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Amnesia

Un racconto drammatico

Quel giorno Lucio non andò al lavoro, ma non riuscì a capire perché. In realtà non ricordò proprio di avere un lavoro, anche se la telefonata di uno sconosciuto, che si era presentato come il suo capo ufficio, suggeriva il contrario. Non seppe che cosa rispondere a quell’uomo che lo tempestava di domande, così riattaccò, guardando il telefono, ora, come un oggetto mai visto prima.

Si lasciò cadere pesantemente sul divano, buttando lo sguardo attorno, nell’ampio salone. Dove si trovava? Di chi era quella casa?, si chiese. I dubbi si affollarono nella sua mente senza trovare pace. Si sentì stanco, ma non nel fisico, piuttosto nello spirito. Mille pensieri confusi si formarono e si disfecero nella sua testa senza giungere a una forma definita. Provò un senso di resa, di abbandono, che lo rese apatico e malinconico.

Passò qualche giorno e Lucio si trovava ancora là, seduto su quel divano, ridotto come un barbone. Era sporco e puzzava. I pantaloni erano bagnati di qualcosa a cui non aveva saputo dare un nome. Aveva avvertito uno stimolo, giorni prima, per lui nuovo, che si era trasformato in una sensazione di calda umidità. E quella sensazione tornò a trovarlo più volte. Provò una sorta di vuoto allo stomaco, avuto già dal primo giorno, dapprima vago, poi sempre più forte, fino a diventare doloroso.

Il telefono continuò a squillare in quella casa silenziosa, ma quel suono, che Lucio ormai non riconosceva più, si fece meno insistente col passare del tempo.

Non riuscì più ad alzarsi dal divano e non solo per le forze che lo stavano abbandonando lentamente, ma perché, soprattutto, non sapeva come alzarsi. Trascorreva le giornate con lo sguardo fisso sulla parete di fronte, la bava che colava dalla bocca semi-aperta, finché smise di respirare e, senza ricordare più nulla, morì.

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