Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

L’ambientazione è in funzione della storia

Far West

Chissà perché poi tutto sembra più plausibile se accade in America, si può esagerare più liberamente. Violaliena su Dove ambientare una storia.

Diciamo la verità: ambientare una storia non è un lavoro semplice nella scrittura, perché comporta una grande documentazione, specialmente se stiamo scrivendo un romanzo. Per racconti brevi alcune volte io neanche mi documento, come per esempio per l’ultimo pubblicato, Il vuoto intorno. È una storia che potrebbe accadere ovunque.

Ecco allora che siamo arrivati all’argomento introdotto dal titolo: è stata la storia a suggerirmi la sua migliore ambientazione. Poteva succedere ovunque, quindi era ininfluente dove ambientare il racconto, se a Roma, New York, Tahiti, Tokyo, Praga o Oslo.

La storia è al primo posto

A me viene in mente la storia, non la sua ambientazione. Il commento che ho citato dice una grande verità, di cui ho già parlato: siamo portati spesso ad ambientare le nostre storie negli Stati Uniti, colpa dei tanti film che vediamo.

Quando ho iniziato a scrivere racconti, i miei personaggi erano tutti americani. Ricordo anche un gioco che facevo con un compagno di classe in seconda o terza elementare. Giocavamo “a guerra” – a quel tempo andavano di moda film sulla Seconda Guerra Mondiale – e noi eravamo soldati tedeschi, anche se con nomi americani. Forse perché si ricordavano meglio?

E così, crescendo, m’è sempre venuto spontaneo ambientare tutto negli USA, come se fosse più credibile, più naturale, come per dare al lettore quel legame che già possiede per la sua esperienza cinematografica e televisiva. O forse per quel gusto perverso per l’esotico, non so.

Ambientazioni poco credibili

In Italia sono apparse due serie televisive, Don Matteo e Carabinieri, la prima ambientata a Gubbio e poi a Spoleto e la seconda a Città della Pieve (neanche 8.000 abitanti). Possibile che in questi piccoli centri abitati succeda di tutto come a New York?

No, non è possibile o, quanto meno, è davvero poco probabile. In quei casi l’ambientazione ha avuto un ruolo principale: della serie “mi costa meno ambientare quei gialli in quei posti”.

Quello che penso è che la storia debba sempre venire prima – non prima della grammatica, però – e che bisogna sceglierla in funzione della trama che abbiamo creato.

Se devo scrivere una serie di racconti in cui sono protagonisti i Carabinieri, allora devo trovare l’ambientazione più adatta per loro. Quale? Beh, basta leggere la cronaca nera sui giornali: dove sono sempre in prima linea i Carabinieri? Nelle grandi città o nei paesini di provincia?

Come scegliere l’ambientazione

Secondo me, quando scriviamo, quando creiamo una storia, dobbiamo porci alcune domande per trovare l’ambientazione più adatta. Ma soprattutto dobbiamo essere onesti nelle risposte che daremo.

  • È davvero fondamentale una località precisa o la mia storia può avvenire ovunque? Di questo ho già parlato. Consideriamo la fattibilità della storia in un’ambientazione o in un’altra. In alcuni casi non è fondamentale. Se vogliamo scrivere un thriller, che sia ambientato a Roma o a Milano è ininfluente.
  • I miei personaggi sono legati a una nazione? In una delle storie che sto scrivendo per il mio ebook un personaggio è americano e quindi non ho potuto evitare l’ambientazione USA. Lo stesso discorso vale se dobbiamo scrivere una storia biografica.
  • È plausibile che in quella località avvenga una storia come quella che voglio scrivere? E qui rientra il discorso sulla documentazione: una ricerca online ci darà notizie e informazioni su quella località e su ciò che vi accade di solito.
  • La mia storia è legata a una località? L’esempio più classico è quello del Far West: se voglio scrivere una storia western, allora non ho scelta. Ma qui il discorso è diverso: quel genere letterario, che poi è storico anche se circoscritto, è proprio degli USA. Non sarei credibile a scrivere una storia di cow boy e sceriffi a Napoli. Una storia seria, intendo.

Nessun’ambientazione senza documentazione

La rima è voluta. Ok, mi piacciono gli Stati Uniti, sono americano dentro e non sento ragioni: i miei romanzi devono essere tutti ambientati negli USA. Mi sta bene, ma almeno che ci sia dietro una buona documentazione e che non sia limitata ai film che abbiamo visto.

Uno buono scrittore deve leggere molto e in libreria è pieno di libri su cui documentarsi. Ma esistono anche forum in cui chiedere qualche informazione. Una delle mie storie dell’ebook è ambientata in Cina e in un forum di lingue ho chiesto un chiarimento sulla trascrizione dei nomi cinesi. Grazie a quell’informazione ho modificato la scrittura dei nomi nel modo corretto.

L’ambientazione dipende dalla storia

Non lo credete anche voi? Come vi siete comportati con le storie che avete scritto?

27 Commenti

  1. Chiara
    21 luglio 2014 alle 09:24 Rispondi

    Concordo con ciò che scrivi, ed è anche per questo motivo che ho deciso di ambientare a Milano il romanzo che sto scrivendo, in quanto ritengo che la città – alienante frenetica e dispersiva – possa rappresentare al meglio l’atmosfera che vorrei far aleggiare sulle vicende, così come un certo tipo di relazioni umane.
    Non ho avuto bisogno di una grande documentazione, in quanto è una città che conosco bene, avendoci vissuto dodici anni. Ogni tanto, in sede di stesura, mi capita di fare un giretto su googleheart o vedere qualche street view, per dare maggior credibilità alle mie parole.
    Inizialmente, volevo ambientare la storia a Sanremo, essendo la mia città. Poi però mi sono resa conto che qui, il massimo che può succedere, è essere svegliato dal tuo vicino che prende a fucilate un cinghiale…
    Storie negli stati uniti non ne ho mai ambientate, né ho mai considerato l’idea. infatti mi ha sorpresa vedere che c’è questa tendenza… io lo considero un universo distante, poco credibile. Preferisco muovermi in un universo micro..

    • Daniele Imperi
      21 luglio 2014 alle 19:01 Rispondi

      Direi che hai fatto bene, fra Milano e Sanremo c’è una bella differenza.
      Non so se gli USA siano poco credibili, ma secondo me deve esserci un motivo valido per ambientare laggiù le storie.

  2. Tenar
    21 luglio 2014 alle 11:40 Rispondi

    L’ambientazione e i suoi effetti sulla storia sono cose che mi affascinano molto.
    Ne ho scritto qui: http://inchiostrofusaedraghi.blogspot.it/2014/03/scrittevolezze-locale-e-globale.html
    E qui:
    http://inchiostrofusaedraghi.blogspot.it/2013/04/una-questione-di-ambientazione.html
    Per quanto riguarda i gialli ambientati in piccoli paesi, io di solito ambiento i miei racconti gialli nella mia provincia. Tengo d’occhio la cronaca locale e ti assicuro che la realtà è sempre un passo avanti all’immaginazione.

    • Daniele Imperi
      21 luglio 2014 alle 19:03 Rispondi

      Se tieni d’occhio la cronaca locale, ok. E anche se parli di provincia, quindi un insieme di paesi (Roma ne ha decine) e non solo uno, va bene.
      Conosco anche io certe realtà, ma che si siano verificate tutte nello stesso paesino mai.

  3. Salvatore
    21 luglio 2014 alle 13:10 Rispondi

    Io tendo a non specificare la località, pur ambientando una storia ad esempio in un edificio, o un appartamento, oppure in un ospedale, ecc.
    Quasi tutte le storie posso avvenire un po’ ovunque, quindi bisogna sempre ragionare se ambientarle, specificandolo, da qualche parte aggiunga qualcosa. Se non lo fa: è inutile.
    Se rintengo possa essere utile al lettore per orientarsi meglio o alla storia per sembrare più realistica, allora la località che preferisco è Torino. Perché? E’ casa mia, ecco perché!
    In genere non serve nulla di più o di diverso, tranne nel caso in cui un fatto di cui si sta narrando sia avvenuto concretamente in un posto preciso del mondo e non si possa evitare di ambientare la storia lì.
    Non ho mai ambientato una storia negli Stati Uniti d’America, perché dovrei? Non ci sono mai neanche stato…

    • Daniele Imperi
      21 luglio 2014 alle 19:06 Rispondi

      Nei racconti brevi anche io ho la stessa tendenza. Se non ha importanza specificare una città, va bene non nominarla.

  4. Moonshade
    21 luglio 2014 alle 14:14 Rispondi

    Ciao!
    Io sono molto di parte {ho studiato storia, il “set” è importantissimo!}, ma concordo con te. Ho anche trovato casi veramente estremi, però: romanzi ambientati a Milano dove era palese che l’autore non si fosse nemmeno interessato a guardare una mappa sul Tuttocittà, e una propensione a considerare gli U.S.A. come luogo in cui tutto può accadere.
    Io ho scritto di personaggi in ogni dove, sia vero che inventato perché li ritenevo idonei per il taglio che voglio dare alla mia storia. Al momento sto lavorando su una storia horror, ambientata nell’epoca Carolingia {anno 800 circa}, ma ho voluto spostare l’azione ai confini dell’Impero e in mezzo ai campi perché voglio valorizzare alcuni aspetti che, se mi limitassi alle 3 cose che sanno tutti su Carlo Magno, non riuscirei, ma il luogo l’ho praticamente inventato.
    Tuttavia, sempre parlando di “la credibilità made in USA”, mi è successa una cosa parecchio strana. Una delle storie che ho scritto e deciso di sottoporre al giudizio altrui l’ho ambientata a Milano, dove vivo da sempre, sfruttando molto della sua storia e scegliendo come protagonisti personaggi soprannaturali {documentazione e tutto, perché volevo che certi aspetti antichi venissero fuori e senza protagonisti longevi sarebbe stato impossibile}. La considerazione maggiore che mi hanno fatto è stata che “non siamo mica in america”. Non importa che io, sapendo della data leggenda del dato fantasma milanese, la usi, o che ci piazzi un vampiro, una fata, un alieno e che abbia attuato un criterio per inserirli: importa che “è roba americana, quindi non va bene qui”, è proprio una cosa refrattaria, come se fossero logiche che possono esistere negli States e che li fa sembrare ormai una terra mitologica quanto Avalon – eppure, negli ulitmi anni anche noi abbiamo inseguimenti, sparatorie e rapine d’assalto. Dev’essere l’effetto “suona meglio un ‘Callaghan passami la glock’ che un ‘Antonio passami la beretta”.

    • Daniele Imperi
      21 luglio 2014 alle 19:13 Rispondi

      Puoi ambientare un horror anche qui in Italia, io ho letto storie della casa editrice Edizioni XII e erano ambientate in Italia, funzionavano benissimo.

      Quindi non dargli retta. Anzi, qui da noi c’è parecchio materiale per scrivere di fantasmi e soprannaturale. Ricordiamo che il soprannaturale americano proviene da quello europeo.

      • Moonshade
        21 luglio 2014 alle 21:00 Rispondi

        Vero? *-* sono contenta che me lo dici anche tu, che il supernaturale americano deriva dal nostro ne ero piuttosto convinta anche io!
        Grazie mille per le risposte *w* sei sempre gentilissimo!

        • Daniele Imperi
          21 luglio 2014 alle 21:08 Rispondi

          Beh, gli americani derivano dagli europei, c’è poco da fare :D

          A meno che non scrivi un horror basato su leggende dei nativi, il resto è tutto europeo, secondo me.

  5. Emilio
    21 luglio 2014 alle 14:18 Rispondi

    Penso che le storie più credibili siano quelle ambientate nei luoghi dove l’autore è realmente vissuto, come la Bellano di Vitali, la Luino di Piero Chiara ecc. ecc. Questa profonda conoscenza del luogo, in tutte le sue sfumature, non potrà mai essere sostituita neanche dalla più approfondita delle documentazioni.
    Poi non si può essere legati ad un solo luogo, secondo me alla lunga può diventare limitante.

    • Daniele Imperi
      21 luglio 2014 alle 19:16 Rispondi

      Di certo hai ragione, ma è anche impossibile conoscere benissimo tante località e a me personalmente non piace scrivere degli stessi posti.

      Come dici, è limitante. Però prendi Camilleri, Lansdale e McCarthy: scrivono sempre degli stessi posti.

  6. LiveALive
    21 luglio 2014 alle 15:06 Rispondi

    Ma a me piace don Matteo! XD Invero, tutti i protagonisti gialli si portano la morte addosso: ovunque vanno causano omicidi, furti, incendi e quant’altro, tanto che dopo un po’ è impossibile non dirsi “bah, secondo me questa volta è stato don Matteo!” Anche perché Gubbio è davvero un posto invivibile, pieno di rancori! XD

    Detto questo, mi piace una cifra l’immagine che hai scelto. Oh, ma dove le trovi, Daniele, dove le trovi? Tra l’altro ti confesso che da un po’ ho voglia di scrivere qualcosa di western. Pensavo di documentarmi su storia e ambientazione, così per curiosità e magari riesco a sviluppare qualcosa.

    Stavo pensando anche a un qualche testo post apocalittico, e credo di aver trovato l’idea ma… Sai, se si vuole creare un mondo di fantasia credibile bisogna fare un lavoraccio. Ammettiamo per esempio che io voglia apportare un cambiamento anche minimo al nostro mondo: dimezzo la gravità. Allora, il pianeta dovrebbe essere più piccolo, e anche la luna dovrebbe esserlo. Il posizionamento del pianeta nel sistema potrebbe cambiare, e così cambierebbe anche il clima. Le specie che si svilupperebbero sul pianeta sarebbero più alte di quelle attuali, ci potrebbero essere più specie volanti, addirittura potrebbero svilupparsi animali “a palloncino” che sfruttano la ridotta gravità e i gas per galleggiare. …ho visto un programma in proposito: tutto va collegato, e bisogna conoscere un bel po’ di principi, dalla geologia alla meteorologia.
    …anche se credo che io mi accontenterò di molto meno. Da un lato, per il momento non ho intenzione di occuparmi di qualcosa che il 99% delle persone non noterà (non voglio scrivere il nuovo guerra e pace…), dall’altro, credo sia giusto tradire il realismo del l’ambientazione se ciò permette come conseguenza eventi più interessanti.

    In un testo storico, però, impossibile discutere: l’ambiente è quello reale, non si può scappare, altrimenti perché scrivere un testo storico?

    • Daniele Imperi
      21 luglio 2014 alle 19:21 Rispondi

      No, dai, Don Matteo mi ha fatto calare Terence Hill, che adoravo :D

      Western: leggi anche qualche racconto western, come quelli di Louis L’Amour.

      Un mondo un po’ più semplice per iniziare, no, eh? :D

      Immagini: cerco im inglese il tema del post e ci aggiungo “wallpaper”, così è sicuro che sono immagini gratis. Altre le faccio io con sfondi e icone.

  7. Nani
    21 luglio 2014 alle 15:56 Rispondi

    Ma ce l’hai proprio a morte col mio povero don Matteo! E pensa che mi piacevano anche i carabinieri! :D
    Il fatto e’ che dipende sempre da quale sia la tua intenzione e anche al pubblico a cui ti vuoi rivolgere. Se vuoi creare un mondo realistico, allora sono d’accordo con te, la Gubbio di Don Matteo, soprattutto quella delle ultime serie, e’ davvero fuori luogo. Ma se vuoi creare un ambiente in cui i lettori possano accoccolarsi e sognare storie piu’ o meno avventurose, allora la Gubbio o la Spoleto di Don Matteo sono perfetti: un gioiellino di citta’ con un bellissimo centro storico, uno di quei tipici posticini in cui tutti si conoscono, tutti si confidano con il prete in gamba, etc. Poi, naturalmente, ci sono anche i casi da risolvere, altrimenti che gusto c’e’? E, siccome sono detective seriali, e’ naturale che non ci puo’ essere solo una magagna. Almeno meta’ della popolazione deve, prima o poi, combinare qualche guaio, uccidere qualche vicino, rubare qualcosina. Io, spettatore che si proietta in quella Gubbio fittizia, cosa penso di tutto questo? Accetto l’improbabilita’ di tutto quello scenario e mi godo il sapore dell’ambientazione familiare e avventurosa allo stesso tempo, mi godo i bei paesaggi, le case linde e pinte, i guai che vanno sempre a risolversi nel modo giusto e il biondo prete settantenne che gioca a scacchi contro il suo fido maresciallo. A me fa pensare ad un’Italia ideale che, lo so, non esiste, ma che mi piacerebbe se fosse vera.
    Certo, se poi mi avessero ambientato un Seven a Gubbio, beh… forse li’ avrei faticato un po’ a mandarlo giu’…
    Ma lo scopo degli sceneggiatori, probabilmente, non era creare un telefilm poliziesco per un pubblico alla Distretto di polizia. Il target era diverso. (Ps: io, Distretto di polizia, non l’ho mai seguito per piu’ di un paio di episodi di seguito, ad esempio).

    • LiveALive
      21 luglio 2014 alle 17:23 Rispondi

      A me l’ultimo don Matteo, quello a Spoleto, non è piaciuto, troppo fiacco e inverosimile. Ho rivisto la prima serie ed è ancora un immarcescibile capolavoro: don Matteo correva, aveva ancora le labbra e i suoi occhi avevano ancora un colore XD ma la nove no, è ripetitivo e banale. Spero nel 10.

      hai ragione, un’ambientazione di quel tipo può andare bene perché sopperisce al poco realismo (che lo spettatore accetta) con altre qualità. Inoltre anche Padre Brown era simile

    • Daniele Imperi
      21 luglio 2014 alle 19:23 Rispondi

      Io non sopporto proprio le serie Tv e il cinema nostrani :D

      Guarda le storie di Don Camillo: quelle erano credibili, ma erano anche di Guareschi ;)

      • Nani
        22 luglio 2014 alle 02:13 Rispondi

        Evvabbe’, Don Camillo non si batte.

        @ LiveALive: Hai ragione, era un bel prete, una quindicina di anni fa. Ma anche settantenne… ci arrivassi io cosi’ , a settant’anni! A me ha dato un po’ fastidio quando lo hanno fatto diventare un wrestler. Eccheccavolo, un vecchietto di quasi settant’anni – e pure prete! – che mette KO il boss della malavita locale… beh, anche la mia sospensione della credulita’ (si chiama cosi’?) ha storto la bocca.

        • LiveALive
          22 luglio 2014 alle 08:40 Rispondi

          Si nomina Sospensione dell’incredulità, ma qui su Penna Blu preferiamo parlare di Attivazione della Credulità.

          Il punto è che ora hanno creato una serie matteocentrica, come Clint Eastwood nei suoi film: deve sempre aver ragione lui, sempre vincere lui, se perde è solo per mostrare quanto fanno schifo gli altri. Così diventa irritante come Topolino: don Matteo deve saperne più degli altri in tutto, deve correre, dipingere, combattere e fa convertire terroristi e serial killer con la sola bibbia; se va in ospedale è solo per far dire ai personaggi “oh no, come faremo senza don Matteo..”. Eh no, io vorrei vedere almeno una volta il boss malavitoso che stende il prete con un pugno a piccione, voglio vedere il capitano che arriva prima e lo schernisce “toh, beccati sta supposta, prete!”, e soprattutto voglio vedere un criminale che quando don Matteo parte con la predica “come dice sant’Agostino…” si mette a ridere e gli risponde”va al diavolo, frate! Io uccido.”

          …però l’ultima puntata della nona mi é piaciuta.

  8. Ivano Landi
    21 luglio 2014 alle 19:46 Rispondi

    Per ora nelle mie storie fa da padrona assoluta la mia Toscana. Anche se nella prima parte di Shaula c’è un pezzo di storia ambientato a Parigi.

  9. Severance
    21 luglio 2014 alle 20:09 Rispondi

    Una Firenze immaginaria, suggerita e mai detta, va sempre bene. E’ abbastanza composita per farci accadere un po’ di tutto. Abbastanza piccola per essere intima. Se vuoi la ingrandisci. Ed ehi: abbiamo avuto anche avvistamenti UFO di massa.
    Hai pienamente ragione su tutta la linea: ma Don Camillo a New York, che senso avrebbe avuto? E CSI: Pontremoli? In funzione del testo innesti il seme della storia sul terreno più fertile.

    • Daniele Imperi
      21 luglio 2014 alle 20:26 Rispondi

      Infatti, secondo me, non è proprio credibile un parroco che indaga e risolve i casi.

      • Tenar
        21 luglio 2014 alle 20:42 Rispondi

        Il protagonista del mio romanzo e di due racconti editi è un parroco che risolve delitti.
        Il perché e il per come ha richiesto un bel po’ d’impegno da parte mia, le storie non sono tutte ambientate nello stesso paesino e i delitti di cui si occupa hanno tutti radici nel passato (lui ha una formazione storica e viene interpellato per quel motivo).
        Dire a prescindere che non è credibile mi sembra un po’ riduttivo.
        Poi è ovvio che sono di parte.

        • Daniele Imperi
          21 luglio 2014 alle 21:15 Rispondi

          Ecco qui che ho beccato una lettrice che ha scritto di parroci investigatori… una probabilità su un miliardo e l’ho beccata :D

          Anche Max Bunker ha creato una serie a fumetti con un prete che risolve casi, Padre Kimberly.

          Non so, senza svalutare le tue storie, ma a me non sembra credibile, sia per il fatto che non credo siano esistiti nella storia casi del genere sia perché il prete è una figura che non si addice a svolgere lavori da poliziotto.

          A meno che non crei un personaggio come il protagonista de Il nome della rosa. O come Fratello Cadfael di Ellis Peters.

          Poi, ovviamente, non conosco le tue storie e non posso giudicare in modo completo.

  10. Tenar
    21 luglio 2014 alle 22:13 Rispondi

    Qui si aprirebbe un discorso molto lungo. Tutti i detective improvvisati sono al limite della credibilità. Funzionano o non funzionano a seconda di come sono gestiti.
    Un prete, in un posto piccolo, conosce più o meno tutti, si fa gli affari di tutti ed è considerato autorevole. Se poi ha anche competenze specifiche ci può stare. Cadfael, che hai citato, era un guaritore e ex crociato e viene “usato” quasi come un medico legale.
    Nel mio giallo sparisce una reliquia, ovvio che se c’è in zona un prete che è anche uno storico viene interpellato.
    In uno dei racconti muore una vecchina molto pia e lui viene chiamato per riconoscere la salma in mancanza di parenti prossimi.
    Nel terzo racconto viene di nuovo interpellato in qualità di storico.
    Insomma, il mio prete non risolve tutti i delitti che capitano nella provincia, ma viene chiamato in campo per competenze specifiche.
    Quando giochi al limite della credibilità devi esserne consapevole e fare molta, molta attenzione. Io cerco di prestare attenzione al fattore plausibilità, ad esempio chiedo aiuto agli esperti ogni volta che mi serve e tra questi c’è sia un medico legale che una teologa, inoltre lo studio del retroterra storico su cui si basano le storie occupa parecchio del mio tempo. Ovviamente non so se tutto questo basti.
    In generale dire che a prescindere in letteratura una cosa non è credibile mi sembra azzardato (pensa alle nude trame di libri famosi, molte non sembrano credibili).
    Per mia fortuna né l’editore del romanzo, né la curatrice delle antologie, né i lettori l’hanno pensata come te.

    Se ti ho incuriosito, qualche informazione su trama, personaggi e recensioni ricevute le trovi qua:
    http://inchiostrofusaedraghi.blogspot.it/2014/07/la-roccia-nel-cuore-un-libro-per-lestate.html

    • Daniele Imperi
      22 luglio 2014 alle 07:47 Rispondi

      Gli esempi che hai fatto dei tuoi racconti sono allora credibili e plausibili. Ma se l’avessi trasformato in un altro Don Matteo o, peggio, nella signora in giallo, allora per me non lo sarebbe stato.

      Potresti creare un post in cui parli dei preti come personaggi chiave nei reati, facendo gli esempi del tuo personaggi e di altri della letteratura :)

      Poi mi leggo il post.

  11. Severance
    23 luglio 2014 alle 01:21 Rispondi

    Non è sbagliato che un prete possa fare quel che gli va (a meno che non sia parroco, e allora non ha proprio il tempo!). La storia è piena di uomini di chiesa che hanno fatto grandi cose pratiche, avventure, scoperte, invenzioni e anche guerre. Il problema è che qui si parla di un parroco che può entrare in caserma e dire al maresciallo dei carabinieri come operare XD. Se io fossi un parroco, o mi chiamano come perito (può essere, ma caso raro) o come persona informata sui fatti. Se no resto un civile qualunque. Puoi, da civile, fornire dichiarazioni spontanee, ma da qui a dire che il parroco “risolve casi di omicidio”… Secondo me è manieristico, non è credibile. A parte contesti COMUNQUE immaginari, come quelli di certi autori anglosassoni.

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.