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Pubblicare col self publishing?

Apologia del self publishing

Ci sono due schieramenti contrapposti in rete: chi è a favore e chi contrario al self publishing. L’autopubblicazione di un’opera, sia essa romanzo o saggistica o altro, va consigliata, spronata o evitata?

Non sono né favorevole né contrario al self publishing. E questo significa che sono favorevole e contrario al tempo stesso. Mi spiego meglio.

No alla pubblicazione a tutti i costi

Per molti aspiranti scrittori esiste una regola: la pubblicazione a tutti i costi. Si sentono scrittori dentro per vari motivi, scrivono il loro romanzo e vogliono vederlo pubblicato.

Questi scrittori sono demoralizzati da quanto letto in rete, spaventati dai tempi geologici dell’editoria, ammaliati dalle risorse del web 2.0, soddisfatti dell’era della socializzazione e della condivisione.

Pubblicare, adesso, è facile. È un dato di fatto. Ma la facilità di pubblicazione non deve affossare la qualità dell’opera pubblicata. In altre parole non si può vendere spazzatura.

Quando e perché scegliere il self publishing

  1. Sicuramente dopo aver scritto tanto.
  2. Dopo aver fatto leggere i propri scritti in giro.
  3. Dopo essersi confrontati con altri aspiranti scrittori.
  4. Dopo aver fatto revisionare il testo a un editor.
  5. Dopo aver impaginato l’ebook in modo professionale.
  6. Dopo aver deciso un prezzo equo.

Scegliere il self publishing non deve essere una sostituzione dell’editoria classica, ma un esperimento personale. Un test che può dare allo scrittore dei dati su cui lavorare per migliorare se stesso. E per conoscere se e come sarà apprezzato.

Quando il self publishing è dannoso al lettore

Non sono d’accordo su chi sceglie la via del self publishing per pigrizia. Si può proporre un romanzo a più editori contemporaneamente, in questo modo i tempi di attesa si riducono. Inoltre esistono tantissime case editrici, oggi, con le quali è più facile entrare in contatto.

Se hai scritto un romanzo, è inutile proporlo alla Mondadori, a meno che tu non sia un politico, un giornalista famoso, un personaggio della televisione, un criminale, perfino. In poche parole: non disdegnare i piccoli editori. Un libro pubblicato con un editore è sempre un libro pubblicato.

Pubblicare un ebook o anche un libro con stampa on demand senza averlo fatto leggere a un editor professionista è secondo me sbagliato. Non basta farlo revisionare a un amico, perché un amico non sarà mai spietato come un editor.

Ho visto libri in vendita su varie piattaforme a prezzi pari ai libri pubblicati coi metodi tradizionali. Ma in nome di cosa un lettore dovrebbe spendere 16 o 20 euro per un libro autoprodotto senza alcuna garanzia?

Costruire esperienza e reputazione

La scrittura richiede tempo. L’aspirante scrittore deve capire che prima di lanciare al mondo intero il suo libro deve costruirsi un’esperienza prima e una reputazione poi. Deve farsi conoscere. Deve scrivere e pubblicare gratis le sue storie, i suoi articoli.

Letture consigliate

La vostra opinione

Che pensate del self publishing? È una strada da scegliere a priori?

 

20 Commenti

  1. Alessandro Madeddu
    12 novembre 2012 alle 15:37 Rispondi

    Ho visto che in questi giorni la questione imperversava su molti blog, con svariate citazioni e discussioni a dir poco roventi! :D un classico: se si prende la questione così di petto si finisce per urtare la suscettibilità altrui – e su internet si sa come si va a finire!
    Francamente la penso come te – e penso anche che il dibattito fosse in buona parte impostato male su molti interventi che ho letto in giro. Non trovo nulla di scandaloso nel self publishing. Solo pretendo, quando lo trovo, che non sia un semplice modo per saltare il filtro costituito da case editrici ed editor, rifilando ad un prezzo da codice penale un prodotto del cui autore magari nulla si sa.
    Forse l’autore che si autopubblica sarà una figura diffusa nel prossimo futuro, quando gli ebook saranno più letti di oggi: sarà una figura in buona parte nuova, che gestisce la propria presenza in rete in prima persona – o perché no? tramite professionisti di webmarketing: in un certo senso qualcosa di vicino al mitologico e quasi sempre inesistente “imprenditore di se stesso”.

    • Daniele Imperi
      12 novembre 2012 alle 19:37 Rispondi

      Condivido. Forse sono stati usati toni un po’ troppo decisi e poco chiari, ma anche le risposte sono state troppo pesanti.

  2. Alessandro C.
    12 novembre 2012 alle 16:33 Rispondi

    Parto dal presupposto che lo scrittore dovrebbe scrivere e basta, senza sprecare prezioso tempo dedicandosi al marketing.
    Pubblicarsi da soli ha un senso solo se si pubblica in e-book su amazon o google libri, perchè “ilmiolibro” e affini offrono condizioni a mio avviso inaccettabili e surreali.

  3. Carla
    12 novembre 2012 alle 16:33 Rispondi

    A parte che non esiste l’aspirante scrittore (se uno scrive, lo fa, non aspira a farlo!), ma al massimo l’aspirante autore pubblicato, credo che il self-publishing non sostituisca l’editoria tradizionale, ma ne sia una valida alternativa, in quanto si tratta di qualcosa di altro rispetto a essa.
    L’autore indipendente è di fatto un editore, ma in genere non lo fa per profitto (o almeno non inizia con quell’intento), ma piuttosto per far giungere ai lettori le proprie opere nel modo in cui le ha concepite, in piena autonomia. Le case editrici tradizionali, invece, sono delle aziende che devono avere un profitto per esistere, quindi sono mosse da logiche completamente diverse.
    Mettendo da parte le cose ovvie, cioè il libro deve essere scritto bene, formattato correttamente e confezionato in maniera professionale, che rappresentano un obbligo per gli autori indipendenti allo stesso modo delle case editrici (e, in questo contesto, non è detto che le seconde facciano sempre un lavoro migliore dei primi), la differenza vera è proprio quella sopra esposta. E ci sono molti autori, come me (e non sono l’unica), che hanno scelto questa strada per la pubblicazione proprio per perseguire uno scopo diverso da chi vorrebbe essere pubblicato da un editore. Tant’è vero che spesso non hanno mai inviato neppure un manoscritto a un editore.
    Stranamente di questa parte sempre più crescente di autori indipendenti, che secondo me sono i veri autori indipendenti, si parla poco, ma si tende a mettere l’accento su quelli che “scelgono” l’auto-pubblicazione solo come ripiego, pur di pubblicare, e che talvolta lo fanno in maniera, diciamo, maldestra. In tal caso, però, non si tratta affatto di una scelta.

    • Daniele Imperi
      12 novembre 2012 alle 19:39 Rispondi

      In effetti è vero… non esiste l’aspirante scrittore se ci si riferisce a uno che comunque scrive. Si dovrebbe parlare infatti di più degli autori indipendenti.

  4. Lucia Donati
    12 novembre 2012 alle 16:39 Rispondi

    Il self publishing non è da scegliere a priori ma è una possibilità da valutare, guardando bene se nell’utilizzare questa possibilità, ci siano più vantaggi che svantaggi, soprattutto in termini di reputazione e di reali riscontri, perché no, anche in termini di ricavi “monetari”. Molto spesso non c’è una reale convenienza: molto sta anche nella successiva capacità dell’autore di gestire la propria pubblicità.

    • Daniele Imperi
      12 novembre 2012 alle 19:40 Rispondi

      Senz’altro ci sono vantaggi e svantaggi: dipende dagli obiettivi dello scrittore.

  5. Lucia Donati
    12 novembre 2012 alle 16:41 Rispondi

    No, comunque, alla pubblicazione a tutti i costi.

  6. franco zoccheddu
    12 novembre 2012 alle 19:24 Rispondi

    Ho scritto un romanzo per ben nove anni, con calma, senza nessuna fretta. Lo lascio, lo riprendo. Due anni fà una casa editrice piccola ma seria ha espresso un sincero interesse, a da allora a più riprese mi sprona a terminare per ragionarci sopra. Risultato? Continuo a fare quello che ho sempre fatto: coccolo la mia creazione, ne sono geloso, la limo allo stremo (ovviamente sbagliando) e… aspetto di sentirmene soddisfatto. Voglio pubblicare? Che ne so? Quando lo iniziai ero preso da una smania assurda, ora trovo che la cosa più importante sia scrivere. Scrivere. Punto e basta. Il mio sogno è che un anonimo lettore, un unico lettore a me sconosciuto, lo legga e ne rimanga soddisfatto.
    Okay, lasciatemi scrivere.

    • Daniele Imperi
      12 novembre 2012 alle 19:41 Rispondi

      Franco, ma come? :D Un editore ti scova e tu non ti decidi a scrivere? Su, forza, ché vogliamo leggere questo romanzo :)

  7. franco zoccheddu
    12 novembre 2012 alle 20:42 Rispondi

    No, no! Mai! Che mi venisse un colpo se mi lascio convincere. [okay, è il momento della solita battuta scontata già sparata su PennaBlu mesi fà dal sottoscritto…]: Drriiiin, drriiiin… Scusa un attimo, Daniele…
    Si, chi è? La Mondadori? Interessati al romanzo di nove anni? Uhm…

    WOWW!!! PUBBLICOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!

  8. Neri Fondi
    13 novembre 2012 alle 07:38 Rispondi

    La questione è controversa (termine abusatissimo), ma vorrei dire la mia, se non altro perché mi piace esprimere i miei pensieri, soprattutto su argomenti come questo che mi toccano da vicino.

    Credo che in Italia il senso dell’autopubblicazione non goda di tanta stima per il senso comune che porta la massa a pensare che “chi fa da sé, nun ne vojo sapè!”, concetto derivato da quel senso di reverenza e di ammirazione nei confronti di chi viene pubblicato, che so, da Mondadori (o da chi viene distribuito da O1, se parliamo di cinema).
    Questa faccenda porta le persone a pensare che il self publishing (anche se devo ammettere che a volte hanno ragione) sia una scelta di ripiego per l’autore che non abbia avuto successo nell’inviare il materiale alle case editrici o che addirittura non voglia proprio scontrarsi con loro, con quella che troppo comunemente viene chiamata realtà dei fatti.

    Io sono convinto, invece, che l’autopubblicazione sia un concetto più elevato, qualcosa di più di un ripiego, una scelta ponderata e, se vogliamo, ideologica.

    L’abbiamo visto con la musica indipendente, slegata dai giganti della produzione, ed ora lo stiamo vedendo con la letteratura, anche se in maniera più lenta, visto che un e-reader attrae evidentemente meno di un i-pod.
    L’autoprodursi, chiamiamolo così, è una scelta che ti porta ad essere completamente padrone della tua opera, e ti rende responsabile di tutto ciò che la riguarda, dalla dignità grammaticale alla promozione, cambiando completamente il tuo ruolo, facendoti passare, cioè, da “scrittore” ad “autore indipendente”, che sono due cose ben diverse, seppur accomunate dal fattore scrittura.

    Si tratta solo di capire quello che si vuole, qual è la strada che si vuole perseguire. Perché sicuramente quella dell’autore indipendente è una strada buia e tortuosa, ma che se studiata bene può portare anche a numeri a 4 cifre in materia di lettori, e mi limito a queste 4 cifre perché in Italia la dignità di questa soluzione ancora non viene riconosciuta, come ho già detto.
    E poi c’è la visibilità.

    Fondamentalmente nessuna piccola o media casa editrice può dare ad un libro la stessa visibilità che viene garantita alle opere digitali autopubblicate (con cognizione), se non quando l’editore decida di pubblicare in digitale. Ma a quel punto perché legarsi con un contratto e ricevere poche royalties, quando autopubblicandosi si è liberi di apportare modifiche, di spostare, cambiare, promuovere a tutto spiano e cercare di scalare le classifiche in autonomia?

    Non so, io sono fortemente favorevole all’autopubblicazione perché trovo che rimetta al centro le due figure importanti della catena della lettura (una cosa tipo filiera del latte), ovvero lo scrittore ed il lettore, che si incontrano in un nuovo mondo.

    E non dimentichiamo, giusto per dire qualcosa che c’entra così così (visto che erano altri tempi), che moltissimi grandi autori hanno iniziato autopubblicandosi.

    P.S. Mi piace molto il tuo blog (e quando ti ho visto commentare un mio articolo mi sono sentito lusingato), e vorrei chiederti l’autorizzazione a citare questo articolo all’interno di quello che pubblicherò sabato.

    Neri.

    • Daniele Imperi
      13 novembre 2012 alle 08:28 Rispondi

      Hai scritto un articolo, non un commento :D
      Comunque, condivisibile quello che hai detto.
      Grazie per i complimenti e cita pure, ci mancherebbe ;)

      • Neri Fondi
        13 novembre 2012 alle 12:33 Rispondi

        Eh sì, forse mi sono fatto prendere la mano :P

  9. Romina Tamerici
    16 novembre 2012 alle 22:06 Rispondi

    Io sto cercando un editore e intanto revisiono per l’ennesima volta il mio testo su consiglio di persone che non sono editor, ma hanno saputo essere davvero spietate. Per fortuna esistono persone così! Se nessun editore contattato risponderà positivamente, farò una nuova serie di invii e se anche questi non andranno in porto forse penserò al selfpublishing, magari dopo un’ulteriore correzione da parte di un servizio esterno. L’importante è non autopubblicare qualsiasi cosa giusto per il gusto di farlo. Ho avuto due esperienze con un POD delle quali non mi pento, ma ai tempi non sapevo tutto ciò che so ora. Diciamo che sono sostanzialmente d’accordo con te e il tuo post.

  10. Self-publishing sì o no? – Scrittori e Dignità « Neri Fondi
    17 novembre 2012 alle 16:14 Rispondi

    […] iniziare, comunque, vorrei far presente che l’idea per questo articolo mi è venuta leggendo “Pubblicare col self publishing?” sul blog Penna Blu che seguo da diverso tempo e che propone articoli davvero molto interessanti e […]

  11. deborah
    27 febbraio 2014 alle 11:54 Rispondi

    e se diventassi una criminale per farmi pubblicare da Mondadori? Uhm….non ci avevo mai pensato….

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