Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

L’arrivo mancato

Un racconto di storia alternativa

Hauni correva a perdifiato, seguendo il fratello lungo il sentiero che dal villaggio portava al mare. Avrebbe dovuto riparare il tetto della sua capanna, nonostante la pioggia, ma quello che gli aveva sussurrato Ayehn, senza che i genitori sentissero, non era qualcosa che si potesse rimandare. Gli aveva anche detto d’essere più veloci del vento, altrimenti non avrebbero visto per primi l’arrivo. Presto tutto il villaggio sarebbe accorso sulle sponde del grande mare, allertato dagli uomini che stavano tirando in secca le barche, più a est. A loro non sarebbero sfuggiti quei tre giganti che s’avvicinavano all’isola, sfidando le turbolenze dell’acqua. Suo fratello aveva parlato di enormi legni, come mai ne avevano visti, sormontati da pali da cui pendevano grandi pelli bianche, con uno strano simbolo dipinto in rosso. Si muovevano velocemente, sobbalzando sulle onde ma pur sempre restando a galla.

Il ragazzo era convinto che suo fratello esagerasse, com’era già accaduto altre volte. Ricordava quando, due anni prima, l’aveva convinto a stanare un feroce iguana grande quanto dieci uomini, mentre s’era rivelato infine solo uno dei tanti rettili che s’aggiravano innocui da quelle parti. Questa volta non si sarebbe fatto suggestionare così facilmente, era quasi sicuro che si trattasse semplicemente di tre imbarcazioni provenienti da un villaggio delle isole vicine.

Il sentiero su cui i ragazzi correvano era immerso nell’ombra di alti alberi di mogano e voltava, in prossimità della laguna che nasceva in mezzo all’isola, verso nord ovest, aggirandola. La giornata non era calda, sebbene quella fitta foresta, unita alla repentina corsa, cominciava a dargli un senso di soffocamento. Uccelli dal piumaggio variopinto stridevano al passaggio dei due ragazzi, come a volerli incitare a dar più forza alle loro gambe. Qualcuno spiccò il volo, irritato da quel frenetico correre, e nei cespugli attorno qualcosa guizzò via, spaventato, ma fu soltanto un’ombra, rapida e sconosciuta.

Poi gli alberi si fecero più radi e la terra divenne roccia. Macchie di mangrovie apparvero alla fine del sentiero, fino a scomparire e lasciare il posto alle sabbie e alla costa. La corsa dei due fratelli s’interruppe appena prima della distesa di sabbia. Ayehn si buttò dietro una piccola macchia di arbusti, in attesa dell’arrivo di Hauni. Poi indicò la riva, davanti a lui, a poche centinaia di passi.

«Là» disse, ansimando. «Ecco i giganti del mare!»

***

«Mastro Colombo, tornate dentro! Tra poco le acque s’alzeranno!»

L’uomo si voltò a guardare il marinaio e gli sorrise. «Siamo così vicini…» disse, indicando la spiaggia.

«Lo so, ma c’è pericolo, Mastro Colombo. Tornate sottocoperta».

«Non ora, Galindo. Forse tra poco».

«Come volete». Il marinaio s’allontanò, lanciando un ultimo sguardo a quell’uomo così ostinato.

***

Hauni restò a bocca aperta. Questa volta suo fratello non aveva esagerato. Laggiù, contro la forza del mare e del vento che minacciava d’inghiottirli, c’erano tre legni d’una grandezza inimmaginabile. Avanzavano sull’acqua in subbuglio, ora alzandosi e abbassandosi, ora piegandosi da un lato e dall’altro, ma resistendo, invitti, a quella potenza della natura che non pareva dar loro tregua. Le pelli, come aveva detto Ayehn, erano bianche come nubi e attaccate a lunghi pali e si gonfiavano al vento che infuriava al largo. Portavano un segno dipinto in rosso, come fossero due bastoni incrociati. Hauni ne ignorava il significato. Forse, si disse, era il simbolo del capo di quella gente sconosciuta che si stava avvicinando.

Dietro di loro un vociare concitato e il rumore di rami spostati e foglie calpestate annunciò l’arrivo della gente del villaggio. La notizia, dunque, s’era già sparsa. I due fratelli rimasero là, nascosti dal fogliame, a osservare i legni sballottati dalle onde. Dopo qualche minuto la spiaggia si popolò di uomini e donne e bambini, che indicavano il mare e si parlavano meravigliati di quello strano e inconsueto spettacolo che la giornata stava loro offrendo.

«Avviciniamoci anche noi, Ayehn!» propose Hauni. «Mi sembra di scorgere qualcuno su quei legni, ora che son più vicini!»

Il fratello accolse la proposta di Hauni e i due uscirono dal riparo della vegetazione, sotto la pioggia che bagnava la costa, dove il capo del villaggio stava a osservare, muto e estasiato, mentre gli altri vociavano ponendosi mille domande, a cui nessuno poteva dare risposta.

Sulle tre grandi barche, infatti, c’era un gran movimento d’uomini, che urlavano fra di loro e s’affannavano, nell’intento di manovrare le enormi imbarcazioni nel mare sempre più agitato. Dalla costa non potevano sentire le loro parole, ma Hauni immaginava cosa stessero dicendo. Quando il mare era in tempesta, al largo delle coste della loro isola, non era facile tenere a galla una barca.

***

«Mastro Colombo! Mastro Colombo, dovete tornate dentro!» Galindo urlò per sopraffare la tempesta in atto, cercando di restare in equilibrio sulla nave che beccheggiava.

«No, Galindo» gli urlò di rimando l’uomo, tenendo le mani strette al parapetto. «Guarda!» disse indicando la spiaggia lontana. «Ci stanno osservando, non è meraviglioso?»

«Sarebbe meraviglioso se vi metteste al sicuro, Mastro Colombo».

«Quella gente ci aspetta, Galindo. Siamo così vicini, così vicini…»

***

Anche gli ignoti visitatori li avevano scorti, nonostante il gran daffare che avevano. Un uomo specialmente, che da lontano parve il loro capo, forse l’uomo a cui si riferivano quei segni rossi, se ne stava con le mani aggrappate al bordo del legno, per non cadere, e li osservava. Sperava forse di toccar terra, di portare in salvo i suoi uomini e riposare prima di riprendere il viaggio. Hauni lo guardava, con la sua vista che poteva giungere là dove nessun altro al villaggio s’era mai spinto.

«Cosa vedi, Hauni?» chiese suo fratello. Nonostante fosse più grande e esperto, Ayehn lo portava spesso con sé, data la sua innata abilità nello scorgere, a distanze che parevano infinite, dettagli che a tutti sfuggivano.

«Un uomo» rispose, come sovrappensiero.

«Mi sembra di vederne molti di più, fratello» ribatté Ayehn. «Forse la luce dei tuoi occhi sta tramontando?» lo schernì, sorridendo.

«No, Ayehn, non temere. Vedo anche gli altri. Ma quello di cui parlo è il loro capo. Ci sta guardando, come se per lui la nostra isola sia la sola cosa a cui tenga. Deve aver fatto un lunghissimo viaggio per arrivare sino a noi».

I due ragazzi si spinsero fino a riva. L’acqua accolse i loro piedi nudi, mentre il vento sferzava i capelli lisci tagliati corti fin sopra le orecchie. La gente sulla spiaggia era eccitata, alcune donne, atterrite da quei mostri marini in avvicinamento, fuggirono, riparandosi dietro i loro uomini o nella sicurezza degli alberi della foresta. Hauni aveva gli occhi fissi sulle grandi barche. Vide alcuni uomini tentare di calare in acqua dei legni più piccoli, simili a quelli che il suo popolo usava per spostarsi di isola in isola. Fu allora che la prima di quelle imbarcazioni sprofondò in mare. L’acqua s’era gonfiata e aveva piegato paurosamente il legno su un lato, che cadde pesantemente sulla superficie del mare, subito travolto da un’onda gigantesca. Dell’enorme barca non restarono che frammenti di legno.

La gente del villaggio era adesso più irrequieta, colpita da quell’improvvisa sciagura che aveva fatto annegare chissà quante vite. Ma non era ancora finita per gli stranieri venuti da lontano e i cuori di quel popolo furono di nuovo trafitti dal dolore della perdita. Hauni non staccava lo sguardo dall’uomo che da lontano fissava la sua isola e gli abitanti riuniti in prossimità della riva. Il legno su cui navigava sembrava resistere più dell’altro alla collera del cielo e del mare e ben presto fu l’unico a contrastare le forze che tentavano di rovesciarlo e inabissarlo. Poi un fracasso di legna che andava in pezzi arrivò fino alla costa, come un’inconsueta richiesta d’aiuto, e il mare, gonfio e impazzito, ingoiò quell’ultimo gigante che aveva osato sfidarlo. Un brivido attraversò il corpo di Hauni, quando l’uomo che l’osservava alzò una mano in un muto saluto, prima d’accettare il triste destino che l’attendeva in fondo al mare. Il braccio del ragazzo rispose a quell’addio, mentre silenziose lacrime si diluivano con la pioggia che bagnava il suo viso. Nulla più restava dei tre enormi legni che si stavano avvicinando alla loro isola. Nessuno seppe mai chi fosse quella gente né da dove venisse, né per quale motivo avesse deciso d’arrivare sino a loro. Il capo del villaggio rimase qualche altro minuto a osservare il mare in tempesta, poi voltò le spalle all’acqua e se ne andò, seguito dagli altri.

Il mattino dopo, all’alba, Hauni tornò alla spiaggia, forse nella speranza di vedere ancora l’arrivo dei tre giganteschi legni, ma sapeva che non era stato un incubo notturno quello che aveva vissuto, sapeva che all’orizzonte, ormai sgombro, non avrebbe visto pelli gonfiarsi al vento e spingere immense e straordinarie barche né nessun uomo osservarlo e agitare un braccio in un fraterno gesto di saluto.

Poi un oggetto scuro semi sepolto nella sabbia attirò la sua attenzione. Era a riva, le onde del mare lo sfioravano appena, come se non volessero toccarlo. Hauni s’avvicinò e lo raccolse. Era leggero. Sembrava fatto d’un gran numero di foglie delle stesse dimensioni, una sull’altra, unite assieme. Il ragazzo ignorava cosa fosse, ma qualcosa gli fece capire immediatamente che appartenesse all’uomo che aveva veduto il giorno prima. Su qualcuna di quelle foglie erano dipinti dei segni, anche se l’acqua li aveva irrimediabilmente rovinati. Alcuni, però, s’erano conservati e Hauni non poté non restare affascinato dalla grazia di quegli strani simboli che si succedevano uno dopo l’altro. Quando tornò a guardare il grande mare che s’estendeva silenzioso nel giorno appena cominciato, s’accorse che nuove lacrime scendevano sul suo viso.

Hauni conservò per sempre quel singolare oggetto, come un raro tesoro da custodire. Mai a nessuno parlò del ritrovamento e finché fu in vita, per lunghi anni, ricordò con stupore e sofferenza il giorno in cui tre incredibili legni solcarono il mare e in esso furono sommersi e l’uomo che aveva voluto dirgli addio nel silenzio della morte imminente.

8 Commenti

  1. Gianluca Santini
    7 marzo 2011 alle 12:50 Rispondi

    Bel racconto, buona festa dell’Ucronia Daniele! :)

    “«Sarebbe meraviglioso se vi metteste al sicuro, Mastro Colombo».”
    Complimenti per questa frase, bellissima!

    Ciao,
    Gianluca

    PS: Siamo in parecchi ad aver “ucronizzato” la scoperta dell’America. Anche il microracconto che ho postato io nella bacheca riguarda Colombo XD

  2. Daniele Imperi
    7 marzo 2011 alle 15:07 Rispondi

    Grazie mille Gianluca :)

    Vado a leggere subito il tuo racconto, allora.

    Erano tantissimi anni che avevo in mente di scrivere questa versione della scoperta dell’America :)

    E buona festa anche a te ;)

  3. ferruccio
    7 marzo 2011 alle 21:04 Rispondi

    Ah… bellissimo:-))

  4. Daniele Imperi
    7 marzo 2011 alle 21:06 Rispondi

    Grazie Ferru :)

  5. Il meglio di Penna blu – Marzo 2011
    1 aprile 2011 alle 05:03 Rispondi

    […] Continua a leggere L’arrivo mancato. […]

  6. Le vie della fantascienza
    6 marzo 2014 alle 07:30 Rispondi

    […] La Storia è piena di eventi che potremmo cambiare. Fin da piccolo ho avuto lo stimolo a riflettere sul mancato approdo di Cristoforo Colombo in America e alla fine ho scritto L’arrivo mancato. […]

  7. Marcello
    11 marzo 2014 alle 10:34 Rispondi

    Gran racconto. So che non serve a niente che lo dica, ma lo dico lo stesso.
    Concordo sul tuo spingere l’ucronia più in là del solito “Hitler che vince la guerra”.
    Ora, le cose utili:
    Da quando Hauni vede Colombo, la narrazione, fino a prima superba (e non mi sbilancio a c****) cala di tono, aumenta di ritmo e diventa più una serie di informazioni date al lettore che altro. La connessione fra Hauni e Colombo mi sembra un po’ forzata. Si potrebbe ottenere un migliore effetto omettendo qualcosa, facendone intendere qualche altra.
    Ultimo. Le parole “legno”, “legni” e “legna” sono ripetute troppe volte (sempre nella parte finale).
    Ora leggo l’articolo sul self publishing.

    Saludos!

    • Daniele Imperi
      11 marzo 2014 alle 10:51 Rispondi

      Grazie Marcello, certo che serve, invece: innalza la mia autostima :D

      Grazie per le critiche, anche. Me lo rileggo e vedo di capire se si può migliorare.

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.