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La questione dellʼambientazione delle storie

Narrativa e nazionalismo

La questione dellʼambientazione delle storie

Tempo fa avevo scritto un post sullʼambientazione delle storie, in cui ragionavo proprio sul fatto che molti autori – me compreso, tantissimi anni fa – ambientavano i loro romanzi negli USA. Ero poi giunto alla conclusione che la giusta ambientazione dipendesse dalla storia, non dai gusti dellʼautore.

Ultimamente nel blog di Salvatore si è parlato dei motivi per non scegliere unʼambientazione in Italia e sul tema è tornata di recente Francesca nel blog Carta Traccia esorcizzando i romanzi dallʼinglese.

Seguendo il ragionamento di Salvatore, mi sono trovato in generale dʼaccordo, ma ancor più sono dʼaccordo con Francesca: oggi cʼè un abuso di storie americane scritte da italiani e soprattutto di parole inglesi quando non ce nʼè assolutamente bisogno. Un esorcismo ci vuole, eccome.

Ma perché cʼè questo amore per gli Stati Uniti? Francesca ha ragione: puoi documentarti quanto vuoi, usare Google Maps come ti pare, ma non potrai raccontare lʼAmerica come un americano. Il problema è che una qualsiasi ambientazione americana non è fatta solo di vie e strade e nomi e luoghi storici, ma anche e soprattutto di sottoculture a noi del tutto ignote.

Trovatevi un editor americano, se proprio volete scrivere romanzi ambientati in America.

Una questione di esoticità

Nomi esteri danno un certo tono alla storia. Colpevoli i tanti film e le tante serie TV americane che vediamo fin da bambini. Sono entrati nella nostra testa e ci illudiamo che ci appartengano. Ma in realtà, scrivendone, noi ripetiamo a pappagallo quei nomi. Tutto qui.

O forse scrivere una storia ambientata a New York, magari un thriller, ci fa apparire come scrittori di un certo calibro, degni di sfilare sugli scaffali assieme ai grandi autori dʼoltreoceano.

Ma non è lʼambientazione a garantirci il successo, bensì la storia e la qualità della scrittura.

Le storie di J.K. Rowling

A me piace molto questa scrittrice. Ho letto, ovviamente, tutta la serie di Harry Potter, conosciuto prima che esplodesse nella massa – altrimenti, con tutta probabilità, me ne sarei tenuto lontano.

Ho quindi letto Il seggio vacante, curioso di vedere come se la sarebbe cavata in un contesto differente e è stato uno dei romanzi più belli che ho letto. Da poco ho finito il poliziesco Il richiamo del cuculo, che vede lʼesordio di un nuovo personaggio, lʼinvestigatore privato Cormoran Strike, di cui è uscito un secondo episodio, Il baco da seta, e un terzo è in lavorazione.

Le storie della Rowling sono ambientate nel suo paese. A Londra e nelle sue vicinanze. Harry Potter inizia nel paese fittizio di Little Whinging, a sud di Londra, prende il treno per Hogwarts (paese immaginario) nella stazione (esistente) di London Kingʼs Cross.

Il seggio vacante è ambientato nella cittadina fittizia di Pagford, che si trova a West Country, una zona rurale non lontano da Londra. Le storie di Cormoran Strike sono ambientate a Londra.

J.K. Rowling, quindi, ambienta i suoi romanzi nei luoghi che le sono propri: è nata a Yate, nel Gloucestershire, siamo sempre vicini a Londra e a West Country. Sono probabilmente luoghi che conosce, ma soprattutto ne conosce la sottocultura, la gente, le abitudini.

Le storie di Joe R. Lansdale

Un altro autore che mi piace molto. Di lui ho letto alcuni romanzi, tutti ambientati nel Texas. Lansdale è nato nel Texas e vive nel Texas e ambienta lì quasi tutte le sue storie. Perché?

Perché conosce quei luoghi, perché li ama, perché è il suo territorio e vuole raccontarlo, perché ne conosce bene le sottoculture.

I nostri classici

Verga ha ambientato quasi tutte le sue storie nella sua Sicilia, ma vi compare anche Firenze (in cui ha vissuto alcuni periodi). Pirandello ha una produzione così vasta di opere che lascia stupefatti. Ricordo alcune delle sue novelle, in cui i veri protagonisti erano la gente comune. Quella del suo paese.

Non possiamo dire lo stesso del Manzoni? La sua opera più famosa non è forse ambientata nella sua Milano? E non possiamo dire la stessa cosa degli altri autori classici?

Perché, mi chiedo, un tempo gli autori italiani scrivevano del proprio paese e della sua gente, non allontanandosi, spesso, dalla propria porta di casa, e adesso sembra così difficile farlo, così banale, così strano, così inconsueto?

Il nazionalismo in narrativa

Spesso viene data unʼaccezione negativa al termine nazionalismo, quando invece va identificato come supporto alla propria appartenenza geografica, culturale, sociale. Uno dei significati dati dal Dizionario Treccani è:

Sentimento di forte attaccamento alla propria nazione, accompagnato da una acritica preferenza verso tutto ciò che appartiene ad essa in modo peculiare.

Nulla di politico, per quanto mi riguarda. Gli scrittori inglesi e americani dimostrano di essere nazionalisti, i nostri scrittori classici idem. Non dico che tutti gli autori moderni italiani non lo siano, ma molti autori emergenti non lo sono di certo.

Perché, dunque, questo rifiuto del proprio paese? Credo che viviamo in unʼepoca senza più ideali, unʼepoca di menefreghismo, di assenza di valori e di sicurezze. Tutto questo ci porta lontano, alla ricerca di qualcosa che possa darci conforto, rifugio, speranza.

Per me, almeno, è così. Cerco questo qualcosa in altri luoghi, spesso immaginari e, se italiani, nel passato.

La mia posizione sulle ambientazioni

Che a me non piaccia lʼItalia in cui sono nato e vivo non è certo un segreto. Non ambienterò mai, quindi, una storia nel mio paese e in questi tempi, a meno che non sia una storia apocalittica in cui tutto viene cancellato. Altre volte ho inserito elementi che lasciavano intendere unʼambientazione italiana moderna (portatile con webcam, per esempio), ma dellʼItalia di oggi, a parte i nomi dei personaggi, non cʼera nulla.

Sono legato al passato, molto. Mi piace lʼItalia fino alla Seconda Guerra Mondiale, lʼItalia storica. Non mi interessa ciò che è avvenuto dopo, non trovo niente che valga la pena raccontare, niente di stimolante.

Le storie che ho in programma di scrivere sono ambientate:

  • in Italia nel futuro, in Cina nel ʼ600, in Finlandia in unʼepoca passata imprecisata, negli USA ai giorni nostri
  • parte in Italia e parte in Medio Oriente, a fine ʼ800
  • in Italia nel ʼ400
  • a Chicago negli anni ʼ20
  • in Italia nellʼ800
  • idem come sopra
  • ai tempi dellʼImpero Romano
  • in Italia verso la fine dellʼ800

Niente sullʼItalia odierna. Lʼelenco, a dire la verità, è molto più lungo. Diciamo che queste sono le storie che mi stuzzicano più di altre.

Questo è ciò che penso sullʼambientazione in narrativa, sui luoghi e le epoche che più mi stimolano. Qual è invece la vostra posizione e cosa pensate di queste riflessioni?

44 Commenti

  1. Serena
    2 giugno 2015 alle 08:33 Rispondi

    Mi viene in mente un articolo di Chiara Beretta Mazzotta in cui diceva che non si può ambientare un thriller internazionale ad Aulla, e ne spiegava le ragioni.
    Credo che l’ambientazione sia funzionale alla storia e non mi faccio scrupolo a sceglierne una estera, se mi dice bene cosi.
    L’Italia è piccolina. Tanto tanto piccola. Da italiani non ce ne rendiamo conto, ma nella percezione per esempio di un americano equivaliamo più o meno a una repubblica centrafricana.
    Credo che l’importante sia che la storia funzioni. Non è detto che chi sceglie un’ambientazione estera lo faccia per becera esterofilia. Non è detto che una storia scritta e ambientata nell’Italia contemporanea non possa avere un successo planetario, se parla a tutti gli esseri umani in quanto tali. Ma il mondo è grande, ha le sue capitali e le sue ambientazioni che ormai appartengono a tutti.
    Il mio WIP è ambientato in una città universitaria americana fittizia. In una nostra non funzionerebbe. Poi non so se funziona nemmeno così XD, ma il problema non è l’ambientazione, eventualmente.

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2015 alle 07:57 Rispondi

      La mia era una riflessione sull’andazzo generale. Anche per me l’ambientazione è in funzione della storia, ma non sempre.
      Non ho detto che una storia ambientata nell’Italia di oggi non possa avere successo, ma che a me non interessa leggerla.
      Conosci bene come funzionano le città universitarie americane?

      • Serena
        3 giugno 2015 alle 09:06 Rispondi

        Allora, ne ho scelta una che più o meno assomiglia alla mia location (che è fittizia) e ho guardato come è fatta. Google Maps, Google Street View, fotografie. La cosa che mi preoccupa di più non è tanto la città quanto il funzionamento dell’università stessa. Qualcosa controllo mentre scrivo, man mano che mi serve, ma ho ancora un bel po’ di note a margine di cose da chiarire.
        Anche il linguaggio degli studenti mi terrorizza XD visto che la mia vita universitaria risale, letteralmente, all’altro secolo! Per una versione italiana ho qualche beta reader in età universitaria che spero mi segnali le castronerie. Se dovessi riuscire a realizzare il sogno della traduzione in inglese, mi affiderò ad un editor.

        • Daniele Imperi
          3 giugno 2015 alle 10:25 Rispondi

          Sì, intendevo proprio il funzionamento. Dovresti leggere alcuni romanzi americani ambientati in quelle università.

  2. Serena
    2 giugno 2015 alle 09:15 Rispondi

    Sono andata a leggere l’articolo che hai segnalato e concordo solo in parte. Scusa, allora Salgari era un pirla? XD. Credo che il problema fondamentale sia che la storia funzioni. Il conflitto principale. I personaggi. L’arco narrativo. L’ambientazione è fondamentale se è protagonista, se sto facendo un affresco. Presente il romanzo americano di Thomas Wolfe? Ovvio che un italiano non potrebbe scriverlo. Negli altri casi direi che documentarsi al meglio è sufficiente.
    E se i nomi sono piazzati a caso, stonati, possono esserlo in qualsiasi lingua.
    Infine mi ha colpito quello che diceva una ragazza nei commenti: ormai un sacco di gente viaggia e vive all’estero per lunghi periodi. Io stessa l’ho fatto, credo non avrei alcun problema a scrivere una storia ambientata in una città inglese, per esempio.
    Ma poi… Se scrivo una storia incentrata sulla crescita di una persona, la trasformazione in donna di una ragazza, importa molto che mangi una crostata di rabarbaro invece che mele alla sera per dessert?
    Col cellulare faccio un po’ fatica, ma credo si capisca cosa voglio dire.
    E la mia storia ambientata nell’hinterland milanese no, non ce la vedo proprio. Mi fa rotolare dal ridere solo l’idea XDDD. E poi mi serve una foresta sufficientemente grande da perdercisi. Che faccio, trasferisco… dove, in val d’Aosta? Ma anche NO.

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2015 alle 08:00 Rispondi

      Salgari era un grande, ma quelli erano altri tempi. Inoltre Salgari scriveva romanzi d’avventura, quindi necessariamente doveva “espatriare” con la scrittura.
      Non ho letto Wolfe.
      Le persone crescono in modo differente nei vari paesi, perché ci sono tanti, troppi dettagli che influiscono.

      • Serena
        3 giugno 2015 alle 09:17 Rispondi

        Di Wolfe ti consiglio (a te e a chiunque ami la scrittura) “Storia di un romanzo”. Lì si capisce bene che cos’è l’ambientazione che diviene protagonista. Ed è un libro stupendo.

        • Daniele Imperi
          3 giugno 2015 alle 10:41 Rispondi

          Ok, grazie, gli do un’occhiata.

  3. Banshee Miller
    2 giugno 2015 alle 09:15 Rispondi

    Ambientare storie in luoghi o epoche diverse da quelle in cui viviamo è molto pericoloso. Ci si può affidare ad altri testi o studiosi, a esperienza altrui. Non è questione di fiducia, ma se una cosa non la provo non posso essere sicuro di come sia. Il medioevo lo conosciamo solo “per sentito dire”, l’America pure, non mi fiderei mai a usare come location qualcosa che non conosca come le mie tasche. Mi sentirei impacciato. Ciò non toglie che c’è chi ci riesce alla grande, penso al Nome della rosa, i Pilastri della terra e mille altri. Io non ci riuscirei mai.

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2015 alle 08:01 Rispondi

      In parte sono d’accordo, ma se la mettiamo così, allora dovremmo scrivere tutti un solo romanzo, quello nostro autobiografico.

  4. Serena
    2 giugno 2015 alle 09:19 Rispondi

    (e la valle d’Aosta la conosco benissimo, ci sono cresciuta)

  5. LiveALive
    2 giugno 2015 alle 09:59 Rispondi

    Non tutte le ambientazioni vanno bene per tutte le storie. Ci sono storie che si portano dietro l’ambientazione (se vuoi narrare l’assalto su forni di Milano hai poche possibilità), e altre che sono libere. Ma anche queste che sono libere in realtà richiedono una ambientazione interessante, e non tutte lo sono. New York, Londra, Parigi, Berlino sono ormai nell’immaginario comune; ma di conoscere gli angoli di Oderzo in provincia di Treviso (dove abito io XD) interessa a pochi. Una ambientazione inventata almeno, di norma, è così peculiare da interessare comunque. Per alcuni però non è facile narrare una ambientazione reale. Prendi dove sto io. Che narro? Di Treviso? Ci sono andato pochissimo, e non è proprio qualcosa di suggestivo. Di Venezia? La conosco molto meglio, ed è una bella ambientazione, ma non si adatta a tutte le storie. A questo punto meglio inventare da zero.
    L’ambientazione più curata che ho fatto è stata la Parigi dell’800: sono andato a pescarmi le cartine per indicare i giusti itinerari. Ho anche controllato ogni via sulla Wikipedia francese per assicurarmi della sua data di costruzione e degli abitanti famosi. Però oggi è naturalmente impossibile cogliere il vero spirito dell’epoca. Cogliere quello della nostra? Possibile – ma chi va a risiedere mesi in una città straniera per scrivere qualcosa si amatoriale? Non è neppure nelle tasche di tutti. E poi, che spirito si può cogliere oggi? Venezia è ancora bella, la Roma della Grande Bellezza è bella… Ma di norma, il nostro tempo è asettico. Siamo circondati da una estetica da ospedale: bianca, rigida, fredda. L’Iphone è oggetto da ospedale. La gente si fa sempre più distante, riesce a rapportarsi solo con uno schermo in mezzo. Che storia puoi voler scrivere in un mondo del genere? Noi sabbiamo bisogno di puri rapporti umani, di semplicità rustica, quella che si respira nei romanzi di Fenoglio o nelle novelle di Verga: umani che si rapportano con altri umani, senza che si capisca il contesto, perché sono cose valide per ogni tempo e luogo. La nostra realtà non lo permette più perché è troppo complessa e invadente: non abbiamo più un contatto puro con l’ambiente, abbiamo un contatto solo con il vetro e con l’acciaio.
    Non dimenticare però che sono possibili anche storie diverse, storie “disumane”. Hai mai pensato a scrivere la storia di una ambientazione? La storia di una città? Non ti focalizzi mai sulle persone, ma osservi il mondo come nei videogiochi gestionali. Descrivi l’evolversi delle città nelle sue varie epoche, la espandi, narri del suo evolversi tecnologicamente. Crei degli spazi focali, come una piazza, o il municipio. Poi ogni tanto ti avvicini a sentire che succede, di che parla la gente. Allora ci saranno rivolte, impiccagioni, rivoluzioni, guerre. La città sarà invasa e distrutta, e poi ricostruita. E poi ci saranno inondazioni, terremoti, e chi più ne ha più ne metta. D’Annunzio voleva scrivere una cosa simile…

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2015 alle 08:04 Rispondi

      Sì, hai ragione che in alcuni casi l’ambientazione è proprio la storia, come nel caso di fatti storici, per esempio.
      NY sarà pure nel nostro immaginario, ma non basta.
      Concordo che oggi viviamo in un mondo asettico e stanno scomparendo i veri contatti umani.

  6. Elisabetta Barbara
    2 giugno 2015 alle 12:16 Rispondi

    Buon giorno! Hai toccato un argomento su cui mi stavo arrovellando proprio in questi giorni mentre sto strutturando le basi di un romanzo. Volevo ambientarlo in Italia, sono luoghi che conosco, che mi appartengono, ne conosco gli odori, le sfumature, ma confesso che qualcosa non mi convinceva. Credo che la scelta dipenda dalla storia che si vuole raccontare, ma allo stesso tempo mi sono accorta che non provo interesse per raccontare qualcosa nell’Italia di oggi, a meno che, appunto, non sia funzionale alla storia stessa. Grazie comunque per i tuoi articoli che seguo sempre con interesse.

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2015 alle 08:05 Rispondi

      Ciao, io devo dire che quando mi viene in mente una storia, l’ambientazione è già presente nell’idea. Non ho mai dovuto ragionarci su.

  7. Ferruccio
    2 giugno 2015 alle 13:48 Rispondi

    Non c’è nulla da fare, le ambientazione delle mie storie sono semrpe luoghi che conosco. Stai certo che se ambiento un racconto in un’astronave prendo come ambientazione un pullman, un aereo o u fim in cui ho visto un’astronace. Tornando serio… per me l’ambientazione è un valore aggiunto della storia stessa: non può essere dozzinale e mi dà fastidio quando un lettore o un critico la considerano superficialmente.

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2015 alle 08:06 Rispondi

      Hai ragione, non può essere dozzinale. L’ambientazione deve proprio valorizzare la storia. Appunto va scelta con cura e creta in modo credibile.

  8. Serena
    2 giugno 2015 alle 15:43 Rispondi

    Mi è venuta in mente un’altra cosa, si vede che il tema mi intriga. Da lettrice o spettatrice di un film americano o cinese o indiano non è detto che io lo viva come lo vedrebbe un americano o cinese o indiano. Significa che lo godrei di meno? Percepirò comunque ciò che è “universale” degli esseri umani. Mi godo i grandi libri e i grandi film e posso apprezzare una buona ambientazione, ma se quella fosse la cosa che mi interessa di più mi guarderei un documentario. Ovvio che le castronerie rovinerebbero tutto, ma forse nemmeno me ne accorgerei se non fossi esperta di quel tempo e luogo. Conclusione: la storia conta di più.

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2015 alle 08:08 Rispondi

      Sì, questo tema ti ha proprio intrigato :)
      Non credo di aver capito che vuoi dire. Il problema è se il tuo romanzo ambientato negli USA viene tradotto in inglese e letto poi dagli americani: sei sicura che non avranno nulla da ridire?

      • Serena
        3 giugno 2015 alle 09:09 Rispondi

        Non sono sicura neanche un po’! Come ti dicevo sopra, ricorrerei ad un editing professionale. Anche per l’inglese: me la cavo, ma il passaggio da un traduttore professionale sarebbe obbligato. Anche per quello ti dicevo che è un sogno: tradurrò se la storia finita mi sembrerà meritevole e se potrò permettermi di sostenere le relative spese.

  9. Tenar
    2 giugno 2015 alle 16:17 Rispondi

    L’ambientazione, secondo me, deve essere un luogo che si conosce intimamente. Bisogna chiudere gli occhi e trovarsi lì, sentire l’odore dei luoghi e l’umidità (o il secco) sulla pelle. Questo non vuol dire limitarsi al retro di casa propria. Può essere il proprio mondo mentale, un periodo storico in cui si si sente a casa o un luogo amato alla follia anche se visto fisicamente poche volte. Deve però essere nostra, in caso contrario sa di artificioso. E ovviamente, deve essere adatta alla storia. Ci sono periodi storici che conosco molto bene, ma non abbastanza per scriverci una storia. Sono laureata in archeologia del neolitico, ma non riuscirei ad ambientare una storia nel neolitico. Quando chiudo gli occhi non so trovarmi lì, mi faccio mille domande su quello che non si sa e non riesco a riempire i vuoti. Invece camminare nella Roma tardo repubblicana mi viene naturale…

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2015 alle 08:11 Rispondi

      Anche la tua opinione è accettabile. Non sono molto d’accordo sul neolitico, però. Hai ragione che ancora si conosce poco di quei periodi, ma appunto per questo devi creare la storia sulla base delle conoscenze attuali. Magari puoi spingerti oltre e proporre, in veste di romanzo, una tua teoria personale sullo stile di vita e gli eventi del neolitico :)

  10. LaLeggivendola
    2 giugno 2015 alle 16:58 Rispondi

    Ammetto che solo negli ultimi tempi ho iniziato a pensare di ambientare qualche storia in Italia. Può darsi che sia una conseguenza della condizione economica-politica-sociale, ma come posto non mi ha mai affascinato. Penso che sia necessario conoscere ciò di cui si scrive, però bisogna pure sentire una certa connessione con l’ambientazione. Almeno credo.

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2015 alle 08:14 Rispondi

      Vedo che non sono il solo che non trova affascinante l’Italia di oggi :)
      La connessione con l’ambientazione deve esserci anche per me.

      • Serena
        3 giugno 2015 alle 09:11 Rispondi

        Super-d’accordo! Bisogna essere intrigati dall’ambientazione, come scrittori. A me una storia ambientata a Baranzate di Bollate mi farebbe scappare tutta l’ispirazione o_O

  11. Marco
    2 giugno 2015 alle 17:53 Rispondi

    Il passato per me è troppo complicato. Ambiento tutto in luoghi che conosco, e al giorno d’oggi. Ho letto Ken Follett, ammiro il lavoro che lui e i suoi collaboratori riescono a fare, ma non mi sognerei mai di avventurarmi in una sfida del genere. Al massimo, potrei ambientare una storia che si svolge nel 1200 in una cella, così semplifico ogni aspetto e affido tutto ai dialoghi.
    Ma si può essere universali anche ambientando storie nelle isole Egadi o all’Elba.
    Certo che ambientare una storia ai tempi dell’impero romano… Ci vuole fegato! :)

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2015 alle 08:15 Rispondi

      Sì, non è certo facile ambientare nel passato, ma appunto per questo esiste la documentazione.

  12. Lisa Agosti
    2 giugno 2015 alle 19:33 Rispondi

    Molto è già stato detto nel post e nei commenti, vorrei allora presentare un altro punto di vista.
    Pensiamo agli scrittori esteri che hanno usato l’Italia nei loro romanzi. Il Bel Paese è meta preferita per trovare l’uomo ideale (“Under the Tuscan Sun”), ottimo cibo (“Eat Pray Love”) e impareggiabili opere d’arte (“The Da Vinci Code”).
    Vivere in Italia oggi non è facile, ma se fossimo capaci di vedere il nostro paese con gli occhi del turista potremmo tranquillamente ambientare un thriller internazionale ad Aulla. Stephenie Meyer per esempio ha scelto un micro paesino toscano come sede per una potentissima setta di vampiri noti in tutto il mondo.

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2015 alle 08:17 Rispondi

      Ma che è sta Aulla che nominate? :)
      Quanto c’è della Toscana nella saga di Twilight? In un romanzo appare Volterra, ma non di più.

      • Serena
        3 giugno 2015 alle 09:13 Rispondi

        Un paese di 11.000 abitanti dell’entroterra tra Liguria e Toscana. Credo ci sia anche un casello dell’autostrada, ma non sono sicura.

  13. Moonshade
    3 giugno 2015 alle 09:37 Rispondi

    Ciao! Scusa il sommo ritardo, ma scrivo due righe perchè su questo argomento mi è successo qualcosa che non mi pare di aver letto negli altri commenti.
    Io sono per l’ambientazione “dove è meglio che stia”, perchè se l’ambientazione ha un peso è bene dargli valore ma purtroppo ci sono ancora generi che non vengono accettati se sono ambientati in Italia. Ho scritto un urban fantasy ambientato in questi anni a Milano con sole figure nostrane e sto disegnando una storia di fate che vivono sulle Alpi. Sono tutte o quasi creature del nostro folklore ma mi viene costantemente detto che il fantasy non sta bene in Italia perchè è più da Montalban o da antica Roma. Sono due storie particolari che non potrei raccontare spostandole; per fortuna le cose stanno un po’ cambiando, ma questa cosa sempre un po’ ” all’estero sì [m.gari perchè é un po’ mitologico tanto quanto Marco Polo diceva ai suoi contemporanei che aveva visto i cinecefali] in Italia fa un po’ strano” c’è ancora, eppure siamo sommersi da miti e ritrovamenti importanti. Di sicuro se dovessi scrivere qualcosa ambientato in Italia vorticherebbe attorno alla tomba del principe celtico appena trovata in val d’Aosta.

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2015 alle 10:47 Rispondi

      I post non scadono, tranquilla :)
      Sono d’accordo sui generi non accettati in Italia. Ma non è vero. Guarda i romanzi di Riccardo Coltri, che prende spunto proprio dal nostro folklore, e altri pubblicati da Edizioni XII. Ma anche il Mangianomi di De Feo.
      Il problema è che molti vedono il fantasy solo dal punto di vista tolkieniano.
      Non sapevo del principe celtico!

  14. Salvatore
    3 giugno 2015 alle 09:56 Rispondi

    Noto che anche tu ambienti qualche storia negli Stati Uniti. Di sicuro c’è una certa influenza culturale che ci investe dal loro mondo, almeno dal dopoguerra in avanti. Non c’è nulla di male in questo; il mondo latino ha influenzato tutti gli altri quando Roma era la Roma che studiamo nella storia e non la sua ombra. Per dirla tutta, fino in fondo, credo che non ci sia nulla di male a ambientare le proprie storie dove serva, anche negli USA; basta solo fare un buon lavoro di ricerca. Questo però vale anche se le ambienti qui in Italia, le storie. Io ad esempio non posso dire di conoscere bene Milano o Roma. Quindi per ambientare una storia lì, dovrei comunque lavorare sodo per essere credibile.

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2015 alle 10:49 Rispondi

      Fra i racconti nel blog ce n’è una, ma è presa da un fatto reale avvenuto negli USA. E nel romanzo c’è una parte negli USA, perché il personaggio vive lì. Ma non sono più influenzato dagli USA.
      Certo, bisogna fare una ricerca approfondita, anche se ambienti in Italia.

  15. laura
    6 giugno 2015 alle 20:43 Rispondi

    Magari hai ragione! con un’attenta documentazione può essere bellissimo ambientare un noir un pò truce e un pò fiaba, anche nella periferia delle nostre città.
    Stavo quasi per ingolfarmi nelle periferie del Belgio, ma chi me lo fa fare? Non conosco bene nemmeno la mia?
    Grazie, buon suggerimento.

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 07:53 Rispondi

      Le nostre province nascondono un bel tesoro di miti e leggende, quindi un noir come dici tu sarebbe buono.

  16. Grazia Gironella
    6 giugno 2015 alle 21:49 Rispondi

    Mica semplice. Il ragionamento non fa una piega: se ambienti la storia in un luogo di cui non hai esperienza diretta, ripeti senza volerlo dei cliché, in minore o maggiore misura. Se si parla di racconti, certe volte si riesce a sopperire alla mancata esperienza con la documentazione, ma per un romanzo non può bastare, non se si cerca un risultato ottimo. Come dicevo nel commento all’articolo di Francesca, la domanda dovrebbe essere: “se traducessero il mio romanzo nel paese in cui l’ho ambientato, i lettori sentirebbero reale l’ambientazione?”. Nessuno ha la risposta, ma l’asticella si alza di un bel po’. Rimane il fatto che il mio paese mi sta stretto, perciò tendo a far viaggiare i personaggi. Questo mi permette di mostrare altre culture e altri paesi con l’occhio un po’ superficiale del turista, giustificato dalla situazione.

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 07:55 Rispondi

      Sì, per un romanzo non è sufficiente, lo penso anch’io. Il problema che sollevi è reale: se il nostro romanzo venisse tradotto per quei paesi? Bisognerebbe avere un gruppo di lettura multiculturale :)

  17. Chiara
    8 giugno 2015 alle 10:08 Rispondi

    Come già avevo scritto anche nel commento al post di Francesca, io sono a favore di un’ambientazione italiana, anche in virtù di una sorta di responsabilità culturale. Penso che a breve scriverò un post al riguardo (è già in bozza)…

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 12:50 Rispondi

      Responsabilità culturale? Forse ho capito che intendi. Io la intendo però soltanto da due punti di vista: quello storico e quello fantastico.

      • Chiara
        9 giugno 2015 alle 09:08 Rispondi

        Per cultura non intendo tanto la tradizionale distinzione fra cultura “alta” e cultura “bassa”, quanto l’insieme dei riti, dei miti e dei simboli che strutturano una collettività (v. E. Morin): secondo tale principio, anche il Gieffe è cultura! Quindi io penso che un bravo scrittore abbia il dovere di creare, con le sue opere, prodotti che abbiano un valore culturale per il proprio paese, non tanto perché insegnano qualcosa, ma perché mostrano uno spaccato importante del mondo reale: Ammaniti oscilla fra il noir e lo splatter, ma le sue opere sono qualitativamente elevate e molto profonde. :)

        • Daniele Imperi
          9 giugno 2015 alle 12:03 Rispondi

          Ho capito. A me da questo punto di vista interessa scrivere di miti e riti nostrani. Di roma come il GF non se ne parla proprio :)

  18. Giorgiana
    9 giugno 2015 alle 13:00 Rispondi

    Io amo il tema del viaggio e il mio protagonista ideale gira il mondo ed esplora vari paesi e varie culture, per quanto sia un impegno non da poco tentare di riprodurre un certo ambiente e far respirare una certa atmosfera.
    A mio parere una storia può essere ambientata in Italia, l’Italia può regalare certi scorci caratteristici diversi dalle tipiche grandi città o dalla capitale (non al livello di altri paesi, è chiaro, però per quanto piccolo non dimentichiamoci che il nostro paese ha una sua “immagine” agli occhi del mondo se non altro dal punto di vista storico e artistico… poi se uno vuole soffermarsi sulla corruzione, sulla politica e sulla mafia è chiaro che si perde in partenza)… non ci vedo niente di male in un minimo, ma proprio minimo!, di spirito nazionalista, quello che invece proprio non sopporto e che non sopporterò mai è far emergere le sottoculture, le sottocomunità o in Italia quello che chiamano il patriottismo regionale. Io ad esempio non sopporto i dialetti, io parlo italiano e basta e leggere dei costumi e delle usanze della Sicilia, dei toscani o degli emiliani non mi interessa proprio (parlo sempre e solo a livello di letteratura, s’intende!). Ad esempio, Verga, per questo motivo non mi è mai piaciuto.

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 13:10 Rispondi

      Il patriottismo regionale però ci regala la storia delle nostre regioni, che altrimenti sarebbe sconosciuta. Non credo sia voluto, un tempo ogni autore scriveva storie su ciò che conosceva e è normale, quindi, che sono emerse quelle che chiami le sottoculture.
      I dialetti non piacciono anche a me, nemmeno il mio di Roma.

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