicare con leggerezza. Ho anche capito che la soluzione è un gruppo di lettori beta (ristretto, ma non troppo: un solo lettore beta è troppo poco) sinceri e affidabili, di quelli che se c’è da demolire, demoliscono. Se una storia arriva all’editor la nostra intenzione di andare avanti non deve più essere in discussione, non può essere l’editor a farci desistere, è un punto ormai troppo avanzato, ci abbiamo impiegato già troppo tempo.

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 14:01 Rispondi

      Sì, un solo lettore beta è poco. Più lettori possono darti un aiuto migliore, perché rappresentano in piccolo una sorta di potenziale pubblico della tua storia.
      Quello che dici sull’editor è vero, ma magari l’editor ti ha fatto capire che quella storia è proprio da rifare.

  12. Ulisse Di Bartolomei
    17 marzo 2016 alle 12:01 Rispondi

    Salve Daniele

    Per un narratore (o meglio romanziere?) odierno, la questione potrebbe porsi analoga a quella del compositore musicale: le costruzioni melodiche sono quasi tutte “scoperte” e comporre qualcosa di originale, senza che qualcuno ti accusi di avere copiato o di aver composto qualcosa di risaputo, è difficile. Se un progetto di narrativa è una pura invenzione, le difficoltà sono enormi, ma se vi sta un’esperienza di vita o una riflessione concettuale all’origine, allora tutto si facilita. Il mio libro sulle sétte l’ho completato in tre mesi. Era una mia storia vissuta e appena mi sono determinato, vi ho lavorato giorno e notte senza sonnolenze… Poi ovviamente l’ho ritoccato.

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 14:03 Rispondi

      Ciao Ulisse, in effetti da ignorante in musica mi sono sempre chiesto come si faccia con sole 7 note a creare così tante melodie :)
      Penso anche io che una narrativa di pura invenzione sia più difficile da affrontare.

  13. samantha
    17 marzo 2016 alle 13:11 Rispondi

    Ho un difetto come molti scrittori presumo, mi innamoro delle mie parole. Sto imparando a revisionare sempre meglio e non ho più così paura a cancellare le frasi per me irrinunciabili. Tutto è palestra, tutto è scrittura. Guarda con occhio meno critico l’autocritica, passaggio necessario e non scontato di un autore che oltre a descrivere il mondo, scava a fondo nel proprio se. Una storia deve suscitare delle emozioni, se quelle emozioni hanno un’evoluzione per me il racconto è presentabile. E mi butto. Fin’ora questi racconti non hanno mai deluso le aspettative. Quindi l’autocritica era giusta.

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 14:04 Rispondi

      Quella paura l’ho vinta da tempo: ora cancello e modifico senza problemi. Ora devo quindi chiedermi se la mia storia genera una qualche emozione, ma ho paura della risposta :)

  14. Federica
    17 marzo 2016 alle 15:06 Rispondi

    L’eccesso di autocritica, in qualsiasi lavoro, ti fa rimanere fermo nel punto in cui ti trovi. Limiti, sbagli, difetti, imperfezioni, per quanti ce ne siano o per quanti una persona riesca a trovarne (pure, a volte, dove non ci sono), sono solo una parte della realtà o di come la vediamo.
    Come in tutte le cose, l’esperienza si fa andando avanti. L’autostima, se non c’è, si può sviluppare con un po’ di esercizio.
    Quando si lavora, più che di autocritica, parlerei di capacità di avvistare i propri errori, di confrontarsi con essi e di correggerli, perché è un segno di maturità e di elasticità. Significa, anche, che mettiamo noi stessi in quel che facciamo.

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 15:15 Rispondi

      L’autostima non penso si possa sviluppare con gli esercizi, ma con esperienze positive. E quelle ovviamente possono arrivare solo se uno si butta. Un circolo quasi vizioso…

      • monia74
        17 marzo 2016 alle 15:27 Rispondi

        No no, si può allenare eccome. Pensa alla PNL, a volte basta un esercizio specifico tutte le sere, visualizzare il successo, lavorare sulle emozioni.. insomma ci sono tecniche. Se non hai autostima, puoi vendere anche 1000 copie e non essere comunque soddisfatto di te.

        • Daniele Imperi
          17 marzo 2016 alle 15:31 Rispondi

          Sì, conosco. Ma con me non funziona quella roba :)

          • monia74
            17 marzo 2016 alle 15:33

            Se funziona coi giocatori di basket potrebbe funzionare anche con te.. :P :D

      • Federica
        17 marzo 2016 alle 16:22 Rispondi

        Mmmm… no, no, non esercizi “a tavolino”, anche se ne ho visto qualcuno che ha un certo senso. Ma molti sono scritti solo per vendere promesse e in modo facile e diventano perdite di tempo e di….quell’autostima che uno già ne ha poca e poi la perde del tutto ;-) Se uno non sa distinguere, si perde facilmente nel maremagnum. Poi ci sarebbe un lungo discorso da fare sull’eticità di certi strumenti, ma divagherei troppo e poi qui, in questa sede, non interessa.
        Eh, le esperienze positive! A volte ti ci butti, a volte ti capitano (o ci capiti in mezzo). L’importante è che siano quelle adatte a te. E tanto più sono impreviste e impensate, tanto più funzionano. :-D
        Non smettere di crederci!

        • Monia74
          17 marzo 2016 alle 18:08 Rispondi

          Concordo che sia un argomento fuori tema. Voglio solo dire che con me ha funzionato, ma ovviamente devi trovare il metodo giusto e il corso serio.
          Aggiungo solo due parole, perché il mio intervento precedente può sembrare maleducato e vorrei chiarire a chi può essere interessato.
          Il cervello umano funziona seguendo meccanismi e schemi precisi, è un dato di fatto, studiati dai ricercatori.
          Di norma li usiamo senza esserne consapevoli, con risultati che possono essere utili oppure dannosi a noi stessi (e alla nostra autostima).
          Ci sono corsi di crescita personale e tecniche volte a renderci coscienti di come funziona il nostro cervello.
          Una volta consapevoli, possiamo imparare a usare queste tecniche a nostro favore.
          Non è fantascienza, non è ipnosi (provare soddisfazione per noi stessi immaginando di raggiungere un obiettivo non è difficile), ma sono consapevole che alcune persone non abbiano una predisposizione introspettiva analitica o semplicemente non ne abbiano voglia. E ci sta.

          • Daniele Imperi
            18 marzo 2016 alle 08:10

            Penso di non avere una predisposizione introspettiva analitica, ma piuttosto non credo che certi metodi possano funzionare con ogni persona.

  15. Stefania
    17 marzo 2016 alle 15:11 Rispondi

    Anche per me vale la foto del gatto che hai scelto. Motivi? Nel mio caso, un misto di 1)perfezionismo 2)scarsa sicurezza (autostima no, direi. È più complessa, la cosa) 3)fissa per la revisione (a volte penso che scrivo per il piacere di auto-revisarmi). Tutte componenti espresse “assaimente”, direi.
    Conclusivamente? Posso stare mesi a decidere se una cosa che ho scritto o editato può uscire dal mio computer e viaggiare verso altri lidi, qualunque essi siano.
    Però, c’è sempre un sentoruccio… a volte nascosto ma vagamente presente, che mi dice se la cosa in questione ha un valore oppure no (magari modificata e rivista ancora, questo sì). E di solito scopro il momento “Vai! Ora basta, deve partire: ascolto il sentoruccio!” quando, dopo averla riletta a mente fredda per l’ennesima volta, ma dopo mooooolto tempo, sento che non me ne vergogno.
    Quanto a te, quoto chi dice che, se l’idea di base ti pare ancora valida e se la tua “cosa” è arrivata fino all’editor, forse merita una seconda opportunità. Magari dopo moooooolto tempo ;-)

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 15:18 Rispondi

      Il perfezionismo ce l’ho anche io e magari contribuisce a farti desistere. Aspetterò un po’ e vedrò che succede.

  16. Tenar
    17 marzo 2016 alle 17:30 Rispondi

    Non so perché, ma il mondo della scrittura sembra composto da due categorie opposte: chi si crede già pronto per il nobel e chi si ritiene indegno di qualsiasi considerazione. Le vie di mezzo scarseggiano.
    Io sono stata obbligata da mio marito a far uscire dal mio archivio alcuni racconti per dei concorsi. Da lì poi è venuto il resto, perché i racconti sono stati scelti. Una come me ha bisogno di rassicurazioni esterne. Non è del tutto sano, ma sotto sotto penso che se qualcosa che ho scritto piace a me non è detto che sia buono. Devono essere in tanti a dirmelo. È uno dei motivi per cui il self non mi si addice, finirei per rimandare sempre la pubblicazione…

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 17:56 Rispondi

      Hai ragione sul mondo della scrittura, ho la stessa sensazione :D
      Forse devo trovarmi una moglie che mi obblighi a pubblicare qualcosa :/
      È sano invece pensare che se qualcosa piace a te non è detto che sia buono: lo penso anche io di me. Significa essere obiettivi. A me piaceva il mio romanzo drammatico in forma di diario, ma è pura spazzatura.
      Però self o editoria classica poco conta: perché con l’editoria tradizionale non rimandi la pubblicazione?

      • Tenar
        17 marzo 2016 alle 19:45 Rispondi

        Hai firmato un contratto con una data… La penale è un buon dissuasore a non rimandare…

        • Daniele Imperi
          18 marzo 2016 alle 08:15 Rispondi

          Ah, ferma, se parli di un romanzo che l’editore ti ha chiesto è un conto, ma io parlavo di spedire un manoscritto a un editore in modo spontaneo. Tu sei entrata in Delos facendo dei concorsi, no? Quindi hai trovato il coraggio di buttarti.

  17. Ulisse Di Bartolomei
    17 marzo 2016 alle 19:27 Rispondi

    L’autostima è un osso duro! A meno di non ricorrere a metodi di autopersuasione tramite PNL o “trucchi” alla scientology, la si persegue anzitutto risolvendo (non dimenticando) i sensi di colpa e poi valorizzando ciò che si sta facendo e quindi migliorarlo continuamente. Entrambe le cose devono proseguire, se non di pari passo, almeno non fermarsi. Permane comunque, che l’autostima “concreta” dipende dal valore che l’ambiente riconosce alla persona. Se questo valore latita o è insufficiente, anche una cane che gli abbaia, la deprime.

    • Monia74
      17 marzo 2016 alle 21:48 Rispondi

      Sono molto d’accordo con la prima parte della risposta, ma non con la seconda. L’autostima è il valore che ognuno dà a se stesso, a prescindere dall’ambiente. Pensiamo ai casi depressivi tra la gente famosa… Poi l’ambiente può aiutare o meno, ma la base viene da dentro di sé :)

      • Ulisse Di Bartolomei
        18 marzo 2016 alle 01:23 Rispondi

        Quella che intendi è una “presunzione” di autostima, che può essere basata su tanto o nulla, considerato che te la attribuisci a prescindere riscontri interpersonali. Pur sempre autostima comunque, ma che rende vulnerabili a percezioni asintotiche della realtà. In accordo al mio intendimento, l’autostima e come la vendita di un oggetto: posso chiedere un milione ma se gli altri lo percepiscono nel valore di 100 euro, o lo vendo a quel prezzo o me lo tengo! E se me lo tengo, perde qualsiasi valore di scambio, trattenendo soltanto quello “oggettivo” che decido di dargli. Rimane comunque che l’autostima è una percezione e quindi i miei rilievi sarebbero relativi…

  18. Lisa Agosti
    18 marzo 2016 alle 17:52 Rispondi

    Io riparto da zero ogni volta, come sto facendo adesso. L’autostima si infrange facilmente, quando uno scrittore pubblicato, nel mio caso, o un editor, nel tuo caso, mandano un feedback meno positivo di quanto sperassimo.
    L’unica cura è lasciar passare del tempo e ricordarsi che si scrive per piacere, non per mestiere. Un giorno rileggerai quel racconto e magari ci troverai una luce che ora non vedi perché lo guardi con occhio troppo critico. Oppure ti verrà in mente una soluzione per aggiustare la trama senza dover buttar via il lavoro fatto finora.
    Io ho ripreso in mano il mio romanzo con un peso sul cuore ma dopo averne letto qualche pagina mi sono risollevata, è rinato l’amore! :D

    • Daniele Imperi
      21 marzo 2016 alle 07:40 Rispondi

      Forse è vero che si riparte da zero, quando ricevi certi commenti. Vedremo che succede quando sarà passato parecchio tempo dall’editing.

  19. Chiara
    21 marzo 2016 alle 10:37 Rispondi

    Nella vita sono una persona autocritica a livello maniacale, spesso senza alcun motivo. A volte entro in loop per questioni di poco conto: un lavoro svolto in modo inferiore alle mie aspettative, la paura che qualcuno sia stato offeso da qualcosa che ho detto (e che magari non ha nemmeno ascoltato) un abito che non mi sta bene, la paura di non essere all’altezza…
    Per la scrittura, invece, penso di essere “giusta”. L’autocritica c’è, non manca mai, non sai quante volte Marina mi ha “sgridato” per questo, però preferisco parlare di consapevolezza piuttosto che di paranoia, perché cerco di conoscere i miei punti di forza e i miei limiti, nonché di lavorarci per migliorare. :)

    • Daniele Imperi
      21 marzo 2016 alle 11:50 Rispondi

      Forse quando è eccessiva l’autocritica sfocia nella paranoia. Nella vita invece non mi faccio più problemi, tanto qualsiasi cosi dici troverai sempre chi si offende :)

  20. Davide Piccolo
    27 marzo 2016 alle 17:26 Rispondi

    L’autocritica è fondamentale per crescere. Solo dalla consapevolezza della propria imperfezione possono nascere opere valide. Tuttavia è importante che essa non sfoci nell’insicurezza che, al pari della presunzione, non aiuta la scrittura.

    • Daniele Imperi
      28 marzo 2016 alle 09:55 Rispondi

      Sì, l’autocritica è una cosa, l’insicurezza un’altra. Difficile, a volte, trovare il confine netto fra le due.

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