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Arma biologica

Un racconto di 300 parole

La nebbia, densa, ristagnava sulla città oltre la collina su cui l’esercito si era accampato. Da circa una settimana i Tatari osservavano il nemico e i suoi movimenti. Avevano persino catturato alcuni soldati, durante le imboscate tese nei pressi delle mura. Quegli uomini si erano rifiutati di parlare e erano stati decapitati.

Ayrat raccolse della legna per alimentare il fuoco. La mattina era ancora fredda e il sole faticava a uscire dalle nubi. Quelle morti non erano servite a nulla. La città non cedeva e era impossibile scalarne i bastioni o prendere gli abitanti per fame. Uscì dall’accampamento e orinò dietro un albero, da cui poteva vedere l’antica cinta che s’alzava dal suolo gelato e perfino alcune sentinelle sui camminamenti. Quando tornò vicino al fuoco, Ramil gli offrì del riso e un po’ di frutta.

Ayrat ripensò alla situazione: una città che poteva resistere all’assedio e un esercito che avrebbe rischiato di essere massacrato durante un assalto. Non potevano portare la morte nella città, senza morire anch’essi. Quindi la morte doveva entrare in un altro modo. Se non dalle mura, se non dalle porte, allora doveva piovere dal cielo! Ayrat sorrise, meravigliandosi, per un attimo, di non averci pensato prima.

Chiamò due uomini e li mandò nel vicino villaggio, che era stato decimato dalla peste. Voleva dieci cadaveri. Quando gli uomini tornarono, la sera, trasportando in un carro quei dieci corpi pieni di bubboni, Ayrat ordinò di caricarli sulle catapulte che aveva fatto muovere in direzione della città. Quando quei morti appestati furono caricati, le tre catapulte, disposte in modo da poter colpire altrettanti punti della roccaforte, cominciarono a lanciare. Come ebbero finito, fece riportare indietro le macchine. Trascorse qualche ora prima che poté udire, nella notte, le urla degli abitanti.

Ayrat sorrise. La morte era finalmente entrata in città.

4 Commenti

  1. Romina
    19 febbraio 2012 alle 10:48 Rispondi

    Armi battereologiche di vecchia generazione, eh? Magari poi si ammalano pure loro, così imparano! Bel racconto, non riuscirò mai a capire come fai con sole 300 parole… no, proprio non lo capirò mai!
    Ho solo una curiosità: ha deciso di abbandonare le d eufoniche anche in presenza di vocali uguali? Lo fai più di una volta nel racconto, quindi non deve essere una svista… ci sono delle novità sull’argomento che mi sono sfuggite o è solo una tua scelta personale? Sai, da pignola qual sono, mi attirano queste questioni!

  2. Daniele Imperi
    19 febbraio 2012 alle 11:09 Rispondi

    Grazie :)
    Sulle d eufoniche, dipende. In questo caso c’è la sequenza “e” (vocale chiusa) e “erano” (vocale aperta), quindi non mi sembrava necessario usarle.

  3. Henryx
    19 febbraio 2012 alle 14:15 Rispondi

    Si, speriamo che si siano ammalati pure gli assedianti (gentaccia che, una volta effettuata la conquista, probabilmente non è in grado di costruire niente).
    Circa la lunghezza del racconto (semplice e bello), non credo che la difficoltà stia nell’inserirlo in 300 parole; questo proprio per la sua linearità.
    Anzi, provo a riassumerlo in un limerick:

    A nulla qui serve l’assedio,
    occorre di guerra un rimedio:
    catapulta la peste
    sulle lor teste
    vedrai sì la morte far tedio!

  4. franco zoccheddu
    19 febbraio 2012 alle 18:11 Rispondi

    Riguardo alle d eufoniche, anch’io avrei scritto “ed erano”, soprattutto se tieni conto che in Sardegna non abbiamo la differenza così netta tra vocali aperte e chiuse come in altre regioni. Notiamo quindi subito la fastidiosa ripetizione dello stesso suono. Ma è un problema nostro, d’accordo.

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