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L’altro lato della strada

Un racconto drammatico

L'altro lato della strada

Esacerbato, cambiai marciapiede e piansi ancora; maledissi le crudeli, grette potenze, o chiunque fosse, che mi perseguitavano così, ne decretai bestemmiando la condanna all’inferno ed ai tormenti eterni.

Fame, Knut Hamsun

Si svegliò sotto la pioggia. Sentì il cartone appesantirsi, imbevuto d’acqua, e il freddo entrargli nelle ossa. Dischiuse gli occhi, tirò fuori una mano e lo scostò. Era inservibile. Rimase un attimo così, sdraiato sull’asfalto, incurante della pioggia che cadeva. Non avrebbe smesso, si disse, non presto almeno. Si chiese quando avesse cominciato, perché non se n’era accorto subito. Ultimamente gli pareva di essere meno reattivo, come se i sensi non rispondessero bene come un tempo. Si tirò su, si allontanò un poco, strascicando i piedi fino a mettersi al riparo sotto una tettoia. Sedette rannicchiandosi contro il muro, le ginocchia strette al petto, le mani infilate fra le gambe. Il cartone usato come coperta si disfece pian piano sotto l’acqua. Avrebbe dovuto trovarne un altro l’indomani, pensò. Guardò il cielo fosco e calcolò che l’alba sarebbe sorta di lì a poche ore, nebulosa, in quelle malinconiche giornate d’autunno. Strinse il giaccone per chiuderlo come poteva, ma l’umidità gli penetrò dalla lampo rotta e attraverso il maglione. Lui vi infilò la bocca dentro, alitando più volte e godendo del momentaneo tepore. Poi chiuse gli occhi, pensando al modo di procurarsi una nuova coperta.

E si addormentò.

 

L’alba lo trovò riverso sul marciapiede, in posizione fetale, un abnorme neonato partorito da una città malata. Il sole era una macchia esangue nella foschia di un altro giorno smorto e senza vie di fuga. Aveva smesso di piovere, ma l’asfalto era inscurito dall’acqua, scivoloso. Si mise a sedere con fatica. Muscoli e ossa gli dolevano e aveva freddo. Alitò sulle mani, si strofinò gli occhi, staccando le cispe che gli s’erano raggrumate agli angoli, sbadigliò e si massaggiò gambe e braccia.

La via era deserta. Cercò di capire che ora fosse, ma il sole era nascosto da un velo di vapore acqueo e tutto il mondo gli parve prigioniero di una condensa senza fine. Decise di andare verso la stazione, dove avrebbe potuto prendere uno dei giornali gratuiti distribuiti nel sottopassaggio. Là attorno, forse, avrebbe trovato cibo. Resti del giorno prima, avanzi lasciati da chi gozzovigliava la sera per le strade della città.

Si alzò. Il giaccone non era ancora asciutto, ma non se ne curò. Diede un’occhiata in giro: nessuno. Forse era ancora troppo presto. Armeggiò coi pantaloni, allargando le gambe. Il fiotto di urina colpì il muro, gli schizzò addosso e colò giù sul marciapiede formando un piccolo fiume giallastro che gli bagnò le scarpe consunte. Poi si riabbottonò i calzoni e si incamminò.

 

Quando passò davanti alle vetrate della stazione, una figura smunta lo fissò dal riflesso opaco. Il giaccone gli pendeva sulle spalle come su un attaccapanni, due taglie abbondanti oltre la sua. Da sotto spuntavano gambe smagrite dentro pantaloni sporchi e sdruciti. I piedi erano imbarcati in scarponi senza lacci, deformati e aperti in più punti. Aveva i capelli neri, arruffati, che non lavava e pettinava da troppo tempo. Adesso crescevano come gramigna su un muro sgretolato dalle intemperie. La barba, nera anch’essa, era lunga, più rada sulle guance, folta su mento e baffi. Gli occhi infossati avevano palpebre cascanti, come se l’uomo fosse perennemente stanco. Il colore, di un verde cupo, celava la sofferenza che lo dilaniava dentro. Un sipario di luce buia che si chiudeva sull’anima separandolo dal resto del genere umano.

Abbassò lo sguardo a terra e proseguì. La sagoma riflessa imitò i suoi movimenti, seguendolo fino a svanire oltre un muro.

 

Sotto la galleria c’era già confusione a quell’ora. I treni andavano e venivano a ogni ora del giorno, lunghi vermi di metallo che correvano sui binari verso mete ignote. L’uomo non ricordava più quando c’era salito l’ultima volta. Erano passati troppi anni. Ricordava che si stava caldi dentro, e comodi. Più comodi, almeno, che sull’asfalto e le scalinate su cui aveva dormito spesso.

Nessuno gli prestò attenzione, mentre arrancava trascinando i piedi sul pavimento gommato. Si tenne lontano dai binari e andò verso le biglietterie e la libreria. Sopra c’erano bar con tavoli e sedie disposti lungo il soppalco. Raggiunse la scala, salì lentamente i gradini e si fermò. I bar avevano aperto, qualcuno stava pulendo in terra, uno o due avventori sedevano a consumare la colazione. Gironzolò lassù come un’anima in pena, ma non trovò nulla da mangiare. Tornò di sotto per un’altra scala, riattraversò la galleria e uscì all’aperto, dirigendosi verso il sottopassaggio. Alcuni stranieri, seduti sul muro a ridosso delle scale, lo guardarono con stanca curiosità. Ciondolavano le gambe con noncuranza, passando il tempo come se non avessero nient’altro da fare tutto il giorno.

Scese le scale, andò al distributore di giornali free press e ne prese uno. Poi cominciò a girovagare in cerca di cibo e l’odore del caffè appena fatto e dei cornetti freschi lo raggiunse subito. Adocchiò i tavoli, sperando che qualcuno vi avesse lasciato qualcosa, ma erano tutti puliti. Lanciò un’occhiata attorno, in apprensione, scorgendo una guardia giurata in lontananza. Forse la stessa che due giorni prima l’aveva cacciato da là sotto, quando passeggiava tra le file di negozi dalle vetrine lucide e la merce intoccabile. Il gesto dell’autorità gli aveva imposto di allontanarsi, un “vattene su” sputatogli addosso come se la sua presenza in mezzo alla comunità fosse un’imperfezione da curare, una macchia da eliminare su un vestito bianco. Gli avventori gli erano passati attorno come se il suo corpo emanasse una forza repulsiva, e allora lui capì di essere fuori luogo, un fastidio in quell’ordine stabilito dalla società. Se ne tornò su, sperando che tutto scomparisse come in una storia di magia, lui e il genere umano e quella città marcescente e tutta la sofferenza che portava la vita.

Si nascose dietro una colonna, lasciando rifluire i ricordi come una piccola marea e ritornando al presente. La guardia passò senza vederlo, dirigendosi verso un altro sottopassaggio che portava ai binari della metropolitana. L’uomo uscì dal suo nascondiglio, raggiunse le scale e risalì in superficie. Attraversò la strada e prese la via che portava alla basilica.

A un incrocio due piccioni si contendevano un pezzo di pizza. Affrettò il passo e lo afferrò fra lo svolazzare irato degli uccelli. Se lo ficcò in tasca e raggiunse la piazza, sedendosi davanti all’obelisco alle spalle della grande chiesa. Poggiò il giornale a terra e tirò fuori la pizza, bianca, mezzo impolverata e ancora bagnata per la pioggia, un piccolo rettangolo di carboidrati cui mancava un paio di bocconi. Cominciò a mangiare, masticando quel cibo ormai insapore. Poi si alzò, raccattò il giornale e raggiunse il marciapiede opposto. Bevve qualche sorsata alla vecchia fontana, si asciugò la bocca e la barba col dorso della mano e si incamminò di nuovo verso la stazione.

 

Nel pomeriggio aveva ricominciato a piovere. Una violenta scarica d’acqua fredda l’aveva colto allo scoperto, poi il temporale era divenuto una pioggia fitta e insistente. L’uomo si era riparato sotto la lunga tettoia della stazione, guardando la pioggia oscurare la città, come un bambino che la vedesse per la prima volta. Attorno a lui gente anonima attendeva che diminuisse, prima di proseguire per il proprio destino.

 

I tuoni rimbombavano come esplosioni di una guerra lontana. Il cielo si illuminava delle scariche elettriche che guizzavano con studiata frenesia, come se lassù qualcuno stesse tentando di rianimare una città ormai in coma. Erano già due ore che pioveva e l’uomo non si era mosso dalla sua posizione. Fermo, in piedi, la schiena appoggiata al muro, una statua umana che resisteva alla furia dell’autunno.

Ricacciò indietro lo stimolo che da oltre un’ora lo tormentava, ma non vedeva vie d’uscita da quella situazione. Nei bagni pubblici non l’avrebbero mai fatto entrare e non solo perché non possedeva una moneta per pagarne l’uso. Doveva attendere che spiovesse e facesse buio, quando avrebbe potuto appartarsi dietro qualche secchione e liberare l’intestino.

 

I dolori vennero poco più tardi. Morsi improvvisi, atroci, come di belve invisibili che vivevano dentro di lui. Aveva i muscoli tesi e si premeva lo stomaco come se temesse di vederlo esplodere da un momento all’altro. La pioggia continuava a cadere, ignara della sua sofferenza e, man mano che il pomeriggio sfociava nella sera, il freddo aumentava.

Doveva uscire dal riparo o si sarebbe cagato sotto. I dolori allo stomaco si erano fatti più forti. Alzò il bavero del giaccone, che strinse di più sul corpo, e si incamminò.

L’acqua lo inzuppò in breve tempo. Pestò due pozzanghere bestemmiando sottovoce, scivolò sui sampietrini lucidi e viscidi, si tenne a un’auto parcheggiata per non cadere e continuò a camminare con la sua andatura disarticolata, scalciando oggetti invisibili attaccati ai piedi martoriati dalle vesciche.

Quando arrivò ai secchioni, era completamente infradiciato. L’acqua gli gocciolava giù dai capelli appiccicati al viso, colandogli lungo il collo fino a scendere per la schiena. Si ficcò dietro i due secchioni nella via semideserta e battuta dalla pioggia. Non c’era nessuno, eccetto poche macchine che passavano creando piccole onde d’acqua sporca. Si calò i pantaloni, si accovacciò e lasciò che il corpo facesse il resto. Poi si pulì con alcune pagine del giornale che aveva tenuto in una tasca interna della giacca, si rivestì e si allontanò, facendo ritorno alla stazione.

Dalle grate della pavimentazione veniva su aria calda. Si era sempre chiesto che cosa ci fosse laggiù. I locali sotterranei erano illuminati, diversi metri sotto i suoi piedi. Desiderò scendere e sdraiarsi lì in mezzo. I dolori allo stomaco erano scomparsi, ma adesso era fradicio e aveva freddo. Sedette, avvolto dal tepore che saliva. Calcolò che avrebbe potuto restare là ad asciugarsi per un paio d’ore al massimo. Poi sarebbero venuti gli altri e non gli avrebbero permesso di passare la notte sulle grate. Due ore potevano bastare, si disse.

 

Trovò riparo dietro secchioni maleodoranti e anneriti dal fuoco. La pioggia era cessata, ma il mondo aveva l’aspetto di un gatto annegato che il mare avesse restituito, gonfio d’acqua e putrido. Era sera e aveva lo stomaco vuoto, ma non la forza di alzarsi e rovistare nella spazzatura. Più tardi avrebbe fatto un giro per cercare qualcosa da mangiare. Più tardi, forse, si disse ancora, chiudendo gli occhi e addormentandosi poco dopo.

 

Al mattino aveva ripreso a piovere. Quando si svegliò, se ne restò lì in mezzo all’immondizia e alla puzza, sbadigliando e massaggiandosi le gambe. Si grattò una guancia, tirò su col naso, poi si alzò. Aveva fame. Aprì un secchione e vi rovistò fra i sacchi con una mano, mentre con l’altra teneva su il coperchio. Qualcuno aveva buttato una stampante e l’uomo cercò di scostarla per afferrare una busta nera che stava sotto. Un oggetto familiare gli saltò all’occhio e lui tergiversò alcuni secondi, indeciso se prenderlo o meno. Infine agguantò la busta, la poggiò in terra e l’aprì. Odore di cibo che marciva. Rovesciò il contenuto osservando tutti quegli avanzi. In mezzo a cartaccia e contenitori di plastica, c’erano scarti di verdura, mezza rosetta dura come un sasso, una mela ammuffita.

Prese dalla tasca interna della giacca il giornale, ne staccò un foglio e lo spiegò sull’asfalto. Ci mise su la rosetta, la mela e i resti della verdura, di cui fece una cernita: alcuni erano ridotti troppo male, ma ne conservò comunque un buon numero. Da un’altra tasca prese un coltello da cucina trovato tempo prima e tagliò via la parte muffa dalla mela, mangiandone subito il resto.

 

Guardava il secchione, come se potesse dargli il suggerimento che aspettava. Era tentato di riaprirlo e prendere l’oggetto, anche se sapeva che sarebbe stato inutile. Poi pensò che non gli sarebbe costato nulla dare un’occhiata e si alzò, riaprì il secchione e frugò con la mano finché le dita si chiusero sul portafogli di pelle. Se lo ficcò in tasca, lanciò uno sguardo a destra e a sinistra e richiuse il secchione. Sedette di nuovo.

Attese finché la pioggia smise di cadere e un sole opaco apparve in mezzo a un cielo cupo che non dava speranze. I rumori del traffico erano tornati, assieme al via vai della gente che andava al lavoro. Un tram passò lì vicino, le ruote che raschiavano sui binari come una forchetta che graffiasse una lavagna. Clacson. Un’auto che sgommava.

L’uomo si alzò, incamminandosi senza una meta.

 

Si diresse ai giardini della vicina piazza, scelse una panchina appartata e sedette. A quell’ora c’era solo un anziano che portava a spasso il cane. Svolse l’incarto e diede un’occhiata al cibo. Poi lo richiuse e restò seduto a guardare il nulla davanti a lui. Apri quel portafogli, disse una voce dentro la sua testa. Ancora no, le rispose l’uomo, non è il momento giusto.

Il cielo andava schiarendosi e i passeri si posavano sul terreno in cerca di cibo. Un altro tram passava lì vicino e il rumore delle auto opprimeva l’aria.

Apri quel portafogli, disse ancora la voce.

L’uomo si ficcò una mano in tasca e lo tirò fuori. Si accertò che non passasse nessuno, poi lo aprì. In uno scomparto trasparente c’era una carta d’identità. In una piccola tasca una carta di credito. Nello scomparto per le banconote due biglietti da dieci euro e in quello delle monete contò due euro e cinquanta centesimi. Diede un’ultima occhiata attorno, poi infilò il denaro nella tasca interna del giaccone.

Rimase a oziare per qualche minuto, pensando al da farsi. Si chiese perché fosse stato gettato un portafogli pieno di documenti e denaro nella spazzatura. Uno sbaglio, forse. Decise di guardare a chi appartenesse e tirò fuori la carta d’identità. Era un uomo di circa sessant’anni. Nella foto indossava giacca e cravatta, era ben rasato e sembrava felice. Uno sbaglio, si convinse. Forse quel tipo si stava ancora chiedendo dove fosse finito il suo portafogli. O forse era stato derubato e i ladri, scoperti, avevano gettato la refurtiva nel secchione per non essere presi con le prove del reato.

Avrebbe dovuto restituirlo al proprietario. Non i soldi, però. Quelli gli servivano. E poi erano pochi, non sarebbe stata una gran perdita per l’altro. I documenti invece sì. E anche la carta di credito. Sì, avrebbe restituito tutto, tranne i ventidue euro e cinquanta. L’avrebbe consegnato a un poliziotto o a un vigile, il primo che trovava per strada. No, meglio infilarlo in una cassetta della posta, la polizia avrebbe fatto troppe domande.

Prese l’incarto e il portafogli e si alzò, avviandosi verso una delle uscite dei giardini.

 

L’uomo camminò per il quartiere finché i piedi non gli fecero male. Passò il tempo a frugare nei secchioni, in cerca di una coperta o di un altro giaccone con cui ripararsi la notte, ma non trovò nulla. Verso mezzogiorno sembrò che il sole volesse tornare a illuminare la terra. All’ora di pranzo era nuovamente ai giardini, seduto a una panchina, a svolgere l’involto che conteneva il suo pasto.

Aveva dimenticato di ammollire la rosetta con l’acqua, ma non aveva voglia di andare a una fontanella. L’avrebbe mangiata a cena. Assaggiò invece i resti della verdura. Gli piacquero, anche se erano freddi, e li mangiò tutti. Gettò la carta, si mise in tasca la rosetta e se ne restò a guardare il mondo scorrergli davanti. Perché in tutta la monotonia della vita non riusciva a scorgere un senso, un qualcosa che giustificasse quei movimenti, quelle parole, quella frenesia. Non riusciva a spiegarsi il perché dell’esistenza, del passare del tempo, del continuo ripetersi degli eventi.

Si era chiesto più volte chi fosse, che nome avesse, perché avesse fatto quella fine. O forse era davvero nato senza nulla, un vagabondo dato alla luce in un giorno qualunque e lasciato alla sorte della strada. Figlio della metropoli, del nulla che riempiva la sua vita.

Era trascorso tanto tempo da che qualcuno l’aveva chiamato per nome e adesso non ne ricordava più il suono. Leggeva spesso i cartelloni pubblicitari e i giornali presi nel sottopassaggio nella speranza di ritrovare quel nome perduto, ma senza successo. Stava perfino attento ai dialoghi della gente, captando nomi che potessero risultargli familiari. Ma tutto sembrava ormai sepolto in un limbo lontano e senza ritorno.

 

Nel pomeriggio sonnecchiò sulla panchina. Quando decise di aver dormito abbastanza, si alzò, si stirò e lanciò uno sguardo attorno. Il cielo era ancora chiaro, anche se qualche nuvola stava facendo la sua apparizione in quel teatro sospeso a mezz’aria. Giudicò che potessero essere le quattro, non più tardi, altrimenti avrebbe già scurito.

Ai giardini c’era più gente. Alcuni anziani, qualche mamma di passaggio coi bambini, altra gente senza fissa dimora, due ragazzi.

Si incamminò verso una delle uscite. Il quartiere si era animato, rispetto alla mattina presto, un via vai di persone di ogni risma e colore. Proseguì in direzione della stazione.

Là, ricordò, vivevano due vecchie senzatetto come lui che avevano abiti e coperte in abbondanza.

 

Le donne parlavano fra di loro. O forse ognuna parlava a se stessa e davano l’impressione di essere immerse in una conversazione. Avevano preso come loro dimora una fetta di marciapiede nel grande piazzale alle spalle della stazione, accanto a un’aiuola. Sdentate, luride, sembravano grasse, mentre in realtà avevano indosso una gran quantità di cenci e ne tenevano altri dentro un carrello del supermercato, assieme a cianfrusaglie ficcate dentro buste di plastica sporche. Se ne stavano sempre sedute in terra, o almeno così pareva. Sotto le larghe gonne rattoppate poteva starci anche una sedia. Quando dormivano, si coprivano interamente con gli stracci, tanto che diventava difficile distinguere una forma umana sotto tutta quella stoffa.

L’uomo le aveva viste la prima volta un giorno di qualche mese prima. Apparse dal nulla. Era notte e, mentre camminava, aveva avvertito un odore acido di urina. D’istinto si era allontanato, pensando, con ironia, che odore sentisse la gente quando gli passava vicino. Ma nessuno gli si accostava mai, a pensarci bene. Quelli che incontrava, di solito, passavano sull’altro lato della strada, evitandolo come fosse un appestato.

 

Le donne, a qualche metro di distanza da lui, gli davano le spalle e sembravano ancora intente a parlare. Avrebbe potuto raggiungerle e arraffare la prima cosa che gli fosse capitata a tiro dentro il carrello e non se ne sarebbero accorte. Ma preferì andare sul sicuro e prendere una coperta o un giaccone. Decise di avvicinarsi un po’, solo un po’ per sbirciare dentro quel carrello pieno di roba.

Era a un paio di metri da loro quando si fermò. Poteva avvertirne l’odore portato dal vento. Captò alcune parole, ma i loro discorsi erano troppo scombinati per poterne percepire il senso.

Quella alla sua sinistra aveva una coperta messa a mo’ di scialle, forse di quelle dell’esercito, o dell’ospedale. Non molto pesante, ma pur sempre una coperta. Si avvicinò, l’afferrò con una mano e, con uno strattone deciso, la portò via alla donna. Un attimo dopo era sulla strada che correva e pareva un lanzichenecco impazzito che fuggiva da un campo di battaglia, agitando la coperta come un vessillo. Una macchina inchiodò, il clacson esplose e qualcuno lanciò improperi dall’abitacolo. L’uomo non ci badò, troppo intento a mettere più distanza possibile fra lui e le donne.

Oltrepassò la basilica e continuò a correre. Prese una strada in discesa e voltò a sinistra. Quindi rallentò, riprendendo fiato. Azzardò uno sguardo alle sue spalle. Nessuno. Proseguì e imboccò una vietta del centro storico. Sedette sugli scalini, la schiena al muro. Ansimando, poggiò la coperta al suo fianco.

Quella notte avrebbe dormito al caldo.

 

Sognò di orinare contro un secchione e una sensazione di sgradevole umidità lo investì. Si svegliò, tastandosi i pantaloni e bestemmiando nell’aria rigida della notte. S’era pisciato sotto come un neonato. Rimase fermo, senza muovere le gambe, aspettando che l’urina si asciugasse prima di riprendere sonno.

L’alba lo trovò ancora zuppo dei suoi liquidi, il puzzo di piscio che si mescolava ai suoi odori ormai stantii. La notte non aveva piovuto, ma il nuovo giorno era ancora pallido. Il sonno l’aveva preso sugli scalini della via e adesso era rattrappito come un vecchio sull’orlo della dipartita. Si tastò il giaccone finché trovò la rosetta indurita. Pensò per un attimo di buttarla via, ormai aveva del denaro e poteva permettersi una buona colazione, ma poi ci ripensò, si alzò, ripiegò la coperta e si incamminò verso un bar.

 

Attese sulla soglia, come un lebbroso che non potesse entrare nel mondo dei sani. La ragazza gli porse un sacchetto di carta e un bicchiere di plastica chiuso. Poi gli diede il resto e gli sorrise. La ringraziò con un cenno del capo e se ne andò.

Ai giardini aprì il sacchetto ancora caldo e il profumo dei cornetti gli fece tornare il buonumore. Ne addentò uno, gustandone il sapore che da chissà quanto tempo non provava. Poi tolse il tappo al bicchiere e bevve un sorso di cappuccino. Se ne stette lì, a mangiare la sua colazione, benedicendo l’uomo che aveva smarrito il portafogli. Un passante gli lanciò un’occhiata distratta e proseguì per la sua strada. Un piccione si avvicinò, piegando la testa e squadrandolo con un occhio solo, come in attesa di una briciola. L’uomo staccò un pezzo di cornetto e lo lanciò al volatile, che lo divorò in un attimo e tornò a guardarlo con quella sua posa tipica. Ma l’uomo non gli diede più niente, mangiò entrambi i cornetti e scolò il cappuccino fino all’ultima goccia. Poi andò in cerca di un posto più tranquillo.

 

La sera lo colse nei pressi della stazione. Aveva vagato nei dintorni come un fantasma in cerca di una pace irraggiungibile, un’anima distaccata dalle cose del mondo, il corpo sudicio e l’esistenza come fardelli che non riusciva a scrollarsi di dosso. Di tanto in tanto si tastava il giaccone nel punto in cui la tasca interna custodiva il suo piccolo tesoro, come se temesse di perdere quei soldi, o che potessero evaporare nell’aria autunnale della città. Si teneva il più possibile lontano dalla folla, la paura di essere derubato attaccata come una piattola, convinto che gli si leggesse in faccia che stava spendendo denaro non suo.

Passò davanti a una rosticceria e l’odore della carne arrostita gli ricordò domeniche trascorse in famiglia, in un’epoca che apparteneva ormai a un passato talmente lontano che avrebbe potuto anche non esser mai esistito, frutto dei sogni a occhi aperti in cui spesso si rintanava. Un mondo tutto suo, diverso da quello reale, con personaggi e città e altri cieli e altri suoli. Il ritorno alla realtà era l’inizio di un incubo che gli frantumava ogni resistenza, ogni visione di un domani migliore, differente.

Vinse la tentazione di fermarsi e comprare qualcosa, temendo di attirare troppo l’attenzione con il denaro, e accelerò il passo per allontanarsi dal profumo che riempiva l’aria. Meglio lasciar credere di vivere in una spensierata povertà, pensò, liberi nel proprio sudiciume in quella metropoli che si impegnava ogni giorno a dimenticarsi di loro, dei vagabondi figli di nessuno.

Anni addietro, ricordò, era passato davanti a una coppia di ragazzi e uno aveva bisbigliato all’altro un “beato lui, ché se ne frega di tutto” che l’aveva colpito là dove il dolore è più forte. Quelle parole erano state così pesanti da schiacciarlo dentro. S’era accasciato in un angolo riparato dalle ombre della sera e aveva pianto per ore intere. Un pianto di disperazione, di profonda malinconia, di sfogo, perché attraverso le lacrime aveva lasciato fluire la sua rabbia, le speranze infrante, la depressione che l’aveva avvolto in un sudario di sofferenza intima che non l’aveva più abbandonato.

Raggiunta la stazione, si stese su una delle grate e il calore del sottosuolo lo avvolse cullandolo in un limbo di momentanea serenità. Si strinse la coperta addosso, tenendone due lembi ben saldi nelle mani. La città gli scorreva davanti in un susseguirsi di scarpe e ruote, mentre dall’alto voci e rumori e suoni si mescolavano in una cacofonica sinfonia a cui era ormai assuefatto.

 

Lo svegliò un calcio su un fianco. Il dolore lo raggiunse mentre un sogno confuso gli riempiva i pensieri. Si ridestò e un altro calcio lo colpì sulla coscia. Quando si voltò, un uomo gli parlò in una lingua nasale che ignorava, sbraitando verso di lui come un dittatore d’altri tempi. Era grosso, i capelli radi e tagliati cortissimi, la barba di alcuni giorni che iniziava a sbiancare.

Arrotolò la coperta e se la mise sotto un braccio, poi arraffò l’involto con gli avanzi del cibo e si allontanò, dolorante e assonnato, mentre l’altro prendeva il suo posto. Era notte fonda. Lo dedusse dall’insolito silenzio, anche se nell’area della stazione c’era sempre movimento e confusione a ogni ora del giorno. Un gruppetto di ragazzi sbucò da dietro un angolo cantando chissà quale canzone, ma nessuno di loro badò a lui. Un gatto si dileguò sotto una macchina. Un’auto sfrecciò verso il cuore della città.

Si diresse verso la basilica. La zona era deserta. Le luci dei lampioni facevano brillare l’asfalto e il metallo delle carrozzerie umidi di pioggia. Cercò un punto asciutto sugli scalini e poi si coricò, coprendosi con la coperta nell’attesa di addormentarsi. Due ore dopo era ancora sveglio, in un fastidioso dormiveglia in cui sogni opalescenti e pensieri si accavallavano l’un l’altro in un indefinito flusso di immagini senza fine.

 

L’alba giunse con un cielo rannuvolato, ma senza pioggia. Le strade erano ancora bagnate, il freddo autunnale sembrava più tagliente o forse erano solo i dolori a dargli quella sensazione. Decise di finire il cibo che si portava ormai dietro da giorni e si alzò recandosi alla fontanella più vicina per ammollare il pane. In una vietta senza uscita si accostò al muro, liberò la vescica, poi tornò sugli scalini nel retro della grande chiesa, dove non passava quasi mai nessuno. Prese i soldi dalla tasca e li contò. Erano asciutti, ma se avesse piovuto ancora, avrebbero potuto bagnarsi. Si alzò e si mise in cerca di un sacchetto di plastica in cui custodirli.

Ne trovò uno dopo una decina di minuti. Una piccola busta da profumeria ancora intatta. La raccolse da terra e controllò che l’interno fosse asciutto, poi ritornò sugli scalini, sedette, prese i soldi, li contò ancora e li ficcò nel sacchetto. Se ne restò lì a passare il tempo, osservando la città che riprendeva vita sotto la cappa di nubi, le auto che aumentavano sulle strade, la gente sempre più numerosa sui marciapiedi e ai semafori, esistenze distanti da lui anni luce. Lo spettacolo della vita.

I dolori allo stomaco arrivarono nel primo pomeriggio. Stava gironzolando per le strade in cerca di qualcosa di utile, una formica solitaria e senza patria, quando si piegò in due boccheggiando. Cadde in ginocchio, premendo con forza lo stomaco come a ricacciare indietro il dolore. Le fitte si attenuarono qualche minuto dopo e l’uomo si tirò su, reggendosi al muro finché non fu sicuro di poter camminare di nuovo. Fu allora che qualcosa gli scivolò lungo le gambe. Si fermò e il puzzo di merda lo colse alla sprovvista. Sbiancò. Se ne stette lì, con quel fagotto nauseabondo fra le gambe, indeciso sul da farsi, chiedendosi come avesse potuto accadere una cosa del genere. Come avesse potuto non accorgersi dello stimolo e di tutta quella roba che gli usciva imbrattando mutande, calzoni, membra.

Si voltò. Nessuno passava sul marciapiede in quel momento. Doveva allontanarsi e cercare un posto riparato, togliersi i pantaloni, pulirsi in qualche modo. Cambiarsi. Con cosa?

 

Acquattato in mezzo ai cespugli infestanti in una zona nascosta del parco vicino la basilica, là dove i ruderi resistevano allo scorrere dei tempi e alla crescita della città, se ne stava seduto mezzo nudo, avvolto dalla coperta, i pantaloni sporchi rivoltati e stesi sull’erba ad asciugare. Uno straccio scuro ammucchiato più in là, coperto di mosche e mezzo sepolto dal fogliame, era ciò che restava degli slip che non avrebbe più rimesso. In qualche modo se ne sarebbe procurato un altro paio.

Due ore dopo un tuono lo risvegliò dalla sonnolenza che l’aveva colto e le prime gocce di pioggia caddero sulla città ancora allagata. I pantaloni si infradiciarono ben presto e lui sperò che l’acqua portasse via tutto lo sporco. Era riparato dalle fronde dei cespugli intricati che crescevano addossati a un muro di mattoni più antichi di tutte le guerre che ricordava. Forse persino più antichi del dio che la gente adorava, mattoni che mani di uomini estinti avevano creato per erigere mura difensive, templi e case, vite così lontane nel passato che l’uomo stentava a immaginare. Mattoni che avevano visto passare milioni di esistenze, spazzate via dal tempo come granelli di polvere, mentre loro erano ancora là come muti testimoni della Storia.

Il ticchettio della pioggia sui pantaloni e le foglie erano gli unici suoni attorno. Di tanto in tanto, attutiti dalla distanza e dall’acqua che cadeva, gli arrivavano i rumori della città, il rombo dei motori, lo sferragliare dei tram, qualche voce, squilli lontani. Un passero gli svolazzò davanti, scomparendo in mezzo alle fronde di un albero. Da qualche parte dietro di lui lo scorrere di acqua come di un piccolo ruscello creato dalla pioggia. L’uomo si addormentò.

 

Riaprì gli occhi. Sopra di lui, attraverso le foglie e i rami, non riuscì a scorgere alcunché in quel bozzolo opaco che era divenuto il cielo. Si alzò, si sgranchì le gambe, si mise la coperta a mo’ di mantello e uscì dal riparo. Girò i pantaloni dall’altro lato e tornò nel suo rifugio. Si chiese quanto avesse dormito. C’era ancora luce in quel giorno plumbeo, quindi la sera era ancora lontana. Sapeva che non avrebbe mangiato nulla almeno fino all’indomani. Non avrebbe potuto andarsene in giro in quelle condizioni e i pantaloni non si sarebbero mai asciugati con quel tempo. Gli tornò in mente il profumo della rosticceria e iniziò a fantasticare su ciò che avrebbe potuto comprarsi col denaro che gli restava. Poi i ricordi si annebbiarono e l’uomo cadde ancora nel mondo dei sogni.

 

Quando si svegliò, era buio pesto. Aveva smesso di piovere, ma la temperatura era scesa e il freddo penetrava nella stoffa della coperta. Si alzò a orinare, poi si riacquattò contro il muro, le gambe piegate per scaldarsi meglio. Il vento aveva preso a soffiare, spazzando via le nubi e facendo oscillare le cime degli alberi, ma non poteva raggiungerlo rincantucciato com’era in quel buco.

 

Il mattino lo trovò a tremare dal freddo, i dolori allo stomaco ripresi, fitte che aumentavano d’intensità fino a lasciarlo senza fiato. Se ne restò semisdraiato avvolto dalla coperta, piegato in due, le mani premute sull’addome.

La crisi passò mezz’ora più tardi. L’uomo andò a controllare i pantaloni. Erano ancora fradici, ma sembravano puliti. Li odorò e ciò che sentì lo soddisfece. Li strizzò più volte per far uscire tutta l’acqua che poté, quindi si incamminò verso un punto più assolato, trovò una chiazza d’erba e ve li distese.

Poi si ricordò delle grate alla stazione. Del calore che emanava dal sottosuolo. Gli venne un’idea. Si tolse il giaccone, si avvolse nella coperta fino a coprirsi dal petto fino alle caviglie, poi si rimise il giaccone. Pareva che avesse una gonna. Si chiese chi avrebbe badato a lui, ma quel barlume di pudore che gli era rimasto lo convinse a strapparsi via la coperta e buttarsela sulle spalle. Poi sedette a terra in attesa che i pantaloni si asciugassero.

 

Quando se li infilò, erano ancora umidi, ma non bagnati. Era la prima volta che indossava pantaloni senza biancheria intima. Gli dava una strana sensazione, il sesso che ballonzolava libero e non più costretto dagli slip, un senso di vuoto a cui doveva abituarsi. Si diresse alla stazione e in capo a dieci minuti la raggiunse. Si stese su una grata e il calore lo avvolse subito dandogli piacere. Restò lì a scaldarsi e asciugarsi per qualche ora, osservando la gente andare e venire, nessuno sguardo abbassarsi verso di lui, essere invisibile in quel marasma di razze e ceti sociali.

 

Gente entrava e usciva dalla rosticceria. Dall’altro lato della strada l’uomo cercò di dedurre l’ora dal cielo, ma le nubi formavano ancora un tappo che chiudeva la terra dal resto dell’universo. Era di sicuro il primo pomeriggio, pensò. Preferì gironzolare senza meta nella via finché avesse visto il locale vuoto e sperò di incontrare una commessa come quella del bar che aveva capito al volo cosa dargli. Non parlava più con nessuno da anni, neanche con se stesso. Nel suo eterno vagabondare aveva visto altri senzatetto come lui parlare da soli e si era sempre chiesto cosa si raccontassero, cosa dicessero di così importante al proprio io. Un continuo confabulare a una presenza inesistente, al fantasma della propria anima, forse allo stesso dio che li aveva creati e abbandonati. Articolavano parole e frasi che si consumavano nell’aria senza giungere a destinazione e loro non se ne curavano, così presi da quel monologo che trovava un senso e un fine soltanto nella loro mente perduta, nel loro vivere ai margini dell’umanità.

In un angolo deserto tirò fuori i soldi e li contò, anche se ne conosceva il totale. Aveva ancora quasi venti euro da spendere. Raggiunse la rosticceria, fermandosi davanti alla vetrina. Al di là tre polli stavano rosolando al girarrosto. Il profumo lo fece quasi svenire. Azzardò un’occhiata all’interno. Nessun cliente. Attese finché uno dei commessi che vi lavoravano si accorse di lui, squadrandolo come se volesse capire che diavolo ci faceva un barbone davanti al suo negozio. L’uomo indicò uno dei polli, poi protese la mano mostrando una banconota da dieci.

Il commesso chiese se ne volesse uno e l’uomo annuì. Disse che costava cinque euro e l’uomo annuì di nuovo, allungando la mano in un muto invito a prendere i soldi. L’altro prese la banconota, batté lo scontrino e gli portò il resto. Poi prese uno dei polli, lo ficcò in una confezione da asporto e gliela diede. L’uomo ringraziò con un cenno del capo e si allontanò.

 

Nei giardini sedette a una panchina con la scatola ancora calda in mano e il profumo di pollo arrosto che lo inebriava. Aprì la confezione e strappò una coscia, addentandola subito e masticando lentamente per assaporarla meglio. Mangiò anche la cartilagine, lasciando soltanto l’osso, che gettò dietro di lui in un cespuglio. Poi strappò una delle ali e cominciò a mangiarla, le piccole ossa che si frantumavano scricchiolando sotto i denti. Ingoiò tutto. Richiuse la scatola, anche se avrebbe voluto gustare ancora quella carne così saporita, si leccò le dita e andò a cercare una fontanella per dissetarsi.

 

Mangiò l’ultimo pezzo del pollo acquistato alla rosticceria tre sere dopo. La coscia era fredda, secca, e aveva perduto la sapidità iniziale, ma l’apprezzò lo stesso. Era la sua cena, l’unico pasto che aveva.

Dalla tasca prese il denaro rimanente e lo contò per l’ennesima volta. Una quindicina di euro, con cui avrebbe potuto comprarsi altri tre polli allo spiedo, pensò. O magari dei supplì e della pizza, o un piatto di pasta. Se ne stette a fantasticare per qualche minuto, ripensando a ogni varietà di cibo che riusciva a ricordare. Della maggior parte aveva dimenticato il sapore. Un tempo viveva in una parte della città in cui grossi rami di aranci sporgevano da un muro di recinzione e lui ogni mattina ne prendeva qualcuno finché il padrone o il comune non aveva deciso di tagliare quei rami. Allora aveva cambiato zona, allontanandosi dalla periferia e spingendosi verso il centro, dove aveva trovato più cibo, ma non quei frutti così succosi.

Un movimento alle sue spalle lo fece voltare. Sguardi estranei si soffermarono sulla sua figura, poi uno scambio di occhiate e un parlottio appena percepibile. Sfaccendati che passeggiavano dopo il tramonto, furtivi come i gatti, come chi sia colpevole ben prima di commettere un reato. Due spiriti metropolitani in cerca di vittime, di un gioco notturno, di una distrazione per spezzare la noia di una giornata non meritata. Il minuto successivo già dileguati nelle ombre dei giardini.

L’uomo si ficcò in tasca i soldi, si alzò e andò a cercare un riparo per la notte. Vagò nei dintorni per almeno un’ora, poi decise di dormire sulla scalinata della basilica. Si sistemò in cima, addossato a uno dei portali perennemente chiusi, avvolto nella coperta a osservare le auto passare oltre la zona pedonale, i fari che sfidavano la luminosità dei lampioni, il ruggito dei motori, voci, suoni che si perdevano nella notte imminente.

Da lontano, nei recessi delle sue interiora, avvertì il dolore arrivare leggero come le ali di una falena. Piegò le gambe fino al petto, si infagottò nella coperta, premendosi l’addome con una mano per prevenire il morso che, sapeva, sarebbe giunto a breve.

Quando arrivò, fu intenso. Più forte del precedente. Come se i giorni di pausa fossero serviti al male per ricaricarsi e mostrarsi ora con un accanimento maggiore. Gli spasmi erano lacerazioni che lo straziavano dentro, spezzando i suoi pensieri e gettandolo in un inferno di sofferenza estrema. Si ritrovò a boccheggiare, come a cercare più aria, come se l’ossigeno della notte potesse dargli sollievo, lenire quel dolore indefinibile che lo stava portando alla pazzia. Si contorse in risposta alle fitte acute e ruzzolò giù dalla scalinata fermandosi un paio di gradini prima del lastricato, gli occhi sbarrati come di chi avesse visto un morto resuscitare, o il volto stesso della morte venuta a reclamare la vita.

Ansimò, prendendo aria man mano che il dolore si affievoliva, finché riuscì a essere consapevole del momento, a tornare alla realtà del suo mondo. La coperta era ammucchiata due gradini più su e lui allungò un braccio per afferrarla. Se la buttò addosso senza neanche cambiare posizione, come se credesse che standosene così, prono sulle scale della chiesa come un novello sacerdote prostrato davanti all’altare in attesa dei voti, potesse impedire al male di tornare.

 

Non tornò quel male, non tornarono i dolori e le fitte per tutto il giorno seguente. Lui se ne stette seduto sulle scale per l’intera giornata, lontano dalle strade e dal solito via vai, distante dal brulicare di vite umane da cui era bandito, la testa appoggiata allo stipite e gli occhi vacui, osservando quel mondo inconoscibile evolversi nel corso delle ore. La pioggia arrivò in tarda mattinata sotto forma di goccioline che venivano assorbite dal suolo. A mezzogiorno il sole spuntò da uno strappo nel tessuto delle nubi e dall’asfalto si sollevarono colonnine di fumo bianco come anime di innocenti che salivano al cielo dal loro Creatore. Risucchiate da un Verbo più antico del tempo, richiamate là dove tutto, un giorno, sarebbe ricominciato con le stesse condizioni e modalità di prima.

Sonnecchiò fino a sera, quando la fame gli ricordò che non mangiava da un giorno o forse più. Non ne era sicuro. I ricordi del suo acquisto alla rosticceria gli parvero lontanissimi, forse risalivano al mese scorso. O era il giorno prima? O aveva sognato tutto in quel caos di immagini che la sua mente produceva?

Alle orecchie gli giunsero i suoni notturni della città. Aveva sempre pensato che si potesse dedurre l’ora ascoltando quei suoni, così variegati durante il giorno, così monotoni la notte. Essere proiettato in una città mai visitata, bendato, e capirne l’ora soltanto con l’aiuto dell’udito. Ci sarebbe riuscito. Avrebbe magari vinto un premio per quella sua dimostrazione. Ne avrebbero parlato alla TV, la gente l’avrebbe additato incontrandolo per strada. Con quei pensieri cadde in un sonno pesante.

 

Camminava lungo un viale alberato comprando cibo da venditori ambulanti, i soldi che sembravano infiniti, nascere nelle sue tasche come per magia. Le immagini intorno confuse in un velo etereo. Dietro di lui voci estranee sempre più vicine in quel linguaggio che non capiva. Bisbigli, una risata. Passi, come di chi salisse le scale.

E poi un dolore acuto al volto, la sensazione che il cervello esplodesse, il respiro interrotto e il sapore metallico del sangue che gli inondava la bocca. Aprì gli occhi, istupidito dal sogno spezzato e dal dolore. Qualcuno l’aveva colpito al setto nasale, rompendolo. Si portò una mano al viso, ma un secondo calcio lo raggiunse al fianco. Annaspò, le mani indecise se difendere il volto o il corpo. Voci gli intimarono ordini in un tono di urgenza che non ammetteva indecisioni. Mani lo afferrarono, tirandogli via la coperta e strappando tasche in cerca di un bottino facile. Una si chiuse sul suo piccolo capitale. Distinse fra la nebbia del trauma volti che ridevano di quell’esigua somma e riconobbe i due intravisti ai giardini. Toni di scherno, ora, in quella lingua ignota. Allungò un braccio per riprendere i soldi, aprendo la bocca nel futile tentativo di imporre ai balordi la restituzione del suo denaro, ma quelli risero, risero ancora della figura emaciata buttata sulle scale di una chiesa, risero del gioco e di quella momentanea distrazione. Lo lasciarono là, scendendo di corsa le scale e scomparendo in una delle vie attigue, nelle tenebre di quella notte d’autunno.

Qualche minuto dopo riuscì a prendere la coperta, ci si avvolse dolorante, il sangue che ancora colava dalle narici, e pianse un pianto silenzioso e senza lacrime, improvviso, lacerante, senza conforto. L’alba lo trovò in quella stessa posizione, uno straccio vivente che nessun occhio umano percepiva.

 

Si sporcò ancora, gli intestini che si svuotavano senza preavviso, senza alcuno stimolo, imbrattandolo di quel liquido dal puzzo micidiale. Non ripeté più il rito, rintanato semisvestito negli anfratti del parco nell’attesa che la pioggia lavasse i pantaloni. Vi aveva rinunciato, ora, preda di un’apatia profonda che gli appesantiva ogni decisione, ogni movimento.

Se ne andò in giro per le vie attigue alla stazione con la sua scia maleodorante, la coperta buttata sulle spalle come un mantello d’altri tempi, e da lontano pareva il figlio di un’apocalisse, un sopravvissuto all’olocausto biblico che arrancava senza più una meta, sprofondato nell’indifferenza e nell’angoscia.

 

Sotto un cielo stranamente bianco scoprì l’arrivo dell’inverno. Il giaccone e la coperta non lo riparavano dal gelo notturno né dal vento che soffiava durante il giorno. Non ricordava un inverno così glaciale. Ma ora quel freddo artico gli acutizzava i dolori allo stomaco, stringendogli la testa in una morsa gelida, spaccandogli le labbra, indolenzendogli le dita.

Una sera piuttosto rigida si mise in fila a un ricovero per senzatetto e indigenti, ma gente venuta da fuori, da paesi lontani, lo cacciò via insultandolo per il suo odore e il suo aspetto. Gironzolò attorno per un paio di ore nella speranza di poter entrare, ma c’era sempre qualcuno di quelli che l’avevano mandato via a osservarlo. Infine vi rinunciò, allontanandosi verso la stazione a cercare un posto per trascorrere la notte.

 

Andò a scaldarsi dietro gli autobus appena rientrati al capolinea, a godere del caldo contro il metallo quasi rovente del motore. Si era tirato su il bavero del giaccone per filtrare l’aria satura dei gas di scarico, gli occhi aperti, pronto ad alzarsi e allontanarsi se fosse arrivato l’autista. Poi si era trovato un posto in una via vicina, dove le bancarelle di libri chiuse avevano spazio sufficiente fra l’una e l’altra per dormire, anche se doveva abituarsi al puzzo di piscio che impregnava il marciapiede.

L’alba giunse livida come un cadavere, il cielo ancora biancastro, come un panno sporco steso sulla stratosfera a coprire i peccati del mondo. Il gelo lo aveva intirizzito rendendolo incapace del minimo movimento. Si tirò su a fatica, orinò osservando il vapore che esalava dal fiotto, poi andò a rovistare nei secchioni vicino ai giardini. Dentro una busta trovò un pezzo di pane rancido, ossa con della polpa ancora attaccata, alcuni tocchi di patate arrosto duri come pietre. Seduto sul marciapiede mangiò quel cibo, ammorbidendo a lungo le patate con la saliva prima di poterle masticare. Il pane insapore, le fibre di carne dal gusto ancora integro.

Girovagò tutto il giorno senza quasi mai fermarsi, percorrendo le stesse vie più volte. Profumi di cibi cotti e dolci appena sfornati gli arrivarono al naso e se ne tenne lontano, ricordando che tanto tempo prima aveva potuto comprarne qualcuno.

La notte giunse anonima come tutte le altre, fredda, spietata come un assassino. Portò con sé il malessere che gli straziava lo stomaco da mesi, che lo faceva sporcare come un neonato e lo lasciava senza fiato, gli occhi spalancati all’inverosimile nell’attesa che tutto finisse. Sdraiato accanto ai ruderi millenari avvertì i morsi del male farsi strada dentro di lui e li accolse con uno stoicismo che non pensava di possedere. Arrivarono con una potenza che non aveva mai avvertito, assieme al calore del liquido fecale e al fetore che conosceva. Adesso passa, pensò. Come sempre.

Non passò. I dolori lo tennero sveglio, cosciente in un flusso di pensieri distorti, mentre il male lo divorava dentro precipitandolo in un abisso di incoscienza.

E l’alba tardò a venire.

 

Riaprì gli occhi in un mondo inimmaginato. Un silenzio insolito avvolgeva la città in un’alba lattiginosa e l’aria ghiacciata gli entrava nei polmoni e attraverso gli abiti laceri e le maglie della coperta. Qualcosa di appiccicoso gli finì sulle ciglia, ma quando tentò di toglierlo si sciolse fra le dita, gelido come la notte appena trascorsa. Si tirò su, fasciandosi con la coperta che non lo scaldava, e ciò che vide fu un’illustrazione presa da un racconto di fiabe o un sogno d’inverno di latitudini inavvicinabili. Non riconobbe la città dove aveva vissuto fin dalla nascita, non riconobbe le strade su cui correva da bambino e si trascinava da adulto. Era una città nuova quella, come se un dio notturno l’avesse sostituita con un’altra o avesse trasportato lui altrove, in zone più fredde e deserte.

Un’auto avanzò lentamente sull’asfalto bianco, il fumo che si condensava in nuvole come alito prima di svanire. Un uomo camminava con lo sguardo rapito da quell’assenza di colori inattesa, imbacuccato come un sovietico dei tempi andati.

Attorno a lui la neve s’era impossessata di ogni cosa. L’antico acquedotto sotto cui aveva trovato rifugio era spruzzato di bianco e sulla cima correva una spessa cornice di neve congelata. Alzò gli occhi al cielo sperando di vedere un’ultima volta il sole, ma quello se ne restò sepolto dalla massa candida di nubi che opprimeva la città da settimane. Si rannicchiò contro il muro, mentre la metropoli si risvegliava pian piano, come se temesse che ridestando i suoni e i rumori di sempre sarebbe tornato tutto come prima. Nell’aria vorticarono fiocchi di neve come mosche bianche che svolazzavano lasciandosi trascinare dal vento. Caddero su di lui, adagiandosi sulla coperta e sulle scarpe, alcuni sciogliendosi, altri restando attaccati e sovrapponendosi fino a formare macchie isolate di ghiaccio farinoso.

Le ore trascorsero nell’apatia e nel dolore, il gelo lo avvolse e ben presto l’uomo prese a tremare, raggomitolato con la schiena contro il muro per scaldarsi.

Voci e suoni comparvero in tarda mattinata, sprazzi di allegria sulle strade innevate. Giochi insoliti per quella città, bambini e ragazzi che si tiravano palle di neve e ridevano. A lui arrivarono quelle scene di contentezza estranee come il resto del mondo. Come la sua stessa esistenza. Guardava senza trasporto i giovani giocare e rincorrersi e gli adulti scattare foto e passeggiare sorridendo come se quel giorno fosse il giorno che tutti attendevano, come se quella nevicata inaspettata fosse tutto ciò che desideravano.

Si chiese se la neve avrebbe portato via il suo male e le sofferenze della sua vita e tutta l’angoscia che lo consumava dentro e seppe che quello era anche il suo giorno e presto quel male sarebbe svanito nell’aria assieme ai suoi pensieri e alla malinconia del suo volto e alla stanchezza dei suoi occhi.

Quando le fitte tornarono più forti delle volte precedenti, non ci fece nemmeno caso. Buttato fra i cespugli incolti a ridosso delle rovine assecondò i dolori e i ricordi dei giorni andati si affacciarono nella sua mente nitidi come fossero appena trascorsi, come se quel passato fosse ora il suo presente.

Si ritrovò sdraiato e contorto sull’erba ghiacciata. La bocca aperta in un urlo silenzioso, gli occhi che cercavano un’immagine perduta nell’irriconoscibilità del paesaggio urbano. E nell’ultimo spasmo del suo male alzò un braccio, la mano tremante ad afferrare qualcosa di inconsistente, quel sole sparito da settimane, quel sole che poteva scaldarlo in quel giorno di gelo e solitudine. Ma le dita si chiusero nel vuoto in un’estrema contrazione e dagli occhi velati la luce si spense come una candela consumata.

La neve che ricominciò a cadere si posò delicatamente sul suo corpo immobile, come una madre che rimbocchi le coperte al suo bambino, e presto di lui non vi fu più traccia, inosservato e inosservabile come quando era in vita.

Nota

Ho iniziato questa storia nel giugno 2011 con l’intento di farne un romanzo, ma poi non andò più avanti e quindi l’abbandonai, riprendendola ad agosto di quest’anno per finirla come racconto, forse la forma più consona.

Nella prima stesura c’era anche una parte dialogata, che ho poi deciso di tagliare. Non ho mai sentito parlare un barbone, quindi volevo ricreare la stessa “atmosfera”. Avevo anche nominato un paio di vie di Roma, ma ho poi preferito lasciare tutto nell’anonimato. È una storia che potrebbe accadere in qualsiasi città d’Italia.

Per semplificarmi il lavoro, però, ho fatto muovere il senzatetto a Roma. I luoghi che compaiono sono quindi la stazione Termini, i giardini di Piazza Vittorio (dove spesso andava), il parco di Colle Oppio (quello vicino la basilica, dove ha steso i pantaloni ad asciugare), via dei Quattro Cantoni (dove c’è una piccola scalinata), la Basilica di Santa Maria Maggiore, Piazzale dei Cinquecento (dove sono i capolinea degli autobus), via delle Terme di Diocleziano (dove sono le bancarelle dei libri), l’acquedotto neroniano di via Statilia (dove è morto).

Le due barbone a cui il protagonista ruba una coperta esistono davvero e vivono dietro la stazione.

Un ringraziamento speciale va ad A. che ha letto la prima stesura dandomi ottimi consigli su come migliorare il racconto. In pratica ne ha fatto un editing professionale.

46 Commenti

  1. Michelangelo Granata
    21 ottobre 2015 alle 06:25 Rispondi

    L’ho letto tutto d’un fiato. Molto bello e triste. Avvincente nei particolari.
    Michelangelo Granata

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2015 alle 08:49 Rispondi

      Grazie Michelangelo.

  2. Serena
    21 ottobre 2015 alle 07:24 Rispondi

    Molto bello, alcune immagini sono davvero potenti. Taglierei alcune scene un po’ ripetitive, forse. Io non ho letto tutti i tuoi racconti, ma tra quelli che ho letto questo è uno dei migliori se non il migliore. Bello, davvero.
    (Visto? Pensavo di stare alla larga per un po’ di tempo, così in via precauzionale, e invece sono già qui)

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2015 alle 08:50 Rispondi

      Grazie. Ho tagliato 1100 parole!
      Ma dai, addirittura stare via per precauzione, esagerata! :D

  3. Roberto Corio
    21 ottobre 2015 alle 07:50 Rispondi

    Bellissimo, anche io letto tutto d’un fiato, mi sono emozionato incredibile

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2015 alle 08:50 Rispondi

      Grazie Roberto :)

  4. nani
    21 ottobre 2015 alle 09:57 Rispondi

    Tristeeeeeeee!!!!!

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2015 alle 10:16 Rispondi

      E che ti aspettavi? :D

  5. Digamma
    21 ottobre 2015 alle 10:20 Rispondi

    Bellissimo.
    Non ho altre parole.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2015 alle 10:23 Rispondi

      Grazie della lettura :)

  6. Monia
    21 ottobre 2015 alle 11:10 Rispondi

    Questo racconto è bello perché è come la vita: non ha bisogno di grossi colpi di scena per colpirti dritto allo stomaco e non importa quanto speri le cose cambino. Ci sono cose che comunque potrebbero non cambiare mai.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2015 alle 11:12 Rispondi

      Bella similitudine :)
      Grazie della lettura.

  7. Andrea Parovel
    21 ottobre 2015 alle 12:00 Rispondi

    Buongiorno.
    Grazie del regalo.
    Ho apprezzato molto quel portafoglio che sussurrava per tutta la lettura un colpo di scena che, GRAZIE A DIO! , e alla tua bravura, non c’è stato. Ma lo hai seminato nel fondo. Apprezzo molto il regalare a tutti i frutti di una fatica seppur, credo, appassionata.
    Buon…tutto.
    Andrea

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2015 alle 12:15 Rispondi

      Ciao Andrea, grazie della lettura e benvenuto nel blog.
      Che colpo di scena ti saresti aspettato? Un portafoglio pieno di soldi? :)
      Il racconto è stato una fatica piacevole, hai ragione, specialmente l’editing, che mi ha messo alla prova.

  8. Andre
    21 ottobre 2015 alle 15:08 Rispondi

    Il Libro Daniele, il LIBRO: un romanzo completo, tuo, sugli scaffali delle librerie. Sto aspettando di acquistarne una copia e venire da te per farmelo autografare. Non mi basta un racconto via pennablu.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2015 alle 15:15 Rispondi

      Al romanzo (di fantascienza) sto lavorando, ma la cosa è lunga. Se e quando sarà pubblicato sarai uno dei primi a saperlo :)

  9. Nuccio
    21 ottobre 2015 alle 16:05 Rispondi

    Buona! Mi ricorda un po’ il mio “I giorni della merla” che trovi nel mio blog. Solo che quel racconto è ambientato a Parma.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2015 alle 16:28 Rispondi

      Grazie. Anche nel tuo un barbone?

      • Nuccio
        21 ottobre 2015 alle 21:43 Rispondi

        Già. Proprio come il tuo, solo che era un Sinti.

  10. Ulisse Di Bartolomei
    21 ottobre 2015 alle 16:54 Rispondi

    Salve Daniele

    Veramente molto bello. Il modo in cui descrivi e trasmetti le emozioni è efficace e si capisce che è scritto con il cuore… Infine però mi rimane anzitutto un interrogativo: saper scrivere o voler scrivere? Tu provi più piacere a scrivere o a strutturare una storia compiuta? E’ più importante per uno scrittore saper scrivere o essere dotato di una fervida immaginazione, che lo incolla alla “tastiera”? Insomma c’è chi ama viaggiare, in quanto il viaggio lo affascina e chi invece vi sonnecchia infastidito dalle chiacchiere degli altri e apre gli occhi soltanto in stazione… Le mie sono le riflessioni di un incompetente, ma così mi sono venute…

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2015 alle 17:01 Rispondi

      Ciao Ulisse, grazie.
      Io sono di quelli che sono infastiditi dal viaggio e da chi gli sta attorno e non vedo l’ora di arrivare.
      Non so però rispondere alla tua domanda sulla scrittura.

    • Pietro 57
      14 novembre 2016 alle 18:39 Rispondi

      Ciao Ulisse, vorrei rispondere al tuo quesito: “saper scrivere” oppure “voler scrivere”? Le due questioni si possono unire oppure dividere. Se le uniamo e le troviamo entrambe in uno scrittore o una scrittrice allora possiamo dire che chi scrive è completo , ha sia il desiderio e la voglia di scrivere che le capacità narrative per farlo. Quindi non avrà problemi. Ma ora veniamo alla divisione dei due aspetti. Mettiamo che uno “sappia scrivere”, ma “non ha la voglia per farlo”. In questo caso c’è poco da fare, chi non ha la volontà per fare una qualsiasi cosa difficilmente si muoverà. Mentre uno può “avere voglia di scrivere”, ma allo stesso tempo “non sapere scrivere”. In questo secondo caso la situazione non è disperata. Per uno scrittore la cosa più importante è “voler scrivere”, avere il desiderio di raccontare . Ma come ci regoliamo se non sappiamo scrivere? A questo c’è rimedio: “impariamo a scrivere”. Ci applichiamo diligentemente nello studio della scrittura e dopo un po tutto andrà bene. E se anche non siamo bravi nella scrittura, se pensiamo questo, ci possiamo far correggere i nostri scritti, grammaticalmente parlando, da chi lo fa per mestiere. In uno scrittore o scrittrice la parte importante è la volontà e la voglia di scrivere, se manca quella siamo come un burattino senza fili per poter muoversi. Se invece c’è un problema di scrittura grammaticale allora si può risolvere in un modo o nell’altro. Una soluzione molto semplice sarebbe un binomio di scrittori di cui uno sa solo scrivere, ma non ha nessuna inventiva, e un’altro che ha l’inventiva, ma non ha la scrittura.Di modo che uno inventa la storia da raccontare e l’altro la mette scritta sul foglio di carta. Potrebbe essere una soluzione. Comunque in conclusione credo sia più vantaggioso “avere la voglia di scrivere, il desiderio di raccontar storie e di inventarle”. Per il resto una soluzione si può sempre trovare. Spero di aver risposto al tuo quesito. Ti saluto.

  11. Barbara
    21 ottobre 2015 alle 16:55 Rispondi

    Uhm.
    Avevo riconosciuto Roma ancor prima di leggere la nota. Anche se in realtà mi ero figurata San Pietro e la sua stazione. Ma lì ci sono i nuovi bagni pubblici aperti da Papa Francesco, con docce e barbiere una volta a settimana.
    Per essere un racconto, è troppo lungo. Si sente quasi che era partito con un’altra intenzione.
    Non sono riuscita a leggerlo tutto filare, gli occhi hanno saltato in cerca di una svolta. Mi aspettavo qualcosa del tipo che l’uomo non ricordasse più se stesso ed in realtà il portafoglio fosse il suo. Che qualcuno lo trovasse mezzo svenuto e lo riportasse alla famiglia.
    Che finisse in ospedale, raccolto dai volontari di qualche associazione, e che lì fosse riconosciuto da qualcuno. Non che fosse salvato dalla sua vita, ma un po’ meno invisibile.
    Che vuoi, per natura cerco il lieto fine.
    Sono conscia del fatto che una vita così raramente ha un lieto fine, ma almeno per loro la speranza dovrebbe essere l’ultima a morire.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2015 alle 17:03 Rispondi

      Da cosa l’avevi riconosciuta?
      Come lunghezza rientra comunque nel racconto.
      Le aspettative dei lettori non coincidono sempre con le intenzioni dell’autore :)

  12. Barbara
    21 ottobre 2015 alle 17:12 Rispondi

    Lo so, lo so, accidenti…. :D
    Basilica + obelisco + stazione + “ruderi resistevano allo scorrere dei tempi” + “più antichi del dio che la gente adorava”. Mentalmente la combinazione mi figurava Roma.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2015 alle 17:22 Rispondi

      In effetti gli ingredienti c’erano tutti :D

  13. Danilo Spanu (IlFabbricanteDiSpade)
    21 ottobre 2015 alle 17:22 Rispondi

    Davvero molto bello, ti confermo che hai uno stile a me congeniale. Complimenti.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2015 alle 17:22 Rispondi

      Grazie Danilo :)
      A me piace adattare lo stile al tipo di storia, come dico spesso.

  14. fabio amadei
    21 ottobre 2015 alle 18:35 Rispondi

    dalla descrizione ho capito che si trattava di piazza vittorio, della stazione termini, delle terme di diocleziano dove ci sono le bancarelle di libri usati, e dei giardini del colle oppio dove da bambino andavo a giocare. (sono nato nel rione Monti) tutto molto realistico!
    molti anni fa, forse in via torino (una traversa di via cavour) c’era un bagno pubblico con servizio di barbiere e parrucchiere e docce aperto dalla mattina, dove girarono dei film in bianco e nero). anch’io penso che ci siano delle ripetizioni ma il racconto funziona ed è davvero credibile nella sua crudezza, con la pioggia che fa da sfondo e si mischia con le lacrime. una storia avvincente che si legge con la voglia (la morte del personaggio si intuisce fin alle prime righe) di scoprirne gli sviluppi e la fine, invitabilmente tragica. quello che mi è piaciuto è il ritmo incalzante. c’era il pericolo di scadere nel retorico o nel patetico; sei stato bravo ad evitare l’uno e l’altro. complimenti.

    • Daniele Imperi
      22 ottobre 2015 alle 08:25 Rispondi

      Grazie Fabio.
      Anche io da bambino giocavo a Colle Oppio, i miei nonni abitavano nel quartiere.
      Brutta cosa che la morte del personaggio si intuisca dalle prime righe, però!

  15. CogitoErgoLeggo
    21 ottobre 2015 alle 18:47 Rispondi

    Ho apprezzato la scelta di non nominare la città. Ho visto Roma una sola volta in vita mia, quindi di certo il pensiero che la storia fosse ambientata nella capitale non mi ha nemmeno sfiorata. Involontariamente, ho contestualizzato il racconto a Milano, nella zona compresa tra la stazione di Milano Porta Garibaldi e Parco Sempione, passando per Corso Como e Viale Paolo Sarpi.
    Racconto molto bello e realistico, oltre che triste.
    Bravo, Daniele.

    • Daniele Imperi
      22 ottobre 2015 alle 08:26 Rispondi

      Grazie :)
      Bello vedere che si possano riconoscere quei luoghi anche in un’altra città.

  16. Marco
    22 ottobre 2015 alle 07:50 Rispondi

    Buono. Inoltre inizi con una citazione tratta da “Fame” di Knut Hamsun: ottimo! :)

    • Daniele Imperi
      22 ottobre 2015 alle 08:26 Rispondi

      Grazie :)
      Il personaggio mi ricordava il protagonista di Fame, quindi era doveroso.

  17. PADES
    22 ottobre 2015 alle 12:55 Rispondi

    È bello aprire pennablu.it e trovare un tuo racconto, Daniele. Hai lo stile che piace a me.
    Leggendo ho ambientato mentalmente la vicenda a Torino, che conosco di più, dunque si adatta a qualsiasi città mentale. La morte del personaggio a dir la verità non si intuisce subito ma solo quando si capisce che il dolore è troppo ricorrente. Ho dovuto rileggerlo più volte per capire come adatti lo stile alla vicenda, perché qualche punto lo avrei fatto diverso, ma alla fine quello che decide l’autore è legge. Solo un appunto di “editing”, nella terza frase: “socchiuse” significa che gli occhi erano aperti e li ha chiusi ma non del tutto, mentre penso volessi dire che li ha piano piano aperti (stava dormendo) di una fessura. Forse “dischiuse” o “aprì di poco” sarebbe stato più preciso.

    • PADES
      22 ottobre 2015 alle 12:57 Rispondi

      Dimenticavo: mi è piaciuto molto.

    • Daniele Imperi
      22 ottobre 2015 alle 13:10 Rispondi

      Grazie :)
      Forse non c’è modo di non far intuire in qualche modo la morte del personaggio.
      Hai ragione sul verbo socchiudere, correggo con “dischiuse”.

  18. Sabrina Scansani
    23 ottobre 2015 alle 17:57 Rispondi

    Bellissimo, molto intenso. Hai trasformato un apparente nulla in una storia, mi è piaciuto particolarmente. E quando lo rileggerò potrò immaginare la storia nei luoghi di Roma che da un annetto conosco anche io.
    Tra l’altro hai appena sbloccato il mio blocco-dello-scrittore, perciò ti ringrazio anche!

    • Daniele Imperi
      26 ottobre 2015 alle 08:12 Rispondi

      Grazie. In effetti è difficile trrovare una trama nella storia, quindi “apparente nulla” è azzeccato.
      In che modo ho sbloccato il tuo blocco?

  19. Marina
    23 ottobre 2015 alle 21:28 Rispondi

    Ma allora sai raccontare anche la realtà! E ci riesci pure benissimo!
    Tu, una storia del genere, la leggeresti?
    Io mi sono commossa, per questo leggo la narrativa che racconta anche questo genere di storie: per cercare emozioni. Quando le trovo sento di avere impiegato bene il mio tempo.

    • Daniele Imperi
      26 ottobre 2015 alle 08:16 Rispondi

      Raramente racconto anche la realtà, ma dipende dal tipo di storia. Non so se leggerei una storia del genere, però anni fa ho letto Fame di Hamsun, che è una storia più o meno simile.
      Grazie della lettura :)

  20. Lucia Paolini
    1 giugno 2016 alle 01:18 Rispondi

    Ciao, volevo scaricarmi il pdf per leggermi con calma il tuo racconto, ma ha un problema con il link. Ti volevo avvertire. Per ora questo, poi leggo e ti dico :-)

  21. Lucia Paolini
    1 giugno 2016 alle 12:49 Rispondi

    Ciao,
    non riesco a scaricare il post in formato pdf….e a dire il vero non riesco nemmeno mandarti un commento..magari questa volta sono più fortunata

  22. Leo
    1 agosto 2016 alle 15:56 Rispondi

    Ciao Daniele!
    seguo da un po’ il tuo blog ‘in silenzio’, sono un po’ pigro quando si tratta di scrivere qualche commento ( niente male per un potenziale scrittore:D) ma dopo aver letto questo racconto non posso farne a meno!
    Veramente bello ed emozionante! A mio parere molto inflenzato da ‘La strada’ di McCarthy, che so apprezzi molto. Il protagonista si trova a vagabondare e combattere per il freddo, la fame e si lascia alle spalle una vita passata che non gli appartiene piu’ esattamente come l’uomo de La strada.
    Magari mi sbaglio, ma anche alcune tue descrizioni mi ricordano lo stile di McCarthy, come l’attenzione su particolari che possono essere secondari ma che arricchiscono la narrazione, come in questo passo, ma ce ne sono molti altri che potrei ricordare:
    ”Un tram passò lì vicino, le ruote che raschiavano sui binari come una forchetta che graffiasse una lavagna. Clacson. Un’auto che sgommava.”
    Sono curioso di sapere se ci ho azzeccato:D

    • Daniele Imperi
      1 agosto 2016 alle 16:09 Rispondi

      Ciao Leo, grazie e benvenuto nel blog :)
      Sì, ci hai azzeccato, McCarthy è un autore che apprezzo e che “interiorizzato”, sì vede nei particolari e anche in alcune frasi brevi.

      • Leo
        1 agosto 2016 alle 16:20 Rispondi

        Grazie Daniele,
        continua cosi’. E’ un piacere leggere quello che scrivi. Racconti come questo mi invogliano a ‘provarci’!

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